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domenica 5 aprile 2026

War Machine


C'è una domanda che ogni spettatore dovrebbe porsi prima di premere "Play" su War Machine: ho voglia di pensare stasera? Se la risposta è sì, cambia titolo. Se la risposta è no, benvenuto — sei nel posto giusto.

Il film del 2026, diretto da Patrick Hughes, racconta di un gruppo di reclute durante l'ultima, estenuante fase di addestramento per le operazioni speciali, che si imbattono in una misteriosa macchina da guerra pronta a eliminarli uno per uno. Wikipedia Fin qui, tutto normale. Poi arrivano gli alieni. Come sempre, senza preavviso e senza portare nemmeno una bottiglia di vino.

Il regista Hughes ha confessato che l'idea è nata da un incubo ricorrente, dopo aver visto, alle due di notte in una cittadina rurale australiana, una squadra di soldati delle SAS che correva per la strada principale. Movieplayer Chapeau: molti di noi alle due di notte vedono solo il frigorifero, lui ci ricava un film. La creatività è distribuita in modo profondamente ingiusto in questo mondo.

Un titolo, due film

Vale la pena precisarlo subito, perché la confusione è dietro l'angolo: questo War Machine non ha nulla a che vedere con l'omonimo film del 2017 con Brad Pitt, anch'esso su Netflix. Nessun legame tra le due opere. Movieplayer Si tratta di un semplice caso di omonimia — come due persone diverse che si chiamano entrambe Mario Rossi, con la differenza che uno era una satira politica sull'Afghanistan e l'altro è un robot alieno che insegue dei ranger nel deserto australiano. Difficile confonderli, a meno che non si guardi lo schermo con un occhio solo.

Alan Ritchson: muscoli con un'anima (a noleggio)

Il protagonista è Alan Ritchson, già Jack Reacher nella celebre serie Prime Video, attore ormai stabilmente inquadrato nel cinema muscolare e nei personaggi fisicamente dominanti. LocchiodelCineasta Qui interpreta il soldato noto solo come "81" — perché dare un nome ai personaggi, evidentemente, avrebbe richiesto un budget extra. Il film insiste su un contrasto preciso: il corpo al limite, la mente costretta a restare fredda. 81 non è presentato come un eroe invincibile, ma come uno che guida perché qualcuno deve farlo. FilmTV È una sfumatura sottile, ma apprezzabile in un genere che di solito preferisce i protagonisti indistruttibili come i Nokia 3310.

Il cast si completa con Dennis Quaid, veterano di Hollywood con decenni di carriera, Esai Morales, Jai Courtney, Stephan James, Keiynan Lonsdale e Daniel Webber. BadTaste I vertici militari, come da tradizione del genere, osservano, decidono e restano fisicamente distanti dal fango e dal sangue — una distanza che emerge dal contrasto tra chi combatte sul campo e chi mantiene la divisa pulita. FilmTV Alcune cose non cambiano mai, né nei film né nella vita reale.

La macchina: poche parole, molta determinazione

Il vero antagonista è la macchina aliena, e bisogna darle atto di una coerenza ammirevole: non parla, non negozia, non esita. Studia, calcola, elimina. Ogni decisione dei Ranger diventa una variabile che l'avversario rielabora in tempo reale. FilmTV In pratica, il sogno di ogni capo ufficio. La macchina è realizzata con grande cura nei dettagli, risultando credibile e minacciosa. Ravengami Peccato che, ad occhio critico, ricordi in maniera evidente i robot del b-movie Robot Riot del 2020, seppur arricchita da qualche dettaglio tecnologico più raffinato. LocchiodelCineasta Insomma: un robot di qualità superiore, ma con chiari antenati di bassa estrazione.

Cosa funziona — e perché funziona

Diciamolo senza ipocrisie: War Machine non possiede una sceneggiatura particolarmente interessante né originale, e non approfondisce quasi nulla di ciò che mette in campo. LocchiodelCineasta Eppure funziona. Come? Grazie al ritmo. Il montaggio efficace e la regia solida sono ciò che permette alla pellicola di non annoiare lo spettatore: sia nella prima parte, immersa in un immaginario prettamente militaresco, sia nella seconda, dove il film si trasforma in un action fantascientifico dal sapore bellico. LocchiodelCineasta

Il film sembra uscito direttamente dagli anni Ottanta gloriosi, ma con tutta la potenza visiva del 2026: fantascienza, azione e intrattenimento puro. IMDb Hughes, d'altronde, si è ispirato dichiaratamente al filone dei "soldati d'élite contro minacce ignote" inaugurato da Predator nel 1987, modernizzando il concetto con temi di ansia tecnologica e intelligenza artificiale senziente. Movieplayer Nostalgia calcolata, insomma — ma la nostalgia, quando è ben confezionata, vende ancora benissimo.

Il verdetto

War Machine è un film che non chiede nulla al proprio spettatore, se non la disponibilità a sedersi e farsi sparare addosso adrenalina per 106 minuti. Offre una buona dose di azione adrenalinica, un protagonista che incarna l'archetipo dell'eroe americano, e un elemento fantascientifico che, pur semplice, riesce a intrattenere — senza cadere in buchi di trama evidenti. LocchiodelCineasta Non è cinema d'autore, non aspira a esserlo, e sarebbe disonesto giudicarlo con quel metro.

La pellicola sta registrando visualizzazioni da record sulla piattaforma Movieplayer — il che, nel 2026, dice qualcosa sul tipo di intrattenimento che il pubblico cerca dopo una settimana di lavoro. Non sempre vogliamo Bergman. A volte vogliamo un ranger muscoloso che mena un robot alieno in mezzo al deserto australiano. E va bene così.

★★★☆☆Divertimento onesto, ambizioni modeste, nessuna promessa infranta.



 

lunedì 30 marzo 2026

Peaky Blinders: The Immortal Man — L'uomo che non muore mai (e neanche la sua giacca)

 

C'è qualcosa di evangelico nel ritorno di Tommy Shelby. Ambientato nel 1940, con la Luftwaffe che bombarda Birmingham e la Germania nazista che fabbrica sterline false per distruggere l'economia britannica dall'interno Wikipedia, The Immortal Man si presenta come il capitolo conclusivo di una saga che ha trasformato il cappello piatto da copricapo da minatore a oggetto di culto globale — con tanto di bar a Siviglia e Buenos Aires intitolati al protagonista, a riprova che certe epidemie non si fermano ai confini nazionali.

Cillian Murphy torna nei panni di Thomas Shelby con la stessa inesorabilità con cui l'inverno torna ogni anno: lo sai che arriva, ma fa effetto lo stesso. Riesce ancora a trovare profondità e strati emotivi in un personaggio che, per ogni logica narrativa, avrebbe dovuto diventare una caricatura da tempo. Rotten Tomatoes Un'impresa non da poco, considerando che Tommy Shelby è sopravvissuto a sei stagioni, tuberculosi, traumi di guerra, lutti familiari, complotti politici e — cosa forse più imperdonabile — a innumerevoli imitatori ai veglioni di Capodanno.

Barry Keoghan interpreta Erasmus "Duke" Shelby, figlio di Tommy e nuovo vertice dei Peaky Blinders, mentre Rebecca Ferguson porta in scena Kaulo Chiriklo, una veggente rom il cui arrivo dovrebbe spingere Thomas a interrompere il proprio esilio volontario. Film Authority Keoghan è magnetico quanto basta per reggere il confronto con Murphy — il che è come dire che riesci a non farti oscurare da un faro da lighthouse — mentre Ferguson fa del suo meglio con un ruolo che la critica ha accolto con riserve, compresi alcuni spettatori che hanno espresso apprensioni sui capelli posticci, il che nell'universo di Peaky Blinders rappresenta forse la vera tragedia.

Il film è diretto da Tom Harper con regia solida e fotografia che tratta il carbone di Birmingham come se fosse oro antico, e scritto da Steven Knight con la sua consueta propensione per i monologhi lapidari e i silenzi carichi di senso. Su Rotten Tomatoes ha ottenuto un indice di gradimento del 92%, con il consenso critico che lo definisce una degna conclusione capace di reggersi anche come opera a sé stante. Wikipedia Più tiepido Metacritic, che si ferma a 59/100 — la forbice tra critica professionale e pubblico generalista che da sempre separa chi scrive le recensioni da chi poi paga il biglietto (o l'abbonamento).

La principale obiezione strutturale è quella che chiunque abbia mai visto una serie lunga sei stagioni ridotta a film riconoscerà immediatamente: il formato cinematografico si adatta bene ai snodi narrativi, ma mal si concilia con le motivazioni dei personaggi, che necessiterebbero di spazio per respirare. IMDb Alcune assenze dal cast originale pesano — le notevoli mancanze rispetto alla serie conferiscono al film una sensazione di entità separata IMDb — e chi cercasse il vecchio swagger degli Shelby al completo rischierà una certa nostalgia elegiaca.

Eppure The Immortal Man funziona. Funziona perché Murphy è straordinario, perché la Birmingham in guerra è uno sfondo irresistibile, e perché Steven Knight non ha mai smesso di credere che i gangster di periferia potessero veicolare qualcosa di più grande di sé. Knight e Murphy avevano concordato dall'inizio che questa dovesse essere la vera conclusione per Tommy Shelby The Hollywood Reporter — e si vede. Non è un addio stiracchiato per compiacere gli azionisti, ma qualcosa di più raro: un finale che sembra inevitabile.

Immortale, per l'appunto.

Voto: 7,5/10 (o "un bicchiere di whisky in un pub di Birmingham sotto i bombardamenti" — che è la stessa cosa, ma con più atmosfera)

venerdì 30 gennaio 2026

Wake up dead man


Se vi aspettate il solito Knives Out tutto sole, cocktail e miliardari ridicoli, “Wake Up Dead Man: A Knives Out Mystery” vi prende per mano… e vi porta in chiesa. Di notte. Con le vetrate che sembrano giudicarvi. Rian Johnson vira su un giallo più cupo e “gotico”, senza rinunciare a quel gusto da meccanismo a orologeria che ama far ticchettare davanti ai nostri occhi finché non scatta la molla.

Il caso è, in apparenza, un classico “impossibile”: un omicidio durante una funzione del Venerdì Santo, in una comunità religiosa dove tutti hanno fede… tranne quando arriva la polizia. E ovviamente quando arriva Benoit Blanc (Daniel Craig), la fede vacilla ancora di più, perché l’uomo tratta la verità come un rosario: grano dopo grano, stringe finché non fa male.

L’episodio che fa scattare il film (e non è quello che pensate)

In mezzo a confessioni, simbolismi e colpi di scena, la scena che resta addosso è… una telefonata. Sì: una telefonata con Josh O’Connor (Padre Jud) che, esasperato e lucidissimo, parla con una receptionist di un’impresa edile. È un momento “piccolo” che Johnson filma come fosse un esorcismo amministrativo: la burocrazia come purgatorio, la calma che si incrina, e sotto, un’idea chiarissima—la verità non sempre arriva con una rivelazione, a volte arriva con un “mi passi l’ufficio tecnico?”. Questa scena è diventata abbastanza discussa da meritarsi articoli dedicati e perfino commenti entusiasti online.

Attori “fuori canone”: quando le star accettano di sporcarsi le mani (e l’aureola)

Il bello, qui, è anche vedere quanto il cast giochi contro il proprio “marchio”:

  • Daniel Craig, volto da blockbuster e (per molti) ancora “Bond”, si diverte a essere l’opposto del controllo glaciale: Blanc è brillante, teatrale, e sorprendentemente umano—un detective che inciampa nel sacro con scarpe non adatte, e proprio per questo funziona.

  • Josh O’Connor, spesso associato a ruoli intensi e introspettivi, qui è un prete pieno di crepe: idealista e insieme vulnerabile, con un’energia nervosa che buca lo schermo (e ruba parecchie scene).

  • Glenn Close, monumento vivente del cinema, si presta a un ruolo che gioca sul confine tra devozione e controllo sociale: è una presenza che fa paura senza alzare la voce (la specialità della casa).

  • E attorno orbitano Josh Brolin, Mila Kunis, Jeremy Renner, Kerry Washington, Andrew Scott e compagnia: nomi che non hanno nulla da dimostrare e proprio per questo si concedono il lusso di entrare nel giocattolo di Johnson, accettando registri più grotteschi, più “da comunità” e meno da star vehicle.

Il cuore tematico: un whodunit che flirta con redenzione e colpa

Sotto la macchina del mistero, Johnson infila una domanda quasi impertinente per il genere: che differenza c’è tra scoprire la verità e meritarsela? Ed è per questo che il finale punta dritto su una confessione/resa dei conti emotiva che trasforma la classica “spiegazione del delitto” in qualcosa di più amaro (e, per una volta, meno compiaciuto).

Verdetto da critico con un sorriso (ma in penombra): Wake Up Dead Man è un Knives Out che spegne le luci, alza l’organo e vi ricorda che il giallo, quando vuole, può parlare di cose serie senza perdere il gusto del gioco. E se vi sembra strano ridere durante un’indagine in chiesa, tranquilli: è esattamente l’effetto Johnson—un “amen” detto con l’occhio che strizza.

Voto (con stellette): ⭐⭐⭐⭐☆ (4/5)

Un giallo che cambia registro senza perdere ritmo: più cupo, più “gotico”, ma sempre con quel piacere da macchinario perfetto che scatta al momento giusto. Mezzo punto in più solo per la “telefonata purgatoriale” di Josh O’Connor: una scena talmente assurda e rivelatrice che riesce a essere comica, tragica e spiritualmente irritante nello stesso minuto.

 

domenica 25 gennaio 2026

The RIP - Soldi Sporchi


Un thriller che conta dollari — e deviazioni morali — con lo stesso entusiasmo con cui Matt Damon conta… Beh, non i fatti della trama.

Quando Netflix annuncia un film con Matt Damon e Ben Affleck come protagonisti, non si aspetta che The Rip – Soldi sporchi sia un semplice crime da divano. Però, sorpresa: è proprio quello — e con una certa dignità.

Il volo del titolo

Il titolo originale The Rip è slang da sbirro di Miami: significa “spiattellare via la roba sequestrata”. In soldoni: prendi i soldi, contali, e spera di non pentirtene. Già da qui capiamo che l’etica nel film è un po’ come un budino: sembra solida, ma cede al primo urto.

Trama (guidata dalla sospettosissima curiosità)

In una Miami calda e sudata, il comandante Lieutenant Dane Dumars (Matt Damon) guida la sua squadra della Tactical Narcotics Team in un raid che si trasforma in una caccia al tesoro: 20 milioni di dollari in contanti nascosti in una casa abbandonata. In teoria, è un successo; nella pratica, è una notte di sguardi torvi, telefonate proibite e tradimenti sussurrati dietro camionette che sembrano dire “non fidarti nemmeno del tuo ombra”.

Le performance: Damon & Affleck, più amici che mai

La chimica tra Damon e Affleck è il vero motore emotivo della pellicola — è come vedere due fratelli litigiosi contare soldi invece di partecipare a un quiz: sempre divertente, spesso serio, quasi mai noioso. Il resto del cast, da Steven Yeun a Teyana Taylor, aggiunge colore e sospetto alla notte che si allunga come una serie di conti bancari mal gestiti.

Stile e ritmo: solido, con picchi di tensione

Regia e montaggio lavorano bene per far percepire il tempo come un conto alla rovescia: più soldi ci sono sul tavolo, più i rapporti si tendono. The Rip sa costruire suspense, rallentando nei momenti giusti e accelerando quando servono micro-scatti di paranoia da “chi ha preso il mio caffè?”.

Il difetto? Prevedibilità e qualche cliché

Come tutti i buoni thriller, The Rip gioca con sospetti e tradimenti. Ma a un certo punto sembra che ogni personaggio abbia letto lo stesso manuale intitolato Come Essere Ambiguamente Colpevoli in Tre Semplici Mosse. Il finale — pur avendo le sue deviazioni — non sorprende quanto vorrebbe.

Umorismo involontario (ma presente)

Quando il film tenta di spiegare troppo le dinamiche morali, si rischia l’effetto “voce narrante da manualetto di autoaiuto per poliziotti stanchi”: serio, sì — ma anche vagamente auto-consapevole nel modo peggiore. A tratti viene da sorridere non perché il film sia comico, ma perché prende così sul serio ogni sospetto che è quasi generoso con chi vuole riderci su.

Conclusione

Voto onesto: un thriller ben costruito e ben interpretato che però non reinventa il genere. The Rip – Soldi sporchi è come una serata di poker con amici: la posta in gioco è alta, le facce sono tese, e alla fine ti diverti — anche se nessuno vince davvero una rivoluzione.

Voto finale

★★★☆☆ (3 su 5)

The Rip – Soldi sporchi ottiene un 3 su 5 pieno e consapevole: un thriller solido, ben recitato e tecnicamente curato, che mantiene alta la tensione ma gioca in un campo narrativo già ampiamente esplorato. Non delude, non entusiasma fino in fondo, ma fa esattamente ciò che promette — e lo fa con mestiere.

È un film che si guarda con piacere, si discute volentieri subito dopo e si dimentica con una certa rapidità. Come i soldi sporchi che racconta: fanno gola, scaldano le mani per un po’, ma non cambiano davvero la vita di nessuno.

lunedì 12 gennaio 2026

The Fall Guy


 

The Fall Guy: L'Autofagia Hollywoodiana come Strategia di Sopravvivenza

C'è qualcosa di profondamente sintomatico nel vedere Hollywood che, nell'era dello streaming e della crisi identitaria del cinema blockbuster, decide di fare un film su se stessa. The Fall Guy di David Leitch non è semplicemente un action-comedy nostalgico basato su una serie TV degli anni '80 – è un oggetto culturale che merita un'analisi più spessa di quanto la sua apparente leggerezza suggerirebbe.

Il Meta-Cinema come Rifugio

Leitch, ex stuntman diventato regista, confeziona quello che potremmo definire un "cinema del dietro le quinte" che si muove su un crinale pericoloso: celebrare l'artigianalità hollywoodiana (gli stuntman, le maestranze) mentre simultaneamente produce un prodotto che è esso stesso parte del sistema industriale che pretende di smitizzare. È come guardare un documentario sulla produzione della salsiccia mentre si mangia un hot dog da stadio.

La scelta di Ryan Gosling – icona del cinema d'autore che flirta con il mainstream – è tutt'altro che casuale. Il suo Colt Seavers è l'ennesima variazione del personaggio-che-sa-di-essere-in-un-film, portando avanti quella linea di autoironia post-moderna che da The Nice Guys in poi sembra essere diventata il suo territorio di comfort. Emily Blunt fa quello che può con un personaggio-funzione, la regista emergente che deve bilanciare visione artistica e pressioni produttive – un meta-commento talmente evidente da risultare quasi imbarazzante.

La Nostalgia come Commodity

Ma ecco il punto sociologicamente interessante: The Fall Guy vende nostalgia per un'epoca (gli anni '80) a un pubblico che in gran parte non l'ha vissuta, attraverso una proprietà intellettuale (la serie TV) che pochissimi oggi ricordano. È nostalgia sintetica, prefabbricata, una simulazione di secondo grado. Baudrillard avrebbe fatto i salti di gioia.

Il film glorifica il lavoro fisico, concreto, rischioso dello stuntman in un'era in cui la CGI sta rendendo quella figura sempre più marginale. C'è una disperazione quasi patetica in questa celebrazione – è come fare un film sugli ultimi artigiani che producono pellicola proprio mentre tutti passano al digitale.

L'Ironia come Scudo Deflettivo

La struttura è quella della commedia action autoriflessiva: inseguimenti, esplosioni, una trama gialla risibile che serve solo come pretesto. Tutto condito con strizzate d'occhio continue allo spettatore. "Lo sappiamo che è ridicolo," sembra dire il film, "ma se lo diciamo noi per primi, non potete criticarci." È la strategia difensiva del bullo che ride di se stesso prima che lo facciano gli altri.

Le scene d'azione sono tecnicamente competenti – Leitch viene dallo stunt work, dopotutto – ma mancano di quella urgenza viscerale che caratterizzava, per dire, Mad Max: Fury Road. Sono set pieces ben coreografati ma emotivamente inerti, come guardare un campionario di tecniche invece che un'esperienza cinematografica.

Il Vuoto al Centro

Quello che manca a The Fall Guy è un autentico punto di vista. Vuole essere contemporaneamente una satira di Hollywood e una lettera d'amore al cinema, una riflessione sulla mascolinità fragile e un action spensierato, un romanticismo sincero e una parodia delle convenzioni romantiche. Il risultato è un prodotto che non riesce a essere veramente nulla di tutto questo, dissolvendosi in una serie di momenti gradevoli ma effimeri.

Dal punto di vista sociologico, rappresenta perfettamente il cinema hollywoodiano contemporaneo: consapevole delle proprie contraddizioni ma incapace (o non disposto) a risolverle, rifugiato nell'ironia come strategia di neutralizzazione della critica, nostalgico di un passato mitico mentre produce un presente sempre più omologato.

Verdetto

The Fall Guy è cinema comfort food per un'industria (e un pubblico) che ha paura di impegnarsi emotivamente. È competente, occasionalmente divertente, completamente dimenticabile. Un film che parla di fare film per non dover veramente dire nulla.

Voto: 6/10 – Tecnicamente solido, intellettualmente inerte. Come una pubblicità di due ore per un prodotto che non esiste più.

domenica 11 gennaio 2026

Dune 2


Rispetto al primo DUNE vediamo un crescendo di tensione, ma anche una liberazione finale che apre a nuovi episodi.

Denis Villeneuve completa qui il dittico iniziato nel 2021, e lo fa portando Herbert oltre la pagina scritta. Se il primo film era iniziazione, questo è consacrazione - e caduta. Paul Atreides diventa Muad'Dib, il messia che cavalca i vermi delle sabbie, ma Villeneuve non ci offre un eroe: ci mostra un uomo intrappolato nella propria mitologia.

Sociologicamente, è cinema raro. Il film smaschera i meccanismi del fondamentalismo religioso e del colonialismo con una lucidità che manca a gran parte della fantascienza contemporanea. I Fremen non sono il "popolo nobile" che attende la liberazione: sono un'arma che Paul affila consapevolmente, manipolando la loro fede Bene Gesserit per una jihad galattica. Chalamet interpreta questa ambiguità con sguardi che oscillano tra visione messianica e rimorso, mentre Zendaya - finalmente protagonista - incarna la coscienza critica che il film nega al suo "eroe".

Visivamente, Villeneuve raggiunge vette kubrickiane: l'arena Harkonnen in bianco e nero sotto un sole nero è puro espressionismo, le cavalcate sui vermi sono sublime comunione tra uomo e natura aliena. La fotografia di Greig Fraser trasforma Arrakis in un personaggio, ostile e sacro.

Dove il film vacilla è nel ritmo: la seconda ora perde mordente, schiacciata tra battaglie spettacolari ma prevedibili. E la complessità politica di Herbert viene talvolta sacrificata sull'altare dell'azione.

Ma Villeneuve ha compiuto l'impossibile: ha trasformato un tomo filosofico in blockbuster che pensa. Dune: Parte Due è fantascienza adulta che usa il genere per interrogarci sui pericoli del carisma, sulla violenza insita in ogni rivoluzione, sul prezzo del potere.




 

Ricky Gervais - Mortality


Si può parlare scorrettamente, di morte, di handicap, di sesso, di ogni e qualsiasi cosa senza essere accusati di razzismo, cattiveria, violenza, eccetera.. ci prova Ricky Gervais con questo spettacolo, meno acido dei precedenti visti ma pur sempre cattivello e provocatorio..
Perché tutto è relativo e il buonismo è ipocrisia.. ci lava la coscienza ma non rimuove il problema...
Da vedere e ridere a crepapelle.

 

giovedì 1 agosto 2024

Bodies - Serie TV


Ancora salti nel tempo? Ancora paradossi temporali? Ma si, perché no?
Ed eccola qui la serie Netflix con un morto che viene scoperto in tempi diversi ma con modalità in tutto e per tutto analoghe nello stesso identico posto.
E in un giro completo della prospettiva, ognuno dei personaggi che in tempi diversi si troveranno a dover affrontare il caso, assisteranno allo stravolgimento della loro vita... scoprendo che non tutto è come appare a riuscendo a collaborare nel tempo per cambiare il corso della Storia.
Bello? Si, anche se qualche zoppia è evidente soprattutto verso lo stanco finale.

 

giovedì 2 maggio 2024

Cocaine


Tipica devastata famiglia americana. Se il padre non trasmette alcun valore, se non quello di fare i soldi, i figli non possono evolvere e piuttosto la loro evoluzione sarà nel peggiorare un modus operandi che già puzza di marcio. Droga, armi, spaccio e quant'altro li porteranno verso l'inferno.. o forse verso la redenzione e la riscoperta dei valori che uniscono: una figlia, nata in modo rocambolesco, una sorella, recuperata dalla droga, un padre, ripulito dei suoi errori ed un figlio, in carcere ma non per sempre.
Dostoevskij ci ricorda che tutte le famiglie sono felici allo stesso modo ma ognuna e triste a modo suo. Questo film conferma la regola, lo fa in un tempo moderno, in una terra moderna (ma selvaggia a suo modo, la Detroit operaia degli States) ma con tematiche antiche (riscatto, ricchezza, caduta, redenzione). Guardare per credere.

Ariaferma


Che cosa è un carcere, se non un luogo in cui, chi è dentro è dentro e chi è fuori e fuori. E che dentro la distinzione non la fanno le sbarre ma la morale, la coscienza, i valori. Luogo ove devi continuamente riaffermare il tuo ruolo (guardia o ladro) e dove questa distinzione fatica a tenere alla pur minima modifica che viene introdotta dal mutare delle cose.
Così, quando un carcere improvvisamente si svuota e attende solo di essere chiuso, le regole finiscono per allentarsi, ci sono momenti di convivialità, ci si rende conto che sotto la dura scorza della vita ci sono esseri umani che devono accettare il destino (che è poi quello finale del dover un giorno lasciare questa terra).
Triste e profondo. 

 

Fury


Com'é la guerra vista dall'interno di un carro armato? Può un'arma trasformarsi in casa, in fortezza, in unica certezza di fronte alla precarietà della vita in mezzo ad un conflitto feroce come la Seconda Guerra Mondiale? Questo é Fury, il nome del carro americano che, utilizzato da veterani oramai rotti ad ogni evento, imbarcano un novellino e gli insegnano cosa sia la guerra, la morte, i valori e il rispetto delle regole (strane) del conflitto. Bellissime scene, complice una follia latente, il fango, il sangue, lo sporco, le regole mancanti, l'odio e l'amore... in un film maschio (da falange tebana, da oplita, da commilitone come tutti i conflitti sanno generare) come se ne vedono pochi.

 

domenica 18 febbraio 2024

Cabinet of curiosities


Otto diversi episodi con un unico tema: la paura. Otto diversi registi (e questo si coglie benissimo) che vedono la morte protagonista. Guillermo del Toro crea un piccolo capolavoro fatto di altrettanti piccoli episodi da gustare piano piano e lasciar sedimentare. Da veri amanti del cinema di nicchia.
Da "Lotto 39" (si prende in giro un certo modo di fare televisione con la vendita dei contenuti dei garage) ove appare un mostro (e non sarà l'unico) sino a "il brusio", i nostri personaggi devono fare i conti con un pregresso che li porta a fare scelte che solo raramente si risolvono favorevolmente. 
La morte li segue sin dal principio dell'episodio e la domanda non sarà, morirà oppure no, ma piuttosto, quando succederà?
Guardateli, non è detto che vi piacciano tutti. Ma uno che si adatta alla vostra idea di cinema lo troverete senz'altro.

il Pataffio


 In un'epoca lontana, ove i poveri fanno i poveri, i ricchi fanno i ricchi e gli arricchiti cercano di darsi un contegno, e come non rifarsi all'Armata Brancaleone che qualche decennio fa trasformò il cinema italiano e seppe donarci una visione allegra delle crociate?
Ecco, questa volta non è la lontana terra di Gerusalemme (liberata o meno) ad essere inseguita, ma uno sperduto, diroccato e disperato feudo, "Tripalle" terra di micragna (miseria nera) ove si dirige il neo nominato Marconte Berlocchio, un titolo già in sé tutto da ridere, insieme alla moglie Bernarda (rifilatagli dal padre suo) ed una disperata squadra di scudieri (tra cui spiccano Ulfredo e Manfredo, innamorati e accettati per quel che sono, sino ad apparire i più assennati tra i personaggi), un prete, un contabile... qui incontrano i villani, veri e propri morti di fame capitanati da Migone di Mastandrea.
E dall'incontro in poi (anzi da prima) è una sequela di incomprensioni, dispetti (non si può parlare di guerra o battaglia, ci vorrebbe un ardire) e reciproche furberie che rendono ancora più disperato e deprimente il viver nel castello (rudere) mentre il Marconte, con termini arzigogolati e inutili cerca di dare un senso all'intera vicenda, ricordandoci (se mai ce ne fosse bisogno) che anche con il peggior nemico occorre parlare perché è la parola che inganna, non le armi.
Non vi narro il finale, perché il film va visto. Ma se tutto deve tornare al proprio posto, e se esiste un ordine naturale delle cose, così sarà. Amen

martedì 30 gennaio 2024

Filip


Tra i mille modi per sopravvivere alla tempesta, quello di Filip, ebreo polacco che si finge cameriere francese in un ottimo albergo nella Francoforte nazista, è certamente quello con più incognite. 
Anche perché lui, complice la giovinezza e l'irrequietezza non è capace di non farsi notare... e così tra una vicenda amorosa e l'altra, finisce poi per dover fare una scelta... scappare con un vero amore a Parigi o vendicare gli amici morti a scapito dei nazisti.
Ottima trama, bravi i personaggi, il nostro Filip certamente non lesina follia e coraggio. Forse i tempi chiedevano questo, o grigiore e invisibilità o coraggio da vendere. Un modo forte per difendere la propria diversità in un mondo divenuto folle.

 

sabato 13 gennaio 2024

Ricky Gervais - Show


Ho iniziato l'anno guardando tutti e tre gli show proposti da Netflix: Humanity, Armageddon, Supernature, non necessariamente in questa sequenza.
Si ride e parecchio. La comicità è cattiva... lo si capisce che lui, Gervais, lo fa apposta... vuole colpire duro, vuole far riflettere sul significato della parola e sul concetto di woke, vuole toccare nervi scoperti del perbenismo di questa o altre società... il compito del giullare, da sempre è quello di far ridere si, prendendo però in giro quelle che sono abitudini o riti consolidati, mettendone a nudo l'aspetto ridicolo e spesso, l'inutilità... Ricky Gervais ci regala risate feroci... sarebbe ancora meglio poterlo apprezzare conoscendo appieno la sua lingua e il contesto in cui coglie l'oggetto delle sue battute.
 

lunedì 1 gennaio 2024

Broad Peak - Fino alla cima


Anche in questo caso, il racconto, seppur non a lieto fine, è la lotta tra l'uomo e l'ambizione di salire una cima (il Broad Peak), è il risarcimento (pagato a caro prezzo) per una menzogna costata anni di disonore incolpevole.
La salita di Macjei Berbeka avvenuta nel 1988 pareva essere stata coronata da successo. Giunto su quelle che sembrava la cima, in solitaria ed in condizioni proibitive, pur di salvargli la vita, il coordinatore del campo base gli aveva mentito dicendo di aver raggiunto la vetta (mancata per 17 metri).
Solo a distanza di tempo la verità era emersa ed era stata fonte di vergogna per il povero e (ribadisco) incolpevole Berbeka.
Così, quando si ripresenta l'occasione, eccolo guidare una nuova squadra e raggiungere la cima. Torto ripagato? Purtroppo solo pagando un carissimo prezzo.

 

14 Vette


14 vette. Sottotitolo: Scalate ai limiti del possibile. E' la storia (incredibile) dell'alpinista nepalese Nirmal Purja, e sulla scalata dei 14 ottomila in poco più di sei mesi.
Una maratona che dimostra la capacità di resistenza, forza, determinazione di quest'uomo e del suo team ma in particolare il ribaltamento di un paradigma. Lo sherpa nepalese, che per decenni ha assistito alla salita delle sue montagne, facendo al massimo da comparsa, da portatore, da facchino, si è trasformato (finalmente) in un alpinista dalle capacità incredibili. 
Il racconto lascia a bocca aperta per la capacità dell'uomo e fa sembrare il tutto quasi una passeggiata.
Ottimo per iniziare l'anno e fare da sprone alla mai sopita voglia di montagna...

 

lunedì 4 dicembre 2023

Army of the dead

Ed eccolo qui, quello guardato prima, poi abbandonato, poi ripreso, per essere concluso e poter affermare senza ombra di smentita che me lo potevo tranquillamente risparmiare perché, se nel primo, un minimo di storia c'era, una parvenza di trama e anche avvincente ci poteva stare... ora no, mi spiace proprio.
La solita vecchia e ritrita storia di quelli che entrano nella città invasa dagli zombie, dove ce ne sono di più cattivi che comandano (una sorta di gerarchia) alla ricerca dell'ultima cassaforte, che viene aperta in men che non si dica.. una pena di proporzioni inaudite.
Il finale, se volete ve lo rovino. li vede tutti morti e senza rimedio (più o meno) perché è noto che, chi troppo vuole zombie stringe. 
 

sabato 2 dicembre 2023

Army of thieves


 Avevo iniziato a guardare "Army of the death" e devo confessare che mi aveva annoiato, finendo per abbandonarlo. Poi casualmente, nell'elenco Netflix mi trovo questo "Army of thieves" incentrato sulla storia d'amore e sulla crescita quale ladro scassinatore professionale del timido e apparentemente impacciato Sebastian Schlencht - Wohnert... me lo guardo e devo dirvi che è davvero carino.
La storia vede coinvolto il nostro in una sorta di gara per aprire le tre leggendarie casseforti legate al mito di Wagner, insieme ad una discutibile e precaria squadra di rapinatori ed inseguiti dal poliziotto Delacroix che nutre per loro un odio personale.
Inseguendo le tre casseforti si entra in un racconto nel racconto, in una trama nella trama ed in un preambolo di quello che sarà "Army of the death"... contando di tornarci sopra appena possibile sotto una luce nuova.

giovedì 23 novembre 2023

The Killer


Di questo thriller si apprezza certamente l'intelligente mix tra azione e noiose pause. Tutti credono che l'assassino abbia una vita movimentata... certo si, ma dimentica i tempi in cui deve (se vuole sopravvivere all'evento) prepararsi, studiare ogni possibile rischio e risolverlo..
Tutto bene, fino a che non commette un errore e il suo datore di lavoro pensa di risolvere facendolo eliminare... peccato che a pagarne le conseguenze sia la sua donna... seguirà la vendetta e non rispetterà più alcuna regola... un ottimo film che tiene incollati alla poltrona.