Visualizzazione post con etichetta Roma. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Roma. Mostra tutti i post

martedì 23 giugno 2026

il Gladiatore 2


Ciò che facciamo in vita riecheggia (un po' troppo) nell'eternità

Su "Il Gladiatore II" di Ridley Scott

C'è una frase del primo film che tutti ricordiamo, scolpita nella memoria come sul marmo: ciò che facciamo in vita riecheggia nell'eternità. Il problema del Gladiatore II è che ha preso l'aforisma alla lettera. Riecheggia, sì. Riecheggia talmente tanto che, a un certo punto, ti accorgi di star guardando l'eco di un film invece del film — la fotocopia di un capolavoro, stampata bene, su carta buona, ma pur sempre fotocopia.

Facciamo subito la cosa che, è d'obbligo: il confronto. Nel 2000 Ridley Scott aveva resuscitato un genere morto, il peplum, e ci aveva infilato dentro un eroe — Massimo Decimo Meridio — che era insieme generale, schiavo, padre in lutto e nemesi. Russell Crowe non recitava la vendetta: la portava, come si porta un peso sulle spalle. Hans Zimmer ci metteva sopra quella colonna sonora che ancora oggi, se parte in un centro commerciale, ti viene voglia di sfidare a duello il cassiere. Era cinema che credeva in qualcosa — negli dèi, in Roma, nella famiglia — anche solo per il gusto di vederlo crollare.

Ventiquattro anni dopo, Scott torna con Lucio Vero — Paul Mescal — e qui casca il primo asino. Mescal è bravo, è bello, ha il sorriso disarmante: ma gli manca la pietra. Il suo Annone-Lucio rifà il percorso di Massimo (la moglie uccisa, la cattura, l'arena, la vendetta "in questa vita o nell'altra") con la diligenza di un bravo studente che ha studiato il compito del primo della classe. Tutto giusto, tutto al posto suo, e proprio per questo tutto già visto. Dov'era il carisma greve di Crowe c'è una gentilezza che non spaventa nessuno, men che meno gli imperatori.

E poi ci sono loro, gli eccessi. Perché Scott, ottantasettenne irriducibile, ha deciso che se devi rifare il Colosseo allora ci metti dentro pure i babbuini inferociti, i rinoceronti cavalcati e — apice del delirio — una battaglia navale con gli squali che sguazzano nell'arena allagata. Storicamente improbabile? Certo. Ma il bello è che non te ne importa, perché a quel punto hai capito che il film non vuole convincerti, vuole travolgerti. È peplum diventato luna park. E come al luna park, esci stordito e vagamente felice, senza ricordare bene cosa hai visto.

Allora, cosa salviamo? Una cosa, e basta, ma maiuscola: Denzel Washington. Il suo Macrino — schiavo diventato schiavista, mercante che organizza i giochi mentre trama di rovesciare i due imperatori-bambini Geta e Caracalla — è l'unico personaggio vivo del film. Ed è interessante notare perché funziona. Macrino non vuole semplicemente il potere: vuole Roma. La odia e la brama insieme, la vuole distruggere e possedere nello stesso gesto. È desiderio mimetico allo stato puro — Girard sorriderebbe — l'uomo che diventa ossessionato esattamente da ciò che lo ha umiliato, fino a volerne prendere il posto. Washington recita questa ambivalenza con un piacere felino, sornione, da vecchio leone che sa di essere l'unico predatore sul set. Ogni volta che entra in scena, il film smette di essere una fotocopia e torna a respirare.

C'è poi un secondo motivo per cui qualcosa si salva, ed è più sottile. Il primo Gladiatore parlava di virtù: la nostalgia di una Roma ideale, gli dèi, l'onore. Questo parla di soldi, ambizione e folla — di una città già marcia che applaude chiunque la sappia intrattenere. E qui, sotto la patina pop, c'è un nervo scoperto. Canetti, in Massa e potere, aveva spiegato che la folla non vuole giustizia: vuole scarica, vuole sangue, vuole il momento in cui può ruggire all'unisono. L'arena del Gladiatore II è esattamente quella massa — e gli imperatori, e Macrino, sono solo tecnici dell'applauso. Non so quanto Scott lo abbia voluto consapevolmente. Ma il ritratto della politica come spettacolo per spettatori distratti è, ahimè, l'unica cosa del film che parli davvero del nostro presente.

Verdetto del buontempone: due spade e mezzo su cinque. Una intera è di Denzel. Mezza è per il coraggio senile di Scott, che a ottantasette anni butta gli squali nell'arena perché può. Il resto si perde nell'eco — e l'eco, si sa, è il modo che ha un suono di sopravvivere quando non ha più niente di nuovo da dire.

P.S. — Se proprio dovete, rivedete prima il primo. Non per cattiveria: per misericordia verso il secondo.


 

sabato 9 marzo 2024

Scuola Nazionale - Roma


La Scuola Nazionale Anpas per dirigenti è stata e resterà la mia più bella esperienza in questa Associazione. Tre giorni in cui tanto si è appreso, tanto si è riso, tanto si è parlato. Persone davvero belle, tra i discenti e tra i docenti. Persone che condividono una passione. Mi ha fatto riscoprire l'idea che si può fare tanto per gli altri non solo divertendosi, ma diventando parte di qualcosa davvero più grande. Grazie. 










 

sabato 7 maggio 2022

La svolta


Qualcuno lo ha definito, direi brillantemente "Road movie da fermo"... ad intendere che tutto quello che deve accadere, accade in un appartamento, nella periferia di Roma.
Piccoli delinquenti, pessimi e penosi boss di borgata, mal accompagnati da prostitute oramai decadenti, killer con problemi di personalità.. banditi legati da accordi che saltano da un momento all'altro quando di mezzo ci sono tanti soldi... un boss poi, che si atteggia ad una sorta di Re Lear, citando a memoria (probabilmente letti da libri presi al rigattiere) massime tratte da libri di varia origine.
Quando un giovane ladro senza tante speranze, ruba al Boss del quartiere, per lui non c'é più scampo. 
Braccato in un palazzo, tiene prima sotto sequestro un ragazzo (già di suo rinchiuso nell'appartamento della nonna) salvo poi svezzarlo alla vita, all'amore, alla violenza.
Tutto sembra andare per il meglio... da qui la svolta... ma i debiti si devono pagare e questo percorso reciproco di crescita e indagine introspettiva non li terrà al riparo dalla morte... che peraltro, ci piaccia o no, ci raggiunge tutti.

martedì 9 novembre 2021

Suburra - La serie - Stagione 1

Cosa può succedere in 21 giorni? A Roma tutto... da alleanze criminali fragili, tradimenti, omicidi, ricatti, possibilità di riscatto e ricadute... ognuno deve fare i conti con sé stesso, con il fascino del male, con la violenza... Suburra, la serie che edulcora il film che porta lo stesso nome, fa incontrare in una caotica Roma una serie di personaggi insoddisfatti e assetati di potere e riscatto... il demonio (Samurai) avrà vita facile a metterli contro e insieme... da vedere, senza crederci troppo.

lunedì 17 agosto 2020

La morte di Cesare

La morte di Cesare, un episodio con cui tutto il mondo Occidentale e non solo ha dovuto, prima o poi, fare i conti, eccola qui riassunta, in stile romanzesco, da Barry Strauss.
Un su cui Strauss indugia, cercando giustificazioni ad un agire, a suo dire, anomalo. Una persona malata? Una persona tratta in errore da un mero calcolo statistico, da certezze poi rivelatesi fallaci? un uomo che, perdonando i suoi nemici, credendo nello Stato e nella sua autorevolezza, venne tratto in inganno ed ucciso, non da quei nemici da lui sempre sconfitti, ma da coloro di cui si era attorniato... qui descritti come una corte di egoisti, arraffoni, vanesi... 
Dura era stata la lotta per conquistare il potere... la guerra contro i barbari, quella civile... ora che tutto sembrava riprendere il suo normale corso, la svolta... l'uccisione di Cesare... con quel drappello di "golpisti" con a capo Bruto, l'unico, forse, che emerge nella sua integrità, pur se tratto in inganno, o peggio, quasi a fare la figura dell'idealista privo di quell'esperienza necessaria per far fronte al "dopo"... E Strauss, da bravo scrittore, ci presenta una trama, narrata minuto per minuto, quasi una radiocronaca... sentiamo la moglie di Cesare che male ha sognato e teme per la sua vita, Cesare che rimanda l'uscita di casa per timore... ma che viene tratto in inganno, le trame presso il Senato per ucciderlo... la sua morte, descritta attimo per attimo... e il dopo... il caos, la scelta di ciascuno di porsi da una parte o dall'altra... la nuova guerra civile... e la capacità di Ottaviano di sconfiggere, in un gioco di alleanze mutevoli, tutto e tutti... Bellissimo racconto, su una pagina di Storia, di cui credevamo di sapere già ogni cosa...

domenica 26 aprile 2020

Augustus

Sono le Idi di Marzo del 44 a.C. quando Ottaviano, diciottenne gracile e malaticcio ma intelligente ed ambizioso quanto basta, viene a sapere che suo zio, Giulio Cesare, è stato assassinato.
Il ragazzo, che da poco è stato adottato dal dittatore è quindi l'erede designato, ma la sua scalata al potere sarà tutt'altro che lineare.
John Williams ci racconta il principato di Ottaviano Augusto e i fasti e le ambizioni dell'antica Roma attraverso un abile intreccio di epistole, documenti, diari e invenzioni letterare da cui si scorgono i profili interiori dei tanti attori dell'epoca, i loro dissidi, le loro debolezze: l'opportunismo di Cicerone, la libertà e l'ironia di Orazio, la saggezza di Marco Agrippa, la raffinata intelligenza di Mecenate, ma soprattutto l'inquietudine di Giulia, una donna profonda e moderna, che cede alla lussuria quanto alla grazia.
In Augustus, che valse all'autore il National Book Award nel 1973, protagonista è la lingua meravigliosa di Williams che ci restituisce a pieno lo spirito della Roma augustea.
Un capolavoro della narrativa americana che, fra ricostruzione storica, finzione e perfezione stilistica, non manca mai di dialogare con il presente, e in cui la grande storia è lo spunto per riflettere sulla condizione umana, sulle lusinghe del potere e sulla solitudine di chi lo esercita.
 
Da questo testo traggo qua e la vere perle… righe da leggere, rileggere, trascrivere a futura memoria, passaggi fulminanti che ci aprono la mente… sugli argomenti più disparati ma tutti collegati al reale, al concreto… grande Williams… già apprezzato in butchers crossing (altro mondo, altro tempo), eccolo riapparire con tutta la sua maestosa capacità di trasformare la parola stampata in passione, idea, ispirazione…
Così quando parla di filosofia: "Forse comincio a capire perché i romani disprezzano tanto la filosofia. Il loro è un mondo concreto, fatto di cause e conseguenze, parole e fatti, vantaggi e privazioni. I romani considerano la cultura come uno strumento in vista di un fine; e la verità come un  mero oggetto da utilizzare. Perfino i loro dei servono lo Stato, anziché il contrario".
O quando parla della morale e dei moralisti: "E trovo che i moralisti siano creature inutili e spregevoli. Inutili in quanto sprecano le loro energie dando giudizi, anziché ampliare le loro conoscenze: poiché giudicare é facile, mentre difficile é conoscere. E spregevoli perché i loro giudizi riflettono una visione personale, che per ignoranza e orgoglio pretenderebbero di imporre al mondo intero".
O ancora, quando è il significato della vita ad emergere:"compresi che la perdita è la condizione ineludibile della nostra esistenza. Una lezione, questa, che s'impara da soli".
E quando parla della seduzione: "A chi non è pratico del gioco, i passi che conducono alla seduzione possono apparire ridicoli; ma non lo sono più dei passi di una danza. I danzatori danzano, e godono della loro abilità. Tutto è preordinato, dal primo scambio di sguardi all'accoppiamento finale. E le reciproche finzioni dei partecipanti sono una parte fondamentale di quel complicato gioco: ciascuno si finge impotente davanti al peso della passione, e ogni passo fatto avanti o indietro, ogni singolo assenso o rifiuto, è indispensabile al buon esito della partita….".
Quando poi parla di saggezza: "E' una fortuna che la giovinezza non riconosca mai la propria ignoranza, perché se fosse altrimenti, non troverebbe il coraggio di sopportare. Forse è l'istinto del sangue e della carne che ostacola tale coscienza, consentendo al giovane di diventare uomo, e di scoprire solo allora la follia della propria esistenza" e poco oltre "non ci si inganna sulle conseguenze delle proprie azioni; ci si inganna sul fatto di poterle sopportare… l'adulto, che ha vissuto il futuro che sognava, vede la vita come una tragedia; perché ha imparato che il suo potere, per quanto grande, non prevarrà contro quelle forze del caso e della natura cui diede i nomi degli dei: e ha imparato ad essere mortale".
Ma il meglio del testo si legge quando parla del ruolo della poesia: "Il poeta contempla il caos dell'esperienza, la confusione del caso e gli insondabili regni del possibile, vale a dire il mondo in cui siamo abituati a vivere da esaminarlo solo di rado. I frutti di questa contemplazione sono la scoperta, o l'invenzione, di qualche piccolo principio d'ordine e armonia che possa astrarsi dal disordine che lo nasconde, e l'asservimento di tale scoperta alle leggi poetiche, che finalmente la rendono possibile La cura con cui il generale addestra le sue truppe, nei loro complessi schieramenti,  è la stessa con cui il poeta sceglie le sue parole, obbedendo alle necessità della metrica; l'astuzia con cui il console schiera una fazione contro l'altra, per conseguire i suoi obiettivi, è la medesima impiegata dal poeta, quando bilancia i suoi versi per esaltare la verità…."
E sulla religione: "Forse in fondo, mio caro Nicola, avevi ragione tu. Forse esiste un solo dio. Ma se è così, gli hai dato il nome sbagliato. Perché quel dio è il Caso, e l'uomo è il suo sacerdote, che non sacrifica altri che se stesso, e la sua anima divisa".

 

lunedì 13 aprile 2020

Nerone

Chi può dire fin dove Nerone sia un personaggio della storia o della letteratura? fin dove sia creazione della realtà o della fantasia? quanto ha inciso sulla vita dei popoli a lui soggetti dal trono di Roma, e quanto sull'immaginazione dei posteri attraverso i drammi, i romanzi, la musica e il cinema? Basterebbe ricordare Quo Vadis? e Senaca, Boito e Racine.
La storia e la sua confusione con la leggenda incominciarono già coi primi scrittori che si occuparono diffusamente di lui, Tacito e Svetonio.
Negli Annali del primo c'é già il ritratto del principe tirannico e nevrotico, con le sue crudeltà e le sue paure. Tacito non trascura il numero dei suoi assassini e delle sue orge; narrerà impavido, dichiara, le abiezioni della classe dirigente taciute dagli altri "o perché ebbero la forza di sostenere l'enormità o per timore di suscitare disgusto anche nei lettori".
In Svetonio tutto questo scende nella cronaca e si snoda in mille rivoli: la vita quotidiana di Nerone é resa con la minuzia dei pittori nordici del Quattro e Cinquecento. Sembra un fitto susseguirsi di dati psicanalitici, altrettante rivelazioni di un osservatore clinico mosso da un'incontestabile curiosità: compresi i tic, i sospetti, i veleni e gli spettacoli preferiti dall'imperatore e la scena wagneriana dell'incendi di Roma, alla cui visa Nerone interpreta in un teatrino l'Eccidio di Troia.
Così storia e letteratura antiche ci hanno trasmesso uno dei loro personaggi più grandiosi, colmandolo di ferocie e forse anche di calunnie, riversando su un tiranno vero le invenzioni dell'opposizione e le chiacchiere del popolino.
Accostando le pagine che Svetonio e Tacito hanno dedicato a Nerone, abbiamo anche voluto esemplificare due differenti modi di fare storia. Svetonio di offre un ritratto a tutto tondo, con quello che oggi si chiamerebbe i consumato mestiere di un buon giornalista, di un inviato speciale.
Il suo è un racconto impressionistico che non si preoccupa troppo di spiegare il senso autentico di certi avvenimenti, i loro moventi segreti, i retroscena che li possono illuminare: onde accade che i gesti dei suoi personaggi ci appaiano spesso gratuiti.
Ben altro senso della complessità della vita politica e dello Stato possiede Tacito, che resta tuttavia un drammaturgo (e uno scrittore) di rara efficacia: la spietata lotta per il potere che egli rappresenta sembra anticipare le opere in cui Shakespeare ha messo in scena con pari potenza gli intrighi sanguinosi della conquista di un trono.
Ogni storico scrive per la realtà presente, per la società che gli è contemporanea, anche quando si rifà a vicende lontane. (tratto dal libro).
 
Mentre finivo questo testo, e pensavo a come darne un commento, ma prima di tutto mandarlo a memoria nel mondo attuale e nel mio modo di vederlo, mi venivano naturali alcuni paralleli. Il primo: quello con il mondo rappresentato dalla fantascienza. E' di questi giorni la mia visione di uno dei tanti episodi di Star Wars… gira che ti rigira, la musica non cambia… sempre per il potere combatte l'uomo, ma ancor di più, per trovare qualcuno che glielo faccia ricordare.. cosa sarebbe infatti un imperatore, un despota, senza un popolo da vessare ma da cui avere amore incondizionato? Non importa quanto estorto… ma pur sempre venerazione. E quanto sarebbe disposto quell'uomo a potersi paragonare ad un Dio? Ecco, di fronte a noi abbiamo Nerone, uno che, fatte le dovute proporzioni, Adolf Hitler gli faceva un baffo in termini di pazzia, sterminio, omicidio e depravazione… Cosa ci insegnano di nuovo Svetonio e Tacito? Niente… se non la follia di un uomo… sempre quell'uomo, che, da quando ha preso coscienza di sé ha finito troppo spesso per dare ascolto al "lato oscuro della forza"... ecco, l'ho detto!

domenica 26 gennaio 2020

Plutarco - Consigli Politici

Oltre che delle celeberrime VITE PARALLELE, Plutarco è autore di oltre ottanta scritti che, accanto a temi filosofico - etici, toccano ogni aspetto del sapere antico, raccolti sotto il titolo complessivo di Moralia.
Da questo corpus è stata selezionata un'antologia di scritti politici.
Plutarco non da consigli su come conquistare il governo, ma su come gestirlo nell'interesse esclusivo della collettività.
E in quest'ottica ciò che appare prioritario è la formazione culturale e morale dell'Uomo di Stato, che dev'essere politicamente esperto, tecnicamente preparato ad assolvere i propri compiti e soprattutto di altissima integrità: perché non é possibile che chi è ignorante insegni, che chi non è equilibrato possa dare equilibrio, né governare chi non ha in sé governo.
L'impegno politico - cittadino di Plutarco rappresenta bene la coscienza di sé, e dei propri limiti sul piano politico, dei gruppi dirigenti delle città del mondo greco dominato ormai stabilmente da Roma ed aspiranti ad un condominio (per lo meno intellettuale) del grande "Orbe Romano". (dal risvolto del libro)
 
 
Non è la conquista del governo che Plutarco insegna, ma il suo mantenimento, salvo poi ricordarci che l'assenza di doti essenziali al governo stesso ci mette senza dubbio nelle condizioni di correre rischi che, di questi tempi possono essere il dileggio, una volta passavano dal linciaggio.
Fatte le dovute precisazioni e raffronti, il testo è di un'attualità incredibile.
Alcune massime da ricordare: "Del resto il metter mano subito a formare il carattere del popolo e correggerne la natura, non è cosa facile né sicura, ma richiede molto tempo e grande autorevolezza".
perché "la moltitudine non è ben maneggevole né facile ad attaccarsi a una presa di salvezza da parte di chi capita, ma ci si deve accontentare se accetta la guida di qualcuno senza esserne spaventata, come una fiera sospettosa e scaltra, né alla vista né alla voce" ricordando che "é il carattere, non la parola, a convincere in chi parla" soprattutto se non si è grandi oratori, così da non ritrovarsi come Aristofonte nel dire: "l'attore dei miei avversari è migliore ma il mio dramma è più bello".
E se pensiamo che ai tempi di Plutarco, Demostene si difese dalle accuse di aver intascato una tangente, affermando che aveva accettato denaro non per sé ma per il suo partito… (non vi ricorda nulla?) voi capite come, pur cambiando gli attori la sostanza dell'essere umano non cambia in alcun modo.
Ricordando che "Nulla rende l'uomo docile e sollecito nei confronti dell'uomo se non la fiducia nella sua benevolenza e la fama della sua dirittura morale e del suo senso della giustizia. E io penso che anche le api si troverebbero in migliore condizione se accogliessero volentieri e si lasciassero avvicinare da coloro che le nutrono e le curano, piuttosto che pungerli e avventarsi contro di loro. Ora invece gli uomini le castigano col fumo, e governano, dopo averli costretti con morsi e collari, i cavalli violenti e i cani ribelli".


venerdì 24 gennaio 2020

Tacito - La Germania

Tacito, il più grande storico della latinità, esordì con due brevi monografie, due gioielli che già fanno presagire i capolavori della maturità.
Uno è "La vita di Agricola", elogio funebre del suocero Giulio Agricola, artefice dei successi militari romani in Britannia fra il 78 e l'84 d.C.
L'altra è "La Germania", l'unica opera di carattere etnografico dedicata a un popolo straniero che ci sia giunta dall'antichità, nella quale l'intento descrittivo si colora di motivazioni etiche, contrapponendo polemicamente l'integrità morale dei barbari germani alla corruzione e all'avidità della Roma Imperiale. L'esaltazione della forza guerriera e della purezza morale dei Germani appare messa implicitamente in contrasto con la devastante corruzione e una sorta di iniziale decrepitezza fisica e morale del mondo romano. (dal risvolto del testo).
 
 
Autentica miniera d'ora questo breve testo, il cui valore etnografico è indiscusso e, almeno per me, diventa oggetto di confronto con tanta letteratura di tempi più recenti, pensiamo ai testi di chi, con occhio critico incontrava e descriveva gli indiani d'America o i popoli del sud.. una contrapposizione tra "il buon selvaggio" e la corruzione dei tempi moderni.
Si aggiunga a questo primo approccio, l'indagare sui termini utilizzati, che ancora oggi echeggiano nei nomi della settimana, piuttosto che nella difficoltà della ricerca imparziale, che tanto riscontro ha avuto nella letteratura medievale - laddove si parla di popoli con grandi orecchie o con occhi sul petto - o ancora nel ripercorrere i riti e le religioni altrui, a dimostrazione che la fede è un susseguirsi di assimilazioni di precedenti usanze e credenze, poi mascherate o adattate (e la nostra non è seconda a nessuna) ai tempi ed alle necessità.
Un testo su cui spendere del tempo, per riflettere e scoprire che certi scritti non finiscono mai di raccontare qualcosa anche allo smaliziato lettore moderno.


giovedì 23 gennaio 2020

Epitteto - Manuale

Il Manuale di Epitteto non è e non vuole essere un'esposizione organica di un sistema filosofico, ma un agile strumento a disposizione di chi desidera conformare la propria vita ai principi della morale stoica.
Secondo Epitteto, la realtà che ci circonda si divide in due classi fondamentali: ciò che è in nostro potere e ciò che non lo é, e tutte le infelicità dell'uomo derivano dalla mancata conoscenza della propria natura e dei propri limiti.
Libero potrà essere solo chi saprà respingere tutto ciò che non è in suo potere, senza inseguire ciò che comunque non è sotto il suo controllo.
In modo estremamente moderno la libertà della persona viene quindi a configurarsi come la libertà interiore. Questo manuale resta uno dei testi di riferimento della filosofia occidentale o almeno di quella parte che si preoccupa degli aspetti interiori dell'uomo e non si chiede con crescente angoscia cosa si debba pensare, senza flettersi in ossequio ai risultati della tecnica e ai progressi delle scienze. (dal risvolto del libro).
 
 
Non si può fare filosofia, o almeno occuparsi di essa, senza conoscere il pensiero di Epitteto, lo stoicismo che lo sostiene e la comprensione delle semplici regole che ne stanno a fondamento.
Come non ritrovare tracce di Cristianesimo, di forza di volontà espressa da uomini forti, dallo stesso teatro di Shakespeare…
Una su tutte: "Ricordati che sei attore di un dramma e di quale dramma lo decide l'autore; di un dramma breve se lo vuole breve, di uno lungo se lo vuole lungo. Se vuole che tu faccia il mendicante, bada di recitare bene anche questa parte, e lo stesso per la parte dello zoppo, del magistrato, del privato cittadino: questo infatti è il tuo compito, recitare bene il ruolo che ti é stato assegnato: sceglierlo invece spetta ad un altro".
E in merito a coloro che non vanno, seppure invitati, al pranzo bandito da un potente: "Non hai nulla al posto del pranzo? Hai invece qualcosa: non hai lodato la persona che non volevi lodare"... più chiaro di così. 
 
 

sabato 9 febbraio 2019

il primo re

 
Un gruppo di uomini sporchi e vestiti di pelli, privati della loro terra e delle poche proprietà, si aggira nel bosco alla ricerca di un posto dove ricominciare. Questa è la storia. Ma, e qui sta la forza del non detto, la potenza e la capacità del film di incollarci dall'inizio alla fine, quella che scorre davanti ai nostri occhi è la nostra storia: la nascita di Roma.
E' dunque questo il motivo per cui, non possiamo fare a meno di assistere a bocca aperta, parteggiando per l'irruento Remo o per il riflessivo Romolo?
E non pare anche a voi che, Shakespeare con il suo Macbeth sia arrivato sulle rive del Tevere e ci riproponga una storia di magia, di potere, di fato, di non accettazione del destino? 
E se non è tutto questo, allora cosa fa di una strana storia recitata in un latino gutturale da uomini sporchi, violenti e nudi un vero capolavoro?
Una sola cosa: Il mito.
Quello che più di ogni altro, è stato scritto per noi.
E più potente di qualsiasi altro, perché ha generato l'impero più longevo ed immenso che la Storia ricordi.
Svelare il mito poteva dar luogo a fraintendimenti, poteva privarlo del fascino che da sempre lo agita e ci colpisce… Matteo Rovere riesce a fare il miracolo. E noi non possiamo che essergli grati, insieme agli attori, per aver creato questo piccolo grande gioiello.

giovedì 12 aprile 2018

Prima dell'alba

Suggeritomi da Alessio, questo libro mi è piaciuto da subito, l'incrocio tra due tempi storici (la Prima Guerra Mondiale e il periodo fascista, quindi tra 1915 e 1931) con due storie che si dipanano parallele, sino ad incrociarsi in un fosco destino, ben si intercalano tra loro, senza fare una grinza.
L'idea regge, così come il colpo di scena finale, per noi abbastanza intuibile, meno per il nostro ispettore Malossi, che però, sa essere uomo di mondo sia di fronte al potere che alle ragioni del cuore.
 
Un testo che ci riserva pagine scritte con estrema grazia: "Ma il Vecio sa che per molti, per lui di sicuro, è più che altro una recita, un ruolo da interpretare: li portano via dal sanguinaccio (il fronte) in una città, e allora bisogna andare a puttane. E invece è capitato loro qualcosa di simile agli attrezzi da lavoro. C'é un usura naturale, per così dire buona, che li logora poco alla volta, smussa le lame, consuma gli spigoli, allenta le giunture. Nella vita bisognerebbe passare attraverso questa usura, invecchiare stancandosi delle cosa un po' alla volta, scoprendosi via via inadatti all'esistere, ma per gradi, come una falce che a forza di guzate e di sbeccature contro le pietre nascoste si è negli anni accorciata e ristretta".
 
"Al Vecio, non ci riusciva proprio di odiare il Generale come avrebbe dovuto, anche perché la sua faccia gli ricordava qualcosa o qualcuno... Alla fine, gli era venuto in mente: gli ricordava il norcino che ogni inverno veniva nell'aia a scannare il maiale. Visto che il maiale bisogna scannarlo, il lavoro va fatto bene, con serietà. Però il maiale non è imbecille, e capisce che stai per farne salami, e grida che pare un cristiano. E poi le donne si sono affezionate a quel grugno rosa a cui portavano gli avanzi ogni giorno, per farlo ingrassare bene, e piangono per la perdita necessaria, e anche gli uomini si mordono i baffi, seri.
E quindi il norcino fa un'espressione quasi triste e di circostanza, si guarda attorno facendo capire che quello che fa è necessario, ed è per il bene di tutti, e che, in fin dei conti, se il maiale é maiale, allora va da sé che prima o poi vada scannato".
 


"Alle 6,30 de 27 febbraio 1931 il trillo violento del duplex manda all'aria uno dei sogni più belli, con tanto di fiammante Fiat 521 Coupé, fatti dall'ispettore Ottaviano Malossi, 32 anni, sposato da cinque, ufficiale della Polizia di Stato nella questura centrale di Firenze.
Dall'altro capo del telefono, il collega Vannucci gli dice che è atteso alla stazione dagli agenti della Ferroviaria con una certa urgenza, visto che c'é di mezzo un morto.
Il tempo di trangugiare l'orzo riscaldato dalla sera prima nel buio del cucinino, salutare la moglie, inforcare la bicicletta che Malossi si ritrova al cospetto degli agenti e poi su un treno diretto a Calenzano dove, riversi sulla massicciata, sul lato esterno della linea che scende da Prato, giace il cadavere del morto in questione.
Vestito in maniera seria ed elegante, il morto porta i chiari segni di una caduta: tracce di polvere biancastra sulla schiena, uno strappo alla cucitura della manica sinistra, un altro strappo all'altezza del ginocchio destro.
Il volto è quello di un uomo anziano e ben curato, capigliatura candida, pizzo lungo e folto.
Gli uomini accorsi per primi sul posto lo guardano con un'espressione di timore mista a reverenza.
Nel sole accecante del mattino Malossi non tarda a scoprire il perché.
Le tessere della Milizia Volontaria e del PNF contenute nel portafoglio del morto mostrano generalità da far tremare i polsi: Graziani Andrea, nato a Bardolino di Verona, il 15 luglio 1864, luogotenente Generale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale.
Un caso spinoso, dunque, per cui bisogna fare presto, trovare i colpevoli, se ve ne sono, ma soprattutto consegnare quanto prima il corpo dell'eroe agli onori che la Patria vuole tributargli.
Resta da chiarire, però, come Graziani sia finito riverso al suolo sulla scarpata opposta a quella della marcia del treno su cui viaggiava: si è suicidato, spiccando letteralmente un balzo fuori dal portello, oppure qualcuno, prima dell'alba, lo ha spinto con violenza giù dal convoglio?
Malossi inizia a scavare con prudenza, tra resistenze, false piste e pressioni dall'alto, in un viaggio alla ricerca della verità che, dai binari della linea Prato - Firenze, lo condurrà lontano nel tempo, fino all'ottobre del 1917, sulle tracce di un fante italiano, testimone silenzioso del disastro di Caporetto e, prima ancora, di una vita di trincea resa intollerabile dai massacri e dal rigore insensato di una gerarchia pronta a far pagare con la fucilazione anche la più banale infrazione del regolamento.
Nel centenario della "disfatta" di Caporetto, Paolo Malaguti compone un impeccabile romanzo che getta una luce nuova sulle scelte, di memoria e celebrazione, di oblio e censura, fatte dall'Italia "vittoriosa" attorno al mito della Grande Guerra e al destino dei troppi caduti di quella inutile strage che, a parere di molti, segnò la vera fine della civiltà europea".
 

domenica 11 febbraio 2018

Il vessillo di porpora

La Britannia spiegata meglio che a scuola: Un bellissimo romanzo storico. Una storia godibilissima. Anche se si intuisce il finale ogni pagina é una sorpresa.
Di Massimiliano Colombo ho già parlato in questo Blog, a proposito di Draco l'ombra dell'imperatore un buon romanzo, e La legione degli immortali ottima prova, piacevole trama storica e avvincente racconto.
 

"Britannia 60 d.C. Da qualche anno l'isola è sotto il giogo romano, ma le popolazioni locali sono lungi dall'essere domate, anche se l'odio fra le tribù prevale su quello per Roma.
Ma quando lo stolto governatore Svetonio umilia brutalmente la Regiona degli Iceni, Boudicca, l'insurrezione divampa.
Le legioni romane di stanza sull'isola, devono prepararsi a un'incerta battaglia contro il più temibile dei nemici: la sete di libertà".
 


Il centurione di Cesare

Un altro ottimo libro di Haefs: La storia di Roma e un romanzo di avventura, rimandi ai principali interpreti (reali) della millenaria stirpe romana. Trama semplice ma al tempo stesso appassionante. Riesci ad immergerti nelle trame che seguivano i grandi uomini del passato, avvicinandoli al sentire odierno.
 
Di Gisbert Haefs avevo già letto, La prima morte di Marco Aurelio e Annibale, non male il primo, eccelso il secondo... tanto che mi aveva fatto proseguire nella lettura dei suoi romanzi... Quest'ultimo non mi ha esaltato... forse perché Annibale resta insuperabile... chissà...
 

"Su Roma incombe il tramonto dell'Età Repubblicana. L'aristocrazia senatoria si allontana sempre più dal popolo e la brama di potere anima sanguinose lotte fra le fazioni rivali.
Ma la maggiore minaccia per il Senato proviene dalla Gallia, dove Giulio Cesare accumula successi e bottini.
Cicerone, lo scaltro manipolatore, che muove i fili del gioco politico a Roma, costringe l'ex centurione Quinto Aurelio, ora proprietario di una locanda, a proporsi a Cesare come cuoco e spiarlo per conto del Senato.
E così l'ex soldato, a cui hanno tranciato il tendine di Achille in battaglia e che credeva di aver deposto per sempre la sua spada, si ritrova al seguito del condottiero romano alla vigilia della rivolta di Vercingetorige.
La sua lealtà conquista la fiduia di Cesare, che ne fa uno dei suoi fidi consiglieri.
Da questa posizione privilegiata, Aurelio vive, ora da incredulo testimone, ora da diretto protagonista, la grande epopea del genio militare che ha lasciato un'impronta indelebile nella Storia: le vittoriose campagne in Gallia, in Egitto e in Asia Minore, l'ascesa trionfale a Roma, il folgorante incontro con Cleopatra, l'amaro epilogo all'ombra della congiura.
Ma nemmeno i furori del campo di battaglia e i veleni dell'agone politico riescono a spegnere la bruciante passione di Aurelio per Calipso, malinconica etera greca dal passato misterioso, "irraggiungibile come le stelle", che il centurione ritrova, di avventura in avventura in ogni palazzo del potere.
Con un sapiente dosaggio di tinte epiche e raffinata ironia, Gisbert Haefs fonde meticolosa ricerca storica e ingegno narrativo per evocare uno dei momenti più alti e controversi dell'antichità romana, restituendoci, a ogni pagina, lo spirito di un'epoca".

martedì 6 febbraio 2018

L'impero dei Draghi

Impero Romano o Cina ? Un bel dilemma.
Si dipana tra l'Impero Romano (in lotta con i perfidi Persiani) e le sfide dinastiche cinesi, questo romanzo, a metà tra il fantasy, il rigore storico, le scene degne di Bruce Lee, l'onore romano...
Bello o brutto? Alla fine mi è piaciuto, anche se a volte lascia qualche dubbio e si perde, tagliando qua e la... Godibile e ben scritto.
Così scrivevo su Anobii il 23/08/2012.
 
"Anatolia, anno 260 d.C. L'assedio dei Persiani ha stremato la resistenza della città romana di Edessa.
L'imperatore Publio Licinio Valeriano guida personalmente la delegazione che esce dalle mura per trattare la pace con il suo avversario, Shapur di Persia.
Ma nessuna trattativa verrà intavolata, nessuna pace sancita.
L'incontro è una trappola e con Valeriano finiscono nelle mani del nemico il capo della sua guardia personale, Marco Metello Aquila, Legato della Seconda Legione Augusta, eroe dell'Impero, leggenda vivente, per tutti i soldati romani, soltanto il comandante Aquila, e dieci dei suoi uomini più valorosi e fidati.
Il loro destino è segnato, la vergogna della cattura incisa per sempre in un bassorilievo sulle rupi di Nasq-i-Rustam: marciranno ai lavori forzati, come i più miserabili dei malfattori, in una miniera da cui nessuno è mai riuscito ad evadere.
Il primo a morire di stenti è Valeriano, gli altri, colpevoli di avergli voluto tributare onoranze degne dell'Imperatore di Roma, vengono sepolti nelle viscere del terzo livello un inferno che non concede scampo.
Ma c'é chi conosce quei cunicoli bui: Metello e i suoi fuggono e trovano rifugio in un'oasi dove è atteso un misterioso personaggio braccato dai Persiani.
I romani ne diventano la milizia privata con il compito di scortarlo nel suo paese, la Sera Maior, il mitico regno della Seta, la Cina.
Ha inizio così un'epopea straordinaria attraverso le foreste dell'India, le montagne dell'Himalaya, i deserti dell'Asia Centrale, fino al cuore della Cina.
Solo lì, il piccolo gruppo si rende conto di aver scortato un principe che dovrà battersi contro un usurpatore feroce e la Setta di invincibili guerrieri che lo protegge, le sanguinarie Volpi Volanti.
Quel pugno di romani dovrà affrontare prove sovrumane, combattimenti di spaventosa violenza, ma insieme conoscerà una civiltà eccelsa, una cultura meravigliosa, uomini intelligenti e tolleranti, donne bellissime e appassionate.
E quando alla fine, Marco Metello scoprirà di non essere il primo romano ad aver raggiunto quel mondo remoto, quando nello scontro finale, si giocherà tutto, l'amore, la vita, la sopravvivenza stessa dei due grandi imperi mondiali, saranno gli spettri di un'armata scomparsa secoli prima ad accorrere sotto le insegne del Comandante Aquila per combattere la battaglia definitiva.
Con l'Impero dei Draghi, Valerio Massimo Manfredi raggiunge i vertici della sua potenza narrativa.
Tutti i suoi grandi temi, si fondono nel plasmare la dura materia storica in un romanzo semplicemente superbo".

lunedì 18 dicembre 2017

L'uomo romano

Mica facile parlare dell'Uomo Romano! E di quale Romano poi staremmo parlando? di Romolo e Remo? dei sette Re di Roma? Degli Orazi o dei Curiazi, di Giulio Cesare? di Caligola? di Vespasiano? di Pompeo? di mille e mille altri nomi, di mille epoche... e chi ci riesce! Allora, andiamo a leggere questo bellissimo libro, diretto e coordinato da un grande storico, Andrea Giardina. E scopriamo che l'uomo romano non è solo l'imperatore o il condottiero, ma il povero, il cittadino, il soldato, il sacerdote, lo schiavo e perché no? Anche il nemico, che di volta in volta si è scontrato con la potenza di Roma. Un impero che ha suscitato paura, odio, ma anche tanta ammirazione.
 

"Il politico e il cittadino, il soldato e il sacerdote, il contadino, lo schiavo il liberto, il mercante, l'artigiano, il povero, il bandito: figure di Roma delineate da autorevoli studiosi del mondo romano, coordinati da Andrea Giardina.
Dopo il successo de L'uomo Medievale a cura di Jacques Le Goff, de L'uomo del Rinascimento a cura di Eugenio Garin e dell' Uomo Egiziano a cura di Sergio Donadoni, questo nuovo volume sull'Uomo Romano traccia un grande affresco della società romana attraverso nuove prospettive.
Ricercare l'identità dell'uomo romano significa innanzitutto indagare nel labirinto della società più complessa che sia esistita prima della Rivoluzione Industriale.
Come in ogni labirinto, smarrirsi è facile, ma la ricerca serve a superare alcuni luoghi comuni e a verificare l'insospettata validità di altri.
Serve soprattutto a scoprire che, come in un gioco di mille specchi, il volto dell'uomo romano é cangiante quanto lo sono i punti di osservazione".


sabato 16 dicembre 2017

Roma alla conquista del mondo

Bello, ben scritto, avvincente. Qualche sbavatura nel finale ma nel complesso godibilissimo. Fila via che é un piacere. Ben illustrate le dinamiche del potere e della politica messe a confronto con la dura vita dei soldati. Forte il senso di impotenza e le meschinità degli uomini.
(Questa la recensione che davo su Anobii nel 2012)   
 
A questa breve recensione, aggiungo una considerazione che mi è venuta, rileggendo a spizzichi questo testo... L'eroe solitario piace, senza dubbio... ma è monco. E' privo cioè di una controparte, uno che esalti i suoi punti forti e compensi quelli deboli. Tutte le coppie del cinema e della letteratura, hanno goduto di lunga vita e grande notorietà. Macrone e Catone non fanno eccezione (ma fanno rima) ed è grazie al loro essere vicini ed al loro capirsi al volo che la storia regge, piace e dona senso alla vicenda.
 
"La conquista della Britannia, una terra sconosciuta persa nella nebbia, procede a rilento. Il centurione Macrone e il suo braccio destro Catone, ex schiavo ed ex raffinato uomo di corte, guidano gli uomini della Seconda Legione lungo sentieri impervi e strade fangose, contro un nemico inafferrabile, che attacca e si ritrae senza sosta.
I Britanni sono guerrieri formidabili, che ignorano la paura ma conoscono bene le pratiche guerriere, e sono guidati da stregoni che padroneggiano con abilità le arti oscure.
Inoltre, la poderosa macchina bellica romana è intralciata dalle meschine ambizioni di politicanti e arrivisti, che pensano alla carriera più che al successo della campagna.
Claudio, l'imperatore debole, zoppo e balbuziente, ritarda l'avanzata per poter guidare di persona l'ultimo assalto.
Vuole un trionfo politico, pretende di coprirsi di gloria, al sicuro nelle retrovie, mentre i suoi uomini si macchiano di sangue e fango sul campo di battaglia.
Ma ogni giorno di esitazione permette a Carataco, il valoroso capo nemico, di radunare altri uomini per il suo esercito, che diventa sempre più organizzato e temibile.
Quando poi, Catone e Macrone scoprono che di nascosto un traditore rifornisce di armi ed equipaggiamenti i Britanni, capiscono che la battaglia che li aspetta non può essere combattuta solo con il gladio del legionario.
La setta dei Liberatores, trama per abbattere Claudio e riportare l'Impero alla Repubblica.
Roma è un sogno grandissimo e fragile e sono innumerevoli gli uomini che ne bramano la caduta.
E come sempre, solo la spada dei suoi valorosi soldati può salvare l'impero".

giovedì 14 dicembre 2017

De Bello Gallico

Come tutti i testi, previsti nei cicli scolastici, può aver creato qualche allergia negli studenti, soprattutto al classico... ciò non toglie nulla a questa opera d'arte letteraria che ha attraversato i secoli ed è giunta sino a noi intonsa.
Mi sono spesso domandato se a prevalere è l'ammirazione per il politico, quella per il condottiero, quello per lo scrittore, capace di autopromuoversi con una semplicità di dettato incredibile... Penso che sia un dominus, un miscuglio delle parti... un amalgama, capace ancora oggi di donarci il racconto di una vicenda vera, reale, terribile e fantastica... Ricordate "Star Wars"? Ecco Cesare è un poco Darth Vader e un poco Luke Skywalker... e l'impero? Quello Romano... eccolo!
 

"In Le Guerre in Gallia, Giulio Cesare narra con l'occhio di un protagonista sovrano, campagne militari drammatiche e decisive per il futuro dell'Europa, itinerari e spedizioni ardite in un mondo sconosciuto di mari, foreste, fiumi immensi, fra popolazioni "primitive" di Francia, Germania, Inghilterra; soprattutto, ritrae nel mezzo dell'azione, fra i suoi soldati e le tribù ostili, il genio di un militare e di un politico che, come fu detto "attira sempre per qualche verso anche coloro che respinge": gli stessi che più lo detestano e non possono perdonargli vittorie e dittatura, quando volgono gli occhi alla sua azione e ai suoi scritti si sentono presi da una "compiacenza segreta" per lui.
E' il fascino permanente di questo capolavoro, restituito nella presente edizione alla precisa asciuttezza della sua prosa, che lo rende un classico fin dagli anni della formazione scolastica".
 
 

sabato 25 novembre 2017

il sangue dei Gracchi

Mai, dico Mai mettersi contro i latifondisti. Oggi i fratelli Gracchi sarebbero i Comandanti Marcos del Lazio. Allora vennero uccisi perché rompevano "i maroni" a chi si era "arrubbato" i terreni ai poveri contadini partiti per la guerra sostituendoli con gli schiavi importati grazie alle guerre vinte usando gli stessi poveri contadini derubati delle terre intanto che erano altrove a fare le guerre per portare gli schiavi ai latifondisti... un circolo vizioso, non c'é che dire.

Che altro aggiungere? Il libro é godibile. Si legge in un attimo. Gli allegati sono ottimi. Un Nobel per i Gracchi? Si.
 
"Una città nata da due omicidi, uno stupro, sistematiche razzie, e da una popolazione prevalentemente costituita da fuggiaschi, vagabondi e ladri di strada, non avrebbe potuto non avere impressi nel proprio DNA caratteri di violenza.
E infatti così é stato. Come è noto, la storia non si può rifare con i SE e con i MA, tuttavia, esplorare possibili alternative può servire almeno a delineare scenari diversi.
Che corso avrebbe avuto la storia dell'Occidente se Annibale, dopo aver sterminato cinquantamila legionari, avesse devastato Roma, come gli consigliava il Comandante della sua Cavalleria? E cosa sarebbe accaduto se Cesare non avesse licenziato la sua scorta, qualche giorno prima delle fatali Idi di Marzo? Domande interessanti e difficili. E' certo, invece, che la tragica fine di Tiberio e Gaio Gracco non sarebbe avvenuta se Roma non avesse privato i piccoli agricoltori delle loro terre per farne rudi soldati alla conquista dell'Italia intera, della Spagna e del vicino Oriente.
Quelle campagne, ormai spopolate, divennero preda di ricchi latifondisti, mentre gli antichi proprietari, dopo la vittoria, furono trasformati in disoccupati o nullafacenti cronici.
Fu la rivoluzione dei Gracchi a opporsi a questo arbitrio.
Se si fosse realizzata, Roma non sarebbe stata invasa da migliaia di sottoproletari affamati, e non avrebbe conosciuto una lunga, sanguinosa epoca di guerre civili.
I fratelli Gracchi sarebbero stati gli eroi di un mondo diverso. Invece divennero due illustri vittime di Stato".

sabato 18 novembre 2017

La congiura di Catilina

Due sono i testi che ci fanno conoscere la vicenda meglio nota come "La congiura di Catilina". Una è scritta da Cicerone (ma, si badi bene, parte in causa ed avversario di Catilina) e l'altro di Sallustio (che pur distanziandosi da giudizi di parte, voleva comunque sminuire il ruolo di Cicerone e riabilitare la figura di Cesare). In questo testo, diamo la parola a Sallustio.
 
"Sallustio scrisse la congiura di Catilina fra il 43 e il 42 a.C. Fu la sua prima opera storica, alla quale si dedicò nel pieno della maturità, dopo essersi ritirato dalla vita politica, che gli aveva dato soddisfazioni ma anche amarezze.
Compagno fedele di Cesare, alla sua morte si ritirò a vita privata e si dedicò agli studi storici nell'ultimo decennio della sua esistenza (morì nel 35 a.C.)
Perché Sallustio scelse la congiura di Catilina come sua prima opera storica? Egli ci dice, all'inizio del suo lavoro, che tale impresa gli sembrava "tra le più memorabili sia perché quel piano criminoso non aveva precedenti, sia perché mai s'era avuta una minaccia così grave per lo Stato.
Ma è una risposta che lascia insoddisfatti.
E' stata avanzata l'ipotesi che Sallustio abbia scelto di narrare la congiura di Catilina per scagionare Cesare dal sospetto, largamente diffuso, di essere stato a conoscenza di essa e di averla in qualche modo favorita; e al tempo stesso per rimpicciolire il ruolo di Cicerone in quella vicenda.
Motivazioni plausibili suggerite in certa misura dal testo sallustiano.
In effetti, la congiura è opera assai ricca di riflessione storica.
Sbaglierebbe, credo, chi volesse considerarla come profondamente coerente e unitaria. A una attenta lettura essa mostra piuttosto un'ambiguità di fondo, quasi che fosse composta di due strati, che corrono paralleli fra loro, senza fondersi o amalgamarsi.
E in ciò è da individuare uno dei motivi del grande fascino che emana da quest'opera.
Il primo strato del testo è costituito dalla rappresentazione a tinte fosche di Catilina e dei suoi seguaci: essi sono un concentrato di vizi, sono avidi di ricchezze, di potere, di privilegi, e li vogliono conseguire con qualunque mezzo, conformemente alla loro natura morale corrotta: perciò non si fermano di fronte all'inganno, all'intrigo, alla menzogna, alla congiura, alla aperta violenza contro le istituzioni di Roma.
Il secondo strato del testo ci dà invece tutta una serie di indicazioni spassionate sugli obbiettivi sociali e politici di Catilina e dei suoi seguaci, i quali non possono essere liquidati come degli ambiziosi privi di qualunque senso morale, come dei debosciati rotti a tutti i vizi e solo desiderosi di vantaggi personali, a scapito di tutti i cittadini dabbene.
Essi sono piuttosto dei combattenti che si oppongono a una iniqua ripartizione della ricchezza, a una divisione della società fra cittadini molto ricchi, e coloro che mancano di tutto.
Che la rivolta di Catilina sia originata da serissimi motivi sociali è certo anche dalla lettera di C. Manlio a Quinto Marcio. Essa è diretta contro le oligarchie che hanno impoverito vari ceti sociali.
E' la stessa Libertas sognata dai popolari sin dal tempo dei Gracchi... un documento, certo controverso...