giovedì 14 dicembre 2017

Insospettabili sospetti

Occorre costruire una sequenza di cattiverie... e questo il film fa.
Una serie di cattiverie, che da un lato, legittimino le azioni che l'esplosivo trio di vecchietti dovrà mettere in atto e che dall'altro, faccia uscire dal letargo i suddetti azzimati personaggi.
Morgan Freeman (poteva forse mancare?), Michael Caine e Alan Arkin, con incredibile comicità, ci raccontano la discesa nella disperazione della classe operaia americana (colpita da disastri fatti da altri) e la successiva riscossa!
Un film contro la crisi, un film contro l'andropausa, un film contro il sistema.... cosa volete di più?
Intanto niente violenza, poi parenti che ti vogliono bene e che per certi versi dipendono o credono a te.... ed infine la dignità messa in discussione... una dignità che deve a tutti i costi essere riconosciuta, un ego che deve ritrovare il giusto ruolo. Non fosse altro che, va bene diventare vecchi, va bene rinunciare ai piaceri della vita... ma c'é (ecchediamine) un limite a tutto.
La parte più divertente è assistere agli sforzi dei tre attempati signori, che si allenano al cattivo, rubando al supermercato, fanno sport per rimettersi in forze, vanno al poligono... prendono lezioni da un vero cattivo (che con loro è molto buono) senza far venire meno il loro ruolo di genitore, padre, nonno, guida per la comunità... Ed è forse questo, il meglio. il riconoscere che, a volte bisogno rimediare ad un sopruso, tanto più che ad averlo causato, sono: 1. gli stranieri, 2. le banche, 3. le assicurazioni, 4. le multinazionali... senza scordare la polizia (grande Matt Dillon, nel ruolo del tonto sbirro)... insomma, non mi stupisco che tra gli altri, questa storia sia piaciuta a "The Donald".... "Make great the old age again"...

De Bello Gallico

Come tutti i testi, previsti nei cicli scolastici, può aver creato qualche allergia negli studenti, soprattutto al classico... ciò non toglie nulla a questa opera d'arte letteraria che ha attraversato i secoli ed è giunta sino a noi intonsa.
Mi sono spesso domandato se a prevalere è l'ammirazione per il politico, quella per il condottiero, quello per lo scrittore, capace di autopromuoversi con una semplicità di dettato incredibile... Penso che sia un dominus, un miscuglio delle parti... un amalgama, capace ancora oggi di donarci il racconto di una vicenda vera, reale, terribile e fantastica... Ricordate "Star Wars"? Ecco Cesare è un poco Darth Vader e un poco Luke Skywalker... e l'impero? Quello Romano... eccolo!
 

"In Le Guerre in Gallia, Giulio Cesare narra con l'occhio di un protagonista sovrano, campagne militari drammatiche e decisive per il futuro dell'Europa, itinerari e spedizioni ardite in un mondo sconosciuto di mari, foreste, fiumi immensi, fra popolazioni "primitive" di Francia, Germania, Inghilterra; soprattutto, ritrae nel mezzo dell'azione, fra i suoi soldati e le tribù ostili, il genio di un militare e di un politico che, come fu detto "attira sempre per qualche verso anche coloro che respinge": gli stessi che più lo detestano e non possono perdonargli vittorie e dittatura, quando volgono gli occhi alla sua azione e ai suoi scritti si sentono presi da una "compiacenza segreta" per lui.
E' il fascino permanente di questo capolavoro, restituito nella presente edizione alla precisa asciuttezza della sua prosa, che lo rende un classico fin dagli anni della formazione scolastica".
 
 

il giorno in cui fu ucciso il leader

Tragico e lieve: Una storia come tante, mentre intorno ogni certezza crolla. Difficoltà quotidiane (amore, lavoro, casa, futuro) e storiche si confrontano e obbligano ogni singolo personaggio a riflettere nel profondo cercando risposte ai propri interrogativi.


"In questo breve romanzo mozzafiato, pubblicato originalmente in arabo nel 1985, l'autore pone ancora una volta l'accento sul paradigma generazionale già collaudato nella Trilogia del Cairo.
Stavolta Mahfuz traccia il profilo di una famiglia della classe media cairota durante i primi anni Ottanta, sotto la presidenza di Sadat.
In Egitto quella fu un'era di transizione, un periodo di crisi profonda in cui gente normale di ogni tipo e provenienza veniva spinta verso il cosiddetto "Abisso dell'Infitah".
In questa folle corsa tutto era sovrastato  da un senso di "fine", una sensazione di panico, mentre persone innocenti assistevano impotenti alla rapida disintegrazione del loro mondo.
Un intero stile di vita con le sue tradizioni antichissime e i suoi valori tramandati di generazione in generazione si stava semplicemente sgretolando, aprendo la strada a un nuovo materialismo spietato nel "regno dei corrotti", dove solo i più forti potevano sopravvivere.
Il romanzo raggiunge il suo apice con l'assassinio del presidente Sadat, il 6 ottobre 1981, evento intorno al quale è sapientemente tessuta la trama narrativa".
 

domenica 10 dicembre 2017

Anabasi

Tra film e libri si parla spesso di Anabasi. E spesso lo si fa a sproposito, ogni volta che viene narrata una fuga, avventurosa certo, ma sempre una fuga. Ma questa, narrata tanto, tanto tempo fa, fu ben altro. Non si fuggì dal nemico, si prese viceversa atto che il motivo per cui lottare, era venuto meno con la morte del principe Ciro ed era venuto il tempo di tornare a casa.
Tra i tanti bellissimi libri che la cultura greca e latina ci hanno donato, due sono quelli che spiccano, per chiarezza e capacità di trascinare il lettore nel pieno della mischia: il De Bello Gallico (ne parlerò prossimamente) e l'Anabasi.
Scritti entrambi magnificamente, non smettono tutt'oggi di essere riferimento per la forza del testo e l'imparzialità. Credetemi, mi viene voglia di ricominciarli da capo...
 
 
"Senofonte, vissuto nella Atene di Socrate, fu uno degli scrittori più amati dell'antichità per l'immediatezza e la duttilità della sua prosa, modello di stile per Cesare e Quintiliano.
Il suo capolavoro, Anabasi, oggetto di ammirazione assoluta nel Rinascimento, continua a essere una delle opere più lette della letteratura greca.
Vi si racconta la "marcia verso l'interno", Anabasi appunto, voluta dal Principe Ciro per impadronirsi del trono di Persia.
Un episodio marginale, che Senofonte trasformò in un'epopea indimenticabile inaugurando un genere letterario: quello dell'autobiografia eroica.
Fallita la spedizione, per la morte di Ciro in battaglia, i diecimila soldati trovarono in Senofonte non soltanto uno storico geniale, ma anche uno stratega, che li guidò agli avamposti del Mar Nero con una marcia di migliaia di chilometri.
Anabasi  soprattutto la storia di quella leggendaria ritirata: una odissea tra territori ostili e genti "diverse" che ha il fascino di un romanzo di avventure". 
 
 

REC 3 - La genesi

Avevo incontrato la saga di REC, sia con REC2 che con REC4. Questo è il 3° episodio... ho perso il primo, mi spiace. Così come mi spiace dire che questo é al di sotto delle aspettative della serie.
Certo gli zombie, certo l'effetto sorpresa (ma neanche poi tanto), certo l'edificio con tanto di sotterranei e passaggi claustrofobici...
Paco Plaza ci mette tutta la sua volontà nel fare un buon film e per smarcarsi il prima possibile dall'idea originale, ed in parte ci riesce... ad esempio, mollando il prima possibile la telecamera! E deve essere liberatorio tale passaggio... al punto che la stessa viene distrutta dallo sposo ripreso in diretta... poi usando l'idea della sposina, che prima appare timida e spaurita, poi diventa una belva scatenata, armata di reggicalze e motosega... eros e thanatos... in un connubio micidiale.
Peggiore figura tocca allo sposino.. che ad un certo punto si veste da San Giorgio, con tanto di armatura e mazza ferrata, seguito a breve distanza da un simpatico Sancho Panza, più in difficoltà che al sicuro, sotto una cotta di maglia metallica...
Dopo una serie di episodi, peraltro abbastanza spaventosi, i due riescono a ritrovarsi (ah, la forza dell'amore) e allontanarsi dall'edificio. Peccato che lei venga morsa, lui le taglia il braccio, ma evidentemente non basta... lei si trasforma, lo morde e le forze speciali li uccidono entrambi. Si conclude così questo episodio al grido di "Daje  agli zombie!".

K2 - il prezzo della conquista

Di K2 ho già scritto su questo spazio, ricordando il film The summit K2, e con Vertical Limit per parlare di montagna ma anche di uomini.
Uomini più abituati ad agire che a parlare. questi sono gli italiani che conquistarono il K2. La nostra montagna. Questo libro getta una nuova luce, una diversa verità su come andarono i fatti e - forse - mette la parola fine alle molte polemiche che videro Bonatti ingiustamente accusato di nefandezze e Lacedelli divenire suo malgrado il conquistatore dell'8000.
 
 
"Nei cinquant'anni trascorsi dalla conquista italiana del K2, Lino Lacedelli non ha mai rilasciato dichiarazioni riguardo alla leggendaria ascensione di cui è stato protagonista insieme ad Achille Compagnoni.
Non ha mai voluto correggere le inesattezze che sono state scritte sulla spedizione alpinistica, né replicare alle accuse che spesso gli sono state rivolte.
Se il tempo trascorso non ha attenuato i toni delle polemiche che l'impresa ha generato, ha però accentuato il desiderio di una verità più obbiettiva.
In questo libro-intervista di Giovanni Cenacchi, Lacedelli rende finalmente la sua testimonianza sui fatti del 1954.
Rivela e svela molti aspetti sconosciuti di quello straordinario evento alpinistico, storico e mediatico, offrendoci la sua versione a proposito dell'Affaire Bonatti che da mezzo secolo infiamma le pagine di libri e giornali, oltre che le aule dei tribunali.
La notte del 30 luglio 1054 Walter Bonatti rischiò di morire a più di ottomila metri insieme al portatore Hunza Mahdi per consegnare le bombole d'ossigeno che Lacedelli e Compagnoni avrebbero utilizzato il giorno successivo per raggiungere la cima.
Bonatti e Mahdi, quella sera, non trovarono la tenda dei loro compagni nel luogo stabilito e passarono una notte terribile senza riparo e privi di ogni attrezzatura.
Perché il campo Nove fu spostato altrove?
Come si spiega l'esaurimento dell'ossigeno prima della vetta?
Perché Bonatti fu in seguito accusato di aver congiurato segretamente contro i suoi compagni?
A queste domande Lino Lacedelli risponde con l'autorità di un testimone eccellente, gettando una nuova luce sull'intera vicenda, diventata un mito collettivo nell'Italia del dopoguerra.
Grazie a una scrittura serrata e appassionante, il libro restituisce una pagina fondamentale della storia dell'alpinismo italiano, che è stata troppo spesso letta sotto il segno del giallo, alla sua dimensione di avventura e di scoperta, arricchendola di personaggi finora lasciati in ombra, di episodi dimenticati - e a volte occultati -, di quelle emozioni intense che accompagnano tutte le conquiste più difficili".

sabato 9 dicembre 2017

Assurdo Universo

La fantascienza segue due strade: una di pura meccanica e fisica, astronavi, raggi, potenza. Una fatta di menti, cervelli, psiche. Brown le coglie entrambe. Un libro da leggere assolutamente. Semplice e singolare al tempo stesso.
 
 
"State per incontrare una mente visionaria, irresistibilmente umoristica, che ha partorito l'infinità di universi: Fredric Brown il Douglas Coupland degli anni Cinquanta.
E' assolutamente impensabile una Guida Galattica, sena l'esplorazione che Brown compì proprio in Assurdo Universo, uno degli apici della moderna letteratura che gioca a saltare da un universo all'altro.
Fred Brown è l'Einstein della Fantascienza: anziché con la fisica, opera con le storie.
Non con le parole: proprio con le storie.
L'aspetto stilistico è enormemente minoritario rispetto all'invenzione della suspense e delle allucinazioni visionarie che fanno le storie.
Raccontare è un contagio: la storia prescinde dalla lingua e dagli stili, come è chiaro anche a un bambino, se chiunque di noi può raccontare Cappuccetto Rosso in qualunque lingua, in qualunques stile, in qualunque periodo della storia umana.
La fascinazione infinita del Romanzo di Fredric Brown è dunque questa: é il racconto della storia come trucco mai svelabile e sempre sorprendente, l'atto infinitamente piacevole e misterioso di un prestigiatore che non cattureremo mai.
Poiché l'invenzione è reale, lo é anche l'invenzione del salto tra universi.
La realtà accetta l'invenzione di qualunque realtà parallela: é il segreto di ogni autentica religione e di ogni verace letteratura, ed è la materia di cui sono fatti i sogni.
Questo processo, che è tutta la letteratura e quella fantascientifica in particolare, vive di un trucco specifico, che si chiama Ucronia.
L'Ucronia è lo slogamento del tempo e dello spazio.
Cappuccetto Rosso vive nel nostro mondo: ci sono gli alberi, la merenda, la nonna.
Ad un dato momento, ci si accorge che il mondo si sloga: esiste un lupo che parla. Non siamo più nel nostro mondo, siamo in universo parallelo.
Dal primo romanzo fantastico dell'Occidente La Storia Vera di Luciano Samosata , le cose vanno così.
"Ho visto cose che voi umani..." sebbene il maestro dell'Ucronia sia Philip Dick, nessuno nel Novecento ha utilizzato in maniera così affabulatoria l'ucronia come Frederic Brown in Assurdo Universo.
L'ucronia è il perno di tutto il libro di Brown.
Concedo ai lettori solo una particola di trama Keith Winton, redattore capo di una rivista di Science Fiction iene proiettato in universo parallelo.
Il protagonista di Assurdo Universo dirige una rivista di fantascienza ma saltando in un altro universo é travolto da quello che sta fantascientificamente vivendo... Cosa fa la letteratura di Brown? Sono stati forniti tutti i particolari della storia, ce li siamo dimenticati, e la letteratura è un ipnosi a cui lo scrittore ci sottopone, senza darci assolutamente la garanzia che ci ricorderemo quello che intendiamo ricordare. Avremo così vissuto un viaggio.

giovedì 7 dicembre 2017

I figli di Matusalemme

Ma se vivi così tanto, poi come combatti la noia? Semplice, creandoti un nemico e scappando a gambe levate! Non vi ricorda un poco la fuga dall'Egitto? la traversata nel deserto? Una Bibbia in versione fantasy? Io ci ho visto tutto questo, il popolo eletto e i suoi persecutori... e tanto altro.
Dopo Fanteria dello Spazio, ecco un grande Heinlein con un bellissimo romanzo.
 
 
"Se c'é un pericolo che corre uno scrittore di fantascienza è di essere definito profetico.
Una patente che rischia di annullare quanto di buono quello scrittore ha sfornato in anni di onesto artigianato concentrandosi su altri mondi che si intersecano con il nostro.
Il pericolo cresce a dismisura quando ci si trova davanti un autore che ha pubblicato trenta, quaranta o ancora più anni fa, un padre della fantascienza come Robert Anson Heinlein (gli altri Alfred Van Vogt e Isaac Asimov) che ha all'attivo quattro premi Hugo.
Può capitare, e in effetti capita anche in I figli di Matusalemme, che a un certo punto si incroci un'immagine che a noi risulta molto attuale e che nel 1968, quando il romanzo è stato pubblicato negli Stati Uniti, non lo era per niente.
In questo caso, meglio dirlo subito per togliersi il peso, c'é il presagio di una New York rasa al suolo che a tanto 11 settembre.
E può anche capitare che attuale sia il tema portante ovvero la discriminazione e la persecuzione dei diversi, specie se minoranza, attuale oggi però come lo è stato molto nel secolo appena passato e in quelli che lo hanno preceduto.
Heinlein, che di definizioni ne ha subite in troppe e contraddittorie (prima quella di incallito militarista per Fanteria dello Spazio, e due anni più tardi quella di Freakkettone per Straniero in Terra Straniera), può lasciare le profezie alla Chiesa e concentrarsi in modo molto laico su questi Figli di Matusalemme, centenari e ultracentenari che dopo aver nascosto al resto del mondo la loro lunghissima vita decidono di rivelarsi e di stabilire rapporti amichevoli; ma nel 2125 a chi é destinato per statistica a non andare oltre l'ottantina, quei longevi non vanno giù.
O meglio, gli andrebbero se potessero campare quanto loro, magari accedendo al segreto che li tiene così tanto in vita.
Capita che il segreto non esista e quindi per evitare arresti, torture e deportazioni (Heinlein ricorda la sorte riservata agli ebrei) i centomila, longevo più, longevo meno, riescono a scappare fortunosamente su un'astronave abbastanza capiente.
E inizia il viaggio in puro stile da frontiera americana.
Direttamente dalla migliore tradizione western discende anche una tendenza a moralizzare secondo una filosofia che mescola Darwin con le istanze libertarie, per cui è un dovere assoluto sopravvivere, difendere anche a costo della vita i propri cari, il proprio mondo, senza pensare solo a sé stessi.
Nella lunga navigazione tra pianeti lontani secoli dal sistema solare, questa sensazione è forte.
La sopravvivenza si ottiene con coraggio, ma senza atti di eroismo inutile.
Anche perché la vera conquista, riuscire a far convivere le differenze è un obiettivo che si ottiene con il dialogo e la ragione".
 
 

Imbuti

 
Chi non ha riso, di fronte allo spettacolo messo in scena da Corrado Guzzanti? Politica, società, religione, storia, costume... ce n'é per tutti...
 

"Travolgente nel creare i suoi strepitosi cloni, Corrado Guzzanti è il più bravo metteur en scéne di immedesimazioni, parodie e satire che lo spettacolo italiano abbia prodotto dai tempi di Alighiero Noschese.
La sua irresistibile comicità colpisce i bersagli più appetitosi: un indimenticabile scatologico e definitivo Funari, che propone la mortadella come contraccettivo; Emilio Fede, che interrompe il TG per trasmettere i bollettini meteorologici riguardanti il cielo di Arcore; il rap di Giovanni Minoli; le parodie di Mentana e Sgarbi; la follia notturna di Gabriele La Porta e quella mistica di Gianni Badget Bozzo.
Per non parlare del mondo dei politici, parodiati con la leggerezza e la perfidia di chi sa farci ridere laddove ci sarebbe da piangere Rutelli che compone e canta l'inno Forza Ulivo, Umberto Bossi incatenato e mascherato come Hannibal, Prodi e la mortadella, Fausto Bertinotti e il cachemire, e infine l'esilarante serie degli spot della Casa delle Libertà.
Le imitazioni di Guzzanti sono piccole bombe che esplodono in finali sorprendenti e spiazzanti.
E poi ci sono le invenzioni di personaggi e di linguaggi, la scoperta di tic linguistici che diventano tormentoni: ecco allora Rocco Smitherson che inaugura la serie delle poesie e della analisi "pollittiche" o Lorenzo, lo studente alle prese con la maturità; e ancora il poeta Kipli, il santone new age Quelo, Pippo Chennedy, la magnifica Vulvia, l'epico Venditti di Grande Raccordo Aunalre, il poetino Brunello Robertetti... ".
 
 


mercoledì 6 dicembre 2017

Morte dell'erba

"A cinquant'anni esatti dalla prima edizione, Morte dell'erba racconta una vicenda che si commenta da sé, senza morale.
Un virus proveniente dall'Asia ha distrutto i raccolti di tutto il mondo; si scatena la fuga dalle grandi città in cerca di un ultimo rifugio dove sia ancora possibile trovare da mangiare.
I due fratelli David e John Custance sono rispettivamente un agricoltore e un ingegnere: l'ideale sarebbe unire le forze, ma la violenza dilaga come un incendio e il Paese è nelle mani di bande armate, predoni e assassini.
Se l'Inghilterra brucia, persino due fratelli possono ritrovarsi su sponde opposte nella lotta per la sopravvivenza.
Questo é il tema di Christopher: antico, lineare, sempreverde, come gli ex campi coltivati non sono più.
Ma il romanzo non è solo questo. E' anzi un apologo, un racconto di portata biblica che inscena nuovamente la storia di Caino e Abele, completa di antefatto.
E in effetti il libro inizia quando i due fratelli sono ancora giovanissimi, nell'Eden privato della valle custodita da nonno Jahvé. Come il dio ebraico, anche il nonno divide e impera: così a un nipote assegna la valle, all'altro affida il destino dell'uomo di mondo
Come nel racconto del Genesi, anche in questo caso è l'uomo mite, il contadino a soccombere di fronte alla forza (e alle ragioni) del fratello mondano: forse il paradiso terrestre non è fatto per rimanere inviolato ma per essere prima o poi colonizzato; forse niente, su questa Terra, può rimanere allo stato vergine.
Il mito della fecondazione e del lavoro allude a questa tragica necessità.
A differenza di altri romanzi di fantascienza mitologici, comunque Morte dell'erba non celebra il rinnovamento della vita, né lo festeggia: anzi si industria di farci vedere quanto sangue costi.
Da questo punto di vista il romanzo è realistico, lucidamente documentario: di quella spietatezza documentaria che si può ritrovare, oltre che in certa letteratura inglese, soprattutto in quella americana, da Hemingway a Faulkner.
Toccante e stilisticamente maturo senza essere pretenzioso, un testo come questo non ci sembra sfiguri nella galleria dei racconti a fondo esistenziale del suo tempo: quei libri, cioè, che interpretano la storia del mondo come storia di lotte e sopraffazioni, di radicali violenze e di una giustizia che non può prescindere essa stessa dalla violenza e, dunque, dall'arbitrio".
 
Letto tanti anni or sono, mi aveva colpito per questa storia di fuga nel nulla, mi ricordava una serie televisiva - I sopravvissuti - e più recentemente The Walking dead.
 

il Muro della Peste

Un eremita incontra un giorno la vecchia pellegrina (la peste) che sta per entrare in città; "Per amor di Dio, quante vittime farai in questa città?", "Non più di mille" replica la vecchia.
Morirono diecimila persone.
L'eremita incontra ancora la peste che se ne sta andando: "Disgraziata, non mille, ma diecimila anime hai spento!". "Non ti ho ingannato - risponde la pellegrina - mille come ti avevo detto, il resto le ha uccise la paura".
 

"Questo saggio non intende essere una storia della malattica pur anche attraverso i rimedi e le misure preventive che questo Flagello Divino e la paura hanno prodotto nel corpo sociale. Spesso la Peste, pur come frequente accidente dei secoli passati, è stata trattata come un fatto permanente e centrale, nella dinamica, del resto sempre uguale, del suo sorgere e del suo estinguersi, fino al suo riprodursi negli ex voto, in arte e in architettura.
Senza considerare che la nascita di un moderno stato di assistenza e di polizia sanitaria sembra essere a Venezia un nucleo importante non soltanto per il controllo della peste ma per l'esercizio del governo, quando è stato possibile bandire dalla popolazione gli effetti di catastrofe con un secolo di anticipo sulle pestilenze del secolo XVIII successe in Europa; periodo durante il quale la città lagunare è totalmente immune si vedono al contrario Marsiglia e Vienna, e in un caso e nell'altro i simulacri e le macchine messi in atto contro la peste bubbonica: il Muro della Peste in Francia, scomparso e quasi cancellato dalla memoria e le Pest Saulen, colonne e gruppi marmorei dedicati ai santi protettori che trionfano nelle strade e nelle piazze delle città dell'Europa Centrale".
 

 
"Il presente saggio tenta di circoscrivere nei cinquant'anni tra il Cinquecento e il Seicento, il nascere di una nuova tecnica di governare lo Spazio della Città, che si connota quasi come un permanente "regime italiano", dopo la crisi della figura umanistica del Principe, della sua corte e della sua identificazione nelle immagini della città - stato italiana tra il '400 e il '500 in quanto utopia pretesa e realizzata, col sorgere della monarchia assoluta in Europa.
Tirannie e violenze per l'occupazione del primato e del governo sembrano estinguersi in Italia sulle ceneri delle leggi Machiavelliche attraverso le discipline apparentemente più molli di Giovanni Botero, come la sua politica urbana e la solerte e disponibile indifferenza sociale del Cardinale Bellarmino, producendo una diffusa Lex Caritatis: un amalgama di fruttuose pratiche corporali di governo che si accendono con le opere di misericordia popolare e si estendono applicandosi con la contagiosità dell'Età della Peste.
La Peste produce inoltre meccanismi pubblici di polizia sanitaria con modi particolari di ordinare le città ma molto più tardi e più lentamente".

martedì 5 dicembre 2017

L'invasione degli ultracorpi

Meglio il film o il libro? Anche il questo caso il dilemma è evidente.. Se il video ha il potere di esprimere attraverso i visi degli attori, l'aumentare della paura, della stanchezza, dell'incredulità... il libro riesce con una potenza evocativa che pochi scrittori sanno esprimere, a spaventare il lettore, ad incollarlo al racconto, da cui si stacca con un sano terrore... E che dire del finale? due versioni diverse... due soluzioni che contraddicono visibilmente tra loro...
 

 
"Sarà presunzione, ma penso che nessuno meglio di uno psichiatra appassionato di fantascienza possa accompagnarvi alla prima pagina del romanzo di Jack Finney, e li lasciarvi, non prima di avervi raccomandato di recuperare un segnalibro.
Vi servirà per staccarvi ogni tanto dalla lettura, quando l'inquietudine inizierà a far presa, quando vi ritroverete con addosso un'angoscia sottile, coinvolti senza rendervene conto nella rete che pian piano avviluppa tutti i protagonisti della storia.
Nulla di clamoroso, per carità, nulla di crudo, di infernale; non vi ritroverete nemmeno quei tipici ingredienti che vi attendereste in un classico della fantascienza; nessuna astronave, nessun battaglia stellare. Nessun alieno, forse nessuno.
13 agosto 1956: Miles, medico e chirurgo generico nella piccola cittadina californiana di Santa Mira è il protagonista del romanzo; a lui ci si rivolge non solo per malattie, ma pure a chiedere consiglio, a sfogarsi, a confidare segreti e preoccupazioni, come accadeva una vola nell'ambulatorio di famiglia.
Del tutto inattesa si presenta nello studio Becky, vecchia passione mai dimenticata; chiede aiuto per una cugina che anche Miles conosce, una visita medica, ma non sa bene che cosa c'é che non va; o meglio lo sa ma è tutto assurdo; deve esserci una spiegazione razionale, oppure la donna è impazzita: é convinta che lo zio non sia veramente lo zio; cioè sia fisicamente identico allo zio, si muova come lui, ha gli stessi atteggiamenti, condivide ogni ricordo... ma non è lo zio; lo sguardo è scomparso, ma soprattutto, con un'annotazione degna della migliore psichiatria, non c'é alcuna emozione nell'uomo, c'é la finzione dell'emozione.
Piano piano altri pazienti confidano la stessa sensazione, anzi la propria angosciante constatazione: una figlia non riconosce il padre, un moglie il marito... e così via...
Entriamo e usciamo, con gli attori del racconto, dalla convinzione che l'altro non sia veramente l'altro ma un'entità estranea e malevola.
Siamo di fronte alla paranoia.
Ma come fare i conti con la comparsa di un cadavere? anzi di una "cosa" dapprima informe, poi sempre più definita sino a diventare un doppio perfettamente identico?
Presto scopriamo che le "cose" possiedono un loro ciclo vitale: nascono come semi in grandi bacelli, li ritroviamo negli scantinati di Santa Mira, dove gradualmente si evolvono, e assumono forme e sembianze di coloro che le abitano.
Un libro eccezionale nella sua modernità; la modernità della disumanizzazione, della paranoia, della impossibilità a riconoscere ed essere riconosciuti.
Una trasformazione, quella del conoscente e dell'amico trasformato che sembra tratto dall'esperienza clinica di un reparto psichiatrico, la rappresentazione più inquietante del folle, dell'alienato: al confine tra la vita e la morte, incapace di provare emozioni, solo una caricatura delle emozioni".


Le due guerre

La contrapposizione tra le due guerre: quella fascista e quella partigiana è la cornice di questo libro. Ciò che realmente vuole esser descritto è la sofferenza del protagonista (lo scrittore) di fronte a scelte che turbarono tutti gli italiani dopo l'8 Settembre e che tutt'oggi sono un nervo scoperto nei rapporti politici e civili di questa Italia in cerca di riferimenti.
 

"Sono un testimone del secondo conflitto mondiale.
O meglio, sono un testimone delle "due guerre" del secondo conflitto mondiale: della guerra fascista e della guerra partigiana.
Così, nell'introduzione, Nuto Revelli anticipa il contenuto del suo libro.
Due guerre: quella in cui il popolo italiano è stato trascinato dalla follia nazifascista sul Fronte Occidentale, su quello greco - albanese e infine sul Fronte Russo; e quella guerra partigiana, che ha significato il riscatto di un'intera nazione dopo due decenni di dittatura.
Un libro tra Storia e memoria: storia costruita "dal basso", dalla parte degli umili, come ci ha abituato l'autore della Guerra dei Poveri e del Mondo dei Vinti; e memoria personale, tanto più coinvolgente in quanto vita vissuta e sofferta dal suo narratore.
Un libro di storia - rivolto ai giovani, che hanno il diritto di sapere, a ai meno giovani, che hanno il dovere di ricordare - che ripercorre le vicende italiane dal 1922 al dopo Liberazione.
Perché ho voluto riscrivere il mio Fascismo, la mia Guerra Fascista, la mia Guerra Partigiana?
Perché credo nei giovani. Perché voglio che i giovani sappiano".

sabato 2 dicembre 2017

Wolf, la belva è fuori

Terzo episodio, della rassegna cinematografica proposta da Ezia, ad argomento il lupo.
Dopo L'uomo lupo e The Wolfman ecco il turno di "Wolf, la belva è fuori" bel film in stile anni novanta, diretto da Mike Nichols e con il trio Nicholson, Pfeiffer, Spader in gran spolvero... senza dimenticare altri due ottimi attori: Richard Jenkins e Christopher Plummer.
E' forte il cambio di registro, rispetto ai precedenti episodi. Mentre "L'uomo Lupo" è fondamentalmente una storia d'amore, il raffronto più interessante è tra "The Wolfman" e "Wolf".
Oltre al periodo storico. Qui siamo negli States rampanti degli anni '90, la, viceversa, nel Galles dell'Ottocento. Vi sono proprio differenti approcci al "problema lupo"... Qui, totalmente scambiato per malattia curabile con pastiglie e cure mediche (è certamente stress...), mentre nel secolo precedente era gestito con l'uso smodato del manicomio e delle pratiche disumane di quell'istituzione.
In attesa del protocollo Garavaglia, il povero Talbot viene sballottato in mani sadiche, mentre qui, in una città superaffollata, tutto si cura con veloci ricette a base di pastiglie e punture...
 
Che dire poi della mutazione? Benicio del Toro si trasforma in un vero e proprio mostro... mentre Nicholson ha delle mutazioni tali che a volte, non è chiaro se è lui che si è mutato in lupo o viceversa... demandando al suo viso demoniaco ed a balzi olimpionici ogni altro elemento di sorpresa... divengono così divertenti gli intermezzi, ove il nostro, con i sensi fortemente ampliati, riconosce alcolismo, pettegolezzi, tradimenti e ogni genere di mediocrità umana...
Se ci pensate, in fondo, il vero mostro non è lui... ma l'insieme di esseri che sopravvive in una società corrotta e opportunista... e non è un caso che "la belva è fuori". E' quella belva che non accetta compromessi e che vuole prendersi, combattendo, ciò che crede suo. E ancora più amaro appare, l'emergere dei sentimenti di un uomo di mezza età, confuso, deluso ed in cerca di un nuovo inizio...

Ritorno al domani


Ron Hubbard, meglio noto per la simpatica pseudo religione da lui inventata... ci regala un piacevole romanzo fantascientifico su viaggi nello spazio, paradossi temporali, tempo e distanza... Ben scritto...


"Lo spazio è profondo, l'Uomo é una creatura minuscola e il Tempo è il suo nemico inesorabile. Fu in un epoca antichissima, ormai dimenticata, che l'uomo scoprì la barriera.
Ancora prima che l'astronautica avesse inizio.
La barriera era un'equazione.
Senza di essa, l'equazione fondamentale della massa e del tempo, l'uomo non avrebbe potuto progredire. Ma lo fece, e si servì per questo della fissione nucleare, coltivò la tecnologia e le sue stesse speranze.
Tuttavia, i termini della salvezza erano anche le sbarre della sua prigione.
"A MANO A MANO CHE LA MASSA SI AVVICINA A UN VALORE INFINITO, IL TEMPO SI AVVICINA A ZERO".
Due matematici avevano concepito per primi le equazioni: Lorentz e Fitzgerald.
Un fisico teorico, Albert Einstein, ne aveva mostrato l'applicazione.
Ma se Lorentz, Fitzgerald ed Einstein avevano dato all'uomo il sistema solare, quasi gli negarono le stelle.
Eppure, nonostante la difficoltà individuata da questi uomini, c'erano ancora dei coraggiosi che accettavano e allo stesso tempo sfidavano quella legge; una piccola coorte di astronauti che, attraverso le epoche, avevano tenute vive e aperte le rotte dello spazio.
Gli emarginati e i paria dei viaggi spaziali, i maledetti e i rinnegati dall'uomo, percorrevano le loro rotte solitarie diretti verso infinite distanze, ma prigionieri anch'essi, inesorabilmente incatenati dal tempo.
Ben conoscendo il loro destino, quello che li attendeva, chi avrebbe voluto mai farsi volontario e far parte del loro piccolo gruppo?
Ma nelle società dell'uomo ci sono sempre gli emarginati, per la loro natura o a causa delle circostanze; e ci sono degli avventurieri che non si curano delle equazioni.
E così le stelle furono raggiunte e colonizzate, nonostante il destino di coloro che intrapresero quei viaggi.
Lo chiamarono IL LUNGO VIAGGIO, sebbene non fosse lungo per l'astronave e il suo equipaggio.
Era infatti lungo soltanto per la Terra.
Una crociera di sei settimane ad Alpha Centauri riportava un equipaggio su una Terra invecchiata di molti anni.
Colui che è rimasto assente per un lungo secolo non si trova bene al ritorno.
Conosce troppo poco. La sua gente è morta. Non ha più una casa, non ha più un suo mondo.
La sua sola comunità era quella a bordo dell'astronave.
La sola speranza era quella che un giorno o l'altro qualcuno potesse scoprire un'altra equazione: una soluzione alla barriera".

Mazza dell'Inferno

Le montagne in questa stagione - non più estate, non ancora inverno - vanno soppesate con attenzione. Ghiaccio a nord, paglione a sud, vento forte, neve poco stabile in quota... se proprio non riesci a dominare la scimmia che ti ordina di andar per cime, occorre inventarsi itinerari sicuri, magari più bassi, ma principalmente sicuri.
 Per fortuna il mio socio, oltre ad essere un forte camminatore, è uno che ha l'occhio lungo, in grado di mettere in cantiere gite bellissime, che uniscono panorami mozzafiato, creste affilate, lunghe sfacchinate, boschi, e tanto altro... lascio a lui l'elaborazione del programma e io dietro a far andare la gamba...
Eccoci così, oggi, ultimo giorno di novembre, a salire la Mazza dell'Inferno. Nome evocativo, certo! Ma cima e cresta decisamente fattibile, al confine tra la Val Strona e l'Ossola.
Il forte vento ha spazzato via le nubi del giorno prima - e prepara quelle del giorno dopo - ma oggi la montagna è tutta per noi... e non ci lasciamo scappare l'occasione.
Lasciata l'auto a Forno, risaliamo il fianco sud della montagna, un alpeggio via l'altro... faggete bellissime, sentiero bello ripido, temperatura accettabile...
 Il sole comincia a far capolino e ci scalda per bene... anche perché una volta in cresta, la meteo non sarà così clemente... i colori del mattino, con l'arancione dei primi raggi, sono impagabili.
 Ci avviciniamo al filo di cresta, sulla destra la Scaravini, sulla sinistra la nostra traccia...

 Eccoci all'alpe Campo... da qui comincia la parte alpinistica vera e propria.. che decidiamo di far partire dal vicino cucuzzolo denominato Croce del Campo.... un piccolo panettone con tanto di enorme croce...

Dalla cima, vediamo di fronte a noi l'intero tracciato della giornata... lato nord innevato, lato sud erba traditrice...
 il fondovalle spazzato dal vento permette di vedere lontano...
Comincia così la sequenza di cime, fili di cresta, saliscendi emozionanti, passaggi su roccia... unico inconveniente un grande vento che da nord spinge senza tregua...
 Ci si copre per bene e si prosegue... rendendo tutto molto avventuroso... come diciamo noi "due sul water"....






 Sul fondo la piana dell'Ossola...


 Ecco la Bocchetta del Ventolaro... e che aria... qui spazza via tutto...

 proseguiamo...

 e poi ancora...

 il filo delle creste è esaltante...
 quelle fatte... e quelle da fare...

 ma alla fine... un bel gioco dura poco... e, imboccano un canale... si scende.... sino al bosco... e poi a questa bellissima chiesetta...

 Ci guardiamo alle spalle...
L'interno della chiesetta...
e un'immagine che tutti noi abbiamo avuto in casa... quella Madonna con bambino coperta di un panno azzurro... una riproduzione in serie che stava sopra il letto nella mia prima abitazione...

Insospettabili sospetti