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giovedì 27 luglio 2023

Come l'Occidente ha provocato la guerra in Ucraina


 Chi è il vero responsabile del ritorno della Guerra in Europa? Secondo il mantra della narrazione occidentale dominante c'é un solo e unico colpevole: Vladimir Putin, novello Hitler, che avrebbe invaso l'Ucraina senza alcuna motivazione, se non quella di un violento e sfrenato espansionismo.
Ma è lecito porsi ulteriori dubbi.
In realtà, secondo lo storico americano Benjamin Abelow, sono gli Stati Uniti e la Nato ad essere i principali responsabili della crisi ucraina.
Attraverso una storia trentennale di decisioni politiche sbagliate e di provocazioni , iniziate durante la dissoluzione dell'Unione Sovietica.
Washington e i suoi alleati europei hanno posto la Russia in una condizione considerata insostenibile da Putin e dal suo staff militare. Senza giustificare l'aggressione di Mosca o scagionare i leader russi, in questo libro agile ed estremamente leggibile Abelow da voce ad autorevoli analisti politici militari e funzionari governativi degli Stati Uniti, per mostrare in modo chiaro e convincente come l'Occidente abbia innescato il conflitto Ucraino, mettendo i propri cittadini e il resto del mondo di fronte al rischio reale di una guerra nucleare.
Come l'Occidente ha provocato la guerra in Ucraina guarda con lucidità sotto la superficie degli eventi recenti, permettendo ai lettori di comprendere le ragioni più profonde, ma troppo spesso mistificate e taciute della tragedia in corso e fornisce nuove intuizioni su come il conflitto potrebbe essere risolto.
"Il mio obiettivo non è difendere l'invasione, ma spiegare perché é avvenuta.
La maggior parte dei cittadini occidentali ha sentito la spiegazione unilaterale e semplicistica di come è nata questa guerra.
Ovvero che l'Occidente è tutto buono e la Russia tutta malvagia.
Cerco di pareggiare quel canto.
La verità può essere dolorosa, ma é comunque essenziale, perché se non diagnostichi correttamente un problema non sarai in grado di trovare una soluzione.

Devo dire la verità? Se il canto (il mantra) non mi aveva convinto, il contro canto mi convince ancora meno. Perché se è pur vero che la Russia, a forza di essere pizzicata alla fine si è incazzata ed ha invaso l'Ucraina.. non è che prima fosse tanto tenera con i suoi vicini (Georgia e Siria) e gli interessi lontani (Africa). Che la Russia sia una cleptocrazia dominata da assassini al buon Abelow manco passa per il cervello... e dietro il detto (e ridetto) motto "non voglio giustificare l'invasione" finge di non vedere che forse, una guerra per dare due pestoni alla volontà imperialista di un regime incapace era necessaria.
Far capire cioè a Putin che la famosa linea rossa, più volte minacciata da Obama (ad esempio) era non solo superata, ma necessitava di una risposta. Pena la prossima invasione dei Paesi Baltici, della Moldavia, le minacce ai regimi democratici più vicini, i colpi di Stato in Africa, il finanziamento di quel cialtrone di Trump per ridurre gli Usa (che già sono messi male in fatto di democrazia) in un autentico porcile. Quindi, certo spiace, certo i rischi ci sono... ma quando è basta è basta.

venerdì 30 giugno 2023

Fuga a est


Sulla Transiberiana, Alesa ed Helene, due sconosciuti, sognano la fuga. Lui russo, vuole fuggire da quel treno e dal suo destino di coscritto che lo porta in una Siberia da incubo, un incubo fra bruti che hanno già cominciato a vessarlo.
Per lei, francese, che scappa da Anton, l'amante seguito fino a Krasnojarjk, il treno diretto verso un altrove sconosciuto é speranza di liberazione.
Un incontro, regalato dal caso, che creerà complicità nel comune rifiuto del presente, malgrado l'unica comunicazione fra i due sia fatta di gesti e di sguardi.
Figure di questo huis-clos sono i viaggiatori diretti verso oriente, famiglie chiassose, soldati dai corpi maleodoranti ma anche due donne in servizio sul treno-spie o angeli custodi? E fuori i paesaggi sterminati attraversati dal treno in un tempo infinito.

In un ambiente chiuso, lo scorrere del paesaggio dal finestrino, le fermate occasione di speranza o disperazione... sta tutto qui il racconto... e non è forse la riproduzione in piccolo della vita? Si legge di un fiato.

 

martedì 14 febbraio 2023

Le guerre perdute di Jurij Belijaev


 Quando arriva in Ucraina nel 2014 per coprire la guerra del Donbass, il ventunenne Pierre Sautreuil entra in contatto con "il gatto", tale Jurij Belajaev. 
Ex poliziotto, diventato mafioso, milionario in rovina, leader di un partito di estrema destra, militare durante la guerra nella ex Jugoslavia e accusato di aver ucciso più di sessanta bosniaci, sospettato di aver tentato di uccidere Boris Eltcin, latitante ricercato in Russia, Beljaev ha deciso di rifugiarsi sul fronte di Lugansk.
Quando Pierre lo incontra, in lui vede un uomo stanco, anziano, braccio destro di Alexsandr Bednov, comandante del battaglione Batman, milizia filo russa impegnata ad acciarparsi una parte del bottino ucraino senza guardare in faccia a nessuno.- tanto meno alle leggi internazionali.
Presto, però, il giornalista alle prime armi stringe con il mercenario incallito un legame fatto di confessioni ambigue, di fascinazione e di repulsione.
Mentre la guerra devasta il paesaggio ghiacciato del Donbass, Pierre insegue il protagonista per conoscere la sua storia: Juij sparisce, si nasconde, e nel frattempo racconta di essere sopravvissuto ad un attentato di incarcerazioni ed evasioni, lasciando l'autore in balia delle sue preoccupazioni e della sua ricerca di risposte.
Sautreuil con la storia di Jurij ripercorre gli ultimi trent'anni di storia russa dal crollo dell'Unione Sovietica alle mai sopite aspirazioni imperiali sempre più imbevute di nazionalismo sovranista.
"Le guerre perdute di Jurij Beljaev" attraverso il ritratto di un personaggio tragicamente unico e allo stesso tempo banale, a suo modo tipico del disfacimento di un impero, mediocre, come spesso è mediocre il male, è una discesa nei territori più neri d'Europa, dal Donbass a Mosca, dalla Bosnia alla Cecenia.



Libro godibilissimo, anche se narra vicende terribili, offre uno spaccato di Storia. Quella con la S maiuscola e quella dell'uomo di strada. Fatta di opportunità, occasioni, successi e disfatte, fatta per chi, senza andare troppo per il sottile, decide di disfarsi di tutte le regole per vincere.
A prevalere non sono i migliori... solo i più costanti... quelli che non hanno nulla da perdere e che capitano al momento giusto al posto giusto e non fanno domande. La banalità del male, più volte citata... è proprio questa. Personaggi tragici che potrebbero benissimo stare al parco a leggere il giornale...
 

venerdì 28 ottobre 2022

La Frontiera


Cosa significa essere il vicino della più grande nazione del mondo?
Da sempre attratta dalla cultura e dall'anima russa, Erika Fatland ha dedicato anni a cercar di capire quella terra smisuratamente vasta.
Dopo aver sognato di camminare su una grande carta geografica, muovendosi lungo il sinuoso confine russo, decide di tentare un nuovo approccio: é possibile capire un paese e un popolo osservandoli dall'esterno?
Comincia così la pianificazione di un itinerario favoloso che, dalla Corea del Nord alla Norvegia, abbraccia l'intera superficie di uno dei giganti della politica mondiale.
Partendo da Pyongyang e spostandosi verso ovest a bordo dei mezzi più disparati - aerei a turboelica, treni, cavalli, traghetti, autobus e persino renne e kayak - l'autrice percorre l'interminabile linea di confine tra la Russia e i Paesi vicini.
Dall'Oriente all'Asia Centrale, e poi attraverso il Mar Caspio sino al Caucaso.
E ancora, al di là del Mar Nero, l'Ucraina divisa dalla guerra e poi l'est dell'Europa e i Paesi Baltici, fino a Grense Jakobselv, nell'estremo Nord.
Da qui, l'esplorazione riprende lungo il gelido passaggio a Nord - Est dalla Cukotka, dove l'Asia finisce sino a Murmansk.
Per 259 giorni, Erika Fatland ha raccolto testimonianze e immagini componendo un ritratto affascinante e vivido di paesaggi, culture e società e stati le cui differenze sbiadiscono di fronte all'unico elemento che li accomuna: l'essere confinanti della Russia.
E le storie ora pittoresche, ora tragiche, spesso incredibili, che le persone incontrate durante il cammino tra due continenti raccontano, trovano tutte una spiegazione in questa fondamentale condizione geopolitica fornendo milioni di risposte.
Una per ogni individuo che vive lungo la frontiera più lunga del mondo.

Colte qua e là: "Fino a che punto ci si può fidare delle proprie impressioni e dei propri ricordi? La nostra cultura è soggettiva, e siamo creature mutevoli.
Tutte le esperienza vengono filtrate dal nostro umore, dalla situazione del momento, dalle aspettative, da ciò che abbiamo appena vissuto, da ciò che desideriamo in quel luogo e in quel momento.
Visitare da adulti il luna park della propria infanzia può essere una sensazione strana.
Quello che un tempo sembrava grande e suntuoso, una favola di colori e odori sconosciuti, si rivela essere un insieme di noiose bancarelle e di banali giostre usurate.... viene da chiedersi: ci si può fidare della letteratura di viaggio?"


 

giovedì 6 ottobre 2022

Bagliori a San Pietroburgo


 "A ogni passo in questa città mi viene in mente un libro o mi risuona in testa una musica.
E' una scoperta continua". E' il 1975 quando Jan Brokken rimane folgorato da San Pietroburgo l'allora Leningrado, patria splendente e malinconica di poeti e dissidenti, folli e geni, disperati e amanti, culla della ribellione agli zar e poi al regime sovietico in nome della libertà dell'arte e dello spirito.
In occasione del centenario della Rivoluzione d'Ottobre, Brokken ci accompagna nelle sue passeggiate fra presente e passato attraverso strade, teatri, case e musei sulle tracce dei personaggi che hanno reso Pietroburgo una capitale mitica della cultura europea.
Un viaggio che parte dalla raffinatissima Anna Achmatova, che sembra quasi personificare l'elegante fierezza di questa città, per proseguire con l'avventura umana e poetica di Dostoevskij, Gogol, Solzenicyn; i radicali Stravinskij e Malevic e i tormentati Cajkovskij e Sostakovic; gli espatriati Brodskij, Rachmaninov e Nabokov e l'inquieto Esenin, il "Rimbaud Russo" che conquistò Isadora Duncan, il principe dandy Jusupov, che assassinò Rasputin e fuggì a Parigi con un Rembrandt sottobraccio, e la pianista Marija Judina, che seppure ebrea e dissidente ottenne con la sua musica l'eterno favore di Stalin.
In una sinfonia di ricordi, citazioni e frammenti di vita, Brokken compone un ritratto impressionista della città della nostalgia e del confronto tra l'arte e il potere, dove Mandel'stam ebbe a dire: "SOlo da noi hanno rispetto per la poesia, visto che uccidono in suo nome".

Una città è innanzitutto l'essenza delle persone che la popolano. Jan Brokken lo sa e riesce a cogliere gli echi del passato, il passaggio di altre esistenze che ci hanno preceduto, lo spirito dei luoghi, la vita, non è una visione umano centrica, quanto piuttosto una visione di civiltà di amore per le tensioni che rendono un luogo diverso da un altro...e queste tensioni, anche a distanza di tempo, San Pietroburgo le conserva ancora... un passato che riaffiora da ogni dove e che fa di questa città qualcosa di speciale.

lunedì 4 ottobre 2021

La morte di Ivan Il'ic


 Scritto tra il 1884 e il 1886, La morte di Ivan Il'ic è un piccolo capolavoro: per il messaggio drammatico che l'autore ci trasmette e per l'efficacia descrittiva di alcune scene.
La trama è tanto semplice, quanto tragica.
Ivan Il'ic, è un uomo perbene, consigliere di Corte d'Appello a San Pietroburgo.
La vita é stata generosa con lui; é riuscito a soddisfare ogni ambizione ed è al vertice della sua carriera.
Tutto sembra andare per il meglio, quando l'uomo si trova improvvisamente catapultato in un incubo: una banale caduta da una scala gli provoca infatti un dolore al fianco dapprima quasi inavvertibile, ma via via sempre più sordo e insistente che né i medici più illustri, né i famaci da essi prescritti riescono a curare.
Ivan Il'ic comincia a prendere coscienza di essere oramai condannato, ma è costretto a tirare avanti penosamente, giorno dopo giorno, circondato dall'ipocrisia dei familiari, per i quali é diventato un peso.
L'unica persona di cui apprezza la compagnia è il giovane servo Gerasim che lo soccorre con affetto sincero,
Nelle lunghe ore trascorse all'ombra della morte, Ivan Il'ic si rende conto che la sua vita é stata un cumulo di menzogne, in famiglia come nella carriera, ma alla fine gli si affaccia alla mente un pensiero consolante; proprio la morte sarà presto una liberazione per lui stesso e per gli altri dalla sofferenza. (tratto dal libro)

Pagina 16 - ... il fatto stesso della morte di un uomo conosciuto e vicino suscitava in tutti coloro che ne venivano informati, come sempre, un sentimento di soddisfazione, giacché a morire era stato lui e non loro. "E' morto lui e non io" pensavano...

Pagina 61 - L'esempio di sillogismo che aveva studiato nella logica di Kizeveter - Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, quindi anche Caio è mortale - gli era sempre parso giusto, ma solo in relazione a Caio, non a se stesso.
Un conto era Caio, l'uomo in generale, e allora quel sillogismo era perfettamente giusto; un conto era lui che non era Caio, che non era un uomo in generale, ma un essere particolarissimo, completamente diverso da tutti gli altri....

Dovrebbero bastare questi spunti per farci capire dove vuole portarci Tolstoj... farci cioè intuire che nonostante tutte le nostre idee e desideri (e speranze) di unicità, la morte non si cruccia affatto di afferrarci... o forse più terribile della morte è il dolore, l'essere divenuti inutili e di peso... e forse, se ci pensate non è la stessa cosa che ci racconta Franz Kafka ne "La metamorfosi"...il dilemma di Gregor Samsa, non è quello di essersi mutato in insetto... ma bensì in Schmarotzer - Parassita, cioè inutile agli altri, fastidioso, di peso... una crescente insoddisfazione, una paura del borghese incardinato in una macchina produttiva che non può accettare il far nulla... l'ammalarsi... e infine il morire diviene liberazione, rimozione dell'errore... una condizione infine, ben descritta da questo testo...

martedì 31 agosto 2021

La difesa di Luzin


 "Questo si chiama pedone. E ora attento a come si muovono. Il cavallo, naturalmente, galoppa". Luzin si  sedette sul tappeto, la spalla appoggiata al ginocchio di lei, e guardò la mano col sottile braccialetto di platino che sollevava e disponeva i pezzi.
"La Regina è la più mobile" disse soddisfatto, sistemando con le dita il pezzo che si ergeva non esattamente al centro della sua casella.
"Ed è così che un pezzo mangia l'altro" disse la zia.
"Come se lo spingesse vie e ne prendesse il posto. I pedoni lo fanno così, in obliquo. Quando potresti mangiare il Re, si chiama scacco; quando il Re non sa dove scappare, si chiama scacco matto. Così il tuo obiettivo è di prendere il Re, e io devo prendere il tuo.
Vedi quanto tempo ci vuole a spiegarlo. E se giocassimo un'altra volta?". 
"No, subito".

Forma e sostanza si rincorrono in questo bellissimo testo, scritto a puntate oramai un secolo or sono e attualissimo in certe faccende, nel descrivere facezie e cose serie... gli esuli russi prima di tutto, questi più o meno ricchi, questi borghesi costretti a lasciare la terra d'origine disperdendosi altrove, portando con sé un ricordo artefatto dell'amata patria, così come loro l'avevano intuita e vissuta... nuova vita, nuova nazione, nuova lingua con cui fare i conti...
E intorno a questo c.d. traliccio, cresce la pianta della vita di Luzin, la sua passione per gli scacchi... la sua follia... questo cercare a tutti i costi di allontanarsene (complice la moglie adorante) ma al tempo stesso rifugio in cui vagare con la mente e difendersi dal mondo esterno...
Come uscirne? Con l'unica difesa possibile... ma qui non vi rovino il piacere di arrivare in fondo.
Assolutamente fantastiche le pagine dedicate alla partita tra Luzin e Turati... da leggere e rileggere... io le ho trascritte su una mia agenda perché non si può, se si ha passione per il gioco, non riflettere sull'interpretazione magica che Nabokov riesce a dare della tenzone... fantastico... vero godimento.

venerdì 7 maggio 2021

Senza rimorso


 Eccolo all'opera Stefano Sollima... in questo film tratto da un romanzo di Tom Clancy, la fervida mente dell'action movie... John Clark, militare prestato allo spionaggio, vendicatore della sua famiglia, solo contro tutti... in un ambientino dove amici e nemici si confondono (e come non poteva esserlo?) e l'azione adrenalinica fa il suo corso... anche se la storia è intuibile quasi da subito (spoiler: il solito cornutissimo e corrottissimo funzionario interno) i colpi di scena non mancano, i combattimenti, individuali e di gruppo, spari, bombe, missili, attacchi... insomma, non ci sarà tempo e modo di annoiarsi..
La ricerca di verità e quella di vendetta faranno il loro corso... non mettetevi in mezzo.

giovedì 26 novembre 2020

Il Sergente nella neve

Ammetto non essere un anno di grandi letture... intendo in termini di quantità, troppo preso con altro, in primis il tedesco, poi il tanto lavoro da seguire.... fortunatamente ho la fortuna di credere sempre che, quello che non entra dalla porta arriva dalla finestra... ed infatti anche in questo campo è così... complice l'amico Alessio (il bibliotecario montanaro e alternativo) ricevo scarti di donazioni, doppioni e copie ulteriori che vanno a rimpinguare la mia (non esigua) biblioteca personale... al punto che, mi sono deciso (ma solo dal 2021 e solo se saprò resistere) di leggere solo di quanto posseggo... Ci riuscirò? Dubito. Nel frattempo, mi capitano tra le mani, libri che ho già letto e di cui magari, conservavo un lontano e piacevole ricordo. Semplice quindi oggi riprenderli, sbocconcellarli, riprendere e cercare punti che mi avevano toccato... segnalibri... eccolo uno tra questi "Il sergente nella neve" di Rigoni Stern.
Testo che ricade nella categoria "Guerra", "Biografia", "Storia"... Italiani infinocchiati dal Regime e dal Re e poi ricredutisi sulla via per Damasco... insomma, bellissime pagine di vita vissuta, ove si legge prima di tutto dell'uomo, della sua capacità di stupirsi di fronte all'evento singolo all'interno dell'enorme muoversi della Storia.
Perché in fondo è questo l'uomo. Quello che rimane tale quando tutto intorno a lui, vorrebbe renderlo mero ingranaggio, numero, cifra da spendere per alti o bassi fini...
 

venerdì 3 luglio 2020

La promessa dell'assassino

Un noir cattivo, scritto bene, recitato bene. Viggo Mortensen nel ruolo dell'autista, spalla, cattivo tuttofare… con una doppia anima. Vincent Cassel in quello del figlio viziato, debosciato, debole e feroce…Nel mezzo una vicenda terribile, ma anche molto reale. Una donna muore (e quando non succede), drogata, senza nome, senza documenti, lascia una bambina… ci sarà chi saprà prendersi cura di lei… ma prima occorre ricostruire i motivi, i legami, le cause… e come afferma qualcuno "quando si parla di morti, si finisce obbligatoriamente per parlare di vivi"... quel che succede sarà logica conseguenza. Morte, violenza, trame… in una Londra che ospita mafiosi russi, killer ceceni, sfruttamento, droga, potere. Ma anche tradizioni, storie di esuli che, caduto il muro, possono rifarsi una vita ed un impero altrove. La promessa dell'assassino è un film "quasi" lineare… sappiamo quasi subito dove si andrà a finire… ma non sappiamo, e lo scopriremo con un ottimo colpo di scena.. che non tutto quel che appare è vero. Qualcuno potrà accusare David Cronenberg di aver calcato la mano sugli stereotipi che accompagnano i russi… ma, per chi si è fatto intere stagioni de "I Soprano", la generalizzazione del criminale è un dato di fatto… come vedere un film messicano senza un delinquente tatuato o con foulard al seguito… Superata questa dovuta precisazione, godiamoci il film, azione garantita.
 

martedì 30 luglio 2019

Abbandonarsi a vivere

Davanti alle sorprese del destino e agli scherzi della fortuna si può reagire e combattere, sentendosi ebbri e frastornati come una vespa in un bicchiere di vino.
Oppure ci si può arrendere, lasciando che la vita faccia il suo corso, scegliendo, magari in modo avventato, di essere pronti a tutto.
C'é un termine russo che descrive questo abbandono, "pofigismo": esprime una rassegnazione disperata ma assieme gioiosa di fronte agli avvenimenti imprevedibili che scaturiscono dalla assurdità del mondo.
E' con questo sentimento che i protagonisti dei racconti di Sylvain Tesson si mettono in cammino.
Sono marinai, amanti, guerrieri, artisti, viaggiatori, borghesi… vivono a Parigi, Zermatt o Riga, in Afghanistan, nella Jacuzia, nel Sahara.
E in uno di questi giorni in cui tutto cambia, quando la vita decide di fare di testa propria, hanno scelto di accogliere e sfidare il fato.
Ma forse avrebbero fatto meglio a guardare da un'altra parte.
In l'Eremita" un ingegnere francese su una piattaforma petrolifera si appassiona alla storia del Beato Costantino, che seguendo l'esempio di un famoso eremita aveva vissuto in solitudine e nella fede.
"L'esilio" racconta l'emigrazione di Idriss, un giovane nigeriano che cerca di raggiungere l'Europa.
Assieme alla famiglia ha messo da parte 5.000 dollari per pagare Yussef, che gli ha promesso di portarlo in Francia, il paese della felicità, o forse del rimpianto del passato.
In "la noia" conosciamo Tatiana, che vive con la madre in una città ai confini della Siberia, dove la temperatura scende a meno quaranta.
 
 

Un libro di racconti. Per lo più ambientati tra Francia e Russia. Sconfinando ovviamente in Africa, Zermatt ed Afghanistan… tra una vicenda e l'altra, ci godiamo piccole perle del pensiero di Sylvain.
Un libro che parla di viaggi, persone e luoghi. E del viaggiare fa il filo rosso che lega i singoli racconti, con una raccomandazione: "E' raro che in un viaggio si vivano dei giorni conformi all'idea che ci si faceva prima di partire. Di solito viaggiare significa portare in giro la propria delusione" e d'altro canto, nemmeno la felicità ci viene in soccorso "i momenti belli sono come l'energia: non possono essere immagazzinati. Il tempo felice non è un viatico per l'avvenire". E allora eccoli, i nostri personaggi, presi in mille cose, o in mille avvenimenti che li superano, sommergono come un'onda.. dalla passione per la montagna e la scalata… "l'alpinismo è appunto questo: una partita che si gioca tra il caso, la paura e la forza" anche perché é Nietzsche a ricordarcelo… a pagina 105 che "non c'é un errore più pericoloso che quello di confondere la causa con la conseguenza"...
I racconti si susseguono, ci parlano di gente che ha fatto scelte radicali, oppure ha semplicemente deciso di applicare il metodo detto "Pofigismo"... "Tutto quello che vi cambia la vita succede per caso. Il destino è come un secchio d'acqua messo in bilico sul lato alto di una porta: entrate nella stanza e vi ritrovate bagnato da capo a piedi… occorre quindi opporre una rassegnazione gioiosa e disperata. Quelli che la praticano, sopraffatti dall'ineluttabilità delle cose, non capiscono perché nella vita ci si debba agitare tanto, lottare come un moscerino impigliato nella tela di un'argiope, è uno sbaglio, anzi è qualcosa di peggio: un segno di volgarità. I pofigisti accettano le oscillazioni del destino senza tentare di frenarne lo slancio. Si abbandonano alla vita".
  
 


venerdì 22 febbraio 2019

Centomila gavette di ghiaccio

Centomila gavette di ghiaccio tratta dell'esperienza bellica del sottotenente medico Italo Serri (pseudonimo di Giulio Bedeschi) durante la Seconda Guerra Mondiale.
Inizialmente assegnato al II Battaglione dell'11° reggimento fanteria, Divisione Casale, combatte prima in Grecia.
Con questa unità, nei mesi di luglio e agosto del 1942, Serri viene inviato sul fronte russo dove partecipa alle operazioni dell'ARMIR.
Il 17 dicembre 1942 l'offensiva sovietica denominata Piccolo Saturno travolge le divisioni italiane e tedesche schierate sulla destra del Corpo d'Armata Alpino.
Per turare la falla apertasi nello schieramento, la Julia viene tolta dal Don e schierata in aperta campagna inquadrata nel XXIV C.A. Tedesco.
Verso la metà di gennaio del 1943 scatta un'ulteriore offensiva sovietica che in pochi giorni accerchia l'Armir.
Inizia così una penosa ritirata a piedi.
Si formano due principali colonne lunghe decine di chilometri che si muovono dai 10 ai 30 km al giorno, per ripararsi durante la notte nelle isbe.
Finalmente il 27 gennaio 1943 il comando della Tridentina uscì dalla sacca.
Dopo l'uscita dalla sacca, essendo il fronte ancora instabile fu necessario percorrere a piedi ancora molti km per essere infine soccorsi. (tratto da Wikipedia).
 
"Centomila gavette di ghiaccio", non con questa copertina, ma con quella bianca, Edizione Mursia, fu un acquisto - presso la libreria Grossi di Domodossola - allora mia unica fonte di lettura (stiamo parlano del 1983-1984), per tale acquisto venni rimproverato da un amico, maledetto tossico, poi morto… che mi dette del militarista… io francamente non capivo di quale terribile reato mi fossi macchiato e lo mandai bellamente a fare in culo.
La guerra non è bella, ma la si legge volentieri… forse per capire quali dinamiche ci accompagnano nel momento del pericolo, quali risorse segrete riusciamo a far emergere dal nostro io più recondito, di quali nefandezze e di quali azioni di bontà facciamo sortire di fronte alla prova estrema.
Inutile nascondere poi il mio interesse per le azioni collettive, ove il genio, la fortuna, il caso, fanno la differenza tra la vittoria e la disfatta… ove migliaia di uomini dipendono da chi le comanda e, a seconda del caso, divengono eroi, forti conquistatori o semplici fantaccini sacrificabili… Tragica azione la guerra, sempre vicina all'essere umano, sin dal suo apparire, sempre più attrezzata e tecnologica, ma non per questo meno primitiva e feroce delle origini… La storia narrata mi aveva colpito, non comprendendone appieno la portata e la dimensione… capita solo recentemente grazie al libro su Stalingrado letto recentemente e qui richiamato.
La vita è costruita su molti momenti: ciò che ci aspettiamo, ciò che viviamo, ciò che ricordiamo.
L'avanzare degli anni, sostituisce il primo periodo all'ultimo… forse è un bene, forse un semplice imbroglio... forse dovremmo vivere nel mezzo… al momento, senza alcuna idea preconcetta e senza alcun ricordo… oppure no. "Centomila gavette di ghiaccio" ha segnato la mia infanzia… sia per che a causa di… forse più per quel rimprovero che a causa del contenuto… chi lo sa? scherzi della memoria.
 

martedì 14 agosto 2018

I lupi di Ares

Che succede nell'antica Asia Centrale? Gli Sciti, fiero popolo oramai in declino, si sono ridotti a fare gli assassini a pagamento, in un regno feroce che obbliga a scelte estreme.
Quando Lutobor, soldato fedele al Re, vede in pericolo la sua famiglia e la sua stessa vita, anche uno schiavo scita può andare bene per raggiungere l'obbiettivo.
E così inizia un viaggio, tra popoli misteriosi e divinità sanguinarie, terre sconosciute e aride, ove ogni amico può essere nemico e l'aiuto arriva dai nemici.
Trama avvincente, peripezie di ogni genere, finale terribile.

mercoledì 3 gennaio 2018

il Manifesto del Partito Comunista

Come tutti i classici è citato ma non letto, conosciuto per sentito dire ma non per i suoi contenuti... accusato di ogni nefandezza, dimentichi del momento storico in cui venne scritto e per le sue critiche ad un sistema che allora appariva sulla scena in modo dirompente.
E' un testo ancora attuale per l'analisi, forse un po' meno per le soluzioni... ove le individua, difficile dire se superate rispetto al mondo "liquido" della modernità...
Un classico, dicevo, da conoscere assolutamente... sia che lo si apprezzi o che lo si voglia negare.
 

 
"La borghesia ha avuto nella storia una funzione sommamente rivoluzionaria.
Dove è giunta al potere, essa ha distrutto tutte le condizioni di vita feudali, patriarcali, idilliache.
Essa ha lacerato senza pietà i variopinti legami che nella società feudale avvincevano l'uomo ai suoi superiori naturali, e non ha lasciato tra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, lo spietato "pagamento in contanti".
Essa ha affogato nell'acqua gelida del calcolo egoistico i santi fremiti della esaltazione religiosa, dell'entusiasmo cavalleresco, della sentimentalità, piccolo-borghese.
Ha fatto della dignità personale un semplice valore di scambio; e in un luogo delle innumerevoli franchigie faticosamente acquisite e patentate, ha posto la sola libertà di commercio senza scrupoli.
In una parola, al posto dello sfruttamento velato da illusioni religiose e politiche, ha messo lo sfruttamento aperto, senza pudori, diretto e arido".


domenica 29 ottobre 2017

L'ultima partita a carte

Che dire di Mario Rigoni Stern? Cantore della guerra alpina in Russia (il Sergente nella neve) e della vita grama sull'altopiano di Asiago (I recuperanti), è stato senza dubbio tra i grandi scrittori italiani a descrivere quel terribile periodo che dall'inizio del secolo scorso ci ha fatto attraversare due Guerre Mondiali. Questo piccolo racconto ne è un condensato.
 
"Certi libri nascono per caso, e sono piccoli miracoli. L'ultima partita a carte é nato da una sfida coraggiosa e apparentemente inaudita che l'autore ha voluto lanciare a se stesso, stimolato da una richiesta della Fondazione CINI: raccontare in modo secco e caldo insieme, in un breve intervento pubblico, quanto aveva narrato distesamente nei libri i tutta una vita, e cioè la sua vicenda di ragazzo nella Seconda Guerra Mondiale.
Lavorando per un lungo periodo su quegli appunti, con uno sguardo ai libri di storia e ai documenti e un altro sguardo, di natura ben diversa, alla sua personale esperienza di soldato tra i tanti, Rigoni Stern ha scritto uno dei suoi libri più singolari, un distillato prezioso.
In ogni pagina la biografia si fonde con la stoia collettiva, per poi disperdersi in rivoli di storie individuali; ed è proprio questo movimento naturale di diastole e di sistole a far pulsare il cuore vivo del racconto, a rendere udibile, per le generazioni lontane da quegli eventi, il battito del tempo.
Nel rievocare l'inizio delle ostilità, la campagna d'Albania, di Russia, l'8 settembre, il lager - sempre contrapponendo le vuote parole dei bollettini ufficiali, alla realtà incandescente del vissuto - Rigoni Stern non rinuncia mai a raccontare episodi apparentemente marginali, che custodiscono un altro senso della Storia: cinque carote barattate con una penna stilografica d'oro, lo sguardo di un compagno di cordata che precipita, una fossa comune apparsa nel nulla della steppa e poi subito inghiottita dalla neve, un placido laghetto che si prosciuga rivelando il suo carico di morte.
E c'é spazio, come nella vita, per aneddoti quasi comici: le lezioni di buone maniere impartite settimanalmente alla compagnia da un improbabile capitano nobile; il momento in cui, diciasettenne, Rigoni Stern tenta di arruolarsi in Marina tra il dileggio degli esaminatori che gli chiedono "Ma tu sai nuotare?".
Così, per sussulti e frammenti, la storia di un uomo e di un'epoca ci viene incontro. "Ero un piccolo uomo" - dice Rigoni Stern - che tra milioni di altri uomini stava combattendo lontanissimo da casa in una guerra così orribile che mai le stelle videro nel loro esistere. Sentivo solo la grande responsabilità verso i miei compagni che il fato mi aveva portato a guidare; sentivo che il mio corpo era forte e che in Italia ero amato e rispettato".
 

domenica 6 novembre 2016

Chernobyl - i resti di un sogno

Fa tappa a Comabbio, presso la Sala Lucio Fontana, la mostra dedicata a Chernobyl ed alle bellissime foto di Alessandro Lucca scattate nel 2014.
Scorrono sotto i nostri occhi, le terribili immagini del deserto causato dalla catastrofe nucleare che ha reso inabitabile oltre 30 kmq di territorio, spopolato una città di 50.000 abitanti e fatto allontanare oltre 350.000 persone.

 
 
Chernobyl, l'Hiroshima dei tempi moderni, è lì... ad imperitura memoria, a dimostrarci quanto la nostra follia, stupidità ed incapacità possa ridurre il Mondo intero a deserto.
Mi ricordo quei giorni, ero all'ultimo anno delle superiori e le notizie che arrivavano dall'Est, facevano paura... eravamo reduci dalla tragedia dell'Icmesa di Seveso e sentir parlare di inquinamento invisibile e di nucleare, toglieva il sonno...
 
Una nota di colore, nel vedere la foto di Pripyat, presa dall'alto... mi sono ricordato nei minimi dettagli della città... come se ci fossi stato... e tutto perché avendoci giocato con il videogioco "Stalker"... mi sono trovato più volte a ripercorrere avanti e indietro, i viali di questa città e i suoi edifici... incredibile.
 
 Pripyat - foto della città.
La sala "Lucio Fontana" a Comabbio.

venerdì 17 giugno 2016

Anime Baltiche

 
"C'è un legame sotterraneo tra alcuni grandi nomi della cultura mondiale e i paesi baltici dove sono nati e la cui anima li ha accompagnati nella fuga oltre confine.
E' sulle tracce di quest'anima che Jan Brokken attraversa Lettonia, Lituania ed Estonia ricostruendo le vite straordinarie di personaggi celebri e persone comuni, per riscoprire la vitalità di una terra da sempre invasa e contesa, dove la violenza della Storia è stata combattuta con l'arte, la poesia e la musica.
Tra i palazzi Jugendstil di Riga e le mura di Tallin, tra i vicoli ebraici di Vilnius, i castelli di Curlandia e la Konigsberg di Kant, oggi Kalinigrad, rivivono i film di Ejzenstein, che si unì ai bolscevichi contro il padre zarista per ritrovarsi come lui chiuso in un'ossessione di grandezza; le mille vite di Romain Gary, che nella letteratura trovò rifugio dai campi nazisti senza mai riuscire a perdonarsi di essere un sopravvissuto; quella frattura che attraversa tutte le tele di Rothko, strappato dai rossi tramonti della sua Daugavplis; ma anche la Rivoluzione cantata della giovane Loreta contro i carri armati sovietici, o la segreta diaspora dei baroni baltici, tra cui la moglie di Tomasi di Lampedusa, prima psicanalista donna in Italia.
Passato e presente si richiamano come in una sinfonia in cui ogni dettaglio racconta una passione, un'illusione infranta, o una profonda nostalgia.
Viaggio in un cruciale ma dimenticato pezzo d'Europa, Anime Baltiche lascia il segno di un grande romanzo per capire il XX Secolo, perché viaggiare insieme a leggere e ascoltare è la via più breve per arrivare a sé stessi". (Tratto dal risvolto di copertina).
 
 
I 12 racconti di Anime Baltiche, sono piccoli pezzi di giada, come se ne trovano spesso sulle spiaggie dei mari del Nord.. Tutti dello stesso colore, ma ognuna di forma, e con contenuti diversi...
Tutti a loro modo, in grado di darci un idea dell'animo degli abitanti di queste zone: parliamo di Estonia, Lettonia, Lituania.
Terre strappate da una parte all'altra con terribili spargimenti di sangue e massacri che hanno stravolto totalmente intere comunità e popoli.
Forse è per questo che, a fronte di tanto dolore, vi è una concentrazione di cultura, di passione per il bello e per il lieve...
Ogni storia, pur parlando di persone importanti, (Mark Rothko, Hannah Arendt, Romain Gary, Gidon Kremer, Ejzenstejn) narra di umanità e di popolazioni, che di fronte alla tragedia non vollero far venir meno la propria anima, il proprio orgoglio.

Perché come descrive il libro:

"l'orgoglio non ha niente a che vedere con il nazionalismo, lo sciovinismo, o l'arroganza. Essere orgogliosi del proprio Paese significa credere in tutto ciò che lo rende speciale, diverso, unico. Significa avere fiducia nella propria lingua, nella propria cultura, nelle proprie capacità e nella propria originalità. Quest'orgoglio é la sola risposta adeguata alla violenza e all'oppressione".

Ogni pagina ci narra di vicoli, palazzi, spiagge, strade, boschi… ma poi non può fare a meno di popolarle di persone. Molte non ci sono più, ma grazie a questo racconto, possiamo immaginarle nel loro vivere quotidiano. Libro da leggere e da rileggere. Fantastico.
 
 

domenica 17 aprile 2016

L'ultimo abitante di Chernobyl

Per chi, come me ha memoria di Tchernobil e del terribile incidente nucleare dell'allora Unione Sovietica, vedere queste tristi fotografie (vedi articolo) oltre ad un tuffo nel passato da un tuffo al cuore, alle tante sensazioni che allora sollevò quell'evento ed a tutte le conseguenze che portò con sé.
La paura del nucleare, il non avere informazioni, l'averne troppe e confuse, non saper più cosa mangiare, il temere questo invisibile nemico (venivamo dall'incidente della Diossina di Seveso), il referendum che ne seguì, assolutamente folle e sull'onda dell'emozione, distrusse il progetto nucleare italiano con costi enormi e problematiche irrisolte.
Queste immagini ci costringono a riflettere sugli errori umani, sulla semplicità della vita (che comunque vada prosegue) e sulla sofferenza portata in nome di un idea totalitaria e sciocca.
Per altro verso, quando sento parlare della Zona, quella invivibile intorno a Pripiat ed alla centrale, mi viene in mente il gioco "STALKER" ove per ore si vagava in un terribile ambiente post atomico cercando reperti e cercando di resistere al vento radioattivo - vedi l'articolo La Zona. Chissà se, in una di quelle peregrinazioni virtuali non abbia già incontrato il sig. Ivan Shamyanok...

domenica 3 febbraio 2013

Limonov di Emmanuel Carrère

 
"Limonov è un libro stupefacente, inclassificabile.
E' sconvolgente… gli uomini sono tutti legati ad un'epoca e a pochi luoghi, i più avanzano come possono, passo dopo passo… Limonov vuole di più.
Vuole sentirsi un essere vivente a tutti gli effetti.
Che importano i valori e il contesto, sarà teppista, poeta, vagabondo, maggiordomo, mercenario e quasi criminale nelle inestricabili guerre dei Balcani, capo di un partito nazional bolscevico nella Russia del post-comunismo, prigioniero a Saratov e poi a Lefortovo.
Eroe che l'ombra, la monotonia dei giorni e i semplici piaceri della vita quotidiana uccidono più di ogni altra malattia.
Il personaggio romanzesco che Limonov sogna di essere vuole il rumore, la luce accecante e la frenesia.
Carrère gli offre tutto questo, nero su bianco. Lo porta dove Limonov, nei suoi stessi libri, non saprebbe arrivare. (Commento di Yasmina Reza). 
 
 

 
Limonov é un fascista. Ma é prima di tutto un uomo. E che uomo!
Uno che ha attraversato gli ultimi 60 e oltre anni sempre a testa alta. Soffrendo come ognuno di noi, ma con la schiena dritta, senza pentimenti e senza paura.
Ha fatto sua la frase di Cesare "meglio primo in Gallia che secondo a Roma" e di tale idea ne ha fatto uno dei capisaldi del suo modo d'essere.
Non é un libro per educande, quello proposto da Carrère. Ma é un libro che descrive con minuzia di particolari, la nostra Storia e quella di Eduard Savenko, in arte Limonov, che dal profondo della Russia ha visto e cambiato il Mondo.
Bellissimo.