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venerdì 19 giugno 2026

L'arco dell'impero - Libro


 L'arco dell'impero, ovvero la guerra continuata con altri capitali

Vent'anni dopo Guerra senza limiti — il testo del 1999 con cui Qiao Liang e Wang Xiangsui anticiparono l'idea che il conflitto avrebbe sfondato i confini del campo di battaglia per invadere l'economia, l'informazione, il diritto — l'ex generale dell'aeronautica cinese torna sul luogo del delitto. E lo fa colmando, dichiaratamente, la lacuna del primo libro: il raggio economico della guerra. La tesi è limpida fino alla brutalità: il prossimo campo di battaglia non sarà geografico ma finanziario, e chi non capisce la finanza non può capire le intenzioni strategiche di una potenza.

Il bersaglio è l'egemonia del dollaro, descritta come la vera forma contemporanea dell'impero. Gli Stati Uniti, nella lettura di Qiao, sono un impero coloniale finanziario: stampano dollari, il resto del mondo produce merci, le guerre servono a tenere alto il prestigio della valuta e a punire chi osa sottrarsi al sistema. Iraq e Kosovo diventano gli esempi-chiave di una potenza che non tollera monete rivali — euro compreso. È un libro, come è stato giustamente osservato, più riconducibile a Marx che a Clausewitz: la guerra letta attraverso le leggi del capitale prima che attraverso quelle delle armi.

Qui sta il pregio maggiore. Scritto prima del 2015, il libro ha oggi un'aria quasi divinatoria: la dedollarizzazione, l'ascesa dei BRICS, la sfiducia crescente verso l'unilateralismo del biglietto verde sono esattamente i temi che riempiono le cronache geopolitiche del 2026. Leggere Qiao adesso significa vederlo indovinare la partita con anni di anticipo. Non è "complottismo", come precisa lui stesso: è la descrizione fredda di un meccanismo finanziario. Ed è in questo che il libro entra di diritto nella cassetta degli attrezzi di chi voglia capire il presente.

Ma una recensione critica deve anche maneggiare il rovescio della medaglia, e qui ce n'è parecchio.

Il primo limite è strutturale: è una raccolta, e si sente. Le ripetizioni sono molte, i concetti tornano a ondate, le appendici appesantiscono. Chi cerca un'architettura argomentativa coerente trova invece la sedimentazione di un decennio di interventi — interessante come documento, faticoso come libro.

Il secondo è più sottile, ed è di metodo. Qiao è lucidissimo, quasi spietato, nel dissezionare l'impero americano; diventa improvvisamente lirico e indulgente quando descrive la Cina come "paese di pace", potenza che cerca le fonti e non il prodotto finale, custode di armonia e tranquillità. È l'asimmetria classica dell'intellettuale organico — categoria gramsciana che gli si attaglia bene: l'occhio analitico è affilatissimo verso l'avversario e curiosamente miope verso casa propria. Le contraddizioni cinesi (corruzione, lotte tra clan, ambizioni dei vertici) vengono nominate, ma mai con la stessa pressione critica riservata a Washington. Il lettore avvertito tiene quindi una mano sul portafoglio epistemologico: non esistono fatti, solo interpretazioni, e questa è un'interpretazione che ha una bandiera.

Il terzo elemento è il libro-nel-libro di Fabio Mini. Il saggio del generale è tutt'altro che un'introduzione di servizio: è un contrappunto così sostanzioso da averlo elevato al rango di coautore dell'edizione italiana. Funziona da bussola e da contrappeso, ma rende anche più difficile distinguere dove finisce Qiao e dove comincia la cornice occidentale che lo presenta. È un valore aggiunto, ma anche un filtro di cui essere consapevoli.

In definitiva: non è un manuale tecnico, non è propaganda, e — nonostante l'impianto — non è nemmeno un libro antiamericano nel senso pamphlettistico. È qualcosa di più utile e più scomodo: uno specchio strategico, che mostra come l'altra grande potenza vede noi, vede sé stessa, e vede l'arco discendente di un impero che crede di essere ancora al suo apogeo. Lo si legge meglio non per scoprire "la verità" sulla guerra finanziaria, ma per imparare a riconoscere lo sguardo da cui quella verità viene formulata.

Tre stelle e mezzo su cinque: indispensabile per i contenuti, irregolare nella forma, prezioso proprio perché parziale.

domenica 3 maggio 2026

La Cina ha vinto - libro


Il titolo del libro di Alessandro Aresu è una dichiarazione volutamente provocatoria, più che una tesi da dimostrare in senso stretto. “La Cina ha vinto” non descrive uno stato di fatto consolidato, ma costruisce una cornice interpretativa che costringe il lettore a ribaltare il proprio punto di vista. Aresu invita implicitamente ad abbandonare le categorie occidentali e a osservare il sistema globale attraverso una lente in cui la Cina non è più l’eccezione da spiegare, ma il centro da cui partire. In questo senso, il titolo funziona come dispositivo retorico, ma introduce anche un’ambiguità di fondo: il rischio è che la provocazione venga letta come una conclusione.

Dal punto di vista formale, il libro si colloca in una zona intermedia tra il saggio geopolitico e la narrazione. La figura di Wang Huning — teorico del Partito comunista cinese — viene trattata quasi come un personaggio letterario, un osservatore che attraversa il sistema americano e ne registra le contraddizioni. Questo espediente consente ad Aresu di costruire una narrazione fluida, capace di rendere accessibili temi complessi come la competizione tecnologica, le élite globali e le strategie di lungo periodo. Tuttavia, questa stessa scelta introduce una tensione tra analisi e costruzione narrativa: il lettore non ha sempre strumenti chiari per distinguere ciò che è documentazione da ciò che è interpretazione.

Il nucleo del libro è la ridefinizione della competizione globale in termini di “tecnopolitica”. Non si tratta più di uno scontro ideologico tra sistemi, ma di una competizione per il controllo delle filiere tecnologiche, del capitale umano e della capacità industriale. In questa prospettiva, la Cina appare come un sistema coerente, in cui Stato, industria e tecnologia operano in modo integrato, mentre l’Occidente emerge come frammentato, incapace di pianificare e spesso prigioniero di narrazioni autoreferenziali. Aresu non celebra la Cina in modo esplicito, ma ne mette in evidenza la capacità di pensarsi nel lungo periodo, contrapponendola a un Occidente che fatica a mantenere coerenza strategica.

In realtà, il bersaglio principale del libro non è la Cina, ma l’Occidente. La Cina diventa uno specchio attraverso cui leggere le fragilità occidentali: disuguaglianze interne, crisi politica, perdita di capacità industriale, dipendenza tecnologica. Questa operazione è uno degli aspetti più solidi del testo, perché evita la retorica semplicistica dello scontro tra modelli e si concentra invece sulle dinamiche strutturali. Tuttavia, proprio qui emerge uno squilibrio: l’analisi delle debolezze occidentali è più approfondita e critica rispetto a quella delle vulnerabilità cinesi.

Le criticità del modello cinese — crisi demografica, rigidità politica, problemi finanziari — restano sullo sfondo, trattate in modo meno sistematico. Questo produce un effetto di asimmetria che, pur non trasformandosi in una celebrazione esplicita, contribuisce a rafforzare implicitamente l’idea di una traiettoria cinese più solida e lineare di quanto probabilmente sia. Ne deriva una forma di determinismo attenuato: pur senza affermarlo apertamente, il libro lascia intravedere una direzione quasi inevitabile del sistema globale, in cui l’Occidente appare in declino relativo e la Cina in ascesa strutturale.

La forza del libro sta nella capacità di modificare il quadro mentale del lettore. Non fornisce una dimostrazione conclusiva, ma costruisce un’ipotesi plausibile e ben argomentata, costringendo a riconsiderare presupposti spesso dati per scontati. La debolezza, invece, è legata proprio alla sua natura ibrida: la componente narrativa, se da un lato rende il testo più incisivo, dall’altro attenua la precisione analitica e rischia di trasformare l’interpretazione in suggestione.

Nel complesso, La Cina ha vinto è un libro che funziona meglio come strumento critico che come analisi definitiva. Non dimostra che la Cina abbia già vinto, ma rende difficile liquidare questa ipotesi come infondata. Il suo contributo più rilevante non è stabilire un verdetto, ma spostare il terreno della discussione, mettendo in crisi la sicurezza con cui l’Occidente ha a lungo interpretato la propria posizione nel mondo.


 

martedì 24 marzo 2026

Patrie


Timothy Garton Ash, con Patrie, si cimenta in un’operazione che potrebbe facilmente scivolare nel didascalico o nel retorico: raccontare l’Europa attraverso la lente della memoria personale e della storia politica. E invece riesce — quasi con nonchalance — a trasformare un potenziale manuale di storia contemporanea in un ibrido narrativo sorprendentemente leggibile.

Il titolo, già di per sé ambiguo, tradisce la tesi di fondo: non esiste una sola patria, ma una pluralità di appartenenze che si sovrappongono, si contraddicono e, talvolta, si ignorano reciprocamente. Garton Ash gioca su questo pluralismo con l’aria di chi ha attraversato davvero quei confini — geografici e ideologici — e non si limita a descriverli da una cattedra accademica.

Il suo è uno sguardo che potremmo definire “storicamente coinvolto”: non neutrale (e meno male), ma nemmeno militante in senso stretto. Piuttosto, è il punto di vista di un testimone informato, che ha frequentato dissidenti, politici e intellettuali dell’Europa centrale e orientale con una familiarità che oggi appare quasi irripetibile. E qui emerge un primo elemento ironico: il lettore contemporaneo, abituato a un’Europa data per scontata, si ritrova a leggere di un continente che era tutt’altro che inevitabile.

La struttura del libro alterna episodi autobiografici e riflessioni storico-politiche, con un ritmo che a tratti ricorda più il reportage che il saggio. Questa scelta funziona, ma non senza qualche oscillazione: in alcuni passaggi l’autore sembra indulgere nel piacere del ricordo personale, rischiando di diluire la tensione analitica. Tuttavia, è proprio in queste digressioni che affiora una delle qualità più interessanti del testo: la capacità di mostrare la storia non come sequenza di eventi, ma come intreccio di vite.

Sul piano interpretativo, Garton Ash evita accuratamente le grandi narrazioni consolatorie. L’Europa che emerge non è un progetto lineare né tantomeno compiuto, ma un cantiere permanente, attraversato da ritorni di nazionalismo, fratture culturali e amnesie selettive. L’ironia qui è sottile ma costante: l’idea stessa di “unità europea” viene trattata con una certa diffidenza, come un concetto utile ma intrinsecamente fragile.

Particolarmente efficace è il modo in cui l’autore mette in dialogo Est e Ovest, smontando implicitamente la presunta superiorità narrativa dell’Europa occidentale. Non lo fa con toni polemici, ma attraverso un accumulo di esempi che rendono evidente quanto quella distinzione sia storicamente contingente e culturalmente miope.

Se si volesse individuare un limite, si potrebbe osservare che il libro richiede al lettore una certa familiarità con il contesto storico: non è un’introduzione, ma una riflessione avanzata. Chi cerca una sintesi ordinata rischia di perdersi; chi accetta la complessità, invece, trova un testo che stimola più domande di quante ne risolva — e probabilmente è proprio questo il suo merito principale.

In definitiva, Patrie è un libro che si muove con eleganza tra memoria e analisi, evitando sia la nostalgia facile sia il tecnicismo sterile. Garton Ash non offre certezze, ma una prospettiva: e, in tempi di semplificazioni aggressive, è già una forma di resistenza intellettuale.


 

venerdì 27 maggio 2022

L'arte della guerra - I metodi militari

Questo libro (ne avevo letto e posseduto una precedente edizione) mi giunge per vie traverse... una donazione  ad una biblioteca, un libro che non riesce a trovare posto (e quanti ce ne sono così ahimè) morale, come faccio a lasciarlo lì abbandonato al suo destino?
Eccolo qui. Inizio la lettura. E devo dire che, questa proposta di abbinare i due testi e di commentarli - in modo adeguato e pertinente - merita davvero. Lieto di averlo riletto e di averne trovato, complice la guerra in Ucraina, la drammatica attualità.
Una per tutte "gli eserciti riflettono la società da cui derivano" nulla di più vero rispetto alle drammatiche violenze perpetrate dai Russi nei confronti della popolazione civile... una accozzaglia di morti di fame, cleptomani e pervertiti capaci di ogni nefandezza... mi si critichi pure per questa parte del mio testo... ma lo si faccia dimostrandomi con i fatti che non è vero.

Il confronto e la competizione tra gli Stati non dovrebbero mai essere risolti con il ricorso alle armi.
Ma qualora la guerra fosse inevitabile nessuno dei contendenti dovrà combattere con il desiderio del profitto o della gloria; i generali devono avere la massima cura dei loro uomini e cercare di ridurre al minimo i danni dell'avversario.
Non sono queste, considerazioni di un pacifista dal cuore tenero e spaventato da un possibile olocausto nucleare, ma i precetti di due antichi pensatori cinesi Sun Tzu e Sun Pin contemporanei di Platone (V-IV secolo a.C.), autori dei due più famosi trattati orientali di strategia, intitolati Arte della Guerra e Metodi militari presentati ora per la prima volta insieme.
L'eccezionalità e il pregio della duplice edizione curata da Ralph Sawyer sono dovuti anche al fatto che la nuova traduzione dal cinese, l'ampia introduzione storica e il commento ai testi sono stati realizzati per rispondere alle esigenze di chiarezza e comprensione del lettore occidentale al quale, inoltre, è spiegata la concreta applicabilità degli antichi principi strategici anche al di fuori dell'ambito militare e nella vita quotidiana.
Il successo che sta arridendo in Occidente al libro di Sun Tzu - e che contribuisce al definitivo superamento del pensiero militare di Von Clausewitz secondo il quale scopo ultimo della guerra è la distruzione e l'annientamento del nemico - non deve stupire se si considera che i generali più geniali e vittoriosi e i più famosi rivoluzionari e guerriglieri dell'età moderna (da Napoleone a Kutuzof da Lawrence d'Arabia a Mao e Ho Chi - Min) avevano fatto della "Arte della guerra" il loro manuale preferito sposandone i principi fondamentali: la vera arte della guerra consiste nel vincere il conflitto prima di iniziarlo; in una guerra è vincente non tanto chi è in vantaggio numerico e di mezzi ma chi, usando strategie indirette, inattese e non ortodosse, trasforma i vantaggi del nemico in svantaggi e i propri limiti in punti di forza.
 

giovedì 7 aprile 2022

I cantieri della Storia

Ripartire, ricostruire, rinascere. Ne abbiamo gran bisogno. La buona notizia è questa: siamo capaci di farlo.
Civiltà intere sono sopravvissute a eventi terribili.
Dopo ogni guerra c'é una ricostruzione.
Dopo ogni depressione arriva un'età dell'ottimismo e del progresso.
Federico Rampini racconta storie di tragedie collettive, sconfitte, decadenze, seguite da "miracoli".
Successi costruiti partendo dalle macerie, quando tutto sembrava perduto, e invece stava per sorgere una nuova luce all'orizzonte.
I cantieri dove si sono raccolte le energie e le idee, per costruire un futuro migliore.
Il crollo dell'Impero Romano è l'archetipo di ogni decadenza. Ogni altro impero o superpotenza ha paura di fare quella fine, cerca di capire come accadde, tenta di evitare quel destino.
Nuove interpretazioni dell'antichità rivelano gli eventi fatali che possono portare a una civiltà a soccombere. 
E quali speranze sopravvivono a quei disastri epocali.
A metà dell'Ottocento l'America dello schiavismo della Guerra Civile, periodo tragico in cui un popolo si è diviso a morte, lascia tracce profonde nell'America di oggi, segnata dalla questione razziale.
Anche nei suoi fallimenti, quel periodo ha molto da insegnarci.
La Grande Depressione degli Anni Trenta è la madre di tutte le crisi dell'età contemporanea.
In mezzo all'impoverimento di massa, genera uno degli esperimenti più audaci di innovazione politica al servizio dei cittadini, il New Deal.
Il Piano Marshall del 1947 é un altro cantiere: con questi aiuti l'Europa cominciò la ripresa dopo il più distruttivo dei conflitti.
Ma chi ricorda oggi come funzionò? Esplorarne la storia reale illumina il dibattito attuale sul Recovery Fund nell'Unione Europea post-pandemia.
Dei "miracoli" nel dopoguerra quello francese era il più improbabile. La Francia subisce tre sconfitte ravvicinate - il secondo conflitto mondiale, l'Indocina, l'Algeria - e ha un sistema politico a pezzi.
Il Giappone è un caso unico nella storia, dopo la guerra i giapponesi importano la liberaldemocrazia come la prescrive l'America. 
Le rinascite non sono mai finite: dall'incidente nucleare di Fukushima alla gestione della pandemia.
Della Cina è memorabile il riscatto dopo due abissi: la Rivoluzione Culturale nella seconda metà degli anni Sessanta, il massacro di Piazza Tienanmen nel 1989.
E' andata bene oltre le aspettative, fino ad avverare in buona parte le previsioni di un "secolo cinese".
E' la reazione collettiva alla sciagura a stabilire se una comunità ne esce fiaccata oppure purificata e rinvigorita.

Una sequenza di "storie della Storia", dal più eclatante dei tempi passati (la caduta di Roma) a quello dei tempi moderni (la trasformazione cinese)... da ogni vicenda si traggono utili insegnamenti (la Storia è insegnamento) per guardare al futuro... nonostante non siano tempi a cui guardare con positività.
Interessante, utile miniera di informazioni, ma non esaltante. Proverò comunque a leggere altri testi di Rampini.



 

sabato 4 agosto 2018

Skycraper

 
A distanza di ben 44 anni da "Inferno di Cristallo" ed a 30 anni da "Trappola di Cristallo", il genere avventur-catastrofico-incendiario-edificio costruito col culo, paga ancora.
Basta avere la buona idea da aggiungere, farne icona, mescolare le acque ed ecco il piccolo/grande capolavoro o almeno il Blockbuster estivo.
Cosa avrà quindi di nuovo, questo infuocatissimo episodio rispetto ai precedenti?
Innanzitutto la tecnologia utilizzata, all'altezza della situazione e dei tempi.
A seguire le scene girate, davvero molto belle.
Poi l'evento clou! Il salto del nostro eroe, pur privo di una gamba, da una gru alla finestra dell'edificio… qui siamo alla pura sospensione della realtà (ma di questo si nutre il cinema) e restiamo tutti a bocca aperta mentre l'enorme Dwayne si lancia (dopo aver scalato tutta la gru a suon di braccia) ad un'altezza stratosferica verso l'edificio per salvare la sua famiglia… famiglia che però rileva qualche pecca, a giudicare dal colore dei figli… Dwayne, Dwayne! Ma insomma… non ti sei accorto che, mentre tu saltavi da un palazzo all'altro, qualcuno ti cornificava? e che a giudicare dal risultato doveva essere un mandingo? Forse nel calcolo aerodinamico le corna agevolano il volo planato?  
Ma non voglio divagare! Torniamo sul nostro elenco…
Si aggiunga infatti l'ennesimo legame (oramai consolidato nel cinema) che vede i cinesi ricchi, costruire ogni genere di boiata e gli americani buoni e tosti, prestarsi quali guardia spalle o (a volte) per correi di ogni genere di imbroglioni… ballando in giro tutto il tempo, mostrando i muscoli e combattendo contro i soliti slavi/russi/coreani cattivoni…
Si preveda infine nell'ordine: il genio dell'informatica, la bella cattiva inguainata in pelle, la bella buona, vestita come la vegia Maria e il gioco è fatto!
E come diceva sempre un mio amico, gran bevitore: "ai postumi l'ardua sentenza"...

sabato 26 maggio 2018

La grande cecità

Viaggia su tre differenti coordinate il saggio di Amitav Ghosh. La Letteratura, la Storia, la Politica.
 
Nel capitolo sulla Letteratura, Ghosh pone l'accento sull'assenza di romanzi, scritti, racconti (che non siano saggi) ove il cambiamento climatico venga preso in considerazione. Cerca altresì di trovarne il motivo, partendo da molto lontano e trovandone alcuni bandoli della matassa.
L'intento del narrare non è riprodurre il mondo così com'é. Ciò che il narrare rende possibile è affrontare il mondo al congiuntivo, figurarselo come se fosse altro da quello che é facendo immaginare altre possibilità.
 
Nel capitolo sulla Storia, Ghosh ripercorre gli ultimi 1000 anni, dal punto di vista dell'India e dell'Asia in generale, sia per quanto riguarda la Rivoluzione Industriale che per le scelte fatte dal punto di vista della trasformazione da economie agricole a produttive. Il cambiamento climatico antropogenico è l'involontaria conseguenza dell'esistenza stessa degli esseri umani.
 
Nel capitolo sulla Politica, si concentra infine sul futuro e su quali sono le prospettive che ci si pongono di fronte.
 
L'interessante chiave di lettura ci porta così a fare alcune considerazioni:
1. Fatichiamo ad abbandonare l'attuale sistema produttivo, perché ad esso siamo riconoscenti: abbandonando il precedente mondo agricolo, ci siamo affrancati, abbiamo liberato risorse per acquistare libertà: libertà sociali, politiche, sessuali, economiche, di tempo libero, di salute. Che lo vogliamo o no, siamo debitori del capitalismo.
2. Nessuno vuole porre sul piatto della bilancia la regressione, la decrescita, la spartizione dei privilegi con i PVS; nessuno che non sappia a quale suicidio politico e sociale si andrebbe a prestare.

 
 
"Nei primi anni del XXI secolo Amitav Ghosh lavorava alla stesura de "IL PAESE DELLE MAREE", il romanzo che si svolge nelle Sundarban, l'immenso arcipelago di isole che si estende fra il mare e le pianure del Bengala.
Occupandosi della grande foresta di mangrovie che le ricopre, Ghosh scoprì che i mutamenti geologici che ciclicamente avvenivano - un argine poteva sparire nell'arco di una notte, trascinando con sé case e persone - stavano diventando qualcos'altro: un cambiamento irreversibile, il segno di un inarrestabile ritrarsi delle linee costiere e di una continua infiltrazione di acque saline su terre coltivate.
Che un'intera area sotto il livello del mare come le Sundarban possa essere letteralmente cancellata dalla faccia della Terra non è cosa da poco.
Mostra che l'impatto accelerato del surriscaldamento globale é giunto ormai a minacciare l'esistenza stessa di numerose zone costiere della terra.
La domanda, per Ghosh, nacque perciò spontanea.
Come reagisce la cultura e, in modo particolare, la letteratura dinanzi a questo stato di cose?
La risposta é contenuta in questo libro in cui l'autore della trilogia "IBIS" ritorna con efficacia alla scrittura saggistica.
La cultura è, per Ghosh, strettamente connessa con il mondo della produzione di merci.
Ne induce i desideri, producendo l'immaginario che l'accompagna.
Una veloce decapottabile - un prodotto per eccellenza dell'economia basata sui combustibili fossili - non ci attrae perché ne conosciamo minuziosamente la tecnologia, ma perché evoca l'immagine di una strada che guizza in un paesaggio incontaminato; pensiamo alla libertà e al vento nei capelli; a James Dean e Peter Fonda che sfrecciano verso l'orizzonte; a Jack Kerouac e Vladimir Nabokov.
Questa cultura, così intimamente legata alla storia del capitalismo, é stata capace di raccontare guerre e numerose crisi, ma rivela una singolare, irriducibile resistenza ad affrontare il cambiamento climatico.
Che cosa è in gioco in questa resistenza? Un fallimento immaginativo e culturale che sta al cuore della crisi climatica? Un occultamento della realtà nell'arte e nella letteratura contemporanee tale che questa nostra epoca, così fiera della propria consapevolezza, verrà definita l'epoca della Grande Cecità?".

lunedì 25 settembre 2017

L'arte della guerra

La guerra è l'arte della dissimulazione... Questo è il principio cardine, su cu si basa tutto il trattato...
"Composto in Cina nel IV Secolo a.C. , l'Arte della guerra è il più antico trattato di strategia militare, che ha influenzato le tecniche di guerra cinesi per altre due millenni, per essere poi adottato dagli eserciti di tutto il mondo. Ma non solo. Negli ultimi decenni, la politica e l'economia hanno prestato sempre maggiore attenzione ai principi dell'Arte della Guerra.
Perché SUN TZU non si limita a fornirci indicazioni su come sconfiggere i nemici sul campo di battaglia Sun Tzu ci insegna anche e soprattutto la lucida razionalità cn cui esaminare i mezzi e i fini della strategia; la lungimiranza cn cui adottare le decisioni; la gestione dei conflitti in modo profondo e non distruttivo, perché la cosa migliore è costringere alla resa senza combattere.
 
E' difficile trovare una corrispondenza occidentale con Sun Tzu; Roma e Grecia occidentale esprimono maestri che rimarranno autorità incontrastate sino all'avvento delle armi da fuoco, ma nessuna scrisse un testo che non fosse il mero resoconto di guerre o battaglie, proprie o altrui... sino a tutto il Medioevo, solo il nome di Vegezio con il suo trattato dell'arte militare sarà colui che tenterà una sintesi della strategia e tattica ereditati da Roma.
Nel Rinascimento Machiavelli tentò di coniugare l'arte militare e l'arte politica nell'interesse dello Stato.... In età moderna lo svizzero Jomini e il prussiano Clausewitz, adottarono l'insegnamento alla guerra di armi da fuoco e mobilità... grazie a Napoleone questi insegnamenti trovarono concreta applicazione uscendo dalle scuole militari... Per l'occidente la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi....
 
Un testo da conoscere assolutamente.. a prescindere dall'interesse per le maschie passioni militari... per l'arte di dissimulare, nascondere, coprire, sostituire, ingannare, raggirare, piegare gli elementi a proprio vantaggio... davvero mitico nella sua chiara esposizione.. puro buon senso al servizio dello Stato e della Guerra...

venerdì 30 giugno 2017

La schiavitù del capitale

"L'uguaglianza è una necessità che si ripresenta continuamente come la fame".
Nella vita non esistono sentenze definitive e quindi se è vero che chi sfrutta ha vinto la partita contro che è sfruttato è solo sino alla prossima chance.
Partendo da questo concetto, Canfora si chiede se il '900 costituisca la fine della Storia. La sua risposta è no. Certo è stato il Secolo che ha visto il crollo dell'insostenibile esperimento del Socialismo... O forse lo è per i Liberali... i quali credono che l'ordine sociale esistente sia l'unico possibile.
Per funzionare secondo la logica del sempre maggiore profitto e della lotta spietata per il controllo dei mercati, il capitale, il capitale ha ripristinato forme di dipendenza di tipo schiavile anche all'interno delle aree più avanzate, con la riduzione dei diritti conquistati e con l'uso della malavita.
Il libro si articola su differenti spunti per descrivere lo stato attuale.
1. il concetto di Occidente, l'Italia Fascista, che nel 1929 venne paragonata alla Russia Bolscevica, come unico sistema in grado di resistere alla crisi mondiale... così come idea di Stato Guida dell'Europa...
2. L'America vista come "Estremo Occidente" mal voluta dal pensiero degli intellettuali fascisti, al pari dell'Estremo Oriente, definito Asiatismo.
Canfora sostiene che il Decolonialismo, che aveva trovato nel Comunismo un'alternativa al Capitalismo degli occupanti, al venire meno dell'URSS ha lasciato il passo al fondamentalismo religioso.
Il vero ruolo degli USA con l'intervento nella 1° Guerra Mondiale era quello di colonizzare l'Europa.... Oggi l'Europa mette sanzioni ai russi su mandato americano con una politica esterna minorata....
3. il Ruolo della Cina. A partire da Voltaire, vi è stata una visione razzista dell'Oriente.. riconoscendo che solo grazie allo sviluppo tecnologico l'Occidente ha potuto battere Turchi e Tartari..
Con la 2° Guerra Mondiale, la lotta dell'Occidente contro sé stesso ha fatto perdere l'egemonia con Russia e USA, facendo nascere tra l'altro la "Guerra Fredda" e solo con il 1989 l'Europa riprende la sua posizione... ma non tutto è andato come doveva... a causa della scellerata scelta degli USA di privilegiare il fondamentalismo arabo in chiave antisovietica senza tenere in alcun conto gli interessi dell'Europa...
4. La schiavitù... è sparita? Certo che no! dai traffici degli esseri umani , la schiavitù è ancora pilastro del profitto capitalistico con lo sfruttamento degli Stati del Terzo Mondo o di ampie sacche del Primo... o (frase mia) oggi con l'Industria 4.0, la robotica ed il licenziamento/ricatto degli operai.
Esistono muri, esistono egoismi, banche che comandano gli Stati, Ambiente distrutto, Giornalismo asservito al potere.. unico rimedio: distribuire la ricchezza.
 
 
 

venerdì 31 marzo 2017

The Great Wall

La crescente potenza economica cinese si fa sentire anche al cinema, traslando il genere western in una miscellanea di emozioni in salsa orientale... potenza dello yen... ma non è detto che tutto questo sia un male.
Così quando William e Tovar, due mercenari europei, si trovano di fronte alla grande muraglia cinese, capiamo che oltre ad un incontro tra due civiltà, assisteremo ad un viaggio emozionante.
La leggenda ci è annunciata sin dal principio e quanto annunziato si materializza con un'invasione di mostri verdi che tentano di invadere l'impero cinese.
Due mondi, anzi tre si scontrano. Quello cinese, che si basa sulla fiducia nel gruppo, quello occidentale che premia l'eroe solitario, quello dei mostri verdi che fa del gruppo a difesa di un leader madre un richiamo all'antico (la dea madre di preistorica memoria). Ognuno metterà in campo la propria abilità, forze e debolezze. Chi avrà la meglio?
Avventura, eroismo, forza, astuzia, amore (platonico), amicizia e imbroglio... tutti gli elementi sono messi in gioco, tutti i trucchi provati e svelati... mondo orientale e occidentale con una diversa visione degli eventi si confrontano e uniscono contro un nemico comune.
Tutti ne usciranno trasformati. E forse, il lieto fine è l'unica cosa che fa ben sperare nell'attuale turbolento mondo, ove la Cina è uno dei nemici del Trump pensiero...

martedì 8 novembre 2016

Dragon Blade

A voler essere magnanimi questo film è lungo, lungo, lungo e soprattutto maledettamente confuso.
Romani in Cina, arabi, turchi, mongoli, mammalucchi, e altre migliaia di popoli ed etnie si affacciano sulla via della Seta.
E tutti vogliono controllarla e con truppe e guerre arricchirsi.
Solo un uomo, Jackie Chan (travestito da Jackie Chan) vuole la pace e la impone a tutti i costi.
Ma un giorno, alle porte della fortezza/prigione ove lui risiede e sconta una pena (?) arrivano dei romani fuggitivi, insieme al solito bimbetto (coi boccoli e cecato) fuggito dal fratello cattivo (Audrien Brody) ed accompagnato dal centurione tutto d'un pezzo (John Cusack).
Scatta la maschia amicizia e la ricostruzione delle mura della città/prigione nei tempi previsti... tutti si amano e si vogliono tanto bene.
Purtroppo questo felice idillio ha subitaneamente da finire, quando si presenta dal fondo del deserto il cattivo Brody che, uccide il bimbetto coi boccoli (che nel frattempo ha cantato una bella canzoncina in latino) buttandolo dal trampolino come i pirati... e porta alla morte il centurione.
Con gran capitomboli ed ennesima confusione (in dialetto si dice un gran puffione) si arriva al finale ove un malandato/malandatissimo Chan sconfigge a duello Brody e fa tornare la pace nel mezzo del deserto (e qui mi chiedo, machssinefrega della pace in mezzo al deserto?). Ora anche i romani marciano in mezzo ai cinesi, in una comunanza di intenti per difender la via della Seta.
Morale: per garantire il passaggio delle spezie e dei ricami dal deserto tanta gente fa molti sacrifici, alcuni ci lasciano le penne, altri si smarronano... (ed io tra questi ultimi). 
 


domenica 13 marzo 2016

Young detective Dee - Rise of the sea dragon

 
Non finirò mai di stupirmi di fronte ai film cinesi, per la loro incredibile capacità di trattare con semplicità, leggerezza quasi infantile e al tempo stesso profondità, il tema dell'amore.
E, cosa ancora più interessante, riuscire a farlo in qualsiasi minestrone cinematografico decidano di mettere in scena.
Prendiamo questo "Young detective Dee" e facciamolo a pezzettini, giusto per inquadrarlo nella sua giusta dimensione:
 
1) E' un film di avventura: ove si cerca di svelare un mistero contro mille avversità e nemici, contro la sorte e l'evidenza. Ove intuito e genialità, forza fisica e coraggio, onestà e bontà vincono.
2) E' un film di combattimenti ed arti marziali: la scelta orientale di estremizzare i combattimenti rendendoli simili a tanti videogiochi da playstation può piacere a qualcuno. Vero che dopo un quarto d'ora di mulinar di spade io mi rompo e fatico anche a seguirne la logica... si tratta ovviamente di punti vista.
3) E' un film alla "Godzilla" come se ne vedevano al cinema quando io ero ragazzino: il mostro che distrugge la flotta militare dell'imperatore, che poi torna periodicamente a farsi intravedere (trattasi di una manta gigante e abbruttita) francamente centra come i cavoli a merenda... però rende e aumenta i misteri.
4) E' un film in cui medicina, magia, superstizione, draghi e religione si mescolano sino a diventare tutt'uno, permettendo però alle menti acute di discernere ciò che è buono (e non importa da dove venga) da ciò che non lo è risolvendo il mistero.
 
Ed infine è una storia d'amore senza discussione alcuna. I personaggi, in modo teatrale come è tipico dell'arte orientale, amano senza se e senza ma. Amano anche quando il proprio amato viene trasformato in mostro orripilante, e noi soffriamo con loro, tifiamo per loro e nel finale tiriamo un sospiro di sollievo nel vedere che tutto è andato bene.
 
 
Scheda Tecnica: Film Cinese 2013 - Regista Tsui Hark - Azione.