Per fortuna non sono solo i film stranieri, ambientati in Italia, ad essere pieni zeppi di luoghi comuni e fatto pure malissimo... per fortuna.. oppure no, fatto sta che questo "Re dell'ombra" vince a mani basse sul peggior luogo comune nel vivere in Francia... marocchini e africani in genere sono delinquenti, i pochi onesti sono dei paria malvisti, il quartiere è in tutto e per tutto Casba... il povero ragazzino perde la vista per il malocchio e attraverso questa strada la ritrova... il fratellastro cattivo non si pente ma poi nel morire viene perdonato... la droga, lo spaccio, il racket, il pizzo... tutti vestiti con tute da ginnastica in materiali improponibili (minchia chissà che puzza)... vale la pena vedere questo film? Temo di no. A meno che si voglia fingere che la banlieue sia un fiore in attesa di sbocciare non appena gli è data l'occasione.
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martedì 11 aprile 2023
venerdì 28 maggio 2021
il re della pioggia
All'età di 55 anni Eugene Henderson si accorge che la propria vita somiglia a un "viluppo inesplicabile" insensato e inutile.
Americano di razza bianca, ultimo rampollo di una dinastia di fabbricanti di salsicce con un patrimonio di tre milioni di dollari, nipote di ministri e ambasciatori, laureato, reduce di guerra, decorato al valore, protestante, comincia a vedere attorno a sé "solo dolore".
Henderson sente il bisogno irrefrenabile di ubriacarsi, litigare con i vicini e con la moglie, di rompere ogni rapporto con i figli, di attaccare briga con un poliziotto, di sparare a un gatto, di riempire di maiali la fastosa dimora paterna.
E' un desiderio di autodistruzione, di annientamento e, insieme di redenzione.
C'è un punto decisivo.
E' la visita che Henderson compie, spinto dalla curiosità, nella casa di una vecchietta che aveva fatto morire di crepacuore.
Le stanze sono piene di cianfrusaglie, di detriti, di cocci di bottiglie, di ogni tipo di ciarpame accumulato nel corso di una vita.
A questo punto decide di passare all'azione: "Oh infame vergogna!" di ce a sé stesso.
"Perché ci lasciamo andare così? Cosa stiamo facendo? Anche tu morirai di questa pestilenza..."
Henderson decide di comprare un biglietto di sola andata per l'Africa Nera e di dare inizio ad un'avventura che è radicale, rivolta contro le rovine e lo squallore della civilizzazione.
Egli diventa "L'uomo della pioggia".
Quello di Bellow è un continente reinventato e fantastico, astratto e lunare.
Il viaggio del suo protagonista è un cammino iniziatico.
Personaggio caracollante e clownesco, divorato da un'inesauribile sete di conoscenza, Henderson è il buffo eroe di una satira contro il mito dell'America opulenta e prepotente.
Pubblicato nel 1959, "il Re della pioggia" è un libro pieno di comicità, dal ritmo vorticoso e incisivo, a pieno titolo erede del Candido di Voltaire, di Melville, di Twain.
E' un'Africa inventata, quella che incontriamo narrata in questo testo... e molto altro troviamo, tutto condito di ironia... le tragicomiche avventure di Henderson, che diviene poi, per un breve periodo, l'Uomo della Pioggia... è spassosa ed al tempo stesso profonda... "Io veramente adoro la vita, e se non posso raggiungerla in faccia, lascio andare il mio bacio un poco più in basso. Per chi mi capisce non c'é bisogno di altre spiegazioni" come non ridere di questo approccio alla vita? Fatta da chi oramai ha visto tutto quello che c'era da vedere e con spirito tipicamente Yankee deve trasformare il suo modus operandi da Homo Faber a Homo ... altro? Sta tutto qui, il racconto... in questa discrasia tra l'idea che di se si è fatto Henderson e la realtà... tra il mondo altro e se stesso... tra quello che lui si aspetta e quello che invece può e gli altri vogliono... riuscirà in questa titanica impresa? Ma soprattutto saprà riappacificarsi con la vita?
Re, io sono uomo del divenire. E la tua situazione, vedi, è diversa. Tu sei uomo dell'essere.
martedì 2 febbraio 2021
Uomini senza legge
C'è molto Al Capone in questa ricostruzione storica delle lotte del popolo algerino per liberarsi del colonialismo francese. Ci sono forti richiami ad una dinamica che vede le contrapposizione terrorista (buono, ma non sempre) a poliziotto (cattivo e corrotto) che lo insegue, lo placca, cerca in alcuni casi di portarlo alla ragione, in altre lo uccide... una lotta senza quartiere in cui, uomini terribilmente coraggiosi si fronteggiano, riconoscendo similitudine ma lontananza di intenti.
Dal riconoscimento (per strade diverse, la galera, la guerra, il ghetto) della diversità e della necessità della lotta, alla sua interpretazione... ma lottare per qualcosa vuol dire rinunciare al resto... e tutto ha un costo.
Così, quando i tre fratelli arrivano di fronte al baratro, ognuno dovrà guardarsi dentro e fare delle scelte... ci sarà chi saprà sacrificare la propria vita, chi il proprio futuro economico, chi la propria idea... un bel racconto. Duro, crudele ma necessario a capire sino in fondo cosa muove la disperazione e la speranza in un mondo migliore.
sabato 30 maggio 2020
Vicolo del Mortaio
Vicolo del Mortaio, pubblicato nel 1947, é la descrizione lievemente ironica e distaccata, della vita quotidiana che si svolge in un vicolo del Cairo, durante la seconda guerra mondiale.
Mahfuz ci offre il vivido ritratto di un'umanità dolente, spesso molto misera: lo sfruttatori di mendicanti che procura mutilazioni definitive dietro compenso; il proprietario del caffè, esacerbato da un'inclinazione omosessuale e dall'assuefazione alla droga; il giovane barbiere che vuole santificare il suo amore per il Vicolo attraverso quello per una ragazza, Hamida; e poi Hamida stessa, nella cui volontà di fuga dallo squallore del suo quartiere natio è adombrata la ribellione radicale, l'impronta di un eterno e universale "esser-giovani", in opposizione ad ogni forma di immobilità.
Mahfuz rappresenta tutto ciò con semplicità e insieme con esotica raffinatezza, dosando i dialoghi e i momenti di riflessione in modo da lasciare sempre un varco tra un episodio e l'altro.
In ultimo, é la vita, nella sua nudità essenziale e drammatica, a imporsi a tutti come una sorta di riequilibratore deus ex machina. (tratto da libro)
Apparso nel 1947, letto almeno 30 anni or sono, ora riletto volentieri.
L'ironia certamente, capace di stemperare la crudezza della misera vita del Vicolo.
L'accettazione del proprio destino, a cui ci si oppone senza una ferma volontà. L'accettazione soprattutto degli anziani, che consci del proprio fallimento, cercano di frenare gli entusiasmi dei giovani… e infine sopra tutti Abbas, il barbiere che si immola per amore, e Hamida, che pronta a tutto per uscire dalla miseria, accetta la prostituzione.
Uno spaccato di un mondo lontano nel tempo e nello spazio, un racconto lieve e feroce… capace di farci ridere, sorridere, ma anche riflettere.
domenica 2 giugno 2019
Il caso Meursault
Ti riassumo la storia prima di raccontartela: un uomo che sa scrivere uccide un arabo che quel giorno non ha neppure un nome - quasi l'avesse lasciato appeso a un chiodo prima di entrare in scena - e poi comincia a spiegare che è tutta colpa di un Dio che non esiste e di ciò che ha capito sotto il sole e per il fatto che la salsedine lo costringere a chiudere gli occhi.
Perciò l'omicidio rimane un atto assolutamente impunito e non è un delitto poiché non esiste legge fra mezzogiorno e le due, fra lui e Zoudj, fra Maursault e Moussa.
E in seguito, per settant'anni, tutti si sono adoperati a far sparire in gran fretta il corpo della vittima, a trasformare i luoghi dell'omicidio in un museo immateriale e a discorrere sul significato del nome dell'assassino.
Che cosa significa Meursault? Morto solo? Morto sciocco? Non muore mai?
Per mio fratello, invece, in tutta questa storia non è stata spesa neppure una parola.
E tu, come tutti quelli prima di te, hai preso una cantonata.
L'assurdo lo portiamo sulle spalle o nel ventre delle nostre terre io e mio fratello, non quello là. (tratto dal libro).
Quale può essere il bisogno… anzi "l'urgenza", dopo oltre settant'anni da "Lo straniero" di Albert Camus di scrivere un nuovo libro, un controcanto degli avvenimenti, una risposta a quel famosissimo romanzo? Ricordiamo per un'istante la vicenda . Un francese in Algeria, uccide un arabo per futili motivi.. anzi senza alcun motivo. Finisce in carcere e accetta senza fiatare le conseguenze del suo gesto. Azione estrema in risposta ad una vita priva di verità e vita stessa.
Sul campo però resta l'altro… l'arabo. Ora suo fratello, dopo tutti questi anni, chiede giustizia. E quale può essere miglior giustizia se non il ricordo, il parlare del periodo trascorso a cercare di dare ragione a quella azione?
In questo particolare romanzo, dedicato agli appassionati bibliofili, troviamo un filo rosso che ci conduce da quel lontano 1942 ad oggi… Narrando il punto di vista dell'altro… Non del colono, colui che "da secoli amplia la propria fortuna dando nomi a ciò di cui si appropria e togliendoli a ciò che lo ostacola".
Questo fa il gaouri, il roumi, il francese obeso, ladro di sudore e di terra.
Ma perché una morte così assurda? Forse per difendere le donne e le loro cosce! Mi dico che dopo aver perso la terra, i pozzi e le bestie, gli restavano solo le donne.
Perché questa storia allora? Forse per offrire un sudario al fratello morto… qualcosa che pur non riportandolo in vita, possa dargli un ricordo, una tomba vera.
E allora, incontriamo il fratello in un bar, un posto ove "qui viene chi vuole sfuggire all'età, a dio, alla moglie, credo e non necessariamente in quest'ordine.
E ascoltiamo un racconto. Impreciso, ma ricco di immaginazione, di colore, vitalità ed impennate improvvise, a compensare le lacune e l'imprecisione. E tuttavia, si chiede il fratello del morto, che fare di un uomo che incontri su un'isola deserta e che il giorno prima ha ucciso un Venerdì? Niente! E' questo il dilemma che arrovella il nostro uomo, costretto a convivere con il morto, con il ricordo del morto, con la madre che gli rimprovera per tutto il tempo di essere vivo, lui, al posto dell'altro, dell'eroe ucciso dal gaouri francese. E non aver nulla da contrapporre, nemmeno la religione… perché "Mi azzardo a dirti che detesto le religioni. Tutte! Perché truccano il peso del mondo. Mentre il corpo… fa quel che può, infatti "i sentimenti invecchiano piano, meno in fretta della pelle…"
Ma anche l'arabo - colpo di scena - ha una storia da narrare… è omicida a sua volta, di un francese.. un modo per ripagare il debito, per liberarsi del primo morto e della madre che lo perseguita. Un modo per pareggiare, ma anche per ritrovare quella dignità perduta…
Eppure, "seppellire un cadavere non è facile come vogliono farci credere i libri o i film. Un cadavere pesa il doppio di un uomo vivo, rifiuta la mano che gli tendi, si aggrappa all'ultima superficie di terra aderendovi con tutto il suo peso cieco".
Insomma, un morto ideale che non vuole andarsene - perché presente nel famoso libro - ed uno vero che ripaga l'omicida della stessa moneta. Difficile paragonarli, difficile capire… una cosa è certa. D'ora in poi leggendo "Lo straniero" di Camus, non potremo fare a meno di sbirciare "il caso Meursault".. a dir poco, geniale!
sabato 19 gennaio 2019
Omicidio al Cairo
Se un poliziotto corrotto, che si muove come un pesce in una società altrettanto corrotta, deve scontrarsi con un potente, potendone guadagnarci sopra.. e parecchio, si rende conto che la vita, quella vera, l'amore, quello vero… sono altrove, cosa fa?
E' questa la domanda a cui cerca di rispondere questo racconto. Ambientato nell'Egitto scosso dalla rivoluzione del 2011, rappresenta una società sporca, corrotta, spaccata al suo interno da fratture insanabili... ma ecco che ritorna la domanda… cosa fare?
Estremamente attuale, di fronte a quello che è accaduto al nostro povero Giulio Regeni, la descrizione fatta da questo film vale più di mille parole e di mille processi… una società distrutta dalla corruzione ad ogni livello.. lo stesso che, per molti versi si sta impossessando della povera Italia…
Ma torniamo al film. La morte di una cantante coinvolge un parlamentare vicino a Mubarak, tentare di farlo arrestare è assolutamente impossibile… troppe le immunità, le corruttele e le spie… provarci è un dovere morale in uno Stato distrutto, ci prova il poliziotto Nouredin, figura lunga e allampata, preceduto dal fumo della immancabile sigaretta, giacca di pelle nera, sguardo distratto e distanze dalle schifezze del suo mondo… sino a che, non si innamora.. e allora capisce che così non può e non deve continuare. Ovviamente non potrà farci nulla. Bello.
sabato 18 agosto 2018
Contromano
Mario, italiano di mezza età, abitudinario, pauroso dei cambiamenti. Quando un ambulante di colore, cerca di vendere scadentissime calze di fronte al suo negozio, che vende lo stesso articolo ma di marca e qualità, elabora un suo personale piano per ritornare alla normalità: riportare il nero concorrente al suo paese.
Così lo rapisce e parte per l'Africa… ma il tentativo non riesce, o meglio, riesce talmente bene che a fare il viaggio diventano tre. Si affianca infatti la "sorella" di Oba (l'ambulante), la bella Dalida, che scopriremo essere in realtà la promessa sposa di quest'ultimo…
Con qualche moina e alcune minacce, il viaggio prosegue, sino alla scoperta della verità (Oba e Dalida vogliono arrivare in Senegal per sposarsi) e, grazie al tempo trascorso insieme, le differenze si smussano, arrivando ad un vero e proprio cambio di programma: Mario resta in Senegal aiutando il villaggio degli sposi nel migliorare l'agricoltura, mentre questi ultimi rientrano in Italia e gestiranno il negozio di Mario…. Commedia agrodolce, non sempre spensierata, a tratti malinconica.
Albanese sempre bravo sia dietro che davanti alla macchina da presa.
domenica 15 aprile 2018
il Dio della guerra
Per chi conosce la saga di Jason Bourne, questo libro risulta un'interessante variazione sul tema. Di la un agente super segreto, sempre alle prese con il suo passato e con chi lo vuole morto. Qui una squadra, ben integrata nei servizi segreti e con compiti alquanto duri... Loro ci sono, sempre (quasi troppo spesso) ove il pericolo incombe. E' il caso di questo gustoso episodio di oltre 560 pagine, in cui i nuovi nemici (l'Iran) si presenta con un'arma micidiale: un virus che muta in pericolosi assassini, insensibili a dolore e ferite, i suoi ospiti... Inizia una corsa contro il tempo... fermare possibili attenti su larga scala contro l'Occidente. Riuscirà il colonnello Jonathan Smith e i suoi accoliti a fare centro?
"Uganda Settentrionale. Un corpo speciale di Navy Seals dell'esercito americano viene paracadutato nel mezzo della giungla: l'obiettivo è Caleb Bahame, il signore della guerra che sta decimando villaggio dopo villaggio la popolazione locale.
Ma qualcosa nella missione non va come previsto, perché quella squadra di sceltissimi soldati americani, addestrati a uccidere in ogni condizione e a dileguarsi senza lasciare traccia, viene sterminata da una folla di uomini, donne e bambini disarmati.
Solo il tenente Craig Rivera si salva, ma una volta rimpatriato si toglie la vita sotto lo sguardo impotente del colonnello Jonathan Smith, medico microbiologo e membro della squadra top-secret Covert - One.
Le immagini videoregistrate della mattanza mostrano un gruppo di contadini invasati, macilenti e coperti di sangue, capaci di muoversi con incredibile velocità e apparentemente insensibili alla paura e alle ferite.
Giunto in Africa per indagare, il colonnello Smith scopre che la causa di tanta ferocia e resistenza è un parassita che l'intelligence iraniana progetta di impiegare come arma biologica in una serie di attentati terroristici su vasta scala.
Smith deve impedire che il piano diventi realtà.
Ma il vero nemico si annida molto più vicino di quanto possa immaginare".
martedì 20 marzo 2018
Point Lenana
Contiene tanti e tanti richiami di libri letti, di personaggi a me noti, alcuni conosciuti personalmente (penso a Cassin), a storie, luoghi ed avvenimenti già affrontati in altri libri... quindi è stato per molti versi un piacevole ripercorrere strade conosciute.
Poi c'é la Storia, quella maiuscola, che io amo. Qui ho rivisto vecchie vicende a cui si sono aggiunti elementi a me poco noti o sconosciuti... ad altri già visti.
Infine la narrazione.... Ben fatta davvero, che affronta le vicende di un tratto di Nazione (Trieste e immediati dintorni) facendo capire tante tante cose.
Devo dire la verità, ci ho messo un poco a digerire il tutto... forse perché non riuscivo a capire la necessità delle continue digressioni. Come dice Sjoberg, scrivere è costruire un traliccio su cui far crescere l'albero della tua storia... occorre prestare attenzione affinché il sostegno non sia più grosso dell'albero... ne verrebbe soffocato... a tratti ho temuto il soffocamento... ma piano piano, con estrema pazienza (e senza mai annoiarmi) il tutto mi è apparso più chiaro.
Certo, manca totalmente la storia dell'ascesa. Forse perché narrata in altri testi... Però almeno un accenno... a tratti mi è sembrata la Domenica Sportiva senza visione dei campi di gioco... non so se mi spiego....
Lo rileggerei? Credo di si. Grazie ad Alessio per il suggerimento.
Questo era il post pubblicato ieri. Oggi ho pensato di integrarlo, perché come è noto, "la notte porta consiglio"... è la prima volta che incappo nel termine "afascista" e ve ne voglio parlare... Tutto il racconto, il suo dilungarsi, il raccontare eventi e storie che fanno da contorno alla vita di Felice Benuzzi, funzionario dello Stato Italiano fascista, poi ambasciatore della Repubblica Italiana è l'esempio dell'italiano medio, che era fascista, ha goduto dell'esserlo, ha lavorato nella macchina amministrativa, ma non ha mai espresso (questo lo dice il libro) il suo grado di apprezzamento per il potere. E allora, si raccontano piccoli episodi, gli si affiancano amici che, pure loro erano afascisti, ma forse qualcosa di più, per fare in modo che, la scalata del Kenya, non passi per un evento filo-fascista (come venne rappresentato allora) ma per una mera passione sportiva ed alpinistica (mi può andare bene, ma sino ad un certo punto)... così facendo, si sdogana l'evento, si sdogana l'uomo e si narra una bella storia.... Intendiamoci, condivido la scelta di fondo, però così dobbiamo accettare che, tolto poche migliaia di persone, il resto degli italiani era afascista? cioè accettava supinamente, senza applicarsi e senza condividere, le scelte del regime? Può essere... ma tutto questo non depone in loro onore, permette però di raccontare storie, senza correre il rischio di passare a sua volta per filo regime, ed ai lettori di sentirsi nostalgici del Ventennio.... geniale!
"Una notte africana de 1943, mentre nel mondo infuria la guerra, tre italiani fuggono da un campo di prigionia e scalano il Monte Kenya con mezzi di fortuna.
Diciassette giorni di libertà, incoscienza e fame che morde, per poi tornare ai reticolati e riconsegnarsi ai carcerieri inglesi.
Uno di loro, Felice Benuzzi, racconterà la storia in un libro, anzi in due libri, e già qui si nasconde un mistero.
Chi è Felice? Chi sono i suoi compagni di evasione? Cosa facevano prima della guerra e cosa faranno dopo?
Impossibile raccontarlo senza seguire le scie di molte esistenze, passando dalla Trieste asburgica alla Roma mussoliniana, dalla Cirenaica del guerrigliero Omar Al-Mukhtar alle Dolomiti del rocciatore triste Emilio Comici, dall'Etiopia del turpe generale Graziani alla Nairobi dove morì il Duca d'Aosta, dalle foreste della rivolta Mau Mau alla Berlino della Guerra Fredda, per arrivare infine ai giorni nostri.
O meglio, al 2010, l'anno in cui Roberto Santachiara e Wu Ming 1, inseguono fantasmi fino in cima al Monte Kenya.
Point Lenana è il risultato di anni di viaggi, interviste e ricerche d'archivio.
E' un inchiesta - romanzo, un poema epico in forma di saggio, una scorribanda nel Novecento resa con una scrittura indefinibile e sicura, spesso commovente, a volte crudele".
giovedì 14 dicembre 2017
il giorno in cui fu ucciso il leader
Tragico e lieve: Una storia come tante, mentre intorno ogni certezza crolla. Difficoltà quotidiane (amore, lavoro, casa, futuro) e storiche si confrontano e obbligano ogni singolo personaggio a riflettere nel profondo cercando risposte ai propri interrogativi.
"In questo breve romanzo mozzafiato, pubblicato originalmente in arabo nel 1985, l'autore pone ancora una volta l'accento sul paradigma generazionale già collaudato nella Trilogia del Cairo.
Stavolta Mahfuz traccia il profilo di una famiglia della classe media cairota durante i primi anni Ottanta, sotto la presidenza di Sadat.
In Egitto quella fu un'era di transizione, un periodo di crisi profonda in cui gente normale di ogni tipo e provenienza veniva spinta verso il cosiddetto "Abisso dell'Infitah".
In questa folle corsa tutto era sovrastato da un senso di "fine", una sensazione di panico, mentre persone innocenti assistevano impotenti alla rapida disintegrazione del loro mondo.
Un intero stile di vita con le sue tradizioni antichissime e i suoi valori tramandati di generazione in generazione si stava semplicemente sgretolando, aprendo la strada a un nuovo materialismo spietato nel "regno dei corrotti", dove solo i più forti potevano sopravvivere.
Il romanzo raggiunge il suo apice con l'assassinio del presidente Sadat, il 6 ottobre 1981, evento intorno al quale è sapientemente tessuta la trama narrativa".
"In questo breve romanzo mozzafiato, pubblicato originalmente in arabo nel 1985, l'autore pone ancora una volta l'accento sul paradigma generazionale già collaudato nella Trilogia del Cairo.
Stavolta Mahfuz traccia il profilo di una famiglia della classe media cairota durante i primi anni Ottanta, sotto la presidenza di Sadat.
In Egitto quella fu un'era di transizione, un periodo di crisi profonda in cui gente normale di ogni tipo e provenienza veniva spinta verso il cosiddetto "Abisso dell'Infitah".
In questa folle corsa tutto era sovrastato da un senso di "fine", una sensazione di panico, mentre persone innocenti assistevano impotenti alla rapida disintegrazione del loro mondo.
Un intero stile di vita con le sue tradizioni antichissime e i suoi valori tramandati di generazione in generazione si stava semplicemente sgretolando, aprendo la strada a un nuovo materialismo spietato nel "regno dei corrotti", dove solo i più forti potevano sopravvivere.
Il romanzo raggiunge il suo apice con l'assassinio del presidente Sadat, il 6 ottobre 1981, evento intorno al quale è sapientemente tessuta la trama narrativa".
sabato 25 novembre 2017
il contagio
Rileggendolo oggi, questo libro fa sorridere, per non dire che fa piangere... Tutte le promesse, le speranze, le aspettative, che la crisi del 2008 aveva generato e le azioni rivoluzionarie, partite dal basso, si sono volatilizzate... svanite! Al loro posto, maggiore precarietà (la solita vecchia, fordista, antiquata, ma pur sempre attuale risposta dei Governi), maggiore odio verso il prossimo, maggiore potere a chi già ne aveva, qualche pesce piccolo in carcere ma i ladri, quelli che hanno fatto il danno, i potenti che li hanno sostenuti, coloro che si sono arricchiti, sempre lì al loro posto... e che dire dei movimenti, gli indignati, i popoli viola, i capipopolo... o diventati partiti "gentisti" o travasati negli estremi (di entrambi i colori politici) con le loro altrettanto vecchie ricette: no agli immigrati, no a chi lavora per lo Stato, perché lazzarone e ladro, no all'Europa... insomma, gira che ti rigira, sembra di vedere sempre lo stesso film.
Per questo, dicevo, se questo libro mi era piaciuto allora, mi aveva dato qualche speranza, qualche positivo auspicio, oggi rattrista, non per l'errore della Napoleoni... ma nel vedere che ogni aspettativa (anche quella sulle Primavere Arabe) sia andata in frantumi.
"Riprendiamoci la politica, l'economia, un lavoro, una vita dignitosa, é questo il grido che si leva unanime dalle sponde del Mediterraneo.
Monta la consapevolezza che la crisi che oggi minaccia di annientarci viene da lontano, erede di una lunga serie di catastrofi - dall'Argentina, alla bolla dei mercati asiatici ai crack statunitensi - ormai troppo numerose per essere casuali.
E' ora di ammetterlo: è l'alleanza tra una politica sempre più corrotta e una finanza sempre più avida che ha sequestrato la nostra democrazia e ci sta portando alla rovina.
Mentre istituzioni di controllo come la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale intervengono a peggiorare la situazione
Dalla primavera araba, che ha abbattuto i regimi dittatoriali della Tunisia e dell'Egitto, arriva una nuova ventata di proteste e di impegno.
La rivoluzione sta dilagando in Europa, nella Spagna degli Indignados, in Grecia, in Italia con la mobilitazione referendaria, il popolo Viola, il movimento "Se non ora, quando?".
La parola d'ordine è BASTA!
I protagonisti sono soprattutto i giovani. Quelli a cui la politica ha riservato precariato, disoccupazione e lo spettro di una nuova povertà.
Sul Mediterraneo, fa notare Napoleoni, si affacciano Paesi molto simili fra loro: economie avariate, oligarchie corrotte, disoccupazione e mancanza di servizi sociali, un sistema che regolarmente sceglie di garantire i privilegi di pochi a scapito della maggioranza.
E come sulla sponda SUD, anche su quella NORD è il momento di riprenderci la democrazia, sostituendo istituzioni ormai agonizzanti con una post-politica 2.0 trasparente e partecipativa. Il futuro ricomincia da noi".
sabato 19 agosto 2017
GIulio Regeni? Amen...
Lo avevo scritto nel marzo dello scorso anno... la vicenda Regeni è un piccolo fastidio in un ingranaggio troppo grande... e come tale è destinata, prima o poi, ad essere rimossa... il tutto sulla strada dei milioni, anzi miliardi di euro o dollari che gravitano intorno alla Libia... puntuale, poco più di un anno dopo, arriva la conferma: l'ambasciatore italiano tornerà al Cairo, in cambio di? nulla... Problemi più urgenti e questioni più scottanti della verità e della dignità di uno Stato, impongono di mantenere un profilo basso e la Realpolitik non consente perdite di tempo o di lacrime (se non quelle coccodrillesche) per una persona sola.
Così oggi, tutti sappiamo chi è stato e cosa è successo.
Rapito, torturato e ucciso dai servizi segreti egiziani, vicenda di cui tutti sapevano e per la quale nessuno pagherà.
Meno chiara e meno indagata, oltre che più pelosa, resta la posizione dell'università che lo ha mandato a morire e che subito dopo l'ha dimenticato...
Cosa ci insegna la vicenda Regeni? Che la determinazione, il coraggio, la passione di un bravo giovane purtroppo non sono sufficienti a superare certi ostacoli e che il mondo non ha tempo da perdere... business is business... Giulio Regeni? Amen.
domenica 30 luglio 2017
L'architettura di sopravvivenza
Di primo acchito, questo libro pare scritto per un villaggio africano... penuria di mezzi, risorse limitate, pochi o nulli materiali e conoscenze per costruire la propria abitazione...
E invece no, il pensiero va oltre, l'idea è che anche noi dobbiamo essere messi nelle condizioni di poter fare autocostruzione (e questo non è un pensiero recente, penso solo alle lezioni di Scudo al Politecnico, nel lontano 1987) perché a breve, le nostre ricche società si troveranno in penuria di risorse, di mezzi, di possibilità di crescere...
Ma da dove parte tutto il ragionamento di Friedman?
1. innanzitutto da un'architettura decisa dall'abitante. L'architetto viene spodestato, a lui è delegata al massimo la funzione di fare chiarezza, scrivere manuali a fumetti (lui lo ha fatto), rendere autonomi i cittadini affinché non vi sia più un tramite tra il cittadino e la funzione abitativa.
2. accettando il fatto che, la povertà è un destino ineluttabile. Questa parte del testo, in evidente chiave anticapitalista, descrive l'incremento del benessere solo a favore di qualcuno mentre una gran massa (non solo nei Paesi del Terzo Mondo) vive sotto la soglia di povertà e che l'incremento del benessere non è percorribile, per la penuria di risorse, di acqua, di mezzi...
3. dando atto che l'architettura di sopravvivenza intende conservare le risorse esistenti, con una tecnica alla portata di tutti, rudimentale e che necessita di pochi esecutori... una rivoluzione dell'organizzazione sociale, quale unico antidoto alla povertà...
L'assunto di base è così espresso:
- un'accumulazione di cose è un'accumulazione di diritti.
- Gli sconvolgimenti le rivoluzioni, ecc. si producono quando si prende coscienza che le scorte sono esauribili.
- l'indipendenza politica è legata alla non dipendenza economica.
Quindi l'architettura di sopravvivenza può funzionare perché è allo stesso tempo, una tecnica, una filosofia e forse uno stile, la cui principale qualità è di essere popolare perché non è altro che la creazione dell'uomo qualunque per il quale rappresenta lo strumento stesso della propria sopravvivenza.
ottimamente illustrato, con disegni intuibili e volutamente "infantili", si prestano a favore di popoli analfabeti, (e credetemi non è esclusa la nostra società) e in luoghi ove l'accesso alla cultura ha un costo sempre maggiore...
Una società ricca crede nella inesauribilità delle scorte necessarie alla sopravvivenza e spesso attribuisce la povertà dei poveri alla pigrizia o all'incompetenza. Così i ricchi tranquillizzano la propria coscienza con la convinzione che i siano risorse sufficienti per tutti, che i poveri siano solo in ritardo e che recupereranno più tardi...
Al tempo stesso, dalla parte del costruire, entra in azione quella che Friedman definisce la "macchina diabolica"... L'abitante è raramente in grado di esprimere i propri desideri: li conosce bene, ma non è capace di spiegarli e ancor meno di comunicare all'architetto il grado di importanza che attribuisce alle cose che desidera... così finisce per delegare a quest'ultimo il compito di progettare per lui... con il risultato che questi progetta per una figura ideale, che non corrisponde alla realtà.
Ecco sorgere il "bidonvillage", cosa diversa dalla bidonville e dal villaggio rurale, ma che li integra entrambi... luoghi in cui si può vivere bene a condizione che, si prenda atto che il giudizio estetico è il risultato di una manipolazione e che le promesse raccontate dai media e poi tradite, non devono far crescere la disperazione ma lo spirito di riscatto e di interesse per un'altra crescita, un'altra vita... che faccia della solidarietà, del rivedere il perimetro di pubblico e privato, della creatività, la vera risorsa del futuro.
Credo opportuno, dopo essermi espresso favorevolmente per questo testo, fare almeno un appunto: questo testo non tiene in alcun conto il villaggio, il piccolo borgo lontano dalla città... vero è che la città oramai ha superato la soglia dell'inglobare oltre il 50% degli abitanti umani... tuttavia la campagna, le piccole entità rurali non sono da sottovalutare e parlarne non sarebbe un male..
domenica 19 febbraio 2017
il diritto di uccidere
Forse perché già condizionato dalla visione di Good Kill, mi approccio a questo film con qualche dubbio in più, con un sospetto di "già visto" e di "aria fritta e rifritta"...
Ritiro tutto. Rispetto al precedente citato, qui c'è meno retorica e più seriamente viene tolto il finale buonista, utile solo a rasserenare lo spettatore sull'utilità e bontà del drone e del suo uso fatto nell'era moderna della lotta al terrorismo.
Molto ben fatto, soprattutto per il dilemma morale, che vede coinvolti i poteri: militare, politico e giuridico, alle prese con un'azione che ucciderà (per danno collaterale) degli innocenti.
Questa è la rappresentazione della evidente differenza tra una democrazia ed uno stato autoritario, tra i "non" dilemmi di un terrorista e le "preoccupazioni" di un'autorità democratica che deve rispondere ad un opinione pubblica, ai giornali, all'emozione dei cittadini.
L'abbiamo letta sui giornali, l'abbiamo colta con le dichiarazioni sulla base di Guantanamo, sulle azioni antiterroristiche in territori alleati (anche in Italia), sui morti derivanti dalle azioni di polizia per liberare ostaggi....
Grande Alan Rickman, nel ruolo del generale Benson, impersona il potere militare, ma anche il mediatore con politici e giuristi... Unica figura costretta al dilemma morale ed a "barare" per concludere la missione è il Colonnello Powell (interpretata da una bravissima Helen Mirren già nota a partire dai B-Movie italiani all'erotico di Tinto Brass e più recentemente nel divertente Red con Bruce Willis)... a lei spetta l'ultima parola ed è lei che torna a casa, sapendo di aver fatto il suo sporco lavoro... perché questa è la guerra... uno sporco lavoro.
venerdì 28 ottobre 2016
13 hours - the secret soldiers of Benghazi
Ecco finalmente un film fatto come si deve. Un film che chiama per nome le cose e le persone, senza tanti giri di parole. Che ti fa godere oltre due ore di adrenalina, spari, combattimenti, onore e sangue.
Narra la storia vera dei fatti avvenuti l'11 Settembre 2012 in Libia, quando un gruppo di terroristi attacca una sede americana e gli agenti CIA presenti.
Un combattimento ben fatto, una trama solida, una capacità di far capire quale sia la confusione prima, durante e dopo una battaglia non convenzionale, dove si scontrano terroristi e contractor wars...
Sono loro, i veri interpreti e protagonisti del film. Che devono confrontarsi con funzionari incapaci e refrattari a sporcarsi le mani. Uomini che, nonostante il lavoro svolto (mercenari) tengono alto il nome del loro Paese e fanno quel che fanno, perché a casa tengono famiglia.
Sotto la regia di Michael Bay, vediamo scorrere intense scene di guerra, intervallate a momenti di pausa mai banali, dove i dialoghi reggono i tempi e fanno capire, come la paura possa prendere chiunque.
Questo è cinema americano allo stato puro. Può non piacere. Ma è vero!
Che altro dire? Guardatelo!
sabato 26 marzo 2016
Quale verità per Giulio Regeni ?
Giorno dopo giorno leggiamo di incredibili, nuove, diverse e incomprensibili "verità" sulla tragica fine di Giulio Regeni, il ricercatore italiano, rapito, torturato e ucciso in Egitto.
Non ci vuole una mente eccelsa per capire che l'attuale governo del paese africano, che ci dicono essere nostro amico ed alleato, sia responsabile di quanto avvenuto e non sappia come uscirne.
Per questo di volta in volta ci vengono raccontati episodi incredibili e talmente fasulli da apparire simili al balbettio del bambino sorpreso con le dita nel vasetto della marmellata.
Non sarebbe più onesto, tra paesi amici ed alleati, dire la verità? Ci siamo sbagliati, ci siamo fatti prendere la mano, lo abbiamo scambiato per un pericoloso terrorista, tutto quel che vi pare, ma sempre meglio di queste penose bugie, che insultano la decenza, la memoria e soprattutto la nostra intelligenza.
A meno che, ancora una volta non si consideri la povera Italia, un paese a cui raccontare quel che si vuole sapendo di non aver nulla da temere.
Vi è un ripetersi della situazione dei due marò in India: tutti li vogliono a casa (uno già lo è ma per altri motivi) ma nessuno fa veramente e sino in fondo ciò che serve... e così la nostra dignità internazionale va a farsi benedire.
Quindi, prima di prendercela con Indiani o Egiziani, facciamoci noi una domanda: vogliamo la verità? siamo disposti a tutto per averla? Se si, allora andiamo sino in fondo. A costo di perdere affari economici ed alleati. Ma di far capire che le palle le abbiamo anche noi. Sennò, prendiamo per buona qualsiasi baggianata ci viene raccontata e facciamola finita con tanta ipocrisia.
venerdì 13 novembre 2015
L'ultima notte del Rais
Mu'ammar Gheddafi è stato senza alcun dubbio, una figura controversa nel panorama dei despoti africani e quello che, con autentiche piroette e furbizie di ogni tipo, ha saputo costringere gli occidentali al rispetto od almeno al riconoscimento.
E dire che di disastri ne aveva combinati, dando accoglienza al terrorismo internazionale, lanciando missili su Lampedusa e altre corbellerie a cui hanno fatto seguito ritorsioni da parte degli USA ed infine l'attacco da parte delle forze della coalizione che lo ha portato alla destituzione.
Noi italiani lo ricordiamo bene per l'aver allontanato (nel 1970) tutti i cittadini della nostra nazionalità dopo averli privati di ogni bene.
La nostra penosa democrazia non solo ha dimenticato alla svelta questo vergognoso episodio, ma ha permesso a questo furbastro dittatore di piazzare la sua tenda (con tanto di amazzoni) a Roma, in occasione di una sua visita.
La sua morte (e questo libro ne narra gli ultimi episodi in vita) ha portato la Libia nel caos...
Evidentemente questo popolo non è ancora pronto alla democrazia, dovendo prima ricostruire uno stato che superato il trauma del colonialismo, raduni il popolo intorno ad un ideale identitario di crescita e sviluppo e non più di vendetta e odio.
Bellissimo il libro che si legge d'un soffio. il nostro Gheddafi si confronta con la fragilità del potere perduto e sulla presa di coscienza che il popolo lo odia. Bravo Yasmina Khadra/Mohammed Moulessehoul nel descrivere gli stati d'animo del potente costretto a capitolare.
sabato 13 giugno 2015
Lo straniero - Albert Camus
"Pubblicato nel 1942, Lo Straniero, un classico della letteratura contemporanea, sembra tradurre in immagini quel concetto dell'assurdo che Albert Camus andava allora delineando nel coevo il Mito di Sisifo.
Protagonista è Meursault, un modesto impiegato che vive ad Algeri in uno stato di indifferenza, di estraneità a sé stesso e al mondo.
Un giorno, dopo un litigio, inesplicabilmente Meursault uccide un arabo.
Viene arrestato e si consegna, del tutto impassibile, alle inevitabili conseguenze del fatto - il processo e la condanna a morte senza cercare giustificazioni, difese o menzogne.
Come Sisifo, Meursault, è un eroe "assurdo": la sua lucida coscienza del reale gli permette di giungere attraverso una logica esasperata alla verità di essere e di sentire.
"E' una verità ancora negativa", ebbe a scrivere Camus in una prefazione per un'edizione americana dello Straniero, "senza la quale però nessuna conquista di sé e del mondo sarà mai possibile".
Un uomo commette un omicidio, lo conosciamo prima di quell'evento e la sua storia si dipana in modo semplice, oserei dire normale, quasi noiosa. Poi il caso lo porta ad uccidere e lui viene condannato a morte.
Lo seguiamo mentre accetta supinamente il processo, il carcere e la pena finale senza opporsi in alcun modo a quanto sta accadendo.
Il processo, la sentenza, la prigione e l'attenzione suscitata per il suo caso, lo rendono più vivo ora di tutto il resto della sua vita.
Forte atto di accusa alla società borghese ed al suo metro di valori, ai luoghi comuni, alla caducità delle cose terrene, alle presunte verità religiose.
Accettazione delle scelte altrui con animo distaccato - non abulico intendiamoci - ma indifferenza e ricerca di altri valori.
Visto dal suo punto di vista, l'affannarsi umano appare inutile e privo di senso.
Un classico scritto nel 1942.
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