Magnifica Humanitas, ovvero un'enciclica sull'intelligenza artificiale letta dalla provincia
Confesso il pregiudizio, così almeno avrò il piacere di tradirlo. Quando ho saputo che il Papa aveva scritto un'enciclica sull'intelligenza artificiale, ho temuto il consueto: il documento un po' spaventato, di quelli che alternano l'entusiasmo del dépliant alla diffidenza del nonno davanti al telecomando. Mi ero già preparato l'aria comprensiva.
Mi sbagliavo, e lo dico con il sollievo di chi ama essere smentito. Magnifica Humanitas ha il buon gusto di non parlare di macchine. Parla di potere — che è tutt'altra faccenda, e assai più scomoda. La tesi, sfrondata dei velluti, è di un realismo quasi brutale: la tecnica non è neutra, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola e la usa; e quel volto, oggi, non è più quello degli Stati ma quello di una manciata di soggetti privati più ricchi di molti governi. Mentre tutti discutono se la macchina sia intelligente, qui si domanda — con garbo curiale ma senza giri — di chi sia. Domanda che, ammettiamolo, in provincia ci facciamo da sempre, ogni volta che una decisione presa altrove arriva già confezionata.
Il cuore del testo sono due immagini bibliche, e qui l'ho trovato perfino elegante. Da una parte Babele: la torre costruita per "farsi un nome", l'opera grandiosa e autosufficiente che, a forza di volere un'unica lingua, finisce per non capirsi più. Dall'altra Neemia, che ricostruisce le mura di Gerusalemme senza calare soluzioni dall'alto — convoca le famiglie, assegna a ciascuno il suo tratto di muro, ascolta le paure. Confesso che Neemia, funzionario di un re straniero che torna a casa a rimettere insieme i cocci, mi è parso un collega. Il messaggio è che la scelta vera non è fra dire sì o no alla tecnologia — falsa alternativa da convegno — ma fra due modi di stare insieme. È una mossa filosofica travestita da omelia, e funziona.
Poi, certo, c'è il punto in cui l'ho amata e non le ho creduto nello stesso istante. L'enciclica arriva a dire che i dati, gli algoritmi, le piattaforme andrebbero considerati beni a destinazione universale, come l'acqua e l'aria. Magnifico in linea di principio, e lo penso davvero. Solo che il dato non è la terra: non sta lì da prima di noi, lo produciamo mentre viviamo, e vale solo dentro una relazione. "Destinazione universale" rischia di restare una bellissima parola in cerca di un meccanismo. Ma forse è il bello del genere: l'enciclica è fatta per indicare il nord, non per disegnare la strada. La diagnosi è chirurgica; la terapia, diciamolo, è un gesto. «Fermare il cantiere dell'ennesima Babele» commuove e non obbliga nessuno — e va bene così, purché non si confonda la profezia con il regolamento attuativo.
Resta una crepa, ed è quella che mi tiene compagnia da qualche sera. Il documento traccia attorno all'umano una linea metafisica nettissima — la dignità come dono che precede ogni merito, lo splendore che nessuna macchina potrà mai sostituire — e risolve per decreto una domanda che a me pare tutt'altro che chiusa: dove finisce la persona e comincia l'artefatto. Trovo che la sua sicurezza, lì, corra un po' più veloce della domanda. E però — ecco la finezza — le sue conclusioni pratiche restano giuste comunque: l'essere umano al centro delle decisioni che lo riguardano, il rifiuto di ridurre chiunque a profilo. Si possono accogliere senza firmarne la metafisica. Capita, con i testi seri.
Chiudo dove dovrei: in dubbio. L'ho letto da qui, da una provincia che le rivoluzioni le vede arrivare sempre con un certo ritardo e una certa diffidenza — e che proprio per questo, a volte, le vede meglio. Mi resta l'impressione di un documento più riuscito nel descrivere il male che nel prescrivere il rimedio, e va benissimo: i medici onesti sono quelli che almeno la diagnosi non te la addolciscono. Sul resto, come sapete, non esistono fatti. Solo interpretazioni — e l'unico modo per scoprire chi sta interpretando chi è continuare a leggere.

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