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venerdì 26 giugno 2026

Fermare il cantiere. Magnifica Humanitas

Magnifica Humanitas, ovvero un'enciclica sull'intelligenza artificiale letta dalla provincia

Confesso il pregiudizio, così almeno avrò il piacere di tradirlo. Quando ho saputo che il Papa aveva scritto un'enciclica sull'intelligenza artificiale, ho temuto il consueto: il documento un po' spaventato, di quelli che alternano l'entusiasmo del dépliant alla diffidenza del nonno davanti al telecomando. Mi ero già preparato l'aria comprensiva.

Mi sbagliavo, e lo dico con il sollievo di chi ama essere smentito. Magnifica Humanitas ha il buon gusto di non parlare di macchine. Parla di potere — che è tutt'altra faccenda, e assai più scomoda. La tesi, sfrondata dei velluti, è di un realismo quasi brutale: la tecnica non è neutra, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola e la usa; e quel volto, oggi, non è più quello degli Stati ma quello di una manciata di soggetti privati più ricchi di molti governi. Mentre tutti discutono se la macchina sia intelligente, qui si domanda — con garbo curiale ma senza giri — di chi sia. Domanda che, ammettiamolo, in provincia ci facciamo da sempre, ogni volta che una decisione presa altrove arriva già confezionata.

Il cuore del testo sono due immagini bibliche, e qui l'ho trovato perfino elegante. Da una parte Babele: la torre costruita per "farsi un nome", l'opera grandiosa e autosufficiente che, a forza di volere un'unica lingua, finisce per non capirsi più. Dall'altra Neemia, che ricostruisce le mura di Gerusalemme senza calare soluzioni dall'alto — convoca le famiglie, assegna a ciascuno il suo tratto di muro, ascolta le paure. Confesso che Neemia, funzionario di un re straniero che torna a casa a rimettere insieme i cocci, mi è parso un collega. Il messaggio è che la scelta vera non è fra dire sì o no alla tecnologia — falsa alternativa da convegno — ma fra due modi di stare insieme. È una mossa filosofica travestita da omelia, e funziona.

Poi, certo, c'è il punto in cui l'ho amata e non le ho creduto nello stesso istante. L'enciclica arriva a dire che i dati, gli algoritmi, le piattaforme andrebbero considerati beni a destinazione universale, come l'acqua e l'aria. Magnifico in linea di principio, e lo penso davvero. Solo che il dato non è la terra: non sta lì da prima di noi, lo produciamo mentre viviamo, e vale solo dentro una relazione. "Destinazione universale" rischia di restare una bellissima parola in cerca di un meccanismo. Ma forse è il bello del genere: l'enciclica è fatta per indicare il nord, non per disegnare la strada. La diagnosi è chirurgica; la terapia, diciamolo, è un gesto. «Fermare il cantiere dell'ennesima Babele» commuove e non obbliga nessuno — e va bene così, purché non si confonda la profezia con il regolamento attuativo.

Resta una crepa, ed è quella che mi tiene compagnia da qualche sera. Il documento traccia attorno all'umano una linea metafisica nettissima — la dignità come dono che precede ogni merito, lo splendore che nessuna macchina potrà mai sostituire — e risolve per decreto una domanda che a me pare tutt'altro che chiusa: dove finisce la persona e comincia l'artefatto. Trovo che la sua sicurezza, lì, corra un po' più veloce della domanda. E però — ecco la finezza — le sue conclusioni pratiche restano giuste comunque: l'essere umano al centro delle decisioni che lo riguardano, il rifiuto di ridurre chiunque a profilo. Si possono accogliere senza firmarne la metafisica. Capita, con i testi seri.

Chiudo dove dovrei: in dubbio. L'ho letto da qui, da una provincia che le rivoluzioni le vede arrivare sempre con un certo ritardo e una certa diffidenza — e che proprio per questo, a volte, le vede meglio. Mi resta l'impressione di un documento più riuscito nel descrivere il male che nel prescrivere il rimedio, e va benissimo: i medici onesti sono quelli che almeno la diagnosi non te la addolciscono. Sul resto, come sapete, non esistono fatti. Solo interpretazioni — e l'unico modo per scoprire chi sta interpretando chi è continuare a leggere.


martedì 23 giugno 2026

Vintebbio - Zegna - Oropa - Gita in moto

Bellissimo itinerario motociclistico in territorio piemontese.. le Alpi che sovrastano il Biellese regalano scorci stupendi.. anche se la giornata, complice il caldo ha risentito dell'afa e della foschia che ha tolto visibilità... Dopo Vintebbio e il suo castello (un borgo che conserva il fascino medievale e mura a spina di pesce ben conservate), si sale verso la panoramica Zegna e si giunge per strade perigliose sino ad Oropa, sempre più simile ad un centro commerciale e sempre meno ad una basilica... che dire.. merita davvero una domenica di svago.












 

venerdì 17 novembre 2023

La scomparsa dei riti


L'odierna ossessione per un'autenticità fondata sul narcisismo dell'io, la costante ricerca del nuovo e dell'inedito, la bulimia consumistica dell'usa e getta che pervade ogni ambito determinano nei rapporti e nelle pratiche che caratterizzano la società contemporanea, una sempre più evidente e sintomatica scomparsa delle forme rituali.
Tuttavia, la struttura inimitabile e ripetitiva, così come la teatralità dei gesti e l'attenzione riservata alla bella apparenza, conferiscono ai riti un potere simbolico profondamente unificante.
Il silenzio, il raccoglimento, il senso di sacralità necessari allo svolgimento del rito fondano un legame tra il sé e l'esterno, tra il sé e l'altro, i riti oggettivano il mondo, strutturano un rapporto con il mondo, creando una comunità anche senza comunicazione, propria della società rituale.
Han, contrappone la comunicazione senza comunità, quel "baccano" in cui una società sempre più atomizzante, il soggetto si esprime e si produce ritrovandosi a girare a vuoto su sé stesso, privo di un mondo di reali interazioni.
Per infrangere questo corto circuito, e all'interno di una più ampia critica delle patologie del contemporaneo, Byung-Chul Han propone un recupero del simbolismo dei riti come pratica potenzialmente in grado di liberare la società dal senso di una vera connessione con l'altro e rincantando il mondo.

Libretto da centellinare. Contiene passaggi che aiutano a capire la società odierna e il suo evidente declino, cosa abbiamo perso e cosa ancora possiamo recuperare. 

I riti sono azioni simboliche. Tramandano e rappresentano quei valori e quegli ordinamenti che sorreggono una comunità.
Creano una comunità senza comunicazione, mentre oggi domina una comunicazione senza comunità.
A costituire i riti è la percezione simbolica. Il simbolo (dal greco Symbolon) indica originariamente il segno di riconoscimento tra ospiti (tessera hospitalis). L'ospite spezza a metà una tavoletta d'argilla e ne dà un pezzo all'altra persona in segno di ospitalità. In tal modo il simbolo serve per il riconoscimento.

Le cose sono il punto fermo, stabilizzante della vita. I riti hanno la medesima funzione: stabilizzano la vita per mezzo della propria medesimezza (Selbigkeit), della loro ripetizione (Wiederholung).
La ripetizione come riconoscimento é quindi una forma compattante; il passato e il futuro vengono compattati in un presente vivo.

Nell'era postindustriale il baccano delle macchine cede il passo al baccano della comunicazione. Più informazioni, più comunicazione promettono più produzione, così la coazione a produrre si esprime come coazione a comunicare.

La cerimonia protegge come una casa: rende il sentimento abitabile, Un esempio é il lutto. La cerimonia funebre si stende come una vernice protettiva sulla pelle e isola dalle tremende bruciature del lutto dinanzi alla morte di una persona amata.

La religione cristiana é spiccatamente narrativa. Festività come la Pasqua, la Pentecoste e il Natale sono vertici narrativi all'interno di un racconto più ampio che offre senso e orientamento.

La poesia è l'insurrezione del linguaggio contro le sue stesse leggi.

Lo spirito arguto non è un'affermazione che si lascia ridurre a un significato univoco. E' un lusso quindi lussa, devia, recede dall'affare della produzione di senso.

Bisogna prendere le distanze dall'idea comune che il potere sia sottomissione, qualcosa di negativo o crudele. Il potere non è solo repressivo, ma anche seduttivo, erotico.
E' la reciprocità a caratterizzare il gioco col potere. Così Foucault interpreta il potere da una prospettiva di economia del piacere. "Il potere non è il male. il potere significa giochi strategici. Sappiamo bene che il potere non è il male".


 

venerdì 30 giugno 2023

A Varzo... due passi al pomeriggio


il Martedì lavoro. il pomeriggio però, schiacciato da un'afa che opprime, decido di fare due passi per Varzo.. Vartium per i latini, il piccolo paese che mi ospita. Il caldo rende tutto più lento, ma la lentezza ha i suoi pregi... è così che ammiro i piccoli dettagli che compongono l'insieme. Gli abitanti soccombono (vedi sotto)... e dopo un po' anche io torno sui miei passi... 


 

giovedì 9 febbraio 2023

San Gaudenzio


Varcata la soglia di un edificio come questo, non si può che restare a bocca aperta, per la potenza delle immagini proposte. E ancor di più al pensiero di che cosa doveva essere, in mezzo a queste montagne, per un pellegrino del passato, giungere in un luogo simile. 
Il simbolismo, la potenza espressiva, le dimensioni, la stessa fisica plasticità degli oggetti rappresentati, era in grado far vivere una esperienza simile a quella che oggi, la realtà virtuale, ci promette di ottenere.
L'iconografia dei santi, degli episodi della vita di Cristo, delle vicende narrate dalla notte dei tempi (si vada ad ammirare la rappresentazione del peccato originale) ci ammaliano, ci chiamano e ci obbligano a riflettere. Una potenza difficile da dominare, a cui controbattere.. una potenza assoluta.





 

giovedì 10 novembre 2022

Clusone

Per una serie di altri motivi giungo a Clusone. Ci ero stato tanti anni or sono senza goderne affatto, complice il gran freddo e gli impegni. Questa volta riesco a guardarmi in giro, scoprendo una cittadina colma di storia, arte e vita. Una piacevole giornata, come ne capitano di rado.