mercoledì 19 ottobre 2016

La leggenda del calcio d'acciaio

Il primo vero enorme problema, quando guardi un film cinese, è che la loro mimica, il loro concetto di storia, la trama, i gesti, le frasi dette e la morale finale non esistono.
Ovvero esistono secondo un canone cinese che a noi è TOTALMENTE ignoto.
Così come ignote sono le sfumature, i movimenti del viso, i vestiti indossati, le idee che muovono il film. TUTTO.
Ergo, se riuscite a ripulire il cervello da ogni genere di facile cliché che vi fa pensare di essere più intelligenti del regista che ha diretto questa cosa, allora credetemi: tutto filerà liscio.
Il film in questione sprizza energia da tutti i pori, grandi combattimenti, grandi botte che volano ovunque, un sacco di gente che prende un sacco di legnate e cosa ancor più bella: è evidente che tutto non ha senso, non lo ha dall'inizio del film, dalla prima scena, sino all'ultima e non lo avrà mai.
Ma voi ve ne dovete fregare, privi del cervello e del raziocinio, lasciate passare le immagini e sorbite ogni scena, ogni parola, ogni smorfia, ogni idea.
Quando non sono cose ovvie, sono cose penose, oppure sono cose inutili, oppure ancora sono cose scontate.
Quello che resta è il film secondo un canone decente (per noi ovvio, per un canone occidentale) ovvero non ne resta nulla.
Wu - Lin va in città, trova suo fratello cattivissimo e un ricchissimo che lo arruola per proteggere la figlia imbecille. Sboccia l'amore (incredibile) e nel frattempo Wu-Lin deve combattere contro migliaia (ma che dico, milioni) di cattivi che alla fine lo mettono sottoterra.
Lui resuscita e li ammazza tutti.
Infine si scontra con il super cattivo artefice dei suoi guai che, udite udite, è suo padre che lo ha buttato in un burrone da piccolo.
Edipo al confronto è un principiante.

Referendum? no, grazie.