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venerdì 26 giugno 2026

Fermare il cantiere. Magnifica Humanitas

Magnifica Humanitas, ovvero un'enciclica sull'intelligenza artificiale letta dalla provincia

Confesso il pregiudizio, così almeno avrò il piacere di tradirlo. Quando ho saputo che il Papa aveva scritto un'enciclica sull'intelligenza artificiale, ho temuto il consueto: il documento un po' spaventato, di quelli che alternano l'entusiasmo del dépliant alla diffidenza del nonno davanti al telecomando. Mi ero già preparato l'aria comprensiva.

Mi sbagliavo, e lo dico con il sollievo di chi ama essere smentito. Magnifica Humanitas ha il buon gusto di non parlare di macchine. Parla di potere — che è tutt'altra faccenda, e assai più scomoda. La tesi, sfrondata dei velluti, è di un realismo quasi brutale: la tecnica non è neutra, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola e la usa; e quel volto, oggi, non è più quello degli Stati ma quello di una manciata di soggetti privati più ricchi di molti governi. Mentre tutti discutono se la macchina sia intelligente, qui si domanda — con garbo curiale ma senza giri — di chi sia. Domanda che, ammettiamolo, in provincia ci facciamo da sempre, ogni volta che una decisione presa altrove arriva già confezionata.

Il cuore del testo sono due immagini bibliche, e qui l'ho trovato perfino elegante. Da una parte Babele: la torre costruita per "farsi un nome", l'opera grandiosa e autosufficiente che, a forza di volere un'unica lingua, finisce per non capirsi più. Dall'altra Neemia, che ricostruisce le mura di Gerusalemme senza calare soluzioni dall'alto — convoca le famiglie, assegna a ciascuno il suo tratto di muro, ascolta le paure. Confesso che Neemia, funzionario di un re straniero che torna a casa a rimettere insieme i cocci, mi è parso un collega. Il messaggio è che la scelta vera non è fra dire sì o no alla tecnologia — falsa alternativa da convegno — ma fra due modi di stare insieme. È una mossa filosofica travestita da omelia, e funziona.

Poi, certo, c'è il punto in cui l'ho amata e non le ho creduto nello stesso istante. L'enciclica arriva a dire che i dati, gli algoritmi, le piattaforme andrebbero considerati beni a destinazione universale, come l'acqua e l'aria. Magnifico in linea di principio, e lo penso davvero. Solo che il dato non è la terra: non sta lì da prima di noi, lo produciamo mentre viviamo, e vale solo dentro una relazione. "Destinazione universale" rischia di restare una bellissima parola in cerca di un meccanismo. Ma forse è il bello del genere: l'enciclica è fatta per indicare il nord, non per disegnare la strada. La diagnosi è chirurgica; la terapia, diciamolo, è un gesto. «Fermare il cantiere dell'ennesima Babele» commuove e non obbliga nessuno — e va bene così, purché non si confonda la profezia con il regolamento attuativo.

Resta una crepa, ed è quella che mi tiene compagnia da qualche sera. Il documento traccia attorno all'umano una linea metafisica nettissima — la dignità come dono che precede ogni merito, lo splendore che nessuna macchina potrà mai sostituire — e risolve per decreto una domanda che a me pare tutt'altro che chiusa: dove finisce la persona e comincia l'artefatto. Trovo che la sua sicurezza, lì, corra un po' più veloce della domanda. E però — ecco la finezza — le sue conclusioni pratiche restano giuste comunque: l'essere umano al centro delle decisioni che lo riguardano, il rifiuto di ridurre chiunque a profilo. Si possono accogliere senza firmarne la metafisica. Capita, con i testi seri.

Chiudo dove dovrei: in dubbio. L'ho letto da qui, da una provincia che le rivoluzioni le vede arrivare sempre con un certo ritardo e una certa diffidenza — e che proprio per questo, a volte, le vede meglio. Mi resta l'impressione di un documento più riuscito nel descrivere il male che nel prescrivere il rimedio, e va benissimo: i medici onesti sono quelli che almeno la diagnosi non te la addolciscono. Sul resto, come sapete, non esistono fatti. Solo interpretazioni — e l'unico modo per scoprire chi sta interpretando chi è continuare a leggere.


domenica 3 maggio 2026

La Cina ha vinto - libro


Il titolo del libro di Alessandro Aresu è una dichiarazione volutamente provocatoria, più che una tesi da dimostrare in senso stretto. “La Cina ha vinto” non descrive uno stato di fatto consolidato, ma costruisce una cornice interpretativa che costringe il lettore a ribaltare il proprio punto di vista. Aresu invita implicitamente ad abbandonare le categorie occidentali e a osservare il sistema globale attraverso una lente in cui la Cina non è più l’eccezione da spiegare, ma il centro da cui partire. In questo senso, il titolo funziona come dispositivo retorico, ma introduce anche un’ambiguità di fondo: il rischio è che la provocazione venga letta come una conclusione.

Dal punto di vista formale, il libro si colloca in una zona intermedia tra il saggio geopolitico e la narrazione. La figura di Wang Huning — teorico del Partito comunista cinese — viene trattata quasi come un personaggio letterario, un osservatore che attraversa il sistema americano e ne registra le contraddizioni. Questo espediente consente ad Aresu di costruire una narrazione fluida, capace di rendere accessibili temi complessi come la competizione tecnologica, le élite globali e le strategie di lungo periodo. Tuttavia, questa stessa scelta introduce una tensione tra analisi e costruzione narrativa: il lettore non ha sempre strumenti chiari per distinguere ciò che è documentazione da ciò che è interpretazione.

Il nucleo del libro è la ridefinizione della competizione globale in termini di “tecnopolitica”. Non si tratta più di uno scontro ideologico tra sistemi, ma di una competizione per il controllo delle filiere tecnologiche, del capitale umano e della capacità industriale. In questa prospettiva, la Cina appare come un sistema coerente, in cui Stato, industria e tecnologia operano in modo integrato, mentre l’Occidente emerge come frammentato, incapace di pianificare e spesso prigioniero di narrazioni autoreferenziali. Aresu non celebra la Cina in modo esplicito, ma ne mette in evidenza la capacità di pensarsi nel lungo periodo, contrapponendola a un Occidente che fatica a mantenere coerenza strategica.

In realtà, il bersaglio principale del libro non è la Cina, ma l’Occidente. La Cina diventa uno specchio attraverso cui leggere le fragilità occidentali: disuguaglianze interne, crisi politica, perdita di capacità industriale, dipendenza tecnologica. Questa operazione è uno degli aspetti più solidi del testo, perché evita la retorica semplicistica dello scontro tra modelli e si concentra invece sulle dinamiche strutturali. Tuttavia, proprio qui emerge uno squilibrio: l’analisi delle debolezze occidentali è più approfondita e critica rispetto a quella delle vulnerabilità cinesi.

Le criticità del modello cinese — crisi demografica, rigidità politica, problemi finanziari — restano sullo sfondo, trattate in modo meno sistematico. Questo produce un effetto di asimmetria che, pur non trasformandosi in una celebrazione esplicita, contribuisce a rafforzare implicitamente l’idea di una traiettoria cinese più solida e lineare di quanto probabilmente sia. Ne deriva una forma di determinismo attenuato: pur senza affermarlo apertamente, il libro lascia intravedere una direzione quasi inevitabile del sistema globale, in cui l’Occidente appare in declino relativo e la Cina in ascesa strutturale.

La forza del libro sta nella capacità di modificare il quadro mentale del lettore. Non fornisce una dimostrazione conclusiva, ma costruisce un’ipotesi plausibile e ben argomentata, costringendo a riconsiderare presupposti spesso dati per scontati. La debolezza, invece, è legata proprio alla sua natura ibrida: la componente narrativa, se da un lato rende il testo più incisivo, dall’altro attenua la precisione analitica e rischia di trasformare l’interpretazione in suggestione.

Nel complesso, La Cina ha vinto è un libro che funziona meglio come strumento critico che come analisi definitiva. Non dimostra che la Cina abbia già vinto, ma rende difficile liquidare questa ipotesi come infondata. Il suo contributo più rilevante non è stabilire un verdetto, ma spostare il terreno della discussione, mettendo in crisi la sicurezza con cui l’Occidente ha a lungo interpretato la propria posizione nel mondo.


 

sabato 8 novembre 2025

Connessi a morte


In un mondo in cui la rete non è più solo contorno ma campo di battaglia, Michele Mezza ci conduce con "Connessi a morte" dentro la trasformazione radicale della guerra, dei media e della democrazia.
Con linguaggio agile ma rigoroso, l'autore rintraccia fatti geopolitici e riflessioni critiche; dalle esplosioni che cambiano una mappa militare al potere algoritmico che trasforma ogni connessione in un potenziale bersaglio.
La provocazione del titolo è il filo rosso del saggio: l'intimità digitale, la tracciabilità dei corpi, l'uso della tecnologia come arma - tutto smette di essere marginale.
La mobile war trasforma così il Web in un poligono di tiro permanente, dove ognuno può essere cecchino o vittima.
Mezza non si limita a descrivere: invita il lettore a sentirsi dentro il cambio di paradigma, a non ignorare la "negoziabilità sociale dell'algoritmo".
Pur trattandosi di un volume breve, il testo non sacrifica la profondità: l'autore riesce a portare il lettore dall'attacco terroristico alla manipolazione digitale di campagne elettorali, mostrando come la democrazia stessa sia in gioco.
Il contrappunto tra media tradizionali e nuove forme di potere digitale viene affrontato con efficacia e vivacità senza perdersi in tecnicismi sterili.
In definitiva "connessi a morte" è un saggio essenziale per chi vuole comprendere il presente senza illusioni: un invito a guardare oltre lo schermo e a domandarsi chi, oggi, comanda la comunicazione - e la vita - nell'epoca della cybersecurity.
Un libro che lascia il segno, tanto per professionisti quanto per lettori curiosi. 


Posizione 110 - Agnizione - Riconoscimento improvviso di un personaggio che determina un cambiamento nell'azione scenica o romanzesca. Riconoscimento dell'identità di qualcuno.

Posizione 129 - La connettività., quello spazio digitale in cui si ritrova la stragrande maggioranza di una popolazione, è oggi il punto di attacco che permette di pianificare una rivoluzione dall'alto, che autorizza un leader a creare il proprio popolo.

Posizione 358 - In questo gigantesco videogame selettivo sta mutando drasticamente la geometria dei poteri: la tecnocrazia prevale sulla democrazia, e nella tecnocrazia la datacrazia, ossia le élites che controllano la tracciabilità delle informazioni che rilasciamo, prevalgono in ogni percorso di decisioni private o deliberazioni pubbliche.

Pagina 1235 - contrariamente a quanto sostiene la visione ingenua, l'informazione non ha un legame essenziale con la verità e il suo ruolo nella storia non è quello di rappresentare una realtà preesistente. La sua caratteristica distintiva è la connessione più che la rappresentazione.
L'informazione é ciò che collega punti diversi in una rete. L'informazione non ci informa necessariamente sulle cose, organizza piuttosto le cose in una qualche conformazione.

Pagina 1392 - Ora la domanda che riprenderemo più avanti è: uno Stato può importare senso comune o, ancora peggio, principi etici e morali da un fornitore che ha allevato l'intelligenza che trasmette al suo cliente? E, se no, quali sono le procedure che possono assicurare un'autentica affinità del bot al contesto civile in cui è chiamato ad operare?
Abbiamo così individuato un tema fondante della politica, e dirimente per l'idea stessa di democrazia: natura e controllo dello Stato al tempo della riproducibilità del senso e dell'etica, avrebbe detto Walter Benjamin.
Proprio questa friabilità del nesso fra la struttura etica di una comunità organizzata e il senso comune che la unisce é la causa di quella crisi della democrazia rappresentativa che verifichiamo in Occidente.

Posizione 1396 - Proprio questa friabilità del nesso fra la struttura etica di una comunità organizzata e il senso comune che la unisce è la causa di quella crisi della democrazia rappresentativa che verifichiamo in Occidente.

Posizione 1850 - La domanda che ci siamo posti è: se al fondo di una menzogna umana c'é l'interesse di un individuo che tenta di divincolarsi da una stretta della realtà, al fondo della bugia di un algoritmo cosa c'é?

Posizione 2247 - Stefano Rodotà, l'insigne giurista, difensore della privacy, diceva che "non tutto ciò che è tecnicamente possibile è eticamente accettabile".







 

martedì 11 febbraio 2025

Smart City - Rivista

Da diversi anni si accenna al termine di Smart City, Un termine che è tutto un programma... un termine che dice tutto, suona bene, riempie la bocca di chi lo pronuncia, ma poi è tutto da riempire... anzi è in divenire.
Cominciamo con il termine city. La città declinata in inglese.. ma la città è poi realmente la city? forse non meglio parlare di Land? allora accontentiamoci di parlare di un aggregato di persone che vivono insieme e condividono uno spazio, dei servizi, una comunità forse... ed allora perché Smart? Perché la potenza dei servizi erogati porterà a semplificare la vita di tutti, risparmiare energia e tempo, garantirà maggiore sicurezza e permetterà di vivere meglio. 
Questo è SMART. Ma come si ottiene? Con strumenti che controllano il traffico, che monitorano l'acqua, la corrente, il gas, erogano servizi online, permettono video conferenze, migliorano i tempi della città, permettono alle persone di incontrarsi, comunicare, gestire, con meno fatica ed in modo ordinato.. controllano l'inquinamento, il caldo, il freddo, la luce... eccetera.. ne saremo all'altezza?

 

venerdì 31 gennaio 2025

L'intelligenza artificiale e i suoi fantasmi


"L'intelligenza artificiale e i suoi fantasmi. Vivere e pensare con le reti generative" è un saggio del 2024 scritto da Stefano Moriggi e Mario Pireddu, pubblicato da Il Margine. Il libro esplora l'evoluzione delle intelligenze artificiali, con particolare attenzione alle reti generative, evidenziando come queste siano diventate "scatole nere" che forniscono risposte senza spiegazioni trasparenti. Gli autori ripercorrono la storia dell'IA, da Giordano Bruno fino a Pac-Man, per aiutare i lettori a comprendere meglio queste tecnologie e sfatare i pregiudizi ad esse associati;

Il testo si rivolge sia agli appassionati delle nuove tecnologie che ai critici scettici, offrendo una guida accessibile e rigorosa sull'uso e le implicazioni delle reti neurali. Viene fornita una visione critica e approfondita della creatività amplificata dalle tecnologie, chiarendo perché ciò che spesso chiamiamo "intelligenza" potrebbe non esserlo realmente e perché l'artificialità non è sempre così marcata come pensiamo.

Le recensioni dei lettori sono variegate. Alcuni apprezzano le prospettive operative e le riflessioni proposte, ritenendo il libro utile e rigoroso, consigliandolo vivamente. Altri lo trovano interessante e utile per avere un quadro generale sull'IA. Tuttavia, ci sono anche opinioni meno entusiaste: alcuni lettori ritengono che il libro sia complesso e richieda una certa competenza per essere compreso appieno, mentre altri lo giudicano meno coinvolgente del previsto.

In sintesi, "L'intelligenza artificiale e i suoi fantasmi" offre un'analisi approfondita e critica delle reti generative, rappresentando una lettura stimolante per chi desidera comprendere meglio le sfide e le implicazioni dell'IA nella società contemporanea

La scatola nera delle reti generative

Il libro sottolinea come le reti neurali siano diventate delle scatole nere, capaci di produrre risultati senza fornire spiegazioni trasparenti. Questo aspetto mi riporta al paradosso epistemologico di Cartesio: posso fidarmi di ciò che non posso comprendere fino in fondo? Se l'intelligenza artificiale ci offre risposte ma non ci mostra i passaggi, viviamo un ritorno al mistero in un'epoca che voleva razionalizzare ogni cosa. Siamo dunque di fronte a una tecnologia che ci avvicina non tanto a una verità assoluta, ma a un’interpretazione opaca e frammentaria del mondo.

Il concetto di "artificialità" e l'identità dell'umano

Moriggi e Pireddu, riflettendo sull’artificialità, potrebbero sollevare un punto chiave: dove finisce l'umano e inizia la macchina? Come Giordano Bruno vedeva nelle infinite stelle del cielo un riflesso dell'illimitato potenziale umano, così oggi vediamo nell'IA uno specchio delle nostre ambizioni e paure. Tuttavia, il termine artificiale non implica qualcosa di "non naturale"? Eppure, queste macchine sono costruite da noi, esseri naturali. Forse, allora, l'artificialità è solo una nuova forma della nostra stessa essenza.

La creatività come amplificazione tecnologica

Gli autori discutono di come la creatività umana venga amplificata, ma non sostituita, dalle reti generative. È interessante qui richiamare Hannah Arendt, che vedeva l'agire umano come il principio del nuovo. Se la creatività è ciò che ci definisce, le reti generative sono una protesi o una minaccia? Forse, l'arte generata da un'IA non è altro che un'eco della nostra immaginazione, amplificata, ma vuota di quella consapevolezza che solo noi possediamo.

Il fantasma del controllo

Un passaggio fondamentale potrebbe essere legato alla nostra ossessione per il controllo. L’IA, come il Golem della tradizione cabalistica, è uno strumento creato dall’uomo per assisterlo, ma che può sfuggire al controllo del suo creatore. Come Kant ci ammoniva nel suo "uso pubblico della ragione", non possiamo abdicare alla responsabilità critica: l'IA non deve diventare un'autorità superiore, ma uno strumento da interrogare con saggezza e cautela.

Considerazione finale

Se, come sembra suggerire il titolo, l'IA è popolata da fantasmi, questi non sono che le proiezioni delle nostre paure, delle nostre contraddizioni e delle nostre speranze. La domanda non è se possiamo vivere con queste tecnologie, ma piuttosto se possiamo imparare a convivere con i fantasmi che abbiamo evocato attraverso di esse. Forse, allora, il vero punto filosofico è questo: l'intelligenza artificiale è il nuovo specchio attraverso cui l'umanità si interroga su sé stessa.

Estratto 1 - Ed è proprio l'uomo come verità eterna l'equivoco facendo leva sul quale prende forma l'approccio oppositivo - competitivo alle tecnologie, comune tanto a chi prevede o auspica un qualche superamento dell'umano, quanto a chi mira alla sua conservazione o, disperato, ne annuncia l'esitnzione.

Estratto 2 - il concetto di Tetrade.

Estratto 3 - Stocastico - Dovuto al caso, aleatorio, congetturale.

Estratto 4 - Tra i sistemi per generare immagini che si sono fatti conoscere presso il grande pubblico vi sono invece DALL-E, Stable Diffusion, Midjourney e diverse altre, piattaforme text-to-image che consentono agli utenti di creare immagini a partire da descrizioni testuali (prompt).

Estratto 5 - LeCun sostiene che non si dovrebbe parlare di allucinazioni ma di confabulazioni, termine che evoca la falsificazione dei ricordi: alcune persone colmano lacune di memoria con invenzioni fantastiche e mutevoli, oppure trasformano in modo non intenzionale i contenuti della memoria stessa.

Parte del testo redatto fruendo dei suggerimenti di Chat-GPT

mercoledì 15 gennaio 2025

I 7 tradimenti del digitale


Ci avevano promesso un mondo nuovo e libero.
E' nato un nuovo modello capitalistico.
Ci avevano promesso che tutto sarebbe stato gratis.
Scopriamo di pagare cedendo un pezzo alla volta dati che ci riguardano e su cui si fanno affari.
Insomma ci avevano promesso tutto e invece l'universo digitale alimenta livelli ancora più intensi di dominio da parte di poche aziende private.
Peccato che questo universo coincida con quello in cui probabilmente vivremo in misura ancora maggiore nei prossimi anni.
Uno dei più originali e innovativi sociologi italiani decostruisce in 7 mosse una delle principali ideologie del nostro tempo.

Il processo di disintermediazione sviluppatosi negli ultimi anni all'interno del mondo digitale ha favorito la crescita dell'importanza della figura del PROSUMER termine che deriva dalla crasi tra Producer e Consumer, ovvero tra produttore e consumatore, e identifica un individuo che partecipa direttamente alla produzione dei beni e servizi che consuma.

 

domenica 21 luglio 2024

Digitale per bene 2 - saggio


"Più vai a fondo in una qualche vicenda, e più la sua comprensione allarga la consapevolezza della sua complessità".
La trasformazione digitale è 1) Possibile; 2) Conveniente; 3) Rilevante solo se contestualizzata.
Socializzare le esperienze (non solo quelle positive, intendiamoci) per attivare quell'intenzionalità che ci serve per garantire percorsi di trasformazione digitale significativi. Perché se l'intenzionalità é la chiave che indirizza progetti innovativi che aspirano ad avere effetti positivi sui territori e le comunità, la capacità di giudicare la pertinenza di tali progetti con la missione dell'organizzazione va allenata attraverso il confronto.

Trasformazione digitale del Terzo Settore: gli elementi trasversali individuati da Digitale per Bene.
1) Le persone contano;
2) I soldi non sono tutto;
3) Idee chiare, mente aperta;
4) Guardare oltre, senza paure;
5) il tema aperto della valutazione;

Progetti:
1) La fondazione ASPHI e il progetto Domicilio 2;
2) la cooperativa STRIPES e il progetto Stringhe;
3) COOSS e la piattaforma Intellica;
4) Fondazione Torino Musei e il suo database;
5) Fondazione Unipolis e Open-Report;

Idee:
1) Conoscere i bisogni per affrontare la fragilità;
2) creare condizioni per creare la tecnologia;
3) serve tempo e bisogna saperlo usare;
4) L'impegno sul digitale deve essere collettivo;

Il digitale ti consente di fare le cose DIVERSAMENTE, o anche di fare cose nuove.
Bisogna interrogarsi su fino a che punto anche l'innovazione tecnologica che voglio utilizzare é sostanziale per generare un'innovazione sociale che probabilmente in analogico non sarebbe neanche possibile.

Il nuovo fronte su cui lavorare è la capacità logica di usare le tecnologie, cioè cominciare a unire i puntini di queste tecnologie per capire a cosa servono veramente, in che modo possono essere efficientate e utilizzate in maniera semplice dalle persone.


 

sabato 12 agosto 2023

L'era dell'intelligenza artificiale


Alla fine del 2017 un algoritmo di intelligenza artificiale ha collezionato una serie di vittorie schiaccianti a scacchi scegliendo mosse che la mente umana non è nemmeno in grado di assimilare o utilizzare.
Qualche anno più tardi, i ricercatori del MIT hanno annunciato la scoperta di un nuovo antibiotico ottenuto grazie all'intelligenza artificiale che era riuscita ad individuare proprietà molecolari sfuggite alla concettualizzazione e alla classificazione degli scienziati.
L'intelligenza artificiale sta conquistando sempre più terreno nella ricerca, nella medicina, nell'istruzione e in molti altri campi.
Ma con quali conseguenze? Secondo l'ex segretario di Stato americano Henry Kissinger, l'ex amministratore delegato di Google Eric Schmidt e l'informatico e decano del MIT Daniel Huttenlocher, presto l'umanità si ritroverà ad imboccare un sentiero molto pericoloso, poiché l'IA sta cambiando il pensiero, la conoscenza , la percezione, la realtà e di conseguenza il corso della storia.
Nonostante la velocità con cui avanza e progredisce, l'IA non è infatti governata da principi e concetti morali che la contengano e le diano dei limiti, sicché la sua rivoluzione può assumere pieghe inaspettate e condurre a esiti imprevedibili.
Interrogandosi sui prossimi scenari possibili, tre fra i pensatori più autorevoli e lucidi di oggi, riflettono così sull'intelligenza artificiale e su come stia trasformando il nostro modo di sperimentare la realtà. la politica e la società in cui viviamo.
In queste pagine Kissinger, Schmidt e Huttenlocher non spiegano soltanto cos'é l'intelligenza artificiale, ma cosa rappresenta: un terreno di gioco fondamentale che determinerà gli assetti geopolitici futuri.

Quanti sconvolgimenti comporta l'applicazione dell'IA? Sicuramente innumerevoli. Ma come al solito la domanda è una sola: siamo pronti ad affrontare, gestire, convivere ed accettare questa novità?
Credo che siano necessarie tre cose: conoscenza, limiti e regole. 
Senza di quelle non si va lontano. Soprattutto con un interlocutore nuovo come l'IA.

Seguono alcuni spunti:

Lo storico settecentesco Edward Gibbon descrisse un mondo in cui le divinità pagane servivano per spiegare i fenomeni naturali fondamentalmente misteriosi che erano ritenuti importanti o minacciosi.

Quando è contestualizzata l'informazione diventa conoscenza.
Quando la conoscenza impone convinzioni diventa saggezza.
Ma internet sommerge gli utenti con le opinioni di migliaia e persino milioni di altri utenti, privandoli della solitudine necessaria per una prolungata riflessione che, storicamente, ha condotto allo sviluppo delle convinzioni.
Come diminuisce la solitudine, così diminuisce anche la fermezza, non soltanto per sviluppare convinzioni ma anche per rimanervi fedeli, specialmente quando esse richiedono di percorrere strade nuove e quindi spesso solitarie.
Soltanto le convinzioni - unite alla saggezza - permettono alle persone di accedere a nuovi orizzonti ed esplorarli.
Il mondo digitale è poco indulgente nei confronti della saggezza: i suoi valori sono plasmati dall'approvazione, non dall'introspezione. Questo mondo pone necessariamente in dubbio il presupposto fondamentale dell'illuminismo, ossia che la ragione è l'elemento più importante della coscienza.

L'umanità ha sempre sognato di avere un aiutante, una macchina capace di svolgere diversi compiti con la stessa competenza di un essere umano. Nella mitologia greca il fabbro divino Efesto forgiava automi capaci di svolgere compiti umani, come il gigante di bronzo Talos che pattugliava le coste di Creta e la proteggeva da eventuali invasioni.

L'intelligenza artificiale non ha coscienza di sé, Non sa ciò che non sa.

In questo processo ordine e legittimità sono collegati; l'ordine senza la legittimità equivale semplicemente alla forza.
 

venerdì 3 febbraio 2023

Cambio di Kindle


Se è descrivibile il dolore per la perdita di un amico, è difficile spiegare il dispiacere per la perdita, o meglio l'abbandono, di quello che dovrebbe essere un umile strumento tecnologico... in fondo, al netto dei costi, chi piange per un frigorifero? Eppure, eppure, eccomi qui a celebrare il cambio di Kindle... il piccolo, con la sua bellissima cover rossa e la decorazione a disegni floreali, compagno di mille avventure e di magiche letture... il grande, certo con mille optional aggiuntivi, ma con meno romanticismo.. complice l'assenza di emozioni, quelle che dovrebbero scaturire dalla lettura e non dal possesso... strana questa cosa. Dei libri, prima del contenuto, si apprezza la sostanza, la dimensione, i colori, la copertina, il peso nel tenerli in mano o in tasca, lo spazio occupato nel quotidiano... ma un libro elettronico? E il suo "contenitore"?... devi per forza ridurti all'essenziale... apprezzare l'assenza per godere del testo... un testo che scorre sotto i tuoi occhi, che non sta li per tutti, ma solo per te che fai scorrere le pagine... un testo che non esiste prima dell'aver girato la pagina, e non esisterà più dopo averla girata... questo esserci eppure no - chi non ricorda il paradosso del gatto di Schrodinger? - ecco, con questi pensieri mi commiato dal mio piccolo Kindle, grato per quanto mi ha donato. Potere della tecnologia?

giovedì 29 agosto 2019

Baku. Elogio dell'energia vagabonda

"Baku, elogio dell'energia vagabonda" è il racconto di un viaggio solitario in bicicletta, accanto all'oleodotto Baku, Tbilisi, Ceyhan (il cosiddetto BTC), inaugurato nel 2006, il "corridoio dell'energia".
Diario di una pipeline che nel cammino si trasforma in una riflessione sul mistero dell'energia: "nella capacità di meravigliarsi risiede uno dei segreti dell'energia vitale". Sono rare le persone che riescono a mantenersi in un perpetuo stato di riconoscenza di fronte al corso delle cose, a "tenere in esercizio la loro anima", come dice Montaigne.
Non perché abbiamo aguzzato la vista per vedere meglio il mondo o perché possediamo una predisposizione per il mestiere di spettatore, ma perché sentono dentro di sé l'unità del vivente. (tratto dal libro).
 
 
Diario di viaggio rincorrendo una "pipeline", tubo che trasporta petrolio, che diventa una riflessione sul mistero dell'energia… e non solo.
Così come per i libri di Bryson, si costruisce il traliccio su cui far arrampicare la pianta… il vero obiettivo del libro… il vero argomento di cui si vuole poi parlare. Qui l'autore lo fa, costruendo un percorso (fatto in bicicletta) quindi due volte difficile e vero, e legandogli intorno i tralicci del vero argomento. Lo fa però in modo talmente astuto che, finiamo per non vederlo, ma... arrivati alla fine del viaggio ed alla fine del racconto, abbiamo in mente la pianta e non la struttura che la sostiene.
 
Lo scopo del libro ce lo racconta Tesson a pagina 16 "Questo viaggio mi è stato ispirato dalla mia passione per gli oleodotti. I tubi mi ossessionano, le condotte mi incantano. Potrei stare ore ed ore a contemplare le striature disegnate dai loro intrecci sulle carte geografiche. Sembrano gli intestini di qualche dio dell'energia che ha voluto fare hara-kiri davanti alle minacce di penuria degli idrocarburi".
E il viaggio che intraprende si rifà ai due mari più noti dell'Asia "L'Aral e il Caspio sono i due bacini che restano di quell'epoca antichissima. Due lacrime lasciate lì al momento degli adii".
Ma come tutti noi, anche Tesson non è immune alle preoccupazioni che affrontiamo alla partenza, il nostro scuoterci dal quotidiano ci spaventa e al tempo stesso ci intriga: "In viaggio, il primo giorno ci si chiede perché si è partiti, chi ce l'ha fatto fare. I giorni successivi, ci si domanda come si farà a tornare indietro".
Ma allora cos'é che ci muove? Risposta di Tesson: "L'energia diserta gli esseri che conoscono troppo bene gli angoli reconditi del labirinto della loro vita, coloro che non si aspettano più nulla dagli istanti futuri e quelli che, per paura dell'imprevisto, si chiudono fra le mura dell'abitudine".
Ed allora viaggiando Tesson pensa "all'usura dell'universo. Il Sole ogni giorno un po' meno potente, i pozzi di petrolio un poco più vuoti, la pressione meno forte e io più vecchio" e che dire del petrolio? "un precipitato del tempo, nel senso dinamico del termine, che ci permette una volta raffinato, di affrancarci dallo spazio! Ma questo impasto di viventi al servizio di viventi, ci porta diritti diritti alla morte".
Così come la riflessione sulla vita: "spesso ci capita di pensare alla sofferenza che ancora ci attende. Ed è quella la causa della nostra infelicità. La prospettiva delle ore che ancora ci restano da sopportare é più pesante del fardello stesso".
Qualcuno ha scritto che "le foreste precedono gli uomini e i deserti li seguono". E' forse questo il nostro destino?
Interessante è poi la lettura che, stimolato dalla natura del suo viaggio, Tesson da della situazione mondiale e del ruolo degli USA: "La caricatura che presenta gli Stati Uniti come un predatore delle risorse di petrolio mondiali è insulsa. Fare man bassa di risorse è impossibile, nel contesto del diritto internazionale. Nel nido di vipere del Grande Gioco, gli americani perseguono un unico interesse: garantire la continuità dei flussi petroliferi. Mantenere la circolazione del greggio nella rete mondiale. I liberi movimenti del greggio sono una garanzia della stabilità dei prezzi e della sicurezza energetica mondiale". O quando parla della politica della BP, gestore della pipeline, che eroga aiuti per un perimetro di 2 km dalla tubazione, su entrambi i lati, garantendosi così una pace sociale ed una sorveglianza interessata da parte dei locali.
E allora si torna a riflettere su sé stessi: "I ricordi non servono a nulla, perché si pensa sempre che durante la nostra assenza le situazioni migliorino e si ricorre più volentieri alla speranza che all'esperienza". O quando parla di libri: "I libri sono come dei barili di greggio. In essi dorme il pensiero. Il pensiero è contenuto tra le loro pagine allo stesso modo in cui gli idrocarburi se ne stanno compressi fra gli stati del terreno. La forza delle parole per liberarsi aspetta la raffinazione della lettura".
Ed infine è lucida e nel contempo feroce il giudizio che Tesson da sui paesi musulmani: "I paesi musulmani non hanno vissuto la svolta della rivoluzione industriale. Nel XIX secolo, quando le fabbriche sputavano il loro fumo sudicio nei cieli di Liverpool, i piccoli asini di Medina continuavano a portare fascine sulla groppa. Nel 1848 le popolazioni della Umma, la Comunità, non hanno vissuto una loro primavera, né sono state trascinate dall'ondata di costituzioni degli Stati Nazione. Nel 1919 nessuno fra i paesi maomettani era indipendente. E la situazione non era granché differente al momento dello sviluppo economico del dopoguerra, quando non presero parte all'avventura tecnologica, a quella spaziale, o alla rivoluzione biogenetica della seconda metà del XX secolo. Hanno lasciato agli altri il terreno dell'innovazione. All'alba del XXI secolo gli ali conoscono il successo sul fronte dello sviluppo. La ricchezza più grande delle popolazioni della mezzaluna è il ricordo di una gloria antica risalente al Califfato. Questo bilancio, unito alla consapevolezza di non partecipare al destino del pianeta è umiliante. Ma grazie al possesso del petrolio l'Islam pensa di lavare via le umiliazioni, di ritrovare l'antica grandezza, anche se serve con il terrore".
E conclude il libro con un appello al futuro dell'umanità: "Bisogna avere gli occhi bendati per non avvertire i sintomi del fatto che un'umanità decisamente sovraffollata é di nuovo sottoposta a tensioni! Non sono più le ideologie che la agitano, né l'entusiasmo messianico che la fa insorgere, né l'aggressività dei governi che la scuote, né i nazionalismi che la attraversano, ma l'immensa pressione dei suoi bisogni e l'esasperazione per aver atteso tanto a lungo per soddisfarli. Il consumismo ci impone consumo, non per godere dei beni, ma per prevalere o almeno pareggiare con i nostri vicini, ma quale è il popolo disposto a rinunciare per primo a consumare meno, senza apparire lo zimbello di tutti?  Un discorso che lascia poche speranze.

domenica 24 giugno 2018

Fuori Controllo

Oramai conosciamo tutti il "Global Warming" e le enormi sfide che ci attendono dietro questa parola.
Quello che non riusciamo a comprendere è, quale sia la chiave di lettura del problema.
Energetico? Ambientale? Sociale?
Anche perché, a pensarci bene, perché consumiamo così tanta energia da aver generato una nuova Età, quella dell'Antropocene? Ci viene in risposta Hylland Eriksen con questo testo antropologico.
Una diversa chiave di lettura, che affronta le crisi del mondo moderno: triplice crisi, ambientale senza alcun dubbio, economica (il neoliberismo), identitaria (dove vogliamo andare, dove vanno le nostre società?).... Riflettiamo per un istante. Perché lottare contro l'eccessivo consumo di energia, se prima non ne comprendiamo il motivo vero, recondito, per cui questo consumo avviene? E quale è l'alternativa da proporre se, nella realtà, il fenomeno non si è ancora dispiegato per intero, a causa dell'evidente gap tra Primo e Terzo/Quarto mondo?
Forse, cercando di comprendere cosa si nasconde dietro l'enorme produzione di rifiuti, l'eccesso di informazioni, le società liquide (per dirla alla Bauman), le storture del mondo... in un film una volta sentii dire "segui i soldi e trovi il colpevole".... ecco, seguiamo i soldi e troveremo "the Great Pacific Garbage Patch" un immonda raccolta di rifiuti plastici al centro dell'Oceano Pacifico, grande come il Texas....
 

 
oppure, Agbogboloshie
 
 
discarica di rifiuti elettronici che, giunti dai nostri Paesi, vengono utilizzati dai cittadini di Accra nel Ghana, per ricavarne un guadagno, a spese dell'ambiente e della salute degli stessi abitanti.
 
 

"Densa, veloce, surriscaldata, contraddistinta da ineguaglianze e iniquità.
E' l'età dell'Antropocene, il segno indelebile dell'umanità sul pianeta.
E' la globalizzazione - ma non come la conosciamo.
Thomas Hylland Eriksen dà nuova linfa alla discussione intorno alla modernità globalizzata, adottando l'approccio antropologico nell'analisi di tre crisi: ambientale, economica e identitaria.
Se è vero che queste crisi sono globali per ampiezza, vengono però percepite e subite a livello locale, e sono moltissime le contraddizioni che sorgono tra le forze di standardizzazione dell'età della informazione del capitalismo globale e la natura socialmente stratificata delle vite individuali.
Se il globale è di fatto ingovernabile, una possibile forma di opposizione consisterà per l'autore nell'individuare tattiche e interventi legati a congiunture e contesti locali: resistenze e strategie di sopravvivenza che possono invertire il corso di un mondo in crisi e prossimo alla catastrofe.
Coniugando i metodi etnografici e comparativi dell'antropologia con materiali storici e sociologici (dall'economia politica alla biofisica ecologica) e considerando temi quali il consumo di energia, l'urbanizzazione, la gestione dei rifiuti, la mobilità umana e la diffusione delle tecnologie d'informazione, Fuori Controllo offre una inedita prospettiva rispetto alle drammatiche urgenze della contemporaneità".

martedì 1 maggio 2018

il giornalista hacker, hacker e altri testi

Diamo tutto per scontato. Certo diamo per scontata la nostra democrazia, il poter esprimere liberamente e nostre opinioni, il poter manifestare in una piazza, il dare il proprio like su una piattaforma a favore o contro qualcosa... Ma non è così dappertutto... Ed è a coloro che non possono godere dei nostri stessi diritti, che è destinato questo libro... ma anche a noi, a capire le dinamiche che si muovono in rete, a rendersi conto che la realtà virtuale ha un costo che si riversa sul reale, a volte con estreme conseguenze.
 
 
Ma quali sono le Dieci Regole da conoscere e rispettare per potersi dire attenti, quasi hacker?
1. La crittografia;
2. L'anonimato. Navigare anonimi con Tor e aggirare filtri e blocchi;
3. Cancellare. Cancellare i file in maniera sicura e recuperare file cancellati;
4. Utilizzare applicazioni portable e crearsi il proprio kit;
5. Usare una distribuzione live anche per l'anonimato;
6. Usare una macchina virtuale;
7. Humanware: una gestione umana intelligente dei propri dati ed account;
8. Distruggere. Cancellare o distruggere un intero hard disk o un altro supporto;
9. Identità. Creare un'identità in rete o un blog che abbia un buon livello di anonimato;
10. Firewall. Tenere sempre con sé un piccolo firewall hardware;
 
 
E veniamo ora a spendere due parole su questo secondo libro, letto tempo or sono e ripreso in larga parte in sequenza al "giornalista hacker" del medesimo autore.
Perché hacker? E perché una lode nei loro confronti?
L'autore si spende, e non poco, per cercare di dare una diversa fisionomia ed immagine, rispetto al sentire comune, che vuole l'hacker come un delinquente, intento a derubare il prossimo, danneggiare le pubbliche istituzioni o mettere zeppe nel buon funzionamento della società.
Beninteso, l'hacker è anche questo, forse in passato, ora è mutato. E' tornato - secondo Ziccardi - alle origini... al gioco, che dovrebbe essere alla base di questa scelta di vita... una scelta che, con il progredire della tecnologia e di una sempre maggiore oppressione, controllo, onnipresenza del digitale, vuole in questi personaggi, degli anarchici, intenzionati a fare in modo che potenti di turno - Stati o Corporazioni Commerciali - non approfittino della nostra libertà. Persone che, in certe realtà del mondo, rischiano la vita per svelare le illegalità diffuse o i segreti di Stato.... Liberi di crederci oppure no.

sabato 17 febbraio 2018

Il Nomenclatore di architettura

Nomenclatore (in latino Nomenclator) era lo schiavo, nella Roma Antica, il quale, quando il padrone usciva, gli diceva il nome di coloro che incontrava, in casa conosceva il nome degli altri schiavi e nei pranzi gridava il nome dei piatti che si servivano. Partendo da questo breve assunto, voluto dai redattori del testo, mi viene da fare qualche breve considerazione. Ho acquistato questo testo, quando internet si affacciava nella vita di tutti i giorni, stravolgendo il nostro sapere, ed in parte il nostro essere.... ha ancora senso un "Nomenclatore", un testo cartaceo che ci ricorda il nome degli oggetti, la loro storia, il loro uso? Oppure, come afferma qualcuno, le nuove tecnologie hanno reso superflua la carta stampata?
Avendo di fronte a me, l'impegno scolastico delle mie figlie, posso affermare che il libro, la carta stampata, possiede un pregio che la rete - forse - non avrà mai... la fatica della ricerca e il godimento della scoperta. A questo servono i vari "nomenclatori" e di essi, forse oggi accantonati a far polvere, non potremo mai fare a meno... aspettando il loro ritorno.
 
 
"Per capire meglio le tecniche costruttive, i concetti della storia dell'arte, il nuovo dizionario dei termini architettonici presenta oltre 2.200 definizioni indispensabili con più di 500 disegni.
Il nomenclatore dedica un'attenzione particolare ai materiali, alla pianificazione territoriale, all'urbanistica.
Da l'accentazione dei lemmi, l'etimologia, la pronunzia dei termini stranieri.
Un prontuario completo e aggiornato, che sta in una mano e si consulta rapidamente: sobrie le connotazioni grammaticali, articolate le distinzioni di senso, numerosi i rimandi.
Il progetto e la realizzazione del testo sono di Mila Leva Pistoi, Marina Molino - insegnante - Maria Maddalena Piovesana - architetto.
Riccardo Bedrone, docente di teoria dell'urbanistica al Politecnico di Torino, ha scritto le voci di urbanistica e pianificazione territoriale".
 

lunedì 2 ottobre 2017

Breve storia del progresso

Da un testo all'altro... se si parla di futuro, di popolazione, di passato e di progresso, di ambiente, di modernità e di speranze... non si può prescindere da questo interessante testo... capace di illustrare in modo chiaro e convincente, come l'uomo è riuscito a prosperare sino ad oggi e perché andrà a schiantarsi a tutta velocità contro un muro, con le stesse modalità con cui è cresciuto ed ha gabbato tutte le astuzie messe sulla sua strada da "Madre Natura"....
 
"Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? Tentando di rispondere a queste domande, Ronald Wright analizza in questo libro, già di grande successo all'estero (e rimasto per settimane primo nelle classifiche nord americane), il concetto occidentale di progresso e, in una rapida quanto intensa carrellata, che parte da diecimila anni a, dimostra come la eccezionale crescita della popolazione umana del Ventesimo Secolo, unita ad un aumento dei consumi e ad alcune innovazioni tecnologiche, stiano ponendo una pericolosa ipoteca sulle sorti del Pianeta.
Siamo infatti giunti alla parte finale di un esperimento funesto, iniziato nel Neolitico.
E' ora più che mai necessario rivedere l'intero corso di questo processo a cui abbiamo preso parte ma che raramente abbiamo saputo davvero controllare e individuare i cicli ricorrenti di trionfi e catastrofi che l'hanno caratterizzato per scoprirne i pericoli interni.
Solo così sarà possibile, forse, cambiare strada ed evitare il collasso dell'umanità".
 
"La rovina della nostra specie è la speranza? Si, la speranza ci spinge a inventare nuovi rimedi a vecchi problemi, che a loro volta creano problemi sempre più pericolosi. La speranza ci fa eleggere il politico con la più grande promessa vuota; la speranza come la bramosia, alimenta la macchina del capitalismo".
 
"John Steinbeck una volta disse che il socialismo non aveva mai preso piede in America perché i poveri consideravano sé stessi non come proletari sfruttati ma come milionari temporaneamente in difficoltà. La cultura americana è ostile al concetto di limite".
 
"Il capitalismo ci attira in avanti come la lepre meccanica nella corsa dei levrieri, insistendo che l'economia è infinita e che pertanto la distribuzione non ha senso. Abbastanza levrieri catturano una lepre vera di tanto in tanto, così che gli altri continuano a correre fino allo sfinimento. Nel passato erano solo i poveri a perdere a questo gioco; oggi è l'intero pianeta".
 
"Le civiltà spesso crollano improvvisamente (effetto castello di carte) perché quando raggiungono la massima domanda sul loro ecosistema diventano estremamente vulnerabili alle fluttuazioni naturali. Il pericolo più immediato posto dal cambiamento climatico e l'instabilità meteorologica è la penuria di cibo".
 
 
 
 
 

domenica 1 ottobre 2017

il futuro della modernità

Altro testo letto anni or sono e legato al mio percorso di studi... a rileggerlo a distanza di tempo, quante connessioni, quante divergenze, quante illuminazioni rispetto alla Storia... insomma, non vi è come vivere per sperimentare su se stessi certe intuizioni e verificarne la genialità o l'assoluta incongruenza...
Ma in un mondo come il nostro, che cambia alla velocità della luce, che ti rintrona, rimbomba, instupidisce di dati ed informazioni, abbiamo un terribile bisogno di intuizioni, di idee, di visioni che permettano di dare un significato al correre continuo, al macinare ore, lavori, incontri e pensieri...
"Il futuro della modernità" è uno di questi... non che dia soluzioni geniali ad eventi illeggibili, semplicemente dona spunti utili cui aggrapparsi per svelare il "dietro le quinte" dell'attuale girone dantesco... che è la società mondiale.
 
"E' ancora legittimo attribuire un futuro alla modernità? Quali sono i valori che hanno mantenuto intatta la loro validità e quali invece sono gli aspetti che si sono dimostrati deboli, e addirittura controproducenti, nel "progetto moderno"? Come è possibile riattualizzare tale progetto e avviarlo a compimento? Sono questi gli interrogativi di fondo del Futuro della Modernità.
Il risultato, come si premura di segnalare Tomàs Maldonado, non è un trattato, un'opera sistematica, ma, piuttosto una perlustrazione animata da una perfida curiosità intellettuale, di alcuni sentieri interpretativi sulla modernità.
L'autore ha privilegiato un metodo di analisi trasversale, coinvolgendo molteplici ambiti disciplinari. Il metodo si è rivelato particolarmente fecondo, in quanto ha contribuito a dischiudere stimolanti prospettive, a generare numerosi e significativi intrecci e collegamenti tra le diverse linee di riflessione. Molti degli argomenti esaminati sono di grande attualità: basta pensare alle questioni attinenti alle nuove tecnologie (nucleare, ingegneria genetica, telematica) o al dibattito sul post industriale o, ancora, a quella sulla qualità della vita e sull'ambiente.
Il che, però, non deve in alcun modo essere inteso come una rincorsa ai temi di attualità: quanto più un argomento appartiene alla cronaca, tanto maggiore è il rigore col quale l'autore si sforza di stabilirne i termini reali e di confutare le mistificazioni e i luoghi comuni.
Nel "Futuro della Modernità" si ritrova la stessa tenace fiducia nella razionalità che caratterizzava il precedente saggio di Maldonado (La speranza progettuale - 1970).
Ore si tratta però di una razionalità "aperta" sulla quale il recente dibattito epistemologico ha lasciato un'impronta, ossia una razionalità più consapevole dei propri limiti e sempre disponibile a rivedere metodi e risultati. L'autore, benché riconosca gli esiti perversi scaturiti nel passato da un razionalismo di maniera, si astiene dal relativismo e rifiuta decisamente il dilagante nichilismo, il lassismo culturale e politico a cui esso ha dato origine. Per Maldonado, è soltanto tramite l'esercizio - individuale e collettivo - di una nuova razionalità che il "progetto moderno" può essere ritualizzato e, pertanto, compiuto". (dalla quarta di copertina).
 
 
Testo del 1989 per molti versi ancora attuale... lo è quando cerca di far scaturire l'assunto che porta al concetto di progresso... e lo fa in modo lodevole (si veda pag. 186) quando ricorda il libro di Daniel Defoe del 1719, "Le avventure di Robinson Crusoe" dove la progettualità del protagonista è orientata esclusivamente alla risoluzione dei problemi di un individuo che il destino ha gettato su una spiaggia deserta... in un ambiente senza società, in cui Robinson non si chiede mai cosa sia "very useful to society" ma sempre e soltanto che cosa sia "very useful to me". Egli non progetta per altri ma solo per se stesso, la sua progettualità non rende mai tributo al sistema di valori e di norme che di solito prefigurano le modalità del progetto e le caratteristiche dell'oggetto progettato... Egli ha un solo problema: sopravvivere. il resto non è un problema. E dato che Robinson è un "risolutore di problemi" ciò che per lui non è un problema, in pratica non esiste (e dire che qualcuno ne ha dato una lettura del prototipo dell'animo borghese in un gergo fatto di cose fatte e cose da fare...). Quando decide di fabbricarsi un oggetto, non fa arte, cerca di realizzare qualcosa che risolva un problema. Non fa progettazione, usa invece l'intuizione... limitandosi a quello che ha, usando cioè occhi nuovi per nuove soluzioni...
 
A dimostrazione della singolare attualità di questo testo, mi capita tra le mani un articolo del 10 settembre a firma di Thomas Eriksen... "Local"... che così recita "Quello che è bene a livello globale può non esserlo per una comunità locale: così nasce la percezione di un mondo fuori controllo. Per uscire dalla crisi bisogna capire i "conflitti di scala". E pensare in piccolo".
 
"Viviamo in un mondo in cui la modernità ha ingranato la marcia più alta. Ha prodotto crescita e prosperità, ma anche una situazione instabile e, in ultima istanza, autodistruttiva. La crescita costante è impossibile. Si tratta di uno stallo caratteristico della nostra modernità, che rende i tradizionali concetti industriali, come progresso e sviluppo, molto più difficili da difendere di quanto non fosse anche solo una generazione fa. La perdita di un'indicazione chiara per il futuro colpisce anche le temporalità, portando ad un continuo presente, in cui sia il futuro che il passato sono offuscati e sfocati. La questione è: quale potrebbe essere un'alternativa praticabile per una società mondiale che sembra essersi blindata in un percorso destinato a terminare in un collasso?"..
 

sabato 30 settembre 2017

Uomini, Tecniche Economie

Già, di Cipolla, non esiste solo il bellissimo e divertente Allegro ma non troppo.... di cui suggerisco la lettura e meglio ancora l'acquisto a beneficio del prossimo... vi è anche questo testo del 1962, poi tradotto in Italia nel 1987 per Feltrinelli.
Io lo conobbi al Politecnico su suggerimento del Prof. Scudo, al corso di Tecnologia 1, e devo ammettere, me ne sono subito innamorato.
Scudo, aveva il pregio di mescolare tecnologia con scarsità di mezzi e voleva far aguzzare l'ingegno ai suoi studenti, andando oltre il sistema industriale e la prefabbricazione... inventare, creare, pensare con occhi nuovi, andando incontro alle esigenze quotidiane con idee innovative, a basso costo e utilizzando i materiali disponibili sul posto (a km zero diremmo oggi).
Ma per fare ciò, occorre che nella mente dei discenti, vi sia una tabula rasa, una voglia di imparare affiancata da una voglia ancora maggiore di sperimentare... di cercare, di provare, sbagliare ma anche capire.... siamo certamente molto distanti dalle grandi enunciazioni di un "Le Corbusier" o dall'International Style.
Detto questo, ripesco volentieri il testo e ho modo (rileggendolo a spizzichi e bocconi) di ripescare piccole perle dimenticate o di cui non ricordavo l'origine... ah, maledetta memoria...

"Giorno per giorno il mondo diventa sempre più piccolo e società che da millenni si ignoravano si trovano all'improvviso a contatto o in conflitto. Nel nostro modo di agire, sia nel campo politico che in quello economico, sia nel settore dell'organizzazione sanitaria che in quella della strategia militare, si impone un nuovo punto di vista.
Nel passato l'uomo ha dovuto abbandonare il punto di vista cittadino o regionale per acquisirne uno nazionale.
Oggi dobbiamo uniformare noi stessi e la nostra maniera di pensare a un punto di vista globale.
Questo libro tenta di descrivere da un punto di vista globale l'evoluzione del genere umano nel suo sviluppo numerico e nel progredire delle sue condizioni di vita. Sempre dallo stesso punto di vista globale, ha cercato di sfiorare alcuni degli allarmanti problemi che l'umanità si trova oggi a dover affrontare, quali l'esplosione demografica, il crescente bisogno di risorse energetiche, la diffusione del sapere tecnico e il ruolo della istruzione in una società di tipo industriale".

"Una delle principali conseguenze della Rivoluzione Industriale è stata la riduzione del costo e l'aumento della velocità dei trasporti. Le distanze si sono ridotte ad un ritmo stupefacente. Giorno per giorno il mondo sembra diventare sempre più piccolo.... Nel nostro modo di agire si impone quindi un nuovo punto di vista: quello globale".

"E' tragicamente inevitabile che, quando gli esseri umani diventano sovrabbondanti in relazione ad altre risorse il loro valore marginale diminuisca e la dignità della vita umana si deteriori corrispondentemente. Per la salvaguardia della dignità e santità della vita umana è imperativo che l'uomo non diventi il bene più economico. Dobbiamo investire una quota maggiore delle nostre risorse nel miglioramento qualitativo dell'uomo. Come ebbe a dire Julian Huxley dobbiamo preferire una significativa qualità ad una quantità amorfa. E per raggiungere questo fine occorre lo sforzo congiunto del settore pubblico e di quello privato. E non è semplicemente un più vasto sapere tecnico ma di un'educazione critica che permetta all'uomo di impiegare saggiamente le tecniche di cui é padrone. Luigi XV aveva tutte le doti, tranne quella di saperle usare.

Non sappiamo quale sia il fine della vita, ma se esso è la felicità l'evoluzione avrebbe potuto fermarsi da molto tempo, poiché non c'è ragione di credere che gli uomini siano più felici dei maiali o dei pesci.... ed infine il fatto di istruire un selvaggio nell'uso di tecniche avanzate non lo trasforma in una persona civilizzata, ma ne fa solo un selvaggio efficiente.

 
 

giovedì 17 agosto 2017

Monolith

Duel ci aveva già dato un assaggio, di cosa significhi avere a che fare con una mezzo meccanico  assassino... e che dire di Cristine, piuttosto che del più recente Fast & Furious 8 ove centinaia di macchine si muovono all'unisono distruggendo il centro di Manhattan?
Figuratevi quindi, se non eravamo già pronti ad assaporare "Monolith", il nome di una macchina blindatissima e anti tutto e tutti, che usata male, risponde peggio...
Perché nella realtà, la macchina il suo lavoro lo fa egregiamente... è la proprietaria che non ne combina una giusta... con il risultato che, ad un certo punto si ritrova chiusa fuori in mezzo al nulla...
Ma non voglio rovinarvi trama e finale... e quindi vi racconterò quasi tutto senza dirvi quasi nulla. Oppure no?
Sandra, famosa musicista che ha troncato la carriera, è a bordo di una super car Monolith, un mezzo incredibile... con lei il piccolo figlio di due anni... per una serie di errori commessi dalla poveretta, ad un certo punto eccola in mezzo ad un bellissimo deserto (onore al merito per fotografia e droni) chiusa fuori dall'auto, ma con dentro il figlio senza poter comunicare con nessuno e con un gran senso di corna che le girano per la testa.. perché tutto potete fare ad una madre, meno che toglierle figli e marito... Per il primo deve riuscire ad entrare in auto... e qui la storia si dipana con ottimi colpi di scena e una donna indomabile... per il secondo il film non dice nulla, ma si sa, tra moglie e marito non mettere ...
Anche se sin dall'inizio sappiamo cosa ci aspetta, alcune delle trovate: l'investimento del cervo, il coyote che la insegue, il lancio dell'auto nella scarpata, l'aeroporto abbandonato.. sono davvero interessanti e ci incollano alla poltrona... quindi non facciamoci prendere dallo scoramento... andiamo a vedere questo gioiello della tecnologia... cercando di non commettere gli stessi errori della brava Katrina Bodwen, nei panni della bella mamma che prima fa casini e poi deve con grande forza porre rimedio... Ottima la regia italiana di Silvestrini...

domenica 13 agosto 2017

Indaffarati

Complice una carta "Gift" della Giunti, arrivatami per vie traverse, mi dirigo alla più vicina libreria spendibile e faccio una cosa che non mi capitava da tempo... compro dei libri...
Questo è uno dei due, l'altro (Sette tesi sulla magia della radio, scritto da Massimo Cirri) ve lo racconto un'altra volta.
"Nel mondo nuovo ognuno di noi è indaffarato: sia nell'ansioso tentativo di restare sempre connesso sia nel condividere, nello scambiarsi qualcosa. La cultura umanistica, ridotta a materia per specialisti e tradita da se stessa per aver giustificato la barbarie, interroga oggi la nostra concreta esistenza. La tradizione può tornare a parlare. Le sue parole, scritte sui muri della metropolitana e nello spazio immateriale della Rete, invocano di essere messe alla prova. Le nuove generazioni leggono poco, appaiono smemorate, fanno troppe cose simultaneamente e sono meno abili a manipolare la lingua, però chiedono alle idee di incarnarsi in pratiche di vita (altrimenti non vi si appassionano) e tentano di rideclinare il concetto di intelligenza (come coerenza tra ciò che uno dice e ciò che uno fa)  e quello di impegno (legandolo al quotidiano, non alla ideologia). E almeno nelle minoranze più attive l'etica vissuta prevale sul "culturalismo" e sul sapere libresco, l'umanità tangibile su un umanesimo disincantato, l'esempio concreto sulle idee astratte".
Cosa in fondo ci racconta questo piccolo libretto (tascabile e molto fluo) di Filippo La Porta?
Sicuramente che siamo di fronte ad un passaggio culturale forte. Tale per cui, occorre trovare nuovi riferimenti, perché ci vengono chiesti dai nuovi media e dalle nuove generazioni.... a partire dalla lettura... dall'aver rimosso i libri e la letteratura dal piedistallo che nel secolo scorso permetteva loro di dettare legge, o meglio dare lezioni di vita e in alcuni casi di sostituirsi al vissuto... (ma sarà poi realmente così?)... poi alle grandi ideologie... non si crede più ai grandi progetti ma alle cose concrete, non alle parole ma ai fatti... se l'autore ci ricorda (citando Diderot) che "le idee sono come le puttane, vanno con chiunque" è forse il caso di dire che Tucidide ricordava che "popolo è una parola priva di significato, cui attaccarci qualsiasi cosa" .
Ci si chiede allora, quali contenuti avrà la tradizione, la Paràdosis, il passaggio di testimone alle generazioni future... quali valori, quali idee... se nulla vale e tutto è messo in discussione... è evidente che solo un atteggiamento concreto, un reale collegamento tra parola e azione potrà essere presa sul serio... con i rischio degenerativo del leaderismo, dell'esagerazione, della velocità priva di profondità...
Altro tema, la scomparsa della cultura umanistica... ritenuta unione tra attitudine all'indagine (indagare le fonti, indagare i significati) e attitudine al dialogo (parola che sa contenere lo scontro, difesa del proprio punto di vista)... dimenticando che l'OTIUM è l'educazione umanistica ad un esistenza all'apparenza improduttiva... mentre ogni risultato implica un percorso.. uno studio, una fatica... 
E che dire della cultura pop, La Porta non la condanna, anzi, a condizione però che non si sostituisca al significato iniziale... che non ne snaturi il messaggio... anche perché come diceva Sturgeon "il 90 % di qualsiasi cosa è pattume".., e allora perché conservare una cultura così superata e così coesa con la barbarie? Forse perché non abbiamo alternative e forse anche perché é l'unica che garantisce il senso critico che consente di leggere i fatti e le notizie e discernere il falso dal vero.
Se é pur vero che siamo "condannati a comunicare, pena l'annullamento" (Byung-Chul Han) è anche vero che nessuna tecnologia potrà impedire agli esseri umani di invecchiare, innamorarsi, sperimentare un lutto, coltivare un'amicizia, battersi per una causa, morire... e che se ogni generazione oscilla tra percezione di decadenza e senso di fallimento... nulla ci distoglie dal dover guardare avanti... con o senza la Rete, ed in questo la cultura umanistica ha ancora qualche carta da giocare...

domenica 19 febbraio 2017

il diritto di uccidere

Forse perché già condizionato dalla visione di Good Kill, mi approccio a questo film con qualche dubbio in più, con un sospetto di "già visto" e di "aria fritta e rifritta"...
Ritiro tutto. Rispetto al precedente citato, qui c'è meno retorica e più seriamente viene tolto il finale buonista, utile solo a rasserenare lo spettatore sull'utilità e bontà del drone e del suo uso fatto nell'era moderna della lotta al terrorismo.
Molto ben fatto, soprattutto per il dilemma morale, che vede coinvolti i poteri: militare, politico e giuridico, alle prese con un'azione che ucciderà (per danno collaterale) degli innocenti.
Questa è la rappresentazione della evidente differenza tra una democrazia ed uno stato autoritario, tra i "non" dilemmi di un terrorista e le "preoccupazioni" di un'autorità democratica che deve rispondere ad un opinione pubblica, ai giornali, all'emozione dei cittadini.
L'abbiamo letta sui giornali, l'abbiamo colta con le dichiarazioni sulla base di Guantanamo, sulle azioni antiterroristiche in territori alleati (anche in Italia), sui morti derivanti dalle azioni di polizia per liberare ostaggi....
Grande Alan Rickman, nel ruolo del generale Benson, impersona il potere militare, ma anche il mediatore con politici e giuristi... Unica figura costretta al dilemma morale ed a "barare" per concludere la missione è il Colonnello Powell (interpretata da una bravissima Helen Mirren già nota a partire dai B-Movie italiani all'erotico di Tinto Brass e più recentemente nel divertente Red con Bruce Willis)... a lei spetta l'ultima parola ed è lei che torna a casa, sapendo di aver fatto il suo sporco lavoro... perché questa è la guerra... uno sporco lavoro.