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martedì 24 marzo 2026

Patrie


Timothy Garton Ash, con Patrie, si cimenta in un’operazione che potrebbe facilmente scivolare nel didascalico o nel retorico: raccontare l’Europa attraverso la lente della memoria personale e della storia politica. E invece riesce — quasi con nonchalance — a trasformare un potenziale manuale di storia contemporanea in un ibrido narrativo sorprendentemente leggibile.

Il titolo, già di per sé ambiguo, tradisce la tesi di fondo: non esiste una sola patria, ma una pluralità di appartenenze che si sovrappongono, si contraddicono e, talvolta, si ignorano reciprocamente. Garton Ash gioca su questo pluralismo con l’aria di chi ha attraversato davvero quei confini — geografici e ideologici — e non si limita a descriverli da una cattedra accademica.

Il suo è uno sguardo che potremmo definire “storicamente coinvolto”: non neutrale (e meno male), ma nemmeno militante in senso stretto. Piuttosto, è il punto di vista di un testimone informato, che ha frequentato dissidenti, politici e intellettuali dell’Europa centrale e orientale con una familiarità che oggi appare quasi irripetibile. E qui emerge un primo elemento ironico: il lettore contemporaneo, abituato a un’Europa data per scontata, si ritrova a leggere di un continente che era tutt’altro che inevitabile.

La struttura del libro alterna episodi autobiografici e riflessioni storico-politiche, con un ritmo che a tratti ricorda più il reportage che il saggio. Questa scelta funziona, ma non senza qualche oscillazione: in alcuni passaggi l’autore sembra indulgere nel piacere del ricordo personale, rischiando di diluire la tensione analitica. Tuttavia, è proprio in queste digressioni che affiora una delle qualità più interessanti del testo: la capacità di mostrare la storia non come sequenza di eventi, ma come intreccio di vite.

Sul piano interpretativo, Garton Ash evita accuratamente le grandi narrazioni consolatorie. L’Europa che emerge non è un progetto lineare né tantomeno compiuto, ma un cantiere permanente, attraversato da ritorni di nazionalismo, fratture culturali e amnesie selettive. L’ironia qui è sottile ma costante: l’idea stessa di “unità europea” viene trattata con una certa diffidenza, come un concetto utile ma intrinsecamente fragile.

Particolarmente efficace è il modo in cui l’autore mette in dialogo Est e Ovest, smontando implicitamente la presunta superiorità narrativa dell’Europa occidentale. Non lo fa con toni polemici, ma attraverso un accumulo di esempi che rendono evidente quanto quella distinzione sia storicamente contingente e culturalmente miope.

Se si volesse individuare un limite, si potrebbe osservare che il libro richiede al lettore una certa familiarità con il contesto storico: non è un’introduzione, ma una riflessione avanzata. Chi cerca una sintesi ordinata rischia di perdersi; chi accetta la complessità, invece, trova un testo che stimola più domande di quante ne risolva — e probabilmente è proprio questo il suo merito principale.

In definitiva, Patrie è un libro che si muove con eleganza tra memoria e analisi, evitando sia la nostalgia facile sia il tecnicismo sterile. Garton Ash non offre certezze, ma una prospettiva: e, in tempi di semplificazioni aggressive, è già una forma di resistenza intellettuale.


 

lunedì 20 gennaio 2025

Fly mt to the moon

Un film che celebra l'inganno dell'allunaggio facendo vedere il fake del fake. Geniale!
Se poi a questo si aggancia una romantica e bellissima storia... due primi attori di eccezione, per non parlar del terzo... spezzoni di storia vera e gag continue... beh allora davvero non ci si può lamentare.
Si ride, ci si diverte, si assiste all'inganno con cui si realizza l'allunaggio in uno studio.. poi qualcosa va storto e vediamo il vero (finto) allunaggio... il primato americano del capitalismo sul comunismo prevale e siamo tutti contenti.
Nel mezzo tutta la storia - davvero ben ricostruita - della preparazione dello sbarco sulla Luna da parte della NASA.
Film che merita di essere visto.. 


 

sabato 29 aprile 2023

Via Savoia - il labirinto di Aldo Moro


Nelle pagine di Follini c'é tutto quello che non resta nelle analisi, nelle biografie o negli studi degli storici. Il potere che non è conquista ma condanna. Il potere che è una vertigine. Il potere che confina con la paura.

Marco Follini aggiunge dettagli e particolari inediti su una figura mai abbastanza esplorata, lavora sui chiaroscuri, componendo un labirintico ritratto, pieno di politica e umanità.
In grado di produrre in chi legge, un'autentica vocazione.

Aldo Moro scelse per sé un ufficio periferico e austero, in via Savoia: un tentativo di tenersi a prudente distanza dagli affanni del Palazzo, e di marcare una netta differenza tra lui, il suo modo di vedere la vita e la politica e quello dei compagni di partito, degli alleati, degli avversari.
A partire da questa scelta simbolica un manifesto delle intenzioni, Marco Follini racconta la parabola umana e politica di Aldo Moro fin dai primi passi a Roma, dov'era arrivato dalla Puglia grazie alla sua delicata intraprendenza.
Moro é dipinto come un outsider che conquista il suo partito e il Paese, eppure in quell'uomo che si muove così abilmente nelle stanze del potere, abita un animo tormentato e fragile che non è stato quasi mai raccontato.
Un carattere che lo rende "scomodo" perché mai silenziosamente allineato e segna una differenza che pagherà con il rapimento e gli ultimi 55 giorni di prigionia, in cui Moro si rende conto di non essere solo ostaggio delle Brigate Rosse ma anche di uno Stato che scoprirà essere troppo diverso da sé.
Lui che era un uomo del dialogo convinto che nessuno, mai, dovesse essere abbandonato a sé stesso.

Prosegue la lettura di testi riferiti al recente passato (e per molti versi sconosciuto e tutto da indagare) della politica e storia italiana. La vicenda "Moro" continua a far discutere e il testo di Follini, costruito secondo un canovaccio che narra i fatti senza citare un solo nome... straniando da un lato il racconto ma dall'altro rendendolo all'essenziale, ne rende il dovuto merito. Dettagli che si affastellano, idee, pensieri, supposizioni... ma sopra tutto, il pensiero di Moro.. un'idea di politica ancora attuale, ora che il presenzialismo, il personalismo, l'uomo solo al comando paiono aver trovato la cifra del fare... una cifra questa, che, lasciatemelo dire, non mi convince affatto.

giovedì 2 marzo 2023

il mago di Riga


 "Questo miraggio delle partite o della vita senza sbagli: no Misa si teneva volentieri il fallimento. Si teneva la vulnerabilità e lo scompiglio. Tanto valeva ubriacarsi o combinare pasticci, ma rispettare sempre la dignità del singolo essere umano.
Meglio giocare, giocare per la pura festa di giocare, fino a che giorno e notte non perdano il senso: giocare con la devozione e la letizia dei ragazzini che strillano e non vogliono tornare a casa a fare i compiti o lavarsi. Le stupide incombenze del mondo reale".
Michail Misa Tal, (1936-1992), che prima di Kasparov fu il più giovane campione del mondo della storia, sconvolse l'universo degli scacchi incarnando il gioco come arte, invenzione, complicazione.
Lo chiamavano "il Mago di Riga" per la capacità di evocare tutte le forze oscure che ogni posizione celava dentro di sé; bramava il disordine e il sacrificio dei pezzi (atti che per lui racchiudevano anche un significato esistenziale), opposti ai prevalenti distillati di razionalità e pragmatismo.
il 5 maggio 1992 disputò l'ultima partita di torneo (sarebbe morto il mese dopo) contro un giovane Grande Maestro, lui che a soli ventitré anni aveva battuto Botvinnik, il "Patriarca" della scuola sovietica, che affermava di non giocare mai per puro piacere.
Tra una mossa e l'altra Misa ricapitola a lampi di memoria la sua movimentata e anarchica esistenza.
Cinquantacinque anni segnati dal genio precoce e da costanti malattie, ma vibranti di un gioioso, fraterno e dissipato desiderio di vivere.
Le tenerezze dell'infanzia, gli anni d'oro, il declino e le rinascite; le partite che erano sempre per lui "la paziente tessitura di un altrove", l'umorismo straripante e l'empatia verso chiunque (una sfida al bar con un avventore, una ragazza che piange dopo una partita) e naturalmente i tornei, i molti amori, le sbornie, le beffe al KGB, la costante sete di libertà.
Tutto rinasce come in punto di morte.
E mentre cresce la suspense del duello in corso, nella mente del Mago di Riga fioriscono i "momenti fatali" che risvegliano in lui l'essenza, poetica e caotica, della vita.
In questo romanzo, Giorgio Fontana racconta l'epica di un uomo straordinario che raggiunge la vetta profondendo in ogni mossa l'amore per il rischio lontano da qualunque cinismo, e dimostrando a un mondo incredulo che talora le storie sono più forti della realtà - che due più due - come Misa amava dire, può fare cinque.


Poche storie, Giorgio Fontana scrive dannatamente bene. L'idea di narrare una storia nella storia non è originale, ma lui riesce a mantenere una doppia suspence, ove la gara in corso e la vita trascorsa si mescolano rendendo entrambe legate una all'altra. La ricerca di felicità a tutti i costi, il vivere la vita ad una velocità e follia insostenibili (una cosa che mi ricorda un tristissimo passaggio in Blade Runner, quando il replicante Roy incontra il suo creatore Sebastian a cui si rivolge per permettergli di vivere più a lungo e lui gli risponde: hai vissuto al massimo come la fiamma di una candela... ma questo ha fatto bruciare tutto da ogni lato...) ecco, Tal è stato così, ha preso tutto senza tralasciare nulla ed accettando tutto. Un genio senza eguali capace di godere di ogni singolo istante della vita... giocando per allontanare la morte, per allontanare i piccoli problemi quotidiani, le noie, i fastidi che la vita ci riserva... per restare eternamente bambini.


sabato 25 febbraio 2023

Esterno notte


Diviso in episodi, ognuno con un suo distinto punto di vista, una sua azione ed un punto di riferimento, ricostruire il drammatico rapimento di Aldo Moro e la tragica conclusione.  Sicuramente un racconto su cui riflettere, alla luce delle recenti letture, su come, davvero, l'Italia avrebbe potuto avere un ben diverso destino. La nostra storia politica, sociale ed economica... altri decisero diversamente per noi, ed un sogno moderno, forse utopistico, non si materializzò. Bellissima sceneggiatura, grande l'interprete di Aldo Moro.
 

venerdì 24 febbraio 2023

il caso Moro e la Prima Repubblica


Quell'automobile traforata di colpi, quei giornali sparsi sul sedile posteriore, quel corpo coperto da un lenzuolo, quel rivolo di sangue che attraversa l'asfalto in via Fani.
Immagini, impresse nella nostra memoria, che scandiscono un passaggio d'epoca.
Quando e perché é finita la Prima Repubblica?
Per rispondere a questa domanda Walter Veltroni ricostruisce un intero, travagliato, capitolo della nostra storia a partire dal rapimento e uccisione di Aldo Moro, che mette fine al disegno politico più ambizioso del secondo dopoguerra, un'alleanza tra la DC di Zaccagnini e il PCI di Berlinguer e apre una crisi che forse non si sarebbe mai chiusa.
Attraverso gli anni del terrorismo e della strategia della tensione, degli attentati e dei servizi segreti, delle sfide elettorali e delle mancate riforme; da Andreotti a Craxi, da Leone a Cossiga, dal rischio di un colpo di Stato alla scoperta dell'organizzazione segrete Gladio, dalla P2 a Tangentopoli e oltre.
L'autore riavvolge il filo della memoria nazionale attraverso eventi e ricordi vissuti da se stesso e dai protagonisti dell'epoca: intreccia così le testimonianze di Virginio Rognoni, Claudio Martelli, Emma Bonino, Beppe Pisanu, Claudio Signorile, Rino Formica, Aldo Tortorella, Achille Occhetto, Mario Segni, ma ritrova anche una rivelatrice intervista al brigatista Prospero Gallinari, carceriere dello statista democristiano assassinato.
Un'inchiesta nel nostro passato che illustra fatti, personaggi, versioni inedite e interpretazioni politiche, riportando alla luce l'eredità di un disegno infranto che ancora grava sull'Italia di oggi.


 Ritorno sul caso Moro, per scoprire elementi che, complice l'età, allora mi erano sfuggiti. Ricordo - credo di averlo già scritto - l'episodio del lago della Duchessa ed il successivo ritrovamento della Renault 4 rossa con il corpo di Aldo Moro. Ricordo lo sdegno e la paura di quel periodo, si temevano gli attentati, un comizio politico svolto vicino a casa mia, fece chiudere tutte le tapparelle da mia madre, timorosa che potesse accadere qualcosa... si respirava un'aria strana... ricordo uno sciopero in una piccola ditta sempre vicino a casa (il mio mondo allora era piccolo e non andava oltre il mio quartiere) con ragazzi e ragazze che, occupata la fabbrica inneggiavano al comunismo... altro mondo, altri tempi. Ora è tutto cambiato. Non so dire se in meglio o in peggio. Semplicemente ci hanno sottratto i sogni.

martedì 14 febbraio 2023

Le guerre perdute di Jurij Belijaev


 Quando arriva in Ucraina nel 2014 per coprire la guerra del Donbass, il ventunenne Pierre Sautreuil entra in contatto con "il gatto", tale Jurij Belajaev. 
Ex poliziotto, diventato mafioso, milionario in rovina, leader di un partito di estrema destra, militare durante la guerra nella ex Jugoslavia e accusato di aver ucciso più di sessanta bosniaci, sospettato di aver tentato di uccidere Boris Eltcin, latitante ricercato in Russia, Beljaev ha deciso di rifugiarsi sul fronte di Lugansk.
Quando Pierre lo incontra, in lui vede un uomo stanco, anziano, braccio destro di Alexsandr Bednov, comandante del battaglione Batman, milizia filo russa impegnata ad acciarparsi una parte del bottino ucraino senza guardare in faccia a nessuno.- tanto meno alle leggi internazionali.
Presto, però, il giornalista alle prime armi stringe con il mercenario incallito un legame fatto di confessioni ambigue, di fascinazione e di repulsione.
Mentre la guerra devasta il paesaggio ghiacciato del Donbass, Pierre insegue il protagonista per conoscere la sua storia: Juij sparisce, si nasconde, e nel frattempo racconta di essere sopravvissuto ad un attentato di incarcerazioni ed evasioni, lasciando l'autore in balia delle sue preoccupazioni e della sua ricerca di risposte.
Sautreuil con la storia di Jurij ripercorre gli ultimi trent'anni di storia russa dal crollo dell'Unione Sovietica alle mai sopite aspirazioni imperiali sempre più imbevute di nazionalismo sovranista.
"Le guerre perdute di Jurij Beljaev" attraverso il ritratto di un personaggio tragicamente unico e allo stesso tempo banale, a suo modo tipico del disfacimento di un impero, mediocre, come spesso è mediocre il male, è una discesa nei territori più neri d'Europa, dal Donbass a Mosca, dalla Bosnia alla Cecenia.



Libro godibilissimo, anche se narra vicende terribili, offre uno spaccato di Storia. Quella con la S maiuscola e quella dell'uomo di strada. Fatta di opportunità, occasioni, successi e disfatte, fatta per chi, senza andare troppo per il sottile, decide di disfarsi di tutte le regole per vincere.
A prevalere non sono i migliori... solo i più costanti... quelli che non hanno nulla da perdere e che capitano al momento giusto al posto giusto e non fanno domande. La banalità del male, più volte citata... è proprio questa. Personaggi tragici che potrebbero benissimo stare al parco a leggere il giornale...
 

venerdì 3 febbraio 2023

il Dio disarmato


Il rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse e il massacro dei cinque agenti della scorta é l'evento che ha generato la più grave frattura emotiva, politica e sociale della storia repubblicana.
L'attacco dura tre minuti. Tre minuti che, a più di quarant'anni di distanza, continuano ad essere oggetto di ricerche, ricostruzioni e speculazioni.
Ma questo, va detto, non è un saggio: qui siamo nel territorio della letteratura.
E ogni scrittore, si sa, manipola il tempo, può condensare dieci anni in una frase o dilatare pochi secondi e farli durare quanto vuole, se in quei secondi si nasconde una verità su cui lo sguardo continua a posarsi.
Il metodo in un certo senso è quello del realismo traumatico, lo stesso che usava Andy Warhol nelle sue immagini seriali: mettere in scena e replicare per sfiorare la verità.
Non la verità storica, ma quella più sfuggente della percezione individuale e collettiva.
Ecco allora alternarsi nella narrazione i testimoni oculari, i brigatisti i politici, gli uomini della scorta, persino personaggi storici vissuti secoli prima.
E l'azione, gli spazi, la fuga, il congegno che scatta e che si replica all'infinito, perennemente identico a sé stesso, ma che viene osservato ogni volta da una prospettiva diversa.
A intersecare i fatti pubblici e il racconto privato delle ultime otto ore di vita di Aldo Moro prima del sequestro.
Il Dio disarmato è un romanzo senza aggettivi: storico, politico, filosofico, lirico, documentario; nessun termine riesce davvero a definirlo.
E' un libro che indaga nel profondo le scelte individuali e i disegni del destino, il territorio e lo spazio urbano, la sostanza del tempo, il mormorio segreto della vita di un uomo tra i più importanti della storia di Italia che, quando tornava a casa, si toglieva di dosso l'aggettivo "politico" per cercare di essere solo un uomo.

Del rapimento Moro, ho qualche ricordo indelebile. Stante la mia giovane età ricordo immagini televisive sgranate, un bianco e nero che mi riportava la ricerca del politico da parte delle Forze dell'ordine presso il lago della Duchessa... e poi l'altra immagine, fortissima del corpo immobile, contenuto nel baule di una Renault 4.... a posteriori ho letto della sua visione politica, dei suoi errori certo, ma anche del suo tentativo, osteggiato da molti (USA in testa) di coinvolgere i comunisti al governo del Paese... Fu certamente omicidio politico... e certamente cambiò il corso della Storia. Quella con la S maiuscola. 

venerdì 28 ottobre 2022

La Frontiera


Cosa significa essere il vicino della più grande nazione del mondo?
Da sempre attratta dalla cultura e dall'anima russa, Erika Fatland ha dedicato anni a cercar di capire quella terra smisuratamente vasta.
Dopo aver sognato di camminare su una grande carta geografica, muovendosi lungo il sinuoso confine russo, decide di tentare un nuovo approccio: é possibile capire un paese e un popolo osservandoli dall'esterno?
Comincia così la pianificazione di un itinerario favoloso che, dalla Corea del Nord alla Norvegia, abbraccia l'intera superficie di uno dei giganti della politica mondiale.
Partendo da Pyongyang e spostandosi verso ovest a bordo dei mezzi più disparati - aerei a turboelica, treni, cavalli, traghetti, autobus e persino renne e kayak - l'autrice percorre l'interminabile linea di confine tra la Russia e i Paesi vicini.
Dall'Oriente all'Asia Centrale, e poi attraverso il Mar Caspio sino al Caucaso.
E ancora, al di là del Mar Nero, l'Ucraina divisa dalla guerra e poi l'est dell'Europa e i Paesi Baltici, fino a Grense Jakobselv, nell'estremo Nord.
Da qui, l'esplorazione riprende lungo il gelido passaggio a Nord - Est dalla Cukotka, dove l'Asia finisce sino a Murmansk.
Per 259 giorni, Erika Fatland ha raccolto testimonianze e immagini componendo un ritratto affascinante e vivido di paesaggi, culture e società e stati le cui differenze sbiadiscono di fronte all'unico elemento che li accomuna: l'essere confinanti della Russia.
E le storie ora pittoresche, ora tragiche, spesso incredibili, che le persone incontrate durante il cammino tra due continenti raccontano, trovano tutte una spiegazione in questa fondamentale condizione geopolitica fornendo milioni di risposte.
Una per ogni individuo che vive lungo la frontiera più lunga del mondo.

Colte qua e là: "Fino a che punto ci si può fidare delle proprie impressioni e dei propri ricordi? La nostra cultura è soggettiva, e siamo creature mutevoli.
Tutte le esperienza vengono filtrate dal nostro umore, dalla situazione del momento, dalle aspettative, da ciò che abbiamo appena vissuto, da ciò che desideriamo in quel luogo e in quel momento.
Visitare da adulti il luna park della propria infanzia può essere una sensazione strana.
Quello che un tempo sembrava grande e suntuoso, una favola di colori e odori sconosciuti, si rivela essere un insieme di noiose bancarelle e di banali giostre usurate.... viene da chiedersi: ci si può fidare della letteratura di viaggio?"


 

giovedì 6 ottobre 2022

Bagliori a San Pietroburgo


 "A ogni passo in questa città mi viene in mente un libro o mi risuona in testa una musica.
E' una scoperta continua". E' il 1975 quando Jan Brokken rimane folgorato da San Pietroburgo l'allora Leningrado, patria splendente e malinconica di poeti e dissidenti, folli e geni, disperati e amanti, culla della ribellione agli zar e poi al regime sovietico in nome della libertà dell'arte e dello spirito.
In occasione del centenario della Rivoluzione d'Ottobre, Brokken ci accompagna nelle sue passeggiate fra presente e passato attraverso strade, teatri, case e musei sulle tracce dei personaggi che hanno reso Pietroburgo una capitale mitica della cultura europea.
Un viaggio che parte dalla raffinatissima Anna Achmatova, che sembra quasi personificare l'elegante fierezza di questa città, per proseguire con l'avventura umana e poetica di Dostoevskij, Gogol, Solzenicyn; i radicali Stravinskij e Malevic e i tormentati Cajkovskij e Sostakovic; gli espatriati Brodskij, Rachmaninov e Nabokov e l'inquieto Esenin, il "Rimbaud Russo" che conquistò Isadora Duncan, il principe dandy Jusupov, che assassinò Rasputin e fuggì a Parigi con un Rembrandt sottobraccio, e la pianista Marija Judina, che seppure ebrea e dissidente ottenne con la sua musica l'eterno favore di Stalin.
In una sinfonia di ricordi, citazioni e frammenti di vita, Brokken compone un ritratto impressionista della città della nostalgia e del confronto tra l'arte e il potere, dove Mandel'stam ebbe a dire: "SOlo da noi hanno rispetto per la poesia, visto che uccidono in suo nome".

Una città è innanzitutto l'essenza delle persone che la popolano. Jan Brokken lo sa e riesce a cogliere gli echi del passato, il passaggio di altre esistenze che ci hanno preceduto, lo spirito dei luoghi, la vita, non è una visione umano centrica, quanto piuttosto una visione di civiltà di amore per le tensioni che rendono un luogo diverso da un altro...e queste tensioni, anche a distanza di tempo, San Pietroburgo le conserva ancora... un passato che riaffiora da ogni dove e che fa di questa città qualcosa di speciale.

martedì 31 agosto 2021

La difesa di Luzin


 "Questo si chiama pedone. E ora attento a come si muovono. Il cavallo, naturalmente, galoppa". Luzin si  sedette sul tappeto, la spalla appoggiata al ginocchio di lei, e guardò la mano col sottile braccialetto di platino che sollevava e disponeva i pezzi.
"La Regina è la più mobile" disse soddisfatto, sistemando con le dita il pezzo che si ergeva non esattamente al centro della sua casella.
"Ed è così che un pezzo mangia l'altro" disse la zia.
"Come se lo spingesse vie e ne prendesse il posto. I pedoni lo fanno così, in obliquo. Quando potresti mangiare il Re, si chiama scacco; quando il Re non sa dove scappare, si chiama scacco matto. Così il tuo obiettivo è di prendere il Re, e io devo prendere il tuo.
Vedi quanto tempo ci vuole a spiegarlo. E se giocassimo un'altra volta?". 
"No, subito".

Forma e sostanza si rincorrono in questo bellissimo testo, scritto a puntate oramai un secolo or sono e attualissimo in certe faccende, nel descrivere facezie e cose serie... gli esuli russi prima di tutto, questi più o meno ricchi, questi borghesi costretti a lasciare la terra d'origine disperdendosi altrove, portando con sé un ricordo artefatto dell'amata patria, così come loro l'avevano intuita e vissuta... nuova vita, nuova nazione, nuova lingua con cui fare i conti...
E intorno a questo c.d. traliccio, cresce la pianta della vita di Luzin, la sua passione per gli scacchi... la sua follia... questo cercare a tutti i costi di allontanarsene (complice la moglie adorante) ma al tempo stesso rifugio in cui vagare con la mente e difendersi dal mondo esterno...
Come uscirne? Con l'unica difesa possibile... ma qui non vi rovino il piacere di arrivare in fondo.
Assolutamente fantastiche le pagine dedicate alla partita tra Luzin e Turati... da leggere e rileggere... io le ho trascritte su una mia agenda perché non si può, se si ha passione per il gioco, non riflettere sull'interpretazione magica che Nabokov riesce a dare della tenzone... fantastico... vero godimento.

sabato 20 febbraio 2021

il Manifesto di Ventotene


Per un'Europa libera e unita - Progetto d'un manifesto, universalmente noto come Manifesto di Ventotene, esce clandestinamente in versione manoscritta nel 1941 dall'isola in cui Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi si trovano al confino.
E' scritto a quattro mani dai due amici, la cui matrice politica é diversa: Spinelli proviene dal Partito Comunista e poi ne viene espulso nel 1937, Rossi é un dirigente di Giustizia e Libertà.
Testo sobrio del federalismo europeo, il Manifesto è animato da una grande ansia di pace, che gli Stati Nazionali - siamo in piena Guerra Mondiale - non sono stati in grado di garantire, ma che si può costruire e mantenere attraverso un nuovo ordine, una Federazione europea cui spetta anche il compito di dare vita a una "Terza Via" alternativa a capitalismo e comunismo.

Sono intimamente legato a questo testo principalmente per un motivo... da Ventotene sono passati anche i miei avi, il bisnonno per l'esattezza... laureato, socialista, conoscitore di lingue, inviso al Fascismo ci venne confinato insieme alla famiglia.. lì nonna Bianca prese il vaiolo che le segnò il viso sino alla fine dei suoi giorni...
Un legame con quel sito, con quelle persone, con quelle idee, quasi dovuto... 
A questo aspetto personale vado ad aggiungere le molte cose apprese dalla lettura, l'idea che ha originato l'Unione Europea, idea poi molto disattesa nei suoi principi generali...
Dal testo ho fatto poi tesoro di altri aspetti: "Avendo individuato nel proletariato lo strumento per la realizzazione del collettivismo, Marx ha seguito la via che normalmente seguono tutti i politici pratici i quali si sforzano di conquistare le masse.
Costoro debbono esercitare con l'azione e con la persuasione tutta un'opera, grazie alla quale la suscettibilità delle masse ad essere guidate in un certo senso si cambi nella loro effettiva e volenterosa marcia in quel senso. Per ottenere ciò, occorre in primo luogo esercitare una suggestione in modo da persuadere che il fine da raggiungere non è loro imposto dal di fuori, ma sorge dalle loro più profonde esigenze.
In quest'opera di orientamento politico delle masse, si compie sempre un capovolgimento dei rapporti reali.

Ed ancora: "La vera e seria azione politica è sempre una lotta per il potere; anche quando si leva contro un potere, vuole in realtà solo sostituirgliene un altro".

domenica 5 luglio 2020

Child44

Il film, è ispirato ai delitti del Mostro di Rostov, Andrej Romanovic Cikatilo, un serial killer russo che uccise 53 donne e bambini tra il 1978 e il 1990. La collocazione storica, il 1953 tra poco Stalin morirà, ma nel frattempo è il terrore che regna, il sospetto, la paura, la delazione… figurarsi cercare assassini in un mondo di assassini… e dovrebbe suonare premonitore il sottotitolo del film "in paradiso non esistono omicidi"... è questo che non si vuole… scoprire che il sistema non funziona e che se si comincia ad indagare sui delitti, verrà fuori che qualcuno di quelli è voluto dal potere, dall'errore, dall'odio… vuol dire far crollare il sistema… e in un sistema del genere, un killer omicida di bambini ci sguazza benissimo… ed infatti rischia meno di un omosessuale o di una persona a cui sfugge una parola.
Il film viaggia a forte velocità, sia sul treno che porta avanti ed indietro i nostri eroi, sia nell'inseguimento del cattivo, sia scappando in un capovolgimento di ruoli imprevisto.
Leo Demidov vuole scoprire la verità… ma anche per l'eroe dell'Unione Sovietica Leo, cercare la verità è pericoloso… e quello che poi accade lo farà cadere in un baratro. Buco nero da cui, grazie all'aiuto della donna che lo accompagna, che lo teme, ma che piano piano finisce per amarlo, riesce ad uscire, trovare il colpevole, rifarsi una vita. Forte!
 

giovedì 18 giugno 2020

Tecnica del colpo di Stato - Curzio Malaparte

Uscito per la prima volta in Francia nel 1931 grazie alla mediazione di Daniel Halévy (e in Italia solo nel 1948), immediatamente commentato da Trockij, bruciato dai nazisti sulla piazza di Lipsia e costato al suo autore l'arresto e il confino a Lipari per "manifestazioni di antifascismo compiute all'estero", "Tecnica del colpo di Stato", spietata dissezione delle varie tipologie di golpe e delle loro costanti, viene subito avversato da tutti. Sta di fatto che ancor oggi lo si legge d'un fiato: non solo per l'"attualità" della sua analisi di ingegneria politica, ma soprattutto per lo stile, insieme icastico e concitato, geometrico e visionario, dove Malaparte sembra assumere le cadenze di un allievo di Tacito. Stile che risalta in tutte le sequenze su trionfi e fallimenti del golpismo classico, a partire dalla violenta "campagna di stampa" con cui Cicerone smaschera la congiura di Catilina, ma che tocca l'acme nelle ricostruzioni dei colpi di Stato dei primi decenni del secolo scorso, come nelle pagine sulla imminente rivoluzione a Pietrogrado, con le "dense nuvole nere sulle officine di Putilow" cui si contrappone la nebbia rossastra del sobborgo di Wiborg dove si nasconde Lenin. E nella parte finale spiccano, ritratti con rara vividezza, i volti e le psicologie degli autocrati a capo dei vari totalitarismi: Stalin, Mussolini e Hitler (tratto dal libro).
 
Libro potente. Senza dubbio. Testo che merita rispetto, non fosse altro che per l'accoglienza che ebbe, dal confine ed il carcere per l'autore, e per il rogo che toccò al libro da parte dei nazisti…
Che a difendere la libertà ci si rimette sempre.
E troviamo qui ancora una volta una discussione, una riflessione sugli uomini liberi… sugli intellettuali.
Forse hanno ragione tutti coloro che ancor oggi, in questa Europa libera da Hitler e da Mussolini, disprezzano e perseguitano gli uomini liberi, tentando di soffocare il sentimento della dignità personale, la libertà di coscienza, l'indipendenza di spirito, la libertà dell'arte e della letteratura.
Che ne sappiamo noi se gli intellettuali, gli scrittori, gli artisti, gli uomini liberi, non sono una razza pericolosa, perfino inutile, una razza maledetta?
Non è vero, come lamentava Jonathan Swift, che non ci si guadagna nulla a difendere la libertà.
Ci si guadagna sempre qualcosa: se non altro quella coscienza della propria schiavitù, per cui l'uomo libero si riconosce dagli altri. Poiché "il proprio dell'uomo, non è di vivere libero in libertà, ma libero in una prigione".
 
Si concentra poi, Malaparte, su una visione tecnica del colpo di Stato, cosa che per lui è meramente azione tecnica… svelando che, progetti, visioni, dottrine politiche ed economiche, sono meri fronzoli utili per agghindare il vero elemento fondante: il potere!
"I catilinari, cioè i fascisti e i comunisti. I catilinari di destra temono il pericolo del disordine: accusano il governo di debolezza, d'incapacità e d'irresponsabilità, sostengono la necessità di una ferrea organizzazione statale e di un severo controllo di tutta la vita politica, sociale ed economica.
Sono gli idolatri dello Stato, i partigiani dell'assolutismo statale. Nello Stato accentratore, autoritario, antiliberale e antidemocratico, essi fanno consistere l'unica garanzia dell'ordine e della libertà, l'unica difesa contro il pericolo comunista. "Tutto nello Stato, niente fuori dallo Stato, nulla contro lo Stato" afferma Mussolini.
I catilinari di sinistra mirano alla conquista dello Stato per instaurare la dittatura della classe operaia. "Dove c'é libertà non c'é Stato" afferma Lenin"... e anche se i punti di vista divergono… l'elemento che li unisce resta sempre il potere… ma a questo punto cosa deve sapere chi vuole prendere il potere e chi vuole difenderlo?
Malaparte è lapidario: "L'arte di difendere lo Sato moderno é regolata dagli stessi principi che regolano l'arte di conquistarlo: ecco ciò che si può chiamare la formula di Bauer"...La guerra si fa per vivere, non per morire.
Su tuti i colpi di Stato, la regola tattica dei catilinari è il tagliar corto, quella dei difensori dello Stato è il guadagnar tempo.
Il Parlamento è il complice necessario, non volontario, e al tempo stesso la prima vittima del colpo di Stato bonapartista.
Bonaparte é un caposcuola: tutti i militari che, dopo di lui hanno tentato d'impadronirsi del potere civile, si sono attenuti alla regola di apparir liberali fino all'ultimo, cioè fino al momento di ricorrere alla violenza.
Dittatura non è soltanto una forma di governo, è la forma più completa della gelosia, nei suoi aspetti politici, morali e intellettuali".
 
Vi sono poi autentiche perle messe qua e la che vanno assaporate: "Ciò che Voltaire diceva ai Gesuiti: "Pour que les jésuites soient utiles, il faut les empécher d'étre nécessaire".
Sieyès ha tutto previsto e tutto disposto: ha perfino imparato a montare a cavallo, per il caso di un trionfo o di una fuga.

In realtà lo spirito di Hitler é uno spirito profondamente femminile: la sua intelligenza, le sue ambizioni, la sua volontà stessa, non hanno nulla di virile.


E' un uomo debole, che si rifugia nella brutalità per nascondere la sua mancanza di energia, le sue debolezze sorprendenti, il suo egoismo morboso, il suo orgoglio senza risorse.
Nella vita dei popoli, nelle grandi sciagure, dopo le guerre, le invasioni, le carestie, vi è sempre un uomo che esce dalla folla, che impone la sua volontà, la sua ambizione, i suoi rancori, e che "si vendica come una donna", su tutto il popolo, della libertà, della felicità e della potenza perdute".

 
Il testo si conclude con una doverosa precisazione: "La ragione di questo libro non è di discutere i programmi politici, sociali ed economici dei catilinari: bensì di mostrare che il problema della conquista e della difesa dello Stato non è un problema politico, ma tecnico, che l'arte di difendere lo Stato é regolata dagli stessi principii che regolano l'arte di conquistarlo".
Attuale, ingombrante, a tratti spassoso… impossibile non leggerlo.

mercoledì 8 gennaio 2020

1989

Trent'anni sono un tempo sufficiente per poter guardare al più grande evento accaduto in Europa da quando sono nato con la necessaria serenità e visione di insieme? Io credo di no. Manca ancora qualcosa… certamente manca la capacità di afferrare per la coda e porre rimedio a quella somma di errori, mancanze, occasioni perdute che la caduta del Muro e il venir meno dei regimi comunisti ha generato.
Ubriachi di certezze, ci si é illusi che il capitalismo fosse il vero vincitore e unico vero modello da utilizzare sulla Terra… capace di garantire democrazia (falso), stabilità (falso), ripetibilità ed esportazione ovunque. Il risultato? E' sotto gli occhi di tutti. La crisi del 2008 ad esempio, il sorgere di nazionalismi, destre, razzismo, la mancata risoluzione dei problemi ambientali… e chi più ne ha più ne metta.
Possiamo rallegrarci sul venir meno di una dittatura e dei suoi accoliti? Certamente si, e questa non è cosa da poco. Anzi.
Ma non deve bastare, non deve bastarci ne accontentarci. Vogliamo di più, un mondo migliore e più equo.. se è caduto questo muro possono caderne altri.

domenica 3 novembre 2019

La Torre

Nella Dresda degli anni '80, gli abitanti della Torre, un quartiere residenziale sulle pendici dell'Elba, sembrano vivere fuori dal tempo. Nelle loro ville ormai fatiscenti, cercano di sfuggire al grigiore e alla decadenza del sistema socialista dedicandosi alla musica, alla poesia e alla pittura. Anne e Richard Hoffmann vivono nella Torre insieme ai due figli, Christian e Robert. Richard, amante della musica e delle arti figurative, è un chirurgo dell'Accademia costretto a confrontarsi ogni giorno con il dissesto del sistema sanitario. Ha una relazione extraconiugale e per questo è ricattato dalla Stasi e costretto a spiare i suoi colleghi. Christian, il figlio maggiore, vuole studiare medicina, ma per avere un posto di studi all'università deve prima prestare servizio "volontario" nell'Esercito Nazionale Popolare, pur essendo lui uno spirito votato alla libertà. Lo zio di Christian, Meno Rohde, è redattore presso un'importante casa editrice, frequenta gli autori più influenti e rappresentativi della cultura socialista ed è costretto a lottare contro gli ingranaggi della censura. Poiché è nato a Mosca ed è figlio di rivoluzionari, Meno ha accesso al quartiere di "Bisanzio", dove vive la nomenclatura e ha sede l'apparato istituzionale che controlla le vite dei cittadini. Silenzioso e grande osservatore, Meno fa da tramite fra il mondo del regime e quello nostalgicamente borghese della Torre, raccontando nelle pagine del suo diario le contraddizioni di entrambi.  (tratto dal libro).

 
Le oltre 1300 pagine che compongono questo romanzo, si concentrano negli ultimi dieci anni di vita della ex DDR e dei suoi abitanti… conosciamo così i "privilegiati", coloro che vivono nella dorata "Bisanzio" e dei "comuni", quelli che devono affrontare ogni giorno le impossibili carenze del regime comunista, la struttura di sospetti, bugie, paure, cattiverie, e di miseria, mancanze, che accompagnano una dittatura del popolo (ma sempre dittatura) oramai agli sgoccioli, eppure, proprio perché sente prossima la fine, ancora più feroce, idiota, priva di senso.
Bellissima storia, molto vera, molto autobiografica, di una Germania, l'altra Germania, a noi ignota, per tanto tempo e che ora, a tanti anni da quel fatidico 1989, ci viene raccontata nella sua assurdità… un modo per non rimpiangerla. Un grande romanzo.
 

domenica 30 giugno 2019

Riflessioni sulle cause della libertà

A venticinque anni, nel 1934, Simone Weil scrisse queste "Riflessioni", vero talismano che dovrebbe proteggere chiunque é costretto ad attraversare l'immenso ammasso di menzogne che circonda la parola "società".
Come sempre nelle parole più ovvie, in essa si cela una realtà segreta e imponente che agisce su di noi anche là dove nessuno la riconosce.
La Weil è stata la prima a dire con perfetta chiarezza che l'uomo si è emancipato dalla servitù della natura solo per sottomettersi a un'oppressione ancora più oscura, ancora più capricciosa e incontrollabile: quella esercitata dalla società stessa.
Da questa intuizione centrale si diparte, con cristallina virtù argomentativa, una sequenza di ragionamenti che svelano nei meccanismi del potere come in quelli della produzione e dello scambio altrettanti volti di una stessa idolatria.
Scritto quando Hitler era al potere da pochi mesi e quando Stalin era venerato da gran parte della intelligencija come "piccolo padre" di una nuova umanità, questo testo non ha un attimo di incertezza nel delineare l'orrore di qquel presente.
Ma, come sempre nella Weil, lo sguardo é così preciso proprio perché va al di là del presente e percepisce un'immagine inscalfibile del bene, in rapporto alla quale giudica il mondo.
E' uno sguardo che ci induce a sfuggire al contagio della follia e della vertigine collettiva tornando a stringere per conto proprio al di sopra dell'idolo sociale, il patto originario dello spirito con l'universo.
 
 
Un testo da leggere e rileggere… anche perché non semplice. Illuminante, tale da farsi faro nella nebbia delle idee di politica, società, futuro di molti di noi (io per primo).
La Weil è scomoda. Poche storie. Ma se si vuol fare lo sforzo di ascoltarla se ne uscirà cambiati. Maturi e diversi. Provare per credere.


venerdì 10 maggio 2019

Il potere dei senza potere

Nel 1979, Vàclav Havel è in carcere con alcuni amici in attesa del processo.
L'accusa, come sempre, non è chiara, ma è evidente che il potere burocratico ha intenzione di porre fine ad ogni forma di dissenso.
Il futuro presidente della Repubblica formula in questo libro la propria autodifesa, delineando in essa, attraverso l'analisi di ciò che egli chiama i sistemi "post-totalitari", le caratteristiche di una forza nuova, destinata, di lì a poco, a sconvolgere il mondo.
Il "Potere dei senza potere" non è opposizione nel senso politico corrente del termine, né convenzionale dissenso: nasce dalla "vita nella verità" in opposizione alla "vita nella menzogna", è una fase elementare e radicale della rivolta contro i sistemi e le manipolazioni che, da qualunque parte provengano, tendono sempre ad annullare il valore dell'individuo. (tratto dal libro).
 
Tanti anni or sono, non ricordo come, questo libretto (113 pagine) mi capitò tra le mani.
1991, due anni dopo la caduta del muro. Quante cose non sapevamo dell'oltre cortina. Ero appena stato nella ex DDR e avevo visto un mondo arretrato che, da un lato incuriosiva ma da quell'altro dava l'idea della miseria quotidiana di un sistema politico che avrebbe dovuto portare il paradiso in terra. E la Cecoslovacchia (oggi due Stati distinti) non faceva eccezione, anzi! La Primavera di Praga aveva fatto capire a tutti (escluso i nostrani cecati dall'ideologia) che quella non era la strada.
Un'ideologia aveva promesso e non aveva mantenuto. Si era però camuffata in tante cose.. "offrendo all'uomo errante un casa accessibile chiedendo in cambio la delega della ragione e della coscienza nelle mani dei superiori, secondo il principio di identificazione del centro del potere con il centro della verità".
E quante risorse si liberarono con la caduta del regime. Un peccato vedere dove siamo arrivati dopo 30 anni di benessere. Un vero peccato.

sabato 13 aprile 2019

Spartak Mosca

Lo Spartak Mosca era l'unica squadra di calcio sovietica a godere di un autentico e profondo seguito popolare, non limitato alla capitale ma diffuso capillarmente in tutto il territorio dell'immenso paese, escluse forse l'Ucraina e la Georgia, dove il tifo per le Dinamo rispettivamente di Kiev e di Tbilisi era anche espressione di orgoglio nazionale, del desiderio di differenziarsi in qualche modo dalla Russia.
Con la fine dell'URSS la situazione non è sostanzialmente mutata, anzi la passione per lo Spartak Mosca è diventata un elemento unificante per le popolazioni di etnia russa al di là dei confini nazionali oggi (in URSS la loro costituzione era vietata dalla legge) esistono fan club dello Spartak Mosca da Kalinigrad e Vladivostock a Bajkonur (Kazachistan) e anche in Israele, dove si è dotata tra l'altro di un interessante sito internet.
Per comprendere i motivi di tale popolarità occorre risalire alle origini, ai primi anni venti, quanto in un rione operaio della città Mosca, un gruppo di giovani fanaticamente appassionati di calcio creò una propria squadra
Creò nel senso più completo del termine, perché, oltre a fondare la società costruì con le proprie mani, e a proprie spese, gli impianti sportivi (campo, tribune).
A questa squadra di quartiere, tenacemente cresciuta, a dispetto di mille avversità, a partire dalla metà degli anni trenta toccò l'ingrato compito di contrastare lo strapotere dei club militari, Dinamo (Commissariato agli Interni) e CDKA (Armata Rossa) in testa.
Difficile stabilire quanto tale ruolo antagonista fu deliberatamente scelto, di sicuro costò molto caro allo Spartak e soprattutto ai suoi fondatori, che non passarono indenni attraverso l'epoca delle grandi repressioni staliniane.
Ma furono proprio i drammi (talvolta tragedie) personali, uniti ai trionfi sul campo, a creare la leggenda dello Spartak Mosca, l'epopea della "squadra del popolo". (tratto dal libro).
 
 
Bellissimi questo breve (159 pagine) e minuto libretto, che parla si di sport, ma soprattutto di politica, di Russia, di storia di un mondo a noi poco noto, di potere e di repressione... senza dimenticare lo spirito del racconto: quello di narrare di passione sfrenata, quasi una fede, per il calcio… pagata ad un prezzo altissimo e quasi incomprensibile per chi ha vissuto dall'altra parte della Cortina di Ferro.

sabato 26 maggio 2018

La grande cecità

Viaggia su tre differenti coordinate il saggio di Amitav Ghosh. La Letteratura, la Storia, la Politica.
 
Nel capitolo sulla Letteratura, Ghosh pone l'accento sull'assenza di romanzi, scritti, racconti (che non siano saggi) ove il cambiamento climatico venga preso in considerazione. Cerca altresì di trovarne il motivo, partendo da molto lontano e trovandone alcuni bandoli della matassa.
L'intento del narrare non è riprodurre il mondo così com'é. Ciò che il narrare rende possibile è affrontare il mondo al congiuntivo, figurarselo come se fosse altro da quello che é facendo immaginare altre possibilità.
 
Nel capitolo sulla Storia, Ghosh ripercorre gli ultimi 1000 anni, dal punto di vista dell'India e dell'Asia in generale, sia per quanto riguarda la Rivoluzione Industriale che per le scelte fatte dal punto di vista della trasformazione da economie agricole a produttive. Il cambiamento climatico antropogenico è l'involontaria conseguenza dell'esistenza stessa degli esseri umani.
 
Nel capitolo sulla Politica, si concentra infine sul futuro e su quali sono le prospettive che ci si pongono di fronte.
 
L'interessante chiave di lettura ci porta così a fare alcune considerazioni:
1. Fatichiamo ad abbandonare l'attuale sistema produttivo, perché ad esso siamo riconoscenti: abbandonando il precedente mondo agricolo, ci siamo affrancati, abbiamo liberato risorse per acquistare libertà: libertà sociali, politiche, sessuali, economiche, di tempo libero, di salute. Che lo vogliamo o no, siamo debitori del capitalismo.
2. Nessuno vuole porre sul piatto della bilancia la regressione, la decrescita, la spartizione dei privilegi con i PVS; nessuno che non sappia a quale suicidio politico e sociale si andrebbe a prestare.

 
 
"Nei primi anni del XXI secolo Amitav Ghosh lavorava alla stesura de "IL PAESE DELLE MAREE", il romanzo che si svolge nelle Sundarban, l'immenso arcipelago di isole che si estende fra il mare e le pianure del Bengala.
Occupandosi della grande foresta di mangrovie che le ricopre, Ghosh scoprì che i mutamenti geologici che ciclicamente avvenivano - un argine poteva sparire nell'arco di una notte, trascinando con sé case e persone - stavano diventando qualcos'altro: un cambiamento irreversibile, il segno di un inarrestabile ritrarsi delle linee costiere e di una continua infiltrazione di acque saline su terre coltivate.
Che un'intera area sotto il livello del mare come le Sundarban possa essere letteralmente cancellata dalla faccia della Terra non è cosa da poco.
Mostra che l'impatto accelerato del surriscaldamento globale é giunto ormai a minacciare l'esistenza stessa di numerose zone costiere della terra.
La domanda, per Ghosh, nacque perciò spontanea.
Come reagisce la cultura e, in modo particolare, la letteratura dinanzi a questo stato di cose?
La risposta é contenuta in questo libro in cui l'autore della trilogia "IBIS" ritorna con efficacia alla scrittura saggistica.
La cultura è, per Ghosh, strettamente connessa con il mondo della produzione di merci.
Ne induce i desideri, producendo l'immaginario che l'accompagna.
Una veloce decapottabile - un prodotto per eccellenza dell'economia basata sui combustibili fossili - non ci attrae perché ne conosciamo minuziosamente la tecnologia, ma perché evoca l'immagine di una strada che guizza in un paesaggio incontaminato; pensiamo alla libertà e al vento nei capelli; a James Dean e Peter Fonda che sfrecciano verso l'orizzonte; a Jack Kerouac e Vladimir Nabokov.
Questa cultura, così intimamente legata alla storia del capitalismo, é stata capace di raccontare guerre e numerose crisi, ma rivela una singolare, irriducibile resistenza ad affrontare il cambiamento climatico.
Che cosa è in gioco in questa resistenza? Un fallimento immaginativo e culturale che sta al cuore della crisi climatica? Un occultamento della realtà nell'arte e nella letteratura contemporanee tale che questa nostra epoca, così fiera della propria consapevolezza, verrà definita l'epoca della Grande Cecità?".