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sabato 28 ottobre 2023

La tempesta è qui


Specchiarsi nell'America, tentando a seconda dei casi di somigliarle il più o il meno possibile, é un esercizio cui gli occidentali si dedicano quasi da quando l'America esiste.
Ma da qualche tempo, quello specchio é diventato scuro, rimanda immagini sempre più confuse e allarmanti.
Luke Mogelson, uno dei grandi reporter dell'ultima generazione, è stato fra i primi ad accorgersene e a mettersi in strada, cominciando un lungo viaggio che da Ossowo in Michigan - dalla bottega di Karl Manke, il barbiere no-mask diventato un incrocio fra un eroe popolare e un guru dell'alt-right - lo ha portato fin dentro il Campidoglio saccheggiato il 6 gennaio 2021.
E alla fine Mogelson ha steso un rapporto - questo - che in alcuni momenti sembra la cronaca di un'allucinazione collettiva, in altri un romanzo americano di un genere nuovo, senza ancora un nome: mentre é soprattutto la prima, sinistra descrzione di un evento meteorologico estremo e fin qui sconosciuto.
Nient'affatto locale, e, ci convinciamo una pagina dopo l'altra, destinato a ripetersi.

Credo che il paragone con un potenziale temporale, tempesta, uragano, fatto da Mogelson nel suo libro, sia quanto di più calzante potesse scrivere per narrare i fatti che hanno e che stanno trascinando l'America in una vera e propria guerra civile.
Così come la tempesta ha bisogno di elementi per nascere, crescere e spostarsi... così, gli avvenimenti narrati hanno un substrato che, rimasto inascoltato nel tempo, coglie dal peggio del passato per, veicolato dai recenti terribili eventi legati al Covid19, riesplodere, trascinando con sé ogni genere di ricerca di vendetta, giustizia, odio... un libro davvero potente, in grado di capire la nazione più potente al Mondo.
 

martedì 28 settembre 2021

La Repubblica di Salò


Ottimo documentario, capace di far capire cosa realmente è stata la Repubblica di Salò... gli ultimi spasmi di una dittatura morente, la tragedia che ha generato e il dramma vissuto da tutti.. vincitori e vinti.. Mussolini oramai marionetta nelle mani dei nazisti, ma ostinato nel vivere quel che gli restava nell'unico modo in cui era capace... bluffando. Terribile la Storia italiana.. e terribile è non conoscerla oggi.

sabato 20 febbraio 2021

il Manifesto di Ventotene


Per un'Europa libera e unita - Progetto d'un manifesto, universalmente noto come Manifesto di Ventotene, esce clandestinamente in versione manoscritta nel 1941 dall'isola in cui Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi si trovano al confino.
E' scritto a quattro mani dai due amici, la cui matrice politica é diversa: Spinelli proviene dal Partito Comunista e poi ne viene espulso nel 1937, Rossi é un dirigente di Giustizia e Libertà.
Testo sobrio del federalismo europeo, il Manifesto è animato da una grande ansia di pace, che gli Stati Nazionali - siamo in piena Guerra Mondiale - non sono stati in grado di garantire, ma che si può costruire e mantenere attraverso un nuovo ordine, una Federazione europea cui spetta anche il compito di dare vita a una "Terza Via" alternativa a capitalismo e comunismo.

Sono intimamente legato a questo testo principalmente per un motivo... da Ventotene sono passati anche i miei avi, il bisnonno per l'esattezza... laureato, socialista, conoscitore di lingue, inviso al Fascismo ci venne confinato insieme alla famiglia.. lì nonna Bianca prese il vaiolo che le segnò il viso sino alla fine dei suoi giorni...
Un legame con quel sito, con quelle persone, con quelle idee, quasi dovuto... 
A questo aspetto personale vado ad aggiungere le molte cose apprese dalla lettura, l'idea che ha originato l'Unione Europea, idea poi molto disattesa nei suoi principi generali...
Dal testo ho fatto poi tesoro di altri aspetti: "Avendo individuato nel proletariato lo strumento per la realizzazione del collettivismo, Marx ha seguito la via che normalmente seguono tutti i politici pratici i quali si sforzano di conquistare le masse.
Costoro debbono esercitare con l'azione e con la persuasione tutta un'opera, grazie alla quale la suscettibilità delle masse ad essere guidate in un certo senso si cambi nella loro effettiva e volenterosa marcia in quel senso. Per ottenere ciò, occorre in primo luogo esercitare una suggestione in modo da persuadere che il fine da raggiungere non è loro imposto dal di fuori, ma sorge dalle loro più profonde esigenze.
In quest'opera di orientamento politico delle masse, si compie sempre un capovolgimento dei rapporti reali.

Ed ancora: "La vera e seria azione politica è sempre una lotta per il potere; anche quando si leva contro un potere, vuole in realtà solo sostituirgliene un altro".

giovedì 12 novembre 2020

M. L' uomo della provvidenza


"All'alba del 1925 il più giovane presidente del Consiglio d'Italia e del mondo, l'uomo che si è addossato la colpa dell'omicidio di Matteotti come se fosse un merito, giace riverso nel suo pulcioso appartamento - alcova.
Benito Mussolini, il "figlio del secolo" che nel 1919, rovinosamente sconfitto alle elezioni, sedeva nell'ufficio del Popolo d'Italia, pronto a fronteggiare i suoi nemici, adesso, vincitore su tutti i fronti, sembra in punto di morte a causa di un'ulcera che lo azzanna da dentro.
Così si apre il secondo tempo dell'epopea sciagurata del fascismo narrata da Scurati con la costruzione e lo stile del romanzo.
Mussolini non è più raccontato da dentro perché diventa un'entità distante, "una crisalide del potere che si trasforma nella farfalla di una solitudine assoluta".
Attorno a lui gli antichi camerati si sbranano tra loro come una muta di cani.
Il Duce invece diventa ipermetrope, vuole misurarsi solo con le cose lontane, con la grande Storia.
A dirimere le beghe tra i gerarchi mette Augusto Turati, tragico nel suo tentativo di rettitudine; dimentica ogni riconoscenza verso Margherita Sarfatti; cerca di placare gli ardori della figlia Edda dandola in sposa a Galeazzo Ciano; affida a Badoglio e Graziani l'impresa africana, celebrata dalla retorica dell'immensità delle dune ma combattuta nella realtà come la più sporca delle guerre, fino all'orrore dei gas e dei campi di concentramento. 
Il cammino di M. il Figlio del Secolo, caso letterario di assoluta originalità ma anche occasione di una inedita riaccensione dell'autocoscienza nazionale - prosegue qui in modo sorprendente, sollevando il velo dell'oblio su persone e fatti di importanza capitale e sperimentando un intreccio ancor più ardito tra narrazioni e fonti d'epoca.
Fino al 1932, decennale della marcia su Roma quando Mussolini fa innalzare l'impressionante sacrario dei martiri fascisti, e più che onorare lutti passati sembra presagire ecatombi future (tratto dal libro).


Tratto da pagina 383 del libro: "Essere il capo degli scontenti. Ecco la via. Se non puoi sedere al tavolo dei dominatori, dei satolli, dei signori del banchetto, vai nelle cucine e sobilla gli sguatteri, i camerieri cui gettano gli avanzi, aizza i servi.
Quando nel 1919, Benito Mussolini fondò i Fassci di combattimento, aveva intuito per primo che, nell'era delle masse, spalancata davanti a lui come il portale di un'antica magione in rovina, si sarebbe affermata una passione politica più potente della speranza: la paura; e, aggrappandosi a quella, si era issato al potere.
Allora, nel crepuscolo della guerra mondiale, aveva capito che se le piazze socialiste del Diciannovesimo secolo erano state animate dalla speranza, quelle piccolo borghesi del Ventesimo sarebbero state sopraffatte dalla paura...".

Ottima prosecuzione del bellissimo romanzo storico M. il figlio del secolo con cui Scurati ha iniziato il lungo racconto della salita al potere di Benito Mussolini, eccoci di fronte alla trasformazione del combattente anticlericale e rivoluzionario in qualcosa d'altro... nel dittatore solo e odiato da tutti... amato dalle folle ma pronto ad essere sbranato dai soci dell'impresa... questo narra il libro... e noi lo seguiamo cercando di comprendere la metamorfosi e sapendo cosa ci aspetta, disperiamo della sorte dell'Italia.


 

giovedì 18 giugno 2020

Tecnica del colpo di Stato - Curzio Malaparte

Uscito per la prima volta in Francia nel 1931 grazie alla mediazione di Daniel Halévy (e in Italia solo nel 1948), immediatamente commentato da Trockij, bruciato dai nazisti sulla piazza di Lipsia e costato al suo autore l'arresto e il confino a Lipari per "manifestazioni di antifascismo compiute all'estero", "Tecnica del colpo di Stato", spietata dissezione delle varie tipologie di golpe e delle loro costanti, viene subito avversato da tutti. Sta di fatto che ancor oggi lo si legge d'un fiato: non solo per l'"attualità" della sua analisi di ingegneria politica, ma soprattutto per lo stile, insieme icastico e concitato, geometrico e visionario, dove Malaparte sembra assumere le cadenze di un allievo di Tacito. Stile che risalta in tutte le sequenze su trionfi e fallimenti del golpismo classico, a partire dalla violenta "campagna di stampa" con cui Cicerone smaschera la congiura di Catilina, ma che tocca l'acme nelle ricostruzioni dei colpi di Stato dei primi decenni del secolo scorso, come nelle pagine sulla imminente rivoluzione a Pietrogrado, con le "dense nuvole nere sulle officine di Putilow" cui si contrappone la nebbia rossastra del sobborgo di Wiborg dove si nasconde Lenin. E nella parte finale spiccano, ritratti con rara vividezza, i volti e le psicologie degli autocrati a capo dei vari totalitarismi: Stalin, Mussolini e Hitler (tratto dal libro).
 
Libro potente. Senza dubbio. Testo che merita rispetto, non fosse altro che per l'accoglienza che ebbe, dal confine ed il carcere per l'autore, e per il rogo che toccò al libro da parte dei nazisti…
Che a difendere la libertà ci si rimette sempre.
E troviamo qui ancora una volta una discussione, una riflessione sugli uomini liberi… sugli intellettuali.
Forse hanno ragione tutti coloro che ancor oggi, in questa Europa libera da Hitler e da Mussolini, disprezzano e perseguitano gli uomini liberi, tentando di soffocare il sentimento della dignità personale, la libertà di coscienza, l'indipendenza di spirito, la libertà dell'arte e della letteratura.
Che ne sappiamo noi se gli intellettuali, gli scrittori, gli artisti, gli uomini liberi, non sono una razza pericolosa, perfino inutile, una razza maledetta?
Non è vero, come lamentava Jonathan Swift, che non ci si guadagna nulla a difendere la libertà.
Ci si guadagna sempre qualcosa: se non altro quella coscienza della propria schiavitù, per cui l'uomo libero si riconosce dagli altri. Poiché "il proprio dell'uomo, non è di vivere libero in libertà, ma libero in una prigione".
 
Si concentra poi, Malaparte, su una visione tecnica del colpo di Stato, cosa che per lui è meramente azione tecnica… svelando che, progetti, visioni, dottrine politiche ed economiche, sono meri fronzoli utili per agghindare il vero elemento fondante: il potere!
"I catilinari, cioè i fascisti e i comunisti. I catilinari di destra temono il pericolo del disordine: accusano il governo di debolezza, d'incapacità e d'irresponsabilità, sostengono la necessità di una ferrea organizzazione statale e di un severo controllo di tutta la vita politica, sociale ed economica.
Sono gli idolatri dello Stato, i partigiani dell'assolutismo statale. Nello Stato accentratore, autoritario, antiliberale e antidemocratico, essi fanno consistere l'unica garanzia dell'ordine e della libertà, l'unica difesa contro il pericolo comunista. "Tutto nello Stato, niente fuori dallo Stato, nulla contro lo Stato" afferma Mussolini.
I catilinari di sinistra mirano alla conquista dello Stato per instaurare la dittatura della classe operaia. "Dove c'é libertà non c'é Stato" afferma Lenin"... e anche se i punti di vista divergono… l'elemento che li unisce resta sempre il potere… ma a questo punto cosa deve sapere chi vuole prendere il potere e chi vuole difenderlo?
Malaparte è lapidario: "L'arte di difendere lo Sato moderno é regolata dagli stessi principi che regolano l'arte di conquistarlo: ecco ciò che si può chiamare la formula di Bauer"...La guerra si fa per vivere, non per morire.
Su tuti i colpi di Stato, la regola tattica dei catilinari è il tagliar corto, quella dei difensori dello Stato è il guadagnar tempo.
Il Parlamento è il complice necessario, non volontario, e al tempo stesso la prima vittima del colpo di Stato bonapartista.
Bonaparte é un caposcuola: tutti i militari che, dopo di lui hanno tentato d'impadronirsi del potere civile, si sono attenuti alla regola di apparir liberali fino all'ultimo, cioè fino al momento di ricorrere alla violenza.
Dittatura non è soltanto una forma di governo, è la forma più completa della gelosia, nei suoi aspetti politici, morali e intellettuali".
 
Vi sono poi autentiche perle messe qua e la che vanno assaporate: "Ciò che Voltaire diceva ai Gesuiti: "Pour que les jésuites soient utiles, il faut les empécher d'étre nécessaire".
Sieyès ha tutto previsto e tutto disposto: ha perfino imparato a montare a cavallo, per il caso di un trionfo o di una fuga.

In realtà lo spirito di Hitler é uno spirito profondamente femminile: la sua intelligenza, le sue ambizioni, la sua volontà stessa, non hanno nulla di virile.


E' un uomo debole, che si rifugia nella brutalità per nascondere la sua mancanza di energia, le sue debolezze sorprendenti, il suo egoismo morboso, il suo orgoglio senza risorse.
Nella vita dei popoli, nelle grandi sciagure, dopo le guerre, le invasioni, le carestie, vi è sempre un uomo che esce dalla folla, che impone la sua volontà, la sua ambizione, i suoi rancori, e che "si vendica come una donna", su tutto il popolo, della libertà, della felicità e della potenza perdute".

 
Il testo si conclude con una doverosa precisazione: "La ragione di questo libro non è di discutere i programmi politici, sociali ed economici dei catilinari: bensì di mostrare che il problema della conquista e della difesa dello Stato non è un problema politico, ma tecnico, che l'arte di difendere lo Stato é regolata dagli stessi principii che regolano l'arte di conquistarlo".
Attuale, ingombrante, a tratti spassoso… impossibile non leggerlo.

sabato 16 maggio 2020

Aspetti del nuovo radicalismo di Destra

Il 6 aprile 1967 Theodor Adorno tenne una conferenza all’Università di Vienna il cui valore va ben oltre l’aspetto puramente storico e che può aiutarci a comprendere il tempo che stiamo vivendo. Risalendo alle origini del consenso ottenuto dai movimenti radicali di destra, il filosofo intendeva chiarire le ragioni dell’ascesa dell’NPD, formazione di destra che all’epoca stava registrando un certo successo nella Repubblica Federale Tedesca. Adorno mette in luce e collega tra loro in modo inedito vari elementi: il congegno sofisticato della propaganda e l’antisemitismo, il connubio tra perfezione tecnologica e un «sistema folle», l’individuazione di un capro espiatorio e l’odio ostentato verso gli intellettuali di sinistra e la cultura in generale, la tendenza del capitale alla concentrazione e la paura diffusa di perdere il proprio status sociale. Oggi lo «spettro» a cui la conferenza è dedicata non solo non si è dissolto, ma assume nuove e inquietanti sembianze. Diventa dunque ancora più importante prendere coscienza dei meccanismi dell’agitazione fascista e dei fondamenti psicologici e sociali su cui poggia. Nella consapevolezza che «se si vogliono affrontare sul serio queste cose, bisogna richiamare in modo perentorio gli interessi di coloro ai quali la propaganda si rivolge. Ciò vale soprattutto per i giovani che devono essere messi in guardia»
La postfazione dello storico Volker Veiss contestualizza il testo e lo inquadra in una prospettiva attuale.
  (tratto dal libro)

Dopo aver letto "Che cos'é un intellettuale",  un libro di Maldonado  che non ho ancora recensito, mi è parso quasi naturale proseguire la serie di testi dedicati alla politica, alla cultura, ed in fondo ai mali che albergano nel fondo della nostra società.
Mi capita così tra le mani questo testo, trascrizione di un intervento di Theodor Adorno datato 1967... un tempo lunghissimo? Io non credo, così come non lo crede Volker Veiss che firma la postfazione e riallaccia i fili di quel dialogo.
Bisogna leggere lentamente, sbocconcellare, ritornare sui singoli passaggi. Cogliere l'essenza del discorso di Adorno. Solo così è possibile afferrare i punti chiave di un discorso che cinquant'anni dopo appare attuale.
Leggiamo insieme alcuni passaggi: "Penso in primis alla tendenza del capitale alla concentrazione, dominante oggi come allora, della quale non si può affatto dubitare, per quanto la statistica, con tutti i suoi artifici, tenti di farla scomparire dalla faccia della Terra. Questa tendenza alla concentrazione significa, d'altro canto, oggi come allora, che resta sempre possibile il declassamento di strati sociali che dal punto di vista della loro coscienza di classe soggettiva risultano del tutto borghesi, i quali intendono mantenere i loro privilegi e il loro status sociale e, ove possibile rafforzarli. Questi gruppi hanno sempre la tendenza ad odiare il socialismo o ciò che loro chiamano socialismo, ossia danno la colpa del loro declassamento potenziale non agli apparati che lo producono, ma a coloro che si sono contrapposti in chiave critica al sistema nel quale avevano potuto godere di quello status…" illuminante vero?
E che dire dei fascismi? "Si sente spesso avanzare la tesi che in ogni democrazia ci sia un nucleo di incorreggibili o folli, la cosiddetta lunatic fringe come viene chiamata in America. E qui si cela qualcosa di consolatorio in senso quietistico e borghese, se tale lo si vuole considerare. Io credo che si possa rispondere soltanto: é certo che nel mondo, in ciascuna delle cosiddette democrazie, è possibile osservare con intensità variabili qualcosa di simile, ma solo in quanto espressione del fatto che, fino ad oggi, da nessuna parte la democrazia si è concretizzata in modo effettivo e completo dal punto di vista del contenuto economico-sociale, ma è rimasta sul piano formale. E, in questo senso, i movimenti fascisti potrebbero essere indicati come le piaghe, le cicatrici di una democrazia che non è ancora pienamente all'altezza del proprio concetto.
Ma quali sono i contenuti ideologici di certi movimenti di destra? "Ciò che caratterizza questi movimenti é, viceversa, una straordinaria perfezione dei mezzi, innanzitutto quelli propagandistici in senso lato, combinati con una certa cecità, addirittura un'astrusità degli scopi che vengono perseguiti".
Ed è a pagina 36 che troviamo un richiamo all'avversione per gli intellettuali (che descriverò meglio nel testo di Maldonado) definiti "Luftmenschen" persone prive di reddito, poco pratica ed estranea alle questioni materiali…. uomini con la testa tra le nuvole. Chi non trova posto nella divisione del lavoro, chi non è vincolato dalla propria professione a una posizione determinata e con essa a idee ben precise, chi, quindi, ha conservato la libertà di spirito, per questa ideologia è una sorta di farabutto che va sottoposto al più duro trattamento.
E ancora: "Si continua a ripetere che questi movimenti promettono a tutti qualcosa: é vero e rientra tra le prerogative dell'assenza di teoria. La stessa che - a pagina 48 - fa dire: "C'é un altro stratagemma del quale vorrei occuparmi, perché non è solo un trucco, e di frequente si presenza con una certa gravità. Si esprime nell'affermazione: "Bisognerà pur avere un'idea" A significare che un'idea non deve esserci perché é vera, né per il suo contenuto oggettivo, ma solo per la ragione pragmatica che non si dovrebbe poter vivere senza idee e che sarebbe un bene avere delle idee. Adorno lo chiama "Idealismo Volgare".
Si parla poi di risentimento, a pagina 74: "Come sempre, per la costruzione del risentimento risulta centrale la questione di quanto controllo si crede di avere sulla propria vita. Nonostante il richiamo alla sovranità abbia sempre avuto qualcosa di finzionale nel complesso sistema di riferimenti della modernità, appellarsi ad essa può diventare anche oggi una delle parole d'ordine principali di coloro che da destra si oppongono all'Europa"..... "Sapere che si potrebbe essere qualcosa di più, ma non lo si è, continua a spingere gli esseri umani ad atti di narcisismo collettivo"...
Ed infine, illuminante la tesi dell'intero testo, quella che potrebbe smontare i movimenti di Destra: "Spesso chi si sente minacciato dal declassamento dà la colpa alla miseria, non agli apparati che la producono, ma a coloro che si sono contrapposti in chiave critica al sistema nel quale avevano potuto godere di quello status".
 

venerdì 21 giugno 2019

Blackkklansman

Che fare, quando voglio parlare di razzismo, se non voglio cadere nell'ovvio?
Se voglio cioè evitare che ci siano i buoni ed i cattivi… una linea di demarcazione chiara, evidente, che non lascia spazio ai dubbi, ad alcun dubbio. Qui i cattivi, quelli con il cappuccio, la croce, la polizia dalla loro parte. La i buoni, quelli che le prendono, subiscono, pregano e piangono, vanno in chiesa ed ascoltano MLK e le sue bellissime prediche… "I have a dream!".
Semplice, si dà mano libera a quella bestia feroce che si chiama Spike Lee, ed eccovi serviti.
Così avremo i razzisti, duri si, ma anche tanto tanto bacucchi. Che affidano la posa della bomba alla moglie grassoccia ed incapace di uno di loro, con il risultato (spoiler) di saltare in aria… che reclutano al telefono, e fanno la tessera del KKK ad un nero, che si commuovono di fronte ad un film imbecille come "Nascita di una nazione"...
Oppure no…
La presa in giro però lascia in bocca qualcosa di amaro, qualcosa di storto… ma è davvero così? Oppure la miscela idiozia, razzismo, cattiveria, è inalienabile, non scindibile… con il risultato finale che, dobbiamo accettare che il razzista sia un povero cretino?
Aspettando di risolvere l'arcano, godiamoci questo film. Si ride, si pensa, si ride ancora… Originale!

giovedì 18 aprile 2019

Resto qui

L'acqua ha sommerso ogni cosa: solo la punta del campanile emerge dal lago.
Sul fondale si trovano i resti del paese di Curon.
Siamo in Sud Tirolo, terra di confini e di lacerazioni: un posto in cui nemmeno la lingua materna é qualcosa che ti appartiene fino in fondo.
Quando Mussolini mette al bando il tedesco e perfino i nomi sulle lapidi vengono cambiati, allora, per non perdere la propria identità, non resta che provare a raccontare.
Trina è una giovane madre che alla ferita della collettività somma la propria: invoca di continuo il nome della figlia, scomparsa senza lasciare traccia.
Da allora non ha mai smesso di aspettarla, di scriverle, nella speranza che le parole gliela possano restituire.
Finché la guerra viene a bussare alla porta di casa, e Trina segue il marito disertore sulle montagne, dove entrambi imparano a convivere con la morte.
Poi il lungo dopoguerra, che non porta nessuna pace.
E così, mentre il lettore segue la storia di questa famiglia e vorrebbe tendere la mano a Trina, all'improvviso si ritrova precipitato a osservare, un giorno dopo l'altro, la costruzione della diga che inonderà le case e le strade, i dolori e le illusioni, la ribellione e la solitudine.
Una storia civile e attualissima, che cattura fin dalla prima pagina. (tratto dal libro).
 
 
Leggere le disavventure (seppure in chiave romanzata) di chi, minoranza in Italia, venne maltrattato dal regime fascista, fa doppiamente male. Primo da italiano, secondo da chi, studiando i libri di storia, queste cose non le ha mai trovate e peggio… ha letto solo del malcontento dei popoli a confine con l'Austria, che rivendicavano maggiore rispetto delle proprie tradizioni e lingua.
Che dire poi della Montecatini… a dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, che arroganza e pressapochismo vanno a braccetto… in nome di un progresso tutto discutibile e per niente sicuro.
Bellissima la storia di Curon e dei suoi abitanti, in particolare di Trina, di Erich e dei loro figli… le scelte compiute riflettono gli eventi che la Storia portò in queste terre… Solo che, questa è la morale, affrontarli da soli forse non li risolve ma fa condividere il dolore… e a volte, non è poco.

sabato 16 febbraio 2019

Alla corte del Duce

Chi furono gli amici di Mussolini? E fra di loro, chi lo seguì per convinzione e chi invece, per opportunismo?
Quali donne gli furono accanto nel corso della sua esistenza e quante gli diedero un figlio?
Il fascismo non fu soltanto opera di Mussolini. Nel suo insieme fu il risultato delle azioni del capo in sintonia o in dissonanza con quelle dei suoi gerarchi Roberto Farinacci, Achille Starace, Galeazzo Ciano e centinaia di altri ras del regime e dirigenti politici - che finirono ben presto col somigliare a una schiera di cortigiani: uomini all'ombra del monarca assoluto, alcuni tanto fedeli da sacrificare se stessi, altri tanto infedeli da scavagli la fossa.
Nell'ampio seguito mussoliniano svolsero un ruolo cruciale anche i capitani della grande industria privata: Giovanni Agnelli, Alberto Pirelli, Luigi Marzotto, Giuseppe Volpi e i numerosi intellettuali che appoggiarono il credo fascista - da Gabriele d'Annunzio a Margherita Sarfatti, da Luigi Pirandello a Curzio Malaparte - molti dei quali però subirono nel tempo allontanamenti e violenze.
Un'importanza considerevole ebbero le donne: la moglie Rachele, la figlia Edda, l'amante Claretta, che con Mussolini trascorse gli ultimi atti di vita, e Virginia, Giovanna, Paolina, Angela, uno stuolo di cortigiane, vere o presunte, di cui spesso conosciamo solo il nome o lo pseudonimo - come Graziosa Bocca - che provarono per il Duce intense passioni e con regolarità frequentarono i suoi uffici per fugaci incontri.
Dall'infanzia di Benito in un lembo terminale della Pianura Padana, fino a Piazzale Loreto, Antonio Spinosa ricostruisce con ricchezza di particolare e testimonianze, una ideale biografia del regime e del suo capo indiscusso attraverso le amicizie, gli intrighi, i rapporti di potere, i tradimenti, facendo rivivere le figure più note del Ventennio, ma anche quelle trascurate dalla storiografia ufficiale.
Il Duce era una maschera che seppe tenere testa ad un balletto di ombre sino a che non cadde il sipario. (tratto dal libro).
 

Un altro libro sul Duce? Ebbene si, questo argomento, esaminato da mille punti di vista, aiuta a comprendere meglio un periodo storico.
Aiuta a capire come avviene realmente un cambio così forte da portare al regime. Dimostra che, la trasformazione si ha, ove le fondamenta della democrazia sono marce o malandate… ove la fragile ed illusoria certezza dei diritti viene a poco a poco distrutta, non con colpi fenomenali, ma per assuefazione, per accettazione del meno peggio, per vantaggi meschini, per piccoli interessi da bottega, per meri calcoli di basso livello, che portano però uno Stato a morire.
Questo insegna Spinosa, nel raccontarci la Corte di personaggi che ruotava intorno a Mussolini.
Un uomo solo, non certo un superuomo come la retorica vorrebbe descriverci… uno che ha fatto dell'azzardo la sua politica di vita e che alla fine ha pagato tutto con gli interessi… qualcun altro no. 

martedì 12 febbraio 2019

Poco o Niente

C'é una paura nuova che leggo negli occhi di molte persone.
E' il timore di ritornare poveri, di andare incontro a un futuro difficile, di non sapere quale sarà il destino dei figli.
Qualche anno fa, non era così.
Ma in questo 2011, tutto è cambiato in peggio.
La grande crisi economica e finanziaria ci ha messi di fronte a una realtà che nessuno immaginava: la nostra società é fragile e il benessere che abbiamo conquistato potrebbe svanire.
Torneremo poveri come erano i nostri genitori e i nonni?
Questa incognita mi ha spinto a ricordare l'epoca che ha visto nascere e crescere fra mille stenti mia nonna Caterina Zaffiro e mio padre Ernesto, uno dei suoi figli.
Lei era nata nel 1869 nella Bassa Vercellese, in una famiglia di contadini strapelati.
Andata in sposa ad un bracciante altrettanto misero Giovanni Pansa, rimase vedova a 33 anni con 6 bambini da sfamare.
E' la sua via a farmi da guida nel racconto dell'Italia fra '800 e '900 quello che il lettore troverà in Poco o Niente.
Era un mondo feroce, dove pochi ricchi comandavano, decidevano tutto e si godevano le figlie dei miserabili.
I poveri erano tantissimi, venivano messi al lavoro da piccoli, poi l'ignoranza li spingeva a comportarsi da violenti.
Anche con le loro donne, costrette a partorire un figlio dopo l'altro, oppure ad abbandonare una famiglia brutale diventando prostitute.
Le campagne succhiavano il sangue dei braccianti, condannati a patire la fame.
Le città erano un inferno, in preda alle malattie e, torme di bambini cenciosi vivevano sulla strada mendicando.
Poco o Niente è il ritratto del nostro passato e un monito per il futuro che ci attende, pieno di incognite.
Ci farà tremare e sorridere perché la vita è fatta così. (tratto dal libro).
 
 
Forte delle conoscenze storiografiche, derivanti dai precedenti lavori editoriali, dedicati al periodo storico a cavallo tra le due guerre mondiali, Giampaolo Pansa ci intrattiene con un ritratto di un'epoca, quella contadina, che se per alcuni appare una parentesi felice e bucolica (alla Mulino Bianco per intenderci) nella realtà dei fatti era schiavitù, ignoranza, violenza e fame.
Questo lo spunto, cui fare un collegamento con la recente crisi economica (il testo è del 2011) e farci capire cosa potrebbe succedere alle nostre fragili società capitaliste e ignave… resta interessante.
 
 



giovedì 17 gennaio 2019

M. Il figlio del secolo

"Lui è come una bestia: sente il tempo che viene. Lo fiuta.
E quel che fiuta è un'Italia sfinita, stanca della casta politica, della democrazia in agonia, dei moderati inetti e complici.
Allora lui si mette a capo degli irregolari, dei delinquenti, degli incendiari e anche dei puri, i più fessi, i più feroci.
Lui, invece. in un rapporto di Pubblica Sicurezza del 1919 è descritto come "intelligente, di forte costituzione, benché sifilitico, sensuale, emotivo, audace, facile alle pronte simpatie e antipatie, ambiziosissimo, al fondo sentimentale".
Lui è Benito Mussolini, e leader socialista cacciato dal partito, agitatore politico indefesso, direttore di un piccolo giornale di opposizione.
Sarebbe un personaggio da romanzo se non fosse l'uomo che più di ogni altro ha marchiato a sangue il corpo dell'Italia.
La saggistica ha dissezionato ogni aspetto della sua vita.
Nessuno però aveva mai trattato la parabola di Mussolini e del Fascismo come se si trattasse di un romanzo.
Un romanzo - e questo è il punto cruciale - in cui d'inventato non c'é nulla.
Non è inventato nulla del dramma di cui qui si compie il primo atto fatale, tra il 1919 e il 1925: nulla di ciò che Mussolini dice o pensa, nulla dei personaggi - D'Annunzio, Margherita Sarfatti, un Matteotti stupefacente per i coraggio come per le ossessioni che lo divorano - né della pletora di squadristi, Arditi, Socialisti, Anarchici che sembrerebbero partoriti da uno sceneggiatore in stato di sovraeccitazione creativa.
Il risultato è un romanzo documentario impressionante non soltanto per la sterminata quantità di fonti a cui l'attore attinge, ma soprattutto per l'effetto che produce.
Fatti dei quali credevamo di sapere tutto, una volta illuminati dal talento del romanziere, producono una storia inaudita e un'opera senza precedenti". (tratto dal libro).
 
E' solo dopo aver terminato il romanzo, quando, come nei titoli di coda, leggiamo il lungo elenco dei partecipanti, delle persone citate, adeguatamente divise tra fascisti, neutri, antifascisti… E' solo allora che ti rendi conto che, quanto appena finito di leggere (e parliamo di oltre 800 pagine) è pura verità, e che il Fascismo è stato un incredibile azzardo, inventato da un solo uomo che, ha avuto la capacità di condizionare la Storia (male) e di farne scempio.
Ma, e qui sta la particolarità, sta la vera essenza del tutto, la tragedia si è rivelata farsa e la farsa in tragedia… in un continuo rimando… ed è lampante, illuminante, il commento de "La Stampa" del 1° novembre 1922... quando scrive "Riconosciamo che vi è stato uno svolgimento pacifico degli avvenimenti… purtroppo, però, la mancanza di tragedia, in certi momenti della vita di un popolo, può significare scarsezza di serietà morale"... Ecco.. sta tutta qui l'essenza del fascismo… capace di prendere l'Italia per ignavia.. per inconcludenza… senza forza, solo per fatica di pensare ad altro, di osare l'osabile. Bello, ti assorbe completamente… lo leggi in un soffio.. e, merita da subito il riconoscimento del migliore libro letto di questo 2019 appena iniziato.. concorrenti fatevi avanti!

domenica 1 luglio 2018

Sono tornato

Brutta copia di una brutta idea, questo film non dice nulla.
Non dice nulla all'Italia di oggi: razzista, omofoba, odiosa, rancorosa e innanzitutto ignorante.
Non dice nulla dell'Italia di ieri, presentandoci un Mussolini redivivo quasi simpatico, bonaccione, furbo a suo modo, all'italiana... che dice cose ovvie su vicende ovvie...
Non dice nulla sul perché, si è sentita l'esigenza di rimettere in auge un personaggio che la storia ha bocciato.
Poi, per l'amor del cielo, dobbiamo ridere? Dobbiamo per forza prendere in giro l'Italia di oggi, scomodando un despota del passato? Facciamolo. Ma ad una condizione: non dimentichiamo cosa accadde allora, cosa capitò all'Italia e agli Italiani, privati di libertà per oltre vent'anni, non dimentichiamo le leggi fascistissime, l'omicidio dell'onorevole Matteotti, l'odio razzista verso gli Ebrei, la guerra contro la Grecia, inutile dannosa e penosa, il trattamento dei popoli africani e dei vicini slavi.... e tanto altro ancora.
Non facciamo insomma, come Hollywood, che ha voluto sdoganare vampiri e uomini lupo... lì si può anche fingere... qui no.
La trama ricalca quella di "Lui è tornato" film tedesco che riporta in vita Hitler nella Germania odierna. Se in quei luoghi può ancora far temere, qui fa solo pena... in tutti i sensi.

giovedì 12 aprile 2018

Prima dell'alba

Suggeritomi da Alessio, questo libro mi è piaciuto da subito, l'incrocio tra due tempi storici (la Prima Guerra Mondiale e il periodo fascista, quindi tra 1915 e 1931) con due storie che si dipanano parallele, sino ad incrociarsi in un fosco destino, ben si intercalano tra loro, senza fare una grinza.
L'idea regge, così come il colpo di scena finale, per noi abbastanza intuibile, meno per il nostro ispettore Malossi, che però, sa essere uomo di mondo sia di fronte al potere che alle ragioni del cuore.
 
Un testo che ci riserva pagine scritte con estrema grazia: "Ma il Vecio sa che per molti, per lui di sicuro, è più che altro una recita, un ruolo da interpretare: li portano via dal sanguinaccio (il fronte) in una città, e allora bisogna andare a puttane. E invece è capitato loro qualcosa di simile agli attrezzi da lavoro. C'é un usura naturale, per così dire buona, che li logora poco alla volta, smussa le lame, consuma gli spigoli, allenta le giunture. Nella vita bisognerebbe passare attraverso questa usura, invecchiare stancandosi delle cosa un po' alla volta, scoprendosi via via inadatti all'esistere, ma per gradi, come una falce che a forza di guzate e di sbeccature contro le pietre nascoste si è negli anni accorciata e ristretta".
 
"Al Vecio, non ci riusciva proprio di odiare il Generale come avrebbe dovuto, anche perché la sua faccia gli ricordava qualcosa o qualcuno... Alla fine, gli era venuto in mente: gli ricordava il norcino che ogni inverno veniva nell'aia a scannare il maiale. Visto che il maiale bisogna scannarlo, il lavoro va fatto bene, con serietà. Però il maiale non è imbecille, e capisce che stai per farne salami, e grida che pare un cristiano. E poi le donne si sono affezionate a quel grugno rosa a cui portavano gli avanzi ogni giorno, per farlo ingrassare bene, e piangono per la perdita necessaria, e anche gli uomini si mordono i baffi, seri.
E quindi il norcino fa un'espressione quasi triste e di circostanza, si guarda attorno facendo capire che quello che fa è necessario, ed è per il bene di tutti, e che, in fin dei conti, se il maiale é maiale, allora va da sé che prima o poi vada scannato".
 


"Alle 6,30 de 27 febbraio 1931 il trillo violento del duplex manda all'aria uno dei sogni più belli, con tanto di fiammante Fiat 521 Coupé, fatti dall'ispettore Ottaviano Malossi, 32 anni, sposato da cinque, ufficiale della Polizia di Stato nella questura centrale di Firenze.
Dall'altro capo del telefono, il collega Vannucci gli dice che è atteso alla stazione dagli agenti della Ferroviaria con una certa urgenza, visto che c'é di mezzo un morto.
Il tempo di trangugiare l'orzo riscaldato dalla sera prima nel buio del cucinino, salutare la moglie, inforcare la bicicletta che Malossi si ritrova al cospetto degli agenti e poi su un treno diretto a Calenzano dove, riversi sulla massicciata, sul lato esterno della linea che scende da Prato, giace il cadavere del morto in questione.
Vestito in maniera seria ed elegante, il morto porta i chiari segni di una caduta: tracce di polvere biancastra sulla schiena, uno strappo alla cucitura della manica sinistra, un altro strappo all'altezza del ginocchio destro.
Il volto è quello di un uomo anziano e ben curato, capigliatura candida, pizzo lungo e folto.
Gli uomini accorsi per primi sul posto lo guardano con un'espressione di timore mista a reverenza.
Nel sole accecante del mattino Malossi non tarda a scoprire il perché.
Le tessere della Milizia Volontaria e del PNF contenute nel portafoglio del morto mostrano generalità da far tremare i polsi: Graziani Andrea, nato a Bardolino di Verona, il 15 luglio 1864, luogotenente Generale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale.
Un caso spinoso, dunque, per cui bisogna fare presto, trovare i colpevoli, se ve ne sono, ma soprattutto consegnare quanto prima il corpo dell'eroe agli onori che la Patria vuole tributargli.
Resta da chiarire, però, come Graziani sia finito riverso al suolo sulla scarpata opposta a quella della marcia del treno su cui viaggiava: si è suicidato, spiccando letteralmente un balzo fuori dal portello, oppure qualcuno, prima dell'alba, lo ha spinto con violenza giù dal convoglio?
Malossi inizia a scavare con prudenza, tra resistenze, false piste e pressioni dall'alto, in un viaggio alla ricerca della verità che, dai binari della linea Prato - Firenze, lo condurrà lontano nel tempo, fino all'ottobre del 1917, sulle tracce di un fante italiano, testimone silenzioso del disastro di Caporetto e, prima ancora, di una vita di trincea resa intollerabile dai massacri e dal rigore insensato di una gerarchia pronta a far pagare con la fucilazione anche la più banale infrazione del regolamento.
Nel centenario della "disfatta" di Caporetto, Paolo Malaguti compone un impeccabile romanzo che getta una luce nuova sulle scelte, di memoria e celebrazione, di oblio e censura, fatte dall'Italia "vittoriosa" attorno al mito della Grande Guerra e al destino dei troppi caduti di quella inutile strage che, a parere di molti, segnò la vera fine della civiltà europea".
 

sabato 31 marzo 2018

Una questione privata

Liberamente tratto dall'omonimo libro di Beppe Fenoglio, sotto la regia dei fratelli Taviani, illustra le gesta del partigiano Milton, alla ricerca del rivale in amore ed amico Giorgio, catturato dai fascisti.
Tutto quanto accade, è segnato non dalla guerra, dagli scontri, dalle morti e i soprusi improvvisi, dalla ferocia degli uomini tra le montagne e nelle città... quello è lo sfondo... la vera traiettoria della vicenda è la disperazione d'amore di Milton (interpretato da un bravissimo Luca Marinelli) che lo spinge a cercare di liberare l'amico, solo per sapere se è vero quanto ha appreso per caso.. che Fulvia, la donna che lui ama e da cui non vi è corrispondenza di sensi, ha preferito Giorgio.
Per farlo deve liberarlo, per liberarlo deve trovare un fascista da scambiare, per prendere un nemico deve rischiare il tutto per tutto.
Questa meteora, che attraversa la guerra, le morti, la fame e la disperazione, non appare folle, come potrebbe ad un primo momento apparire... no, semmai rende folle tutto il resto, demandando ad un sentimento nobile (l'amore appunto) ogni reale senso e rendendo il mondo degli uomini inspiegabile.
Paragonato all'Orlando Furioso da Calvino, è un bellissimo romanzo e la sua trasposizione cinematografica, pur nella brevità dettata dalla regia non perde nulla del fascino iniziale.
 

martedì 20 marzo 2018

Point Lenana


Contiene tanti e tanti richiami di libri letti, di personaggi a me noti, alcuni conosciuti personalmente (penso a Cassin), a storie, luoghi ed avvenimenti già affrontati in altri libri... quindi è stato per molti versi un piacevole ripercorrere strade conosciute.
Poi c'é la Storia, quella maiuscola, che io amo. Qui ho rivisto vecchie vicende a cui si sono aggiunti elementi a me poco noti o sconosciuti... ad altri già visti.
Infine la narrazione.... Ben fatta davvero, che affronta le vicende di un tratto di Nazione (Trieste e immediati dintorni) facendo capire tante tante cose.
Devo dire la verità, ci ho messo un poco a digerire il tutto... forse perché non riuscivo a capire la necessità delle continue digressioni. Come dice Sjoberg, scrivere è costruire un traliccio su cui far crescere l'albero della tua storia... occorre prestare attenzione affinché il sostegno non sia più grosso dell'albero... ne verrebbe soffocato... a tratti ho temuto il soffocamento... ma piano piano, con estrema pazienza (e senza mai annoiarmi) il tutto mi è apparso più chiaro.
Certo, manca totalmente la storia dell'ascesa. Forse perché narrata in altri testi... Però almeno un accenno... a tratti mi è sembrata la Domenica Sportiva senza visione dei campi di gioco... non so se mi spiego....
Lo rileggerei? Credo di si. Grazie ad Alessio per il suggerimento.
 
Questo era il post pubblicato ieri. Oggi ho pensato di integrarlo, perché come è noto, "la notte porta consiglio"... è la prima volta che incappo nel termine "afascista" e ve ne voglio parlare... Tutto il racconto, il suo dilungarsi, il raccontare eventi e storie che fanno da contorno alla vita di Felice Benuzzi, funzionario dello Stato Italiano fascista, poi ambasciatore della Repubblica Italiana è l'esempio dell'italiano medio, che era fascista, ha goduto dell'esserlo, ha lavorato nella macchina amministrativa, ma non ha mai espresso (questo lo dice il libro) il suo grado di apprezzamento per il potere. E allora, si raccontano piccoli episodi, gli si affiancano amici che, pure loro erano afascisti, ma forse qualcosa di più, per fare in modo che, la scalata del Kenya, non passi per un evento filo-fascista (come venne rappresentato allora) ma per una mera passione sportiva ed alpinistica (mi può andare bene, ma sino ad un certo punto)... così facendo, si sdogana l'evento, si sdogana l'uomo e si narra una bella storia.... Intendiamoci, condivido la scelta di fondo, però così dobbiamo accettare che, tolto poche migliaia di persone, il resto degli italiani era afascista? cioè accettava supinamente, senza applicarsi e senza condividere, le scelte del regime? Può essere... ma tutto questo non depone in loro onore, permette però di raccontare storie, senza correre il rischio di passare a sua volta per filo regime, ed ai lettori di sentirsi nostalgici del Ventennio.... geniale!
 

 
"Una notte africana de 1943, mentre nel mondo infuria la guerra, tre italiani fuggono da un campo di prigionia e scalano il Monte Kenya con mezzi di fortuna.
Diciassette giorni di libertà, incoscienza e fame che morde, per poi tornare ai reticolati e riconsegnarsi ai carcerieri inglesi.
Uno di loro, Felice Benuzzi, racconterà la storia in un libro, anzi in due libri, e già qui si nasconde un mistero.
Chi è Felice? Chi sono i suoi compagni di evasione? Cosa facevano prima della guerra e cosa faranno dopo?
Impossibile raccontarlo senza seguire le scie di molte esistenze, passando dalla Trieste asburgica alla Roma mussoliniana, dalla Cirenaica del guerrigliero Omar Al-Mukhtar alle Dolomiti del rocciatore triste Emilio Comici, dall'Etiopia del turpe generale Graziani alla Nairobi dove morì il Duca d'Aosta, dalle foreste della rivolta Mau Mau alla Berlino della Guerra Fredda, per arrivare infine ai giorni nostri.
O meglio, al 2010, l'anno in cui Roberto Santachiara e Wu Ming 1, inseguono fantasmi fino in cima al Monte Kenya.
Point Lenana è il risultato di anni di viaggi, interviste e ricerche d'archivio.
E' un inchiesta - romanzo, un poema epico in forma di saggio, una scorribanda nel Novecento resa con una scrittura indefinibile e sicura, spesso commovente, a volte crudele".

giovedì 21 dicembre 2017

il Partigiano Johnny

il Partigiano Beppe: Non vi è dubbio alcuno nel riconoscere l'autobiografia nel romanzo cardine della Resistenza. il Partigiano Johnny ha il coraggio di descrivere in modo a tratti picaresco come si sentivano gli uomini di quel sciagurato periodo. Le scelte di chi decise di stare dall'una o dall'altra parte e le motivazioni - a volte profonde altre futili. bellissime e avventurose le pagine che descrivono la fuga dai rastrellamenti e il vivere in montagna durante l'inverno. Un fantastico romanzo.

Di Fenoglio ho già raccontato qualcosa in Una Questione privata, I ventitré giorni della città di Alba e durante la visita di Alba.


 
 "Il Partigiano Johnny è riconosciuto come il più originale e antiretorico romanzo italiano sulla Resistenza.
La storia è quella del giovane studente Johnny, cresciuto nel mito della letteratura e del mondo inglese, che dopo l'8 settembre decide di rompere con la propria vita e di andare in collina a combattere con i partigiani.
Una storia simile a quella di molti altri giovani e di molti altri libri scritti sullo stesso argomento.
Ma Fenoglio riesce a dare alle avventure e alle passioni di Johnny una dimensione esistenziale ben più profonda e generale.
Come ha scritto Dante Isella nel saggio che accompagna questa edizione, "il romanzo di Fenoglio è come il Moby Dick nella letteratura marinara. La sua dimensione etica dilata lo spazio e il tempo dell'azione oltre le loro misure reali", grazie anche a una continua invenzione linguistica".
 
 

giovedì 23 novembre 2017

il Terzo Reich

Tra i tanti volumi letti sull'argomento, questo mi ha restituito il clima, la tensione, il vero vivere quotidiano della Germania Nazista. Non le solite storie farlocche, Hitler e i maghi, Hitler e l'esoterismo, Hitler e la pasta al forno... Questa è una ricerca seria, per capire, non per accettare e nemmeno per legittimare. Solo capire. Unico modo per prevenire certe follie.
 
"E' possibile una nuova Storia del Terzo Reich? E in che senso, dopo oltre mezzo secolo di interpretazioni e di ricerche, una simile storia può definirsi nuova? In quest'opera fondamentale, già salutata come un capolavoro della storiografia contemporanea, la ricostruzione dell'era nazista si fonda su due presupposti teorici.
Per Michael Burleigh, il nazismo si presentò come religione politica, fondata sulla purezza della razza e sulla promessa messianica di un nuovo regno tedesco di grandezza e di potere.
In questo modo riuscì a sedurre la Germania, precipitata dopo la sconfitta nella Grande Guerra in una "crisi ontologica", una crisi che aveva messo a rischio l'esistenza dello Stato e degli stessi tedeschi.
Di fronte a Hitler, alla sua mitologia, al suo culto della violenza, ampi settori delle classi dirigenti e intere masse di comuni cittadini scelsero di rinunciare alla proprie facoltà individuali di giudizio critico per adottare una politica basata su fede, speranza, odio e su un sentimento collettivo di amore per la propria razza e per la propria nazione; e proprio questa natura pseudoreligiosa del nazismo consente di spiegare il collasso morale di un'avanzata società industriale nel cuore dell'Europa.
L'altro presupposto dell'opera di Burleigh è l'analisi del nazismo come una delle tre principali incarnazioni del totalitarismo novecentesco, accanto al comunismo sovietico e al fascismo italiano.
E' l'idea di "Totalità" che cattura in modo straordinariamente efficace il carattere insaziabile di queste forme politiche: contrariamente alle dittature tradizionali, esse avevano l'aspirazione di riplasmare l'uomo e la società e guardavano con odio cieco alla libertà, ai diritti, all'autonomia della società civile e della legge.
La prospettiva storiografica di Burleigh si riallaccia a una nobile tradizione che risale al pensiero antinazista di alcuni studiosi tedeschi degli anni Trenta.
Ciò che é profondamente nuovo é il quadro d'insieme: una storia generale del Terzo Reich che deriva da quell'impianto teorico e dalle acquisizioni di migliaia di studi specialistici.
Grazie al coraggio intellettuale e al supremo magistero stilistico, Burleigh riesce a fondere l'interpretazione e la narrazione, ricostruendo il destino di un popolo e dei singoli uomini".
 
 

giovedì 2 novembre 2017

Otto milioni di biciclette

Leggere i nomi degli innumerevoli voltagabbana che lodarono e furono lodati e ricompensati dal Fascismo... e rileggerli e ritrovarli sotto altre bandiere, lodati e lodanti, fa pena.
Ma al tempo stesso dà idea dell'italico ardore, della forza da pecora che il nostro popolo esprime (salvo rari e lodevoli casi). Un libro ben fatto e molto gradevole.
Non è un caso che il titolo di questo testo sia: "La vita degli italiani nel ventennio"... perché per una volta non si parla di grandi uomini e di potere, ma del come si barcamenava il popolino inseguendo i sogni e le idee del regime prima e durante la Guerra... Istruttivo.
 
"Che i treni fossero in orario quando c'era lui è noto a tutti. Ma chi erano gli italiani a bordo delle carrozze di prima, seconda e terza classe? In che modo vestivano, cosa mangiavano, con quali svaghi occupavano il tempo libero? E com'era l'Italia percorsa da questi puntualissimi convogli?
Romano Bracalini ci accompagna attraverso la società del Ventennio Fascista, supportato dall'attenta lettura di documenti, testimonianze e soprattutto di giornali d'epoca.
Il suo racconto prende le mosse da come il fascismo mutò faccia al Paese con un ambizioso programma di ristrutturazione: la bonifica delle paludi pontine, la costruzione di strade, autostrade, stazioni ferroviarie, porti, aeroporti, scuole, ospedali, acquedotti.
Le città furono ampliate e nuovi centri urbani arricchirono la geografia.
A Firenze vennero abbattuti interi rioni popolari definiti dal Duce un "pittoresco sudicio da affidarsi a Sua Maestà il piccone", come il quartiere di Santa Croce, e Milano vide sparire la fossa interna del Naviglio.
 
 
La velleità del Regime di "fare ordine" e rendere l'Italia più efficiente ebbe ripercussioni anche sulla vita sociale, che ne fu condizionata in tutti gli aspetti, dalla dimensione lavorativa a quella scolastica e famigliare, dalla sfera sessuale, politico - culturale a quella dei divertimenti.
Così fiorivano le associazioni, si moltiplicavano le attività del dopolavoro, si epurava la lingua dalle parole straniere, si premiavano le donne più prolifiche, madri dei "soldati di domani", mentre chi non procreava veniva ritenuto un traditore della Patria e sul lavoro non faceva carriera, al pari dei celibi impenitenti, puniti con la "Tassa sul celibato". I piccoli crescevano all'interno dell'Opera Nazionale Balilla, che li vedeva inquadrati militarmente fin dalla più tenera età. E i ritmi del vivere quotidiano erano scanditi da celebrazioni, cerimonie, anniversari che esaltavano i fasti dell'Italia autarchica e Imperiale. Ma sollevano il velo della propaganda, si scopriva un Paese ancora arretrato e in difficoltà".
 
Sull'argomento ho scritto anche qui: uno, due, tre, quattro

sabato 26 agosto 2017

Mille lire al mese


La seconda di copertina così recita: "Mani in prima, mani in seconda" ordinavano i maestri ai bambini delle elementari. I capistazione fischiavano la partenza dei treni e i treni osservavano orari dalla puntualità leggendaria. Le mogli piccolo-borghesi facevano lustrare le case per il pranzo domenicale in onore del capufficio e segnavano e bottiglie dell'olio perché la servetta non ne approfittasse. Petronilla dava consigli alle massaie.
Il "sabato fascista" si andava alle adunate; eventuali assenze potevano essere giustificate in nome della crescita della prole: dopotutto il sabato era l'unico giorno adatto ad un po' di intimità tra i coniugi,
Gian Franco Venè ricostruisce la vita di tutti i giorni, i salari, i prezzi, i modi di mangiare e di vestire, gli snobismi, le mode degli anni venti e trenta, dalla "Marcia su Roma" alla vigilia della Guerra, quando le famiglie italiane borghesi tiravano avanti con mille lire al mese.
Un mondo un po' angusto, la cui apparente serenità copriva i preannunci della catastrofe.
Anche qui, la vita quotidiana ne registra puntualmente i segnali quando dalle fedi d'oro spontaneamente donate alla patria durante la Guerra d'Etiopia, si passa alle requisizioni forzate di pentole di ferro e di rame per rifornire l'industria bellica.
Quando le donne cominciano a nascondere colapasta e padelle in soffitta per eludere le perquisizioni del regime, anche la tranquilla famiglia italiana capì quale sarebbe stato l'inevitabile esito del ventennio
Gian Franco Venè ricostruisce abitudini, vezzi e umori di quell'epoca con la sottile e affettuosa ironia con cui si guarda un passato che é ancora dentro di noi.
Ancora una volta la vita quotidiana si rivela una chiave per conoscere più a fondo la storia...".
 
Intervallata nelle varie della giornata: mattina, intermezzo, pomeriggio, sera.. e chiusa con l'epilogo "verso un brusco risveglio", quest'opera porta il quotidiano dell'Italia del ventennio fascista alla nostra conoscenza... un periodo in parte noto per l'oralità dei nostri nonni e genitori, ma che per molti versi si è perso nel progredire del tempo e per l'avanzare del progresso... anni di cui qualcuno si vergogna, a cui ha dato un taglio perché rappresentante nel bene e nel male il regime (in cui qualcuno oggi ammette stortando la bocca che ... forse ... poi ... non si viveva così male...). Facciamo la conoscenza con usi e costumi, cibi, modi di dire e di vestire... che facevano del poco a tutti un metodo ed un modus operandi... che dell'autarchia fece virtù sostituendo i prodotti non più importati con sane... produzioni italianissime....
Molti operai, pochissimi laureati, servette in casa (quale segno di distinzione per chi poteva permetterselo), le biciclette come mezzo di movimento di massa, le colonie elioterapiche per vincere il rachitismo dei bimbi, la necessità di avere tanti figli per creare un grande popolo... il mito del regno e delle Colonie all'estero... insomma davvero un altro mondo... reso più accessibile dal racconto del quotidiano arrancare che questo libro ci dona..

mercoledì 9 novembre 2016

Eros e Priapo

 
"Benché pubblicato solo nel 1967, il libello psicoanalitico e anti mussoliniano di Gadda affonda le sue radici negli anni fiorentini tra il '44 e il '45.
E' alla rabbia e alla disperazione di quel periodo che Eros e Priapo deve il tono di esasperata polemica che lo caratterizza e che si esprime in un vorticoso ribollire e gorgogliare di parole e immagini a stento contenute nei moduli del trattato machiavelliano e di una prosa arcaicheggiante di tipo toscano - cinquecentesco.
Diviso tra saggio e libro delle furie, arringa e memoriale narrazione e pamphlet, Eros e Priapo è l'esplosivo contributo di Gadda all'atto di conoscenza che, solo, può garantire il riscatto del male e, nel contempo, è una durissima condanna nei confronti della follia che per un ventennio ha soggiogato l'Italia, segnando il prevalere di un cupo e scempio Eros sui motivi del Logos".


Da che parte iniziare a parlare di questo libro?
Premetto subito che, stante la mia poca cultura, ho fatto fatica a capire completamente il testo.
Ma quando ci sono riuscito è stata soddisfazione senza pari.
Un vero fiume in piena, un fiume di parole, termini, abbreviazioni, distorsioni, esperimenti linguistici... una cosa incredibile.
Prendendo spunto dal ventennio fascista, Gadda scrive, urla, strepita, si arrovella, lancia strali e poi ancora, argomenta il perché Priapo abbia avuto la meglio su Eros.
Cioè di come, la pancia abbia vinto sulla testa... al punto da rendere possibile il dominio di uno solo sulla moltitudine.
E così inseguiamo il nostro, mentre lancia in resta colpisce, attacca, non arretra, ferisce, morde in ogni e qualsiasi lingua, disquisendo su motivi, ragioni e irragionevole tenzone.
Impossibile non rimanere impressionati da questo fiume in piena, pare l'Arno, l'Aniene, quando escon dagli argini e straripano portando con sé ogni pattume...
Si arriva in fondo tirando un sospiro di sollievo ma potendo nel contempo affermare "che bella cosa, la lingua italiana e il saperla usare".