lunedì 30 marzo 2026

Peaky Blinders: The Immortal Man — L'uomo che non muore mai (e neanche la sua giacca)

 

C'è qualcosa di evangelico nel ritorno di Tommy Shelby. Ambientato nel 1940, con la Luftwaffe che bombarda Birmingham e la Germania nazista che fabbrica sterline false per distruggere l'economia britannica dall'interno Wikipedia, The Immortal Man si presenta come il capitolo conclusivo di una saga che ha trasformato il cappello piatto da copricapo da minatore a oggetto di culto globale — con tanto di bar a Siviglia e Buenos Aires intitolati al protagonista, a riprova che certe epidemie non si fermano ai confini nazionali.

Cillian Murphy torna nei panni di Thomas Shelby con la stessa inesorabilità con cui l'inverno torna ogni anno: lo sai che arriva, ma fa effetto lo stesso. Riesce ancora a trovare profondità e strati emotivi in un personaggio che, per ogni logica narrativa, avrebbe dovuto diventare una caricatura da tempo. Rotten Tomatoes Un'impresa non da poco, considerando che Tommy Shelby è sopravvissuto a sei stagioni, tuberculosi, traumi di guerra, lutti familiari, complotti politici e — cosa forse più imperdonabile — a innumerevoli imitatori ai veglioni di Capodanno.

Barry Keoghan interpreta Erasmus "Duke" Shelby, figlio di Tommy e nuovo vertice dei Peaky Blinders, mentre Rebecca Ferguson porta in scena Kaulo Chiriklo, una veggente rom il cui arrivo dovrebbe spingere Thomas a interrompere il proprio esilio volontario. Film Authority Keoghan è magnetico quanto basta per reggere il confronto con Murphy — il che è come dire che riesci a non farti oscurare da un faro da lighthouse — mentre Ferguson fa del suo meglio con un ruolo che la critica ha accolto con riserve, compresi alcuni spettatori che hanno espresso apprensioni sui capelli posticci, il che nell'universo di Peaky Blinders rappresenta forse la vera tragedia.

Il film è diretto da Tom Harper con regia solida e fotografia che tratta il carbone di Birmingham come se fosse oro antico, e scritto da Steven Knight con la sua consueta propensione per i monologhi lapidari e i silenzi carichi di senso. Su Rotten Tomatoes ha ottenuto un indice di gradimento del 92%, con il consenso critico che lo definisce una degna conclusione capace di reggersi anche come opera a sé stante. Wikipedia Più tiepido Metacritic, che si ferma a 59/100 — la forbice tra critica professionale e pubblico generalista che da sempre separa chi scrive le recensioni da chi poi paga il biglietto (o l'abbonamento).

La principale obiezione strutturale è quella che chiunque abbia mai visto una serie lunga sei stagioni ridotta a film riconoscerà immediatamente: il formato cinematografico si adatta bene ai snodi narrativi, ma mal si concilia con le motivazioni dei personaggi, che necessiterebbero di spazio per respirare. IMDb Alcune assenze dal cast originale pesano — le notevoli mancanze rispetto alla serie conferiscono al film una sensazione di entità separata IMDb — e chi cercasse il vecchio swagger degli Shelby al completo rischierà una certa nostalgia elegiaca.

Eppure The Immortal Man funziona. Funziona perché Murphy è straordinario, perché la Birmingham in guerra è uno sfondo irresistibile, e perché Steven Knight non ha mai smesso di credere che i gangster di periferia potessero veicolare qualcosa di più grande di sé. Knight e Murphy avevano concordato dall'inizio che questa dovesse essere la vera conclusione per Tommy Shelby The Hollywood Reporter — e si vede. Non è un addio stiracchiato per compiacere gli azionisti, ma qualcosa di più raro: un finale che sembra inevitabile.

Immortale, per l'appunto.

Voto: 7,5/10 (o "un bicchiere di whisky in un pub di Birmingham sotto i bombardamenti" — che è la stessa cosa, ma con più atmosfera)

martedì 24 marzo 2026

Patrie


Timothy Garton Ash, con Patrie, si cimenta in un’operazione che potrebbe facilmente scivolare nel didascalico o nel retorico: raccontare l’Europa attraverso la lente della memoria personale e della storia politica. E invece riesce — quasi con nonchalance — a trasformare un potenziale manuale di storia contemporanea in un ibrido narrativo sorprendentemente leggibile.

Il titolo, già di per sé ambiguo, tradisce la tesi di fondo: non esiste una sola patria, ma una pluralità di appartenenze che si sovrappongono, si contraddicono e, talvolta, si ignorano reciprocamente. Garton Ash gioca su questo pluralismo con l’aria di chi ha attraversato davvero quei confini — geografici e ideologici — e non si limita a descriverli da una cattedra accademica.

Il suo è uno sguardo che potremmo definire “storicamente coinvolto”: non neutrale (e meno male), ma nemmeno militante in senso stretto. Piuttosto, è il punto di vista di un testimone informato, che ha frequentato dissidenti, politici e intellettuali dell’Europa centrale e orientale con una familiarità che oggi appare quasi irripetibile. E qui emerge un primo elemento ironico: il lettore contemporaneo, abituato a un’Europa data per scontata, si ritrova a leggere di un continente che era tutt’altro che inevitabile.

La struttura del libro alterna episodi autobiografici e riflessioni storico-politiche, con un ritmo che a tratti ricorda più il reportage che il saggio. Questa scelta funziona, ma non senza qualche oscillazione: in alcuni passaggi l’autore sembra indulgere nel piacere del ricordo personale, rischiando di diluire la tensione analitica. Tuttavia, è proprio in queste digressioni che affiora una delle qualità più interessanti del testo: la capacità di mostrare la storia non come sequenza di eventi, ma come intreccio di vite.

Sul piano interpretativo, Garton Ash evita accuratamente le grandi narrazioni consolatorie. L’Europa che emerge non è un progetto lineare né tantomeno compiuto, ma un cantiere permanente, attraversato da ritorni di nazionalismo, fratture culturali e amnesie selettive. L’ironia qui è sottile ma costante: l’idea stessa di “unità europea” viene trattata con una certa diffidenza, come un concetto utile ma intrinsecamente fragile.

Particolarmente efficace è il modo in cui l’autore mette in dialogo Est e Ovest, smontando implicitamente la presunta superiorità narrativa dell’Europa occidentale. Non lo fa con toni polemici, ma attraverso un accumulo di esempi che rendono evidente quanto quella distinzione sia storicamente contingente e culturalmente miope.

Se si volesse individuare un limite, si potrebbe osservare che il libro richiede al lettore una certa familiarità con il contesto storico: non è un’introduzione, ma una riflessione avanzata. Chi cerca una sintesi ordinata rischia di perdersi; chi accetta la complessità, invece, trova un testo che stimola più domande di quante ne risolva — e probabilmente è proprio questo il suo merito principale.

In definitiva, Patrie è un libro che si muove con eleganza tra memoria e analisi, evitando sia la nostalgia facile sia il tecnicismo sterile. Garton Ash non offre certezze, ma una prospettiva: e, in tempi di semplificazioni aggressive, è già una forma di resistenza intellettuale.


 

Sacro Monte Calvario