Visualizzazione post con etichetta Romanzi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Romanzi. Mostra tutti i post

domenica 19 aprile 2026

Nella carne — David Szalay


 

I · Il numero

Partiamo dal nove, perché è l'unica cosa davvero interessante del libro. Non è un numero scelto a caso, né con quella vaghezza estetizzante con cui certi romanzieri decidono il numero dei capitoli in base a quanto spazio resta sulla pagina. Il nove ha una logica precisa: tre fasi della vita — giovinezza, mezza età, vecchiaia — per tre episodi ciascuna. Una griglia quasi shakespeariana, compatta, che permette a David Szalay di coprire l'arco completo dell'esistenza maschile senza sobbarcarsi il peso di un romanzo di formazione tradizionale. Il primo protagonista ha diciassette anni, l'ultimo ne ha settanta. E il libro scorre anche attraverso il calendario: da aprile a dicembre, primavera della vita in primavera dell'anno, inverno in inverno. Elegante. Molto elegante.

Forse un po' troppo.

II · La crisi del romanziere

Ma c'è di più. Szalay ha dichiarato di aver cominciato il libro in uno stato di autentica crisi formale — si chiedeva se avesse senso continuare a scrivere romanzi. "Cos'è un romanzo? Inventi una storia e poi la racconti." La struttura a nove non è quindi solo una scelta estetica: è una risposta difensiva alla domanda su cosa sia ancora possibile fare con la narrativa. Invece di un protagonista unico che percorre il tempo, nove frammenti che insieme simulano una vita intera senza mai pretendere di esserne una. Un romanzo che si difende dall'accusa di essere un romanzo — come un funzionario pubblico che lascia tutto scritto in modo da non poter essere accusato di niente.

"Con un protagonista solo avresti un caso. Con nove, hai una tesi. Il numero è un trucco retorico più che narrativo — ma almeno è un trucco consapevole."

Questo, bisogna riconoscerlo, è un gesto intellettualmente onesto. Szalay ha dichiarato esplicitamente che lo scopo della narrativa non è avere idee originali, ma esprimere luoghi comuni — cioè idee che quasi tutti accetterebbero come vere — in modo immaginativamente convincente. Ha scritto un libro di luoghi comuni e lo ha annunciato. Il che è coraggioso come dichiarazione programmatica, e irritante come programma.

III · L'architettura e gli inquilini

Ed eccoci al problema centrale, quello che nessuna eleganza strutturale riesce a dissolvere. Szalay ha costruito un'architettura genuinamente raffinata — la griglia dei nove, il doppio scorrere del tempo biografico e calendari, la scelta di tenere i personaggi sempre fuori casa, in una Europa globalizzata che è allo stesso tempo scenografia e metafora — e poi ci ha collocato dentro, con metodica coerenza, uomini che non la meritano.

Non uomini cattivi. Non uomini tragici. Non uomini interessanti. Uomini neutri. Tutti la stessa persona: maschio occidentale, istruito, moderatamente insoddisfatto, incapace di amare con precisione, dotato di desideri sessuali descritti con abbondanza inversamente proporzionale alla loro intensità emotiva. Szalay li osserva con lo sguardo piatto di un entomologo che ha smesso di trovare interessanti gli insetti. I nove episodi sono ricorrenza, non variazione: le stesse pressioni che ritornano sotto condizioni diverse — la stessa incapacità di lasciare qualcosa dietro di sé, la stessa inerzia mascherata da vita. È una tesi sulla mascolinità contemporanea. Il guaio è che la tesi è corretta e il libro è noioso.

IV · Il problema della carne

Il romanzo si propone di esplorare la vita interiore degli uomini europei del XXI secolo. I suoi uomini non ne hanno una — o meglio: ne hanno una talmente grigia che la pagina bianca intorno alle loro riflessioni sembra più eloquente. Il protagonista del quarto episodio trascorre decine di pagine in un albergo di lusso a pensare a donne con cui ha dormito. Questa, per Szalay, è introspezione. Per il lettore, è un lungo pomeriggio di domenica senza possibilità di uscire.

La prosa è lavorata. Elegante, a tratti. Ma un'eleganza che non rischia mai nulla, che preferisce la perifrasi all'emozione, che abita la superficie con la cura di chi sa benissimo di stare evitando il centro. Il ritmo dilata ogni episodio ben oltre il suo baricentro narrativo: scene che avrebbero la forza di un racconto breve vengono annacquate da digressioni geografiche, da osservazioni meteorologiche, da dettagli architettonici che sembrano inseriti per certificare che l'autore ci è stato davvero. Cento pagine in più del necessario — stima generosa, potrebbero essere centocinquanta.

"Il nove è la cosa più riuscita del libro. Peccato che il libro sia dentro."

V · Il paradosso del Booker

Il vero mistero che Nella carne propone non è quello esistenziale sulla condizione maschile europea, ma quello sociologico sul funzionamento della macchina letteraria contemporanea: come si trasforma la neutralità in profondità, l'assenza di sentimento in stile, il luogo comune dichiarato in shortlist al Booker. Szalay è borghese non nel senso politico del termine — non gli si chiede un pamphlet — ma nel senso in cui lo è un divano in pelle beige in un appartamento di Kensington: confortevole, costoso, perfettamente inoffensivo, incapace di sorprendere chiunque lo guardi.

La carne del titolo è quella degli altri. Szalay la osserva. La descrive con competenza. Non ci entra mai. E questo, forse, è il più preciso ritratto possibile dei suoi protagonisti: un romanziere che scrive di uomini che non sentono, con la stessa equanime lontananza con cui loro attraversano le proprie vite.

Il cerchio si chiude. Purtroppo, non basta per giustificare le trecento pagine.


giovedì 5 febbraio 2026

James di Percival Everett: quando il silenzio diventa voce


C'è un momento in letteratura in cui il margine diventa centro, quando ciò che per generazioni è stato sussurrato nelle note a piè di pagina irrompe sulla scena principale con la forza di un tuono sul Mississippi. James di Percival Everett è precisamente questo: un terremoto letterario che scuote le fondamenta di uno dei più celebrati romanzi americani.

Il dialogo con Twain: appropriazione o completamento?

Riscrivere Le avventure di Huckleberry Finn nel 2024 potrebbe sembrare l'ennesima operazione di "politically correct revanchism", l'ultimo capitolo di quella tendenza contemporanea – già vista nel cinema con i vari prequel, sequel e spin-off che danno voce ai personaggi secondari – a rileggere i classici attraverso lenti contemporanee. Ma Everett non sta semplicemente riverniciando Twain: sta compiendo un atto di archeologia letteraria, disseppellendo quello che era sempre stato lì, visibile eppure invisibile.

Dove Twain ci dava Jim – lo schiavo fuggitivo visto attraverso gli occhi ingenui di Huck, figura nobile ma essenzialmente passiva, definita più da ciò che subisce che da ciò che pensa – Everett ci restituisce James, un uomo di straordinaria intelligenza, autodidatta in filosofia e letteratura, che recita il ruolo dello schiavo stupido per sopravvivere. È una svolta narrativa devastante nella sua semplicità: e se Jim avesse sempre compreso tutto, e avesse semplicemente scelto di fingere ignoranza?

Il gioco delle maschere e il doppio linguaggio

La maestria di Everett sta nel modo in cui orchestra il "code-switching" linguistico di James. Quando è solo o con altri neri, il protagonista parla un inglese perfetto, cita Locke e Voltaire, discute di epistemologia. In presenza dei bianchi, scivola nel dialetto esagerato, nella grammatica spezzata che ci si aspetta da lui. Non è mera strategia di sopravvivenza: è una performance dolorosa e brillante, un commento feroce su come l'oppressione costringa gli oppressi a collaborare alla propria invisibilità intellettuale.

Questo espediente narrativo – che potrebbe sembrare schematico – diventa invece il cuore pulsante del romanzo, perché Everett non lo usa mai meccanicamente. Ci sono momenti in cui la maschera scivola inavvertitamente, attimi di terrore in cui James quasi si dimentica di "suonare stupido", e quei momenti sono tra i più tesi dell'intera narrazione.

Oltre il revisionismo: la questione della paternità narrativa

Qui tocchiamo il nervo scoperto della letteratura contemporanea. Viviamo nell'era del "re-telling", dove Circe racconta la sua versione dell'Odissea (Madeline Miller), dove le streghe di Wicked rivendicano la loro storia. Il cinema Marvel ci ha abituati a universi che si espandono lateralmente, dove ogni personaggio secondario può diventare protagonista del proprio franchise.

Ma James non è semplice fan-fiction letteraria. Everett – scrittore afroamericano di straordinaria cultura e talento – non sta semplicemente invertendo prospettive per seguire una moda. Sta facendo qualcosa di più radicale: sta chiedendo chi ha il diritto di raccontare quali storie. Twain, bianco e geniale, scrisse con sincera compassione sulla schiavitù, ma scrisse comunque da fuori. Everett scrive da dentro, o meglio, scrive ciò che è sempre stato dentro ma non ha mai avuto voce propria.

La letteratura come atto politico (senza essere panfletto)

Il pericolo di questi progetti revisionisti è la didascalia, il sermone mascherato da narrativa. Everett lo evita con eleganza chirurgica. Il suo James soffre, pensa, ama sua moglie e sua figlia con disperazione tangibile, ma non è mai ridotto a simbolo. È particolare prima di essere universale, uomo prima di essere rappresentante.

Ci sono scene – come quella in cui James insegna a leggere ad altri schiavi nascondendosi nei boschi, o quando deve scegliere tra la propria libertà e la salvezza di altri – che vibrano di urgenza morale senza mai scadere nella retorica. Everett confida nell'intelligenza del lettore, non sottolinea, non evidenzia. Mostra.

Twain rimane, arricchito

La domanda che molti si pongono è: questo romanzo "cancella" o sostituisce Twain? La risposta è no, e sarebbe intellettualmente disonesto sostenerlo. Le avventure di Huckleberry Finn rimane un capolavoro della letteratura americana, fondamentale per comprendere come l'America del XIX secolo guardava a se stessa. Ma era – ed è – un romanzo parziale, come lo sono tutti i romanzi.

James non sostituisce Twain: lo completa, lo interroga, a volte lo contesta. È come vedere lo stesso fiume da entrambe le sponde. Il Mississippi non cambia, ma la nostra comprensione della sua corrente si approfondisce immensamente.

Un classico immediato?

Forse è presto per proclamarlo, ma James possiede quella qualità rara che distingue la grande letteratura: cambia il modo in cui leggiamo ciò che è venuto prima. Dopo Everett, non potremo mai più leggere Twain con la stessa innocenza. E questa, probabilmente, è la più alta forma di omaggio che un'opera letteraria possa rendere a un'altra: non sostituirla, ma renderla più ricca, più complessa, più necessaria.

In un'epoca di polarizzazioni facili e battaglie culturali da social media, Everett ci ricorda che la grande letteratura non distrugge: stratifica, complica, arricchisce. James è un dono alla letteratura americana – e a noi lettori, chiamati a vedere finalmente ciò che era sempre stato lì, sulla zattera, aspettando di essere riconosciuto.

 

domenica 26 ottobre 2025

La mia vita come la vostra


 Jan Grue è appena diventato padre quando ritira dalla casa dei suoi genitori un intero scaffale di cartelle cliniche. Contengono la sua infanzia narrata dall'esterno, dai medici che gli hanno diagnosticato all'età di tre anni una patologia neuromuscolare e che da allora lo descrivono come un corpo difettoso con un futuro cupo e limitato.
Un quadro molto diverso dalla percezione che Grue ha sempre avuto di se stesso e dalla vita che ha vissuto studiando ad Amsterdam e a San Pietroburgo, per poi specializzarsi nell'inclusiva Berkeley e diventare accademico a Oslo, trovare l'amore e avere un figlio.
Questo libro è la ricerca di una lingua nuova che possa raccontare la sua storia e cosa significhi vivere in un corpo vulnerabile cercando di "imporre la propria volontà al mondo".
E' un confronto aperto, schietto e intimo con la propria fragilità e i propri desideri, contro gli stigmi sociali e le istituzioni che ai disabili sanno fornire solo sostegni strumentali, braccia o gambe surrogate per un surrogato di vita, un'esistenza pallida in una realtà rassegnata e senza sogni.
E' un memoir dirompente nella sua stessa forma ibrida, che intreccia liberamente ricordi poetici e riflessioni fulminanti, attingendo all'arte e al pensiero filosofico, alle intuizioni di Michel Foucault, Jorge Luis Borges, Joan Didion, alle visioni di Wim Wenders, ai versi di Mark O'Brien.
Raccontando se stesso, Jan Grue scrive una penetrante meditazione sull'essere umano e ci porta a guardarci dentro, a riconsiderare i nostri limiti, le nostre insicurezze, e le risorse che ciascuno ha nel "proprio viaggio verso l'ignoto". (Recensione Iperborea)

sabato 13 gennaio 2024

Un'estate


Una fattoria nella campagna irlandese, una bambina silenziosa, un padre e una madre non suoi.
Claire Keegan tratteggia un lessico sentimentale dell'accoglienza e dell'amore genitoriale, in un racconto di sommessa e struggente bellezza.

Un libro piccolo piccolo. 72 pagine appena. Un breve racconto, capace però di commuovere, condurre alle lacrime, al sorriso, alla speranza. Sul diventare adulti con fatica, sull'imparare sulla propria pelle la fortuna o la sfortuna dell'essere o meno amati dai propri genitori. Un libro che racconta cosa sia famiglia. Un libro di speranza. Come dice qualcuno, è davvero da donare... perchè dona a sua volta bellissime sensazioni.

 

domenica 17 dicembre 2023

Maniac


 Quando alla fine della seconda guerra mondiale John Von Neumann concepisce il MANIAC, un calcolatore universale che doveva, nelle intenzioni del suo creatore, "afferrare la scienza per la gola scatenando un potere di calcolo illimitato" sono in pochi a rendersi conto che il mondo sta per cambiare per sempre.
Perché quel congegno rivoluzionario - parto di una mente ordinatrice a un tempo cinica e visionaria, infantile e "inesorabilmente logica" - non solo schiude dinanzi al genere umano le sterminate praterie dell'informatica e dell'intelligenza artificiale ma lo conduce sull'orlo dell'estinzione, liberando i fantasmi della guerra termonucleare.
Che "nell'anima della fisica" si fosse annidato un demone lo aveva del resto già intuito Paul Ehrenfest, sin dalla scoperta della realtà quantistica e delle nuove leggi che governavano l'atomo prima di darsi tragicamente la morte.
Sono sogni grandiosi ed insieme incubi tremendi quelli scaturiti dal genio di Von Neumann, dentro i quali Labatut ci sprofonda, lasciando la parola a un coro di voci; delle grandi menti matematiche del tempo, ma anche di familiari e amici che furono testimoni della sua inarrestabile ascesa.
Ci ritroveremo a Los Alamos nel quartier generale di Oppenheimer, fra i "marziani ungheresi" che costruirono la prima bomba atomica; e ancora a Princenton, nelle stanze dove vennero gettate le basi delle tecnologie digitali che oggi plasmano la nostra vita.
Infine, assisteremo ipnotizzati alla sconfitta del campione mondiale di Go, Lee Sedol, che soccombe di fronte allo strapotere della nuova divinità di Google, AlphaGo.
Una divinità ancora ibrida e capricciosa, che sbaglia, delira, agisce per pura ispirazione - a cui altre seguiranno, sempre più potenti, sempre più terrificanti - con questo nuovo libro, che prosegue idealmente "Quando abbiamo smesso di capire il mondo", Labatut si conferma uno straordinario tessitore di storie, capace di trascinare il lettore nei labirinti della Scienza moderna, lasciandogli intravedere l'oscurità che la nutre.
"A questo mondo ci sono due tipi di persone, Jancsi Von Neuman e il resto di noi. Quel ragazzo luciferino ci colpì come una cometa, quasi fosse il presagio di qualcosa di grandioso e terribile, proprio come quei messaggi celesti che vagano nelle tenebre del nostro Sistema Solare".

Come nel precedente testo, scienza, storia, biografia, pensieri reconditi che perseguitano anche le menti più illustri.. un mix capace di incollare il lettore dalla prima all'ultima pagina ed a chiederne ancora e poi ancora... un perfetto coinvolgimento tra storia, cronaca, gossip e rivelazioni del futuro che verrà.

La nostra conoscenza tecnica in continua espansione era l'unica cosa che ci distinguesse dai nostri progenitori, dato che, in fatto di etica, filosofia e pensiero generale non eravamo meglio (anzi eravamo molto molto peggio) dei greci, delle popolazioni vediche o delle piccole tribù nomadi che ancora si aggrappavano alla natura quale unica dispensatrice di grazie e vera misura dell'esistenza.
In ogni altro campo non avevamo fatto nessun passo in avanti.

venerdì 20 ottobre 2023

Quando abbiamo smesso di capire il mondo


 C'é chi si indispettisce, come l'alchimista che all'inizio del Settecento, infierendo sulle sue cavie, crea per caso il primo colore sintetico, lo chiama "Blu di Prussia" e si lascia alle spalle quell'incidente di percorso rimettendosi alla ricerca dell'elisir.
C'é chi si esalta, come un brillante chimico al servizio del Kaiser, Fritz Haber, quando a Ypres constata che i nemici non hanno difese contro il composto di cui ha riempito le bombole; o quando intuisce che dal cianuro di idrogeno estratto dal Blu di Prussia si può ottenere un pesticida portentoso, lo Zyklon.
E c'é chi invece, si rende conto come il giovane Heisenberg durante la sua tormentata convalescenza  a Helgoland, che probabilmente il traguardo è proprio questo: smettere di capire il mondo come lo si è capito fino a quel momento e avventurarsi verso una forma di comprensione assolutamente nuova,
Per quanto terrore possa, a tratti, ispirare.
E' la via che ha preferito Benjamìn Labatut in questo singolarissimo e appassionante libro, ricostruendo alcune scene che hanno deciso la nascita della scienza moderna.
Ma, soprattutto, offrendoci un meraviglioso intrico di racconti, e lasciando scegliere a noi quale filo tirare, e se seguirlo fino alle estreme conseguenze.

Come già descritto nella recensione di altri libri, il racconto è spesso un traliccio a cui la vite si aggrappa per crescere... il viluppo che ne emerge a volte è talmente stretto da non capire più cosa sia uno e cosa l'altro.
E' il caso di questo libro, che narra senza alcun dubbio di scienza e di uomini di scienza... ma in quanto tali (uomini) ancora più tormentati dal dubbio e dalla sete di conoscenza... ne scaturisce una sinfonia di azioni, umori e immagini che ci fanno domandare: "Quando abbiamo smesso di capire il mondo"?
Labatut ammette di aver barato, mescolando verità e finzione, ma lo scopo è evidente... riuscire a trasformare la scienza in qualcosa di attraente da un lato e facente parte del nostro mondo... il risultato non mancherà di stupire il lettore più smaliziato.

venerdì 29 settembre 2023

Melvill (e)


 Un padre morente in preda alla febbre ed al delirio, racconta la sua giovinezza, il suo Gran Tour, i palazzi veneziani popolati da figure affascinanti e malvagie, la sua rovina e il suo viaggio più bello: la traversata a piedi del fiume Hudson ghiacciato.
Un figlio, ancora bambino, siede ai piedi del letto, ascoltando attentamente queste ultime parole allucinate.
Un'opera di Herman Melville, un autore magistrale che fu incompreso, troppo avanti rispetto al suo tempo e giudicato pazzo e pericoloso da alcuni critici dell'epoca, potrebbe avere la sua origine in questo ultimo lascito del padre?
Rodrigo Fresàn getta uno sguardo nuovo sull'enigma della vocazione letteraria, esplorando i meandri  della narrativa, che oscilla costantemente tra realtà e immaginazione.
Melvill è allo stesso tempo una biografia, spesso inventata, un romanzo gotico popolato di fantasmi e un'evocazione dell'amore filiale, che racchiude tutto il talento, l'umorismo e l'immensa cultura del grande scrittore argentino.

Tantissima letteratura in questa biografia romanzata... oppure, forse meglio definirla biografia potenziata? Certo il rapporto padre - figlio, la narrazione di una vita smarrita e fragile (quella del padre) che segnerà per sempre quella del geniale figlio... e poi, il voler far vivere insieme avventure mai accadute e ancora questo narrare colmo di mille cose, quasi confessione interiore e grido... tante, troppe cose tutte insieme, che fanno cogliere un incredibile senso di vertigine... una potenza inaudita. 
Confesso di aver faticato non poco per inquadrare il racconto.. innanzitutto perché non sapevo cosa cercare... poi perché troppe erano le deviazioni, i rimandi, le iperbole, l'andare avanti ed indietro... ogni tanto qua e la riuscivo a cogliere qualche punto fermo... quasi come un racconto in una lingua straniera di cui si conoscono alcune parole.. e allora devi indovinare il testo, fare tesoro delle espressioni, dei nomi... aggrapparti a questo fiume in piena che (a differenza del ghiacciato Hudson) scorre ad una velocità precipitosa... mi sono trovato a leggere senza riuscire a fermarmi, soverchiato da forze ingovernabili. Potente!

Sesamo non è una parola magica ma, semplicemente, il nome (o il cognome) di una caverna senza fondo che custodisce la tentazione di tesori peccaminosi; e che così come obbedisce può anche smettere di farlo. Nome, il suo, che potrebbe derivare dal termine cabalistico-talmudico sem-samaim (shem-shamayim) che è l'equivalente di Paradiso.

Ascolta, Herman: prima un piede e poi l'altro, assicurandoti che il ghiaccio non si rompa.
E poi una volta sul ghiaccio, mantenere l'equilibrio e muovere qualche passo con cautela, come chi entra in una casa che non conosce o esce da una casa che conosce per avventurarsi in un mondo sconosciuto. Perché certo, la sensazione è molto strana e familiare al tempo stesso; d'un tratto ci troviamo in un posto nel quale non siamo mai stati pur essendo stati lì molte volte o avendo sognato (essendoci quindi stati a tutti gli effetti) di arrivarci.

I giorni gloriosi in cui non sappiamo tutto quel che siamo capaci di fare poiché ancora non sappiamo tutto quello che siamo incapaci di fare.

Non viaggio per formarmi ma per confermare un sospetto; non che non abbia più nulla da imparare, ma che ormai non posso più imparare nulla.

Ho cominciato a scrivere poesia (di nascosto, pensando che così avrei potuto smettere di scrivere prosa) come chi si cura da una malattia molto grave contraendone un'altra, che immagina più lieve e facile da sopportare.

ah, il fallimento come un infernale ma affettuoso segugio che non smette mai di mordicchiarti le calcagna e abbracciarti la gamba sfregandotisi addosso fino a raggiungere un estasi di guaiti molto simili ai gemiti degli uomini in circostanze analoghe.

Io so solo che una fede che non possa sopportare la verità non è degna di chiamarsi fede...

mercoledì 13 settembre 2023

Quanto pesano i fantasmi

 


Nelle imboscate, o in altre missioni notturne si portavano dietro una curiosa minutaglia.

Kiowa portava sempre con sé il suo Nuovo Testamento e un paio di mocassini per camminare senza rumore. Dave Jensen si portava dietro un complesso vitaminico ricco di carotene per la visione notturna. Henry Dobbins si portava dietro un collant della sua ragazza avvolto intorno al collo come una sciarpa.

Tutti si portavano dietro dei fantasmi. Solo chi ha vissuto la crudele realtà della guerra può raccontare cosa è veramente.

E' quello che fa il veterano Tim O'Brien in questo libro che, a metà tra il romanzo a episodi e la raccolta di racconti, narra le vicende della immaginaria Compagnia Alfa, dalla loro vita prima della guerra ai combattimenti nella giungla del Vietnam fino al ritorno a casa.

Pubblicato nel 1990 e subito acclamato come uno dei più importanti libri della letteratura americana, "Quanto pesano i fantasmi" é una cruda e ispirata lettura sulla guerra, ma anche sulla memoria, l'immaginazione, e il potere salvifico del raccontare.

Pagine che hanno cambiato per sempre ciò che sappiamo su realtà e finzione, guerra e pace, paura e coraggio, al punto di far dire a un recensore; "La memoria come profezia". 

"Quanto pesano i fantasmi non racconta dove siamo stati, ma dove siamo e forse dove saremo domani".

Stiamo parlando di ragazzi giovani mandati in guerra... per i quali tutto restava un mistero, tutto doveva essere ammantato di magia, superstizione, giustificato e gestito in modo da essere sopportato. perché: Era mia opinione allora, e lo è tuttora, che non si possa fare la guerra senza saperne il perché.

Si divertivano con quello che avevano, quello che capitava loro. Dal stringere la mano e salutare il cadavere a trasformare in filastrocca anche le cose più pericolose. Così quando seguivano un vecchio che conosceva il percorso in un campo minato, finivano per cantare: Esci di fila, pesti la mina, segui il minchione tutto benone.

Perché tutti narrano di una guerra come di uno spazio tra l'estrema tensione e l'estrema noia... ma nella realtà è quasi vero... Persino nel cuore della boscaglia, dove potevi morire in un'infinità di modi, la guerra era crudemente e aggressivamente noiosa. Ma era una noia strana, Era una noia col trucco, quel genere di noia che ti fa venire i disturbi di stomaco. Magari te ne stavi seduto in cima a un'alta collina, la piatta distesa delle risaie sotto di te, e il giorno era calmo e caldo e completamente vuoto, e tu sentivi la noia che ti gocciolava dentro come da un rubinetto che perde, solo che non era acqua, era una specie di acido, e a ogni gocciolina sentivi che quella roba ti corrodeva organi importanti.

La vita umana è un'unica cosa, come una lama di pattino che traccia i suoi arabeschi sul ghiaccio: un bambino, un sergente di fanteria ventitreenne, uno scrittore di mezza età che conosce il dolore e il senso di colpa.

La parte più toccante del racconto, ma che peraltro da un senso anche a ciò che viene narrato ed alla continua lotta tra verità e finzione è questo passaggio: Non era questione di disonestà. Anzi al contrario: cercava di riscaldare la verità, di farla bruciare a tal punto da farti provare esattamente ciò che provava lui. Per Rat Kiley, credo, i fatti erano formati dalle sensazioni e non viceversa, e quando ascoltavi una delle sue storie ti ritrovavi a eseguire rapidi calcoli mentali, sottraendo superlativi, estraendo la radice quadrata di un assoluto e infine moltiplicando il tutto per chissà.


giovedì 27 luglio 2023

Fine missione


Phil Klay mi aveva attirato con il romanzo "La buona guerra", torno quindi volentieri ad un suo scritto. In questo caso una raccolta di racconti dedicati alla Guerra ed alle persone che la combattono.

Forse nessuno torna da una guerra. 
Forse anche il ritorno a casa, per chi è stato bravo o fortunato a sufficienza non è altro che un cambiare fronte, ingaggiare una nuova battaglia; forse non è altro che l'inizio di una nuova missione.
La prima storia che dà il titolo al libro è proprio questo: il ritorno a casa di un reduce.
In Iraq ha fatto delle cose terribili: il ricordo di quando, la notte andavano a caccia di cani che altrimenti avrebbero mangiato i cadaveri ai bordi delle strade non è nemmeno la più atroce, tra le memorie che lo perseguitano.
A casa, in mezzo a gente che non ha l'idea di dove sia Falluja, ritrova la fidanzata - tra loro una nuova sconosciuta distanza e il vecchio cane.
Ma l'animale è malato, non gli resta molto da vivere.
Il marine ha ancora l'M16: a casa come al fronte dovrà uccidere un cane.
In "Dopo l'azione" protagonista é il trauma, la traccia lasciata dalla violenza commessa che si attacca al carnefice e lo perseguita e come un fantasma, una possessione, si trasmette di uomo in uomo.
Quelle che racconta Klay sono storie che possiedono l'accecante lucore della verità.
Sono storie che rivelano la complessa combinazione di burocrazia, noia, cameratismo e violenza che compongono la vita quotidiana di un soldato in guerra: e la solitudine, il rimorso, la disperazione che accompagna ogni uomo nella vita in tempo di pace.

giovedì 6 luglio 2023

Un brav'uomo è difficile da trovare


Uscito nel 1955 e composto da dieci racconti inarrivabili per forza espressiva e spietatezza dello sguardo, Un brav'uomo è difficile da trovare impose definitivamente Flannery O'Connor come l'esponente di punta di quello che sarebbe stato ribattezzato il "gotico sudista".
Unica sua raccolta pubblicata in vita, ha esercitato un'influenza incalcolabile su scrittori, musicisti, filosofie e politici per la ricchezza dell'apparato simbolico e la potenza e l'originalità del tema religioso.
Dal racconto che dà il titolo al volume, con l'esplosione finale di violenza e le parole misteriose con le quali Il balordo, capo di una banda di rapinatori e assassini, chiude la storia - all'irruzione di uno straniero nella tranquilla esistenza della "brava gente di campagna" di un'altra memorabile novella, fino alla sarcastica rielaborazione del tema razziale nel "Negro artificiale", O'Connor attinge al grottesco e a un umorismo a tratti feroce per costruire un microcosmo umano in miracolosa sospensione tra commedia e tragedia, amore e crudeltà, dannazione e salvezza.

Dieci piacevoli racconti, ove non esiste un lieto fine... e apprezzato il primo, si capisce l'antifona... si resta in attesa dello scherzo del destino che finirà per colpire la "brava gente di campagna" ogni volta che lo straniero, il profugo, il reietto, il vagabondo, il bandito, finiranno per incrociare la loro strada... ad attenderli sarà la dimostrazione che, la loro vita misera (perché di questo si tratta), spesso meschina e costellata di dispiaceri grandi e piccoli, è pur sempre meglio dell'inconveniente che potrebbe capitar loro fuori dal microcosmo che li ospita. 

 

venerdì 19 maggio 2023

La buona guerra


 Ci sono una gallina gringa e un maiale colombiano.
La prima propone al secondo di entrare in affari e vendere sandwich: basta che ciascuno fornisca la metà degli ingredienti. "Io metterò le uova" dice la gallina gringa. "E io?" chiede il maiale colombiano. "Tu mio caro, metterai il bacon". Gira questa storiella negli ambienti intellettuali di sinistra della Colombia.
A Juan Pablo, che lavora nell'esercito come un tempo suo padre, non fa ridere.
Perché sa che c'é qualcosa di vero.
La realtà però, è complessa, e quella del suo tormentato Paese ancora di più.
Per lui, chi vive in mezzo alla violenza vuole una cosa sola: ordine.
Lisette, una giornalista americana, cresciuta tra le dolci colline della Pennsylvania e appena rientrata esausta dall'Afghanistan, vuole invece una "buona guerra" e va a cercarla proprio in Colombia.
In Colombia è andato anche Mason sottufficiale di collegamento delle Special Forces che ha cominciato la carriera militare in Iraq e che, dopo essere diventato padre, ha capito di averne abbastanza di carri armati e ordigni esplosivi.
Abel, che in Colombia è nato, al contrario non ha avuto scelta.
E nemmeno la sua famiglia finita nel tritacarne delle lotte tra guerrileiros, paras e narcos che seminano sangue e terrore in ogni angolo della giungla.
Dopo Fine Missione, raccolta di racconti frutto dell'esperienza come marine in Iraq, Phil Klay torna a parlare di guerra, ma stavolta allarga l'inquadratura includendo anche Afghanistan, Colombia e Yemen.
E' una scelta letteraria, ma la globalizzazione bellica non è fiction: le forze all'opera da una parte trafficano intanto anche da un'altra; i soldati e i mercenari un giorno utili qua il giorno dopo servono la; e ogni bomba che cade ha dietro una sofisticatissima  tecnologia messa a punto in lindi laboratori sparsi per mezzo mondo.
Connessi in una macchina mostruosa, i personaggi di Klay, nel silenzio che segue scoppi e fanfare si trovano soli di fronte al tribunale della coscienza.

Interessante romanzo che coinvolge più personaggi e storie riunendole in un corale rifiuto della guerra per come la conosciamo... una terza guerra mondiale non dichiarata... una guerra necessaria per il benessere delle società del primo mondo... e gli altri.. buoni solo per morire.


domenica 23 aprile 2023

Moby Dick - il fumetto


 Riprendo necessariamente da dover ero arrivato. La precedente lettura del romanzo di Melville... Moby Dick, mi aveva lasciato a bocca aperta..."Qualunque sia la superiorità intellettuale d'un uomo, mai riuscirà ad acquisire concreta ed efficace supremazia sugli altri senza l'ausilio d'una qualche forma d'artificio e d'usurpazione esteriori sempre di per sé più o meno gretta e meschina".
Lo scrivevo allora, e lo ripeto qui oggi: devi leggerlo, sbocconcellarlo... farci la tara, cogliere le perle di saggezza che emergono da ogni pagina.. 
Ora, mutato in fumetto... l'ennesimo forse, come i numerosi film... non perde nulla della sua tragica bellissima verità. Chi è più folle? Acab, destinato dalla vendetta a perire? o chi non ha il coraggio di fermarlo e peggio lo asseconda senza capire dove andrà a finire tutto ciò? Ancora una volta la letteratura vince sulla realtà... ma solo perché la sa raccontare meglio.


 

sabato 18 febbraio 2023

Io, Agamennone


Uomo di potere, abituato a decidere le sorti della sua gente, orgoglioso, superbo, duro, Agamennone é solo nel buio della notte mentre, oltre la prua scruta l'orizzonte.
E ricorda i dieci anni di una guerra sanguinosa che ha visto cadere sul campo di battaglia uomini valorosi e forti, sprezzanti del pericolo e del destino.
Con uno sguardo meno affascinante di quello di Ulisse e Achille ma più complesso e obiettivo, il Re di Micene ci porta diritti al centro del mondo Omerico, i suoi eroi, i suoi valori, i suoi personaggi, il suo senso della gloria e della vendetta, dell'amore e della morte.
Spinto dal gusto e dal piacere del racconto e guidato dal rigore filologico, Guidorizzi, attraverso una forma saggistica di tipo narrativo, ricostruisce la storia di una società tribale, in cui ogni uomo agisce dietro l'impulso di una sfida continua con le grandi forze dell'esistere e ci restituisce, dall'interno, il fascino di una cultura che parla a noi di noi.
"Ma chi sono gli eroi?". Molte delle loro vite sono finite nella pianura di Troia, i loro corpi sbranati dai cani e avvoltoi. Da allora non hanno più abbandonato la memoria della nostra civiltà.
Erano comandati da un uomo che regnava su una città difesa da mura gigantesche, Micene, un nido d'aquila in cii avvennero crudeli vicende.
Nessun altro portò a Troia tante navi come lui, tanti soldati e carri da guerra.
Cento navi piene dei guerrieri più forti, scelti dalle sue molte città che Agamennone guidava combattendo, avvolto nella sua armatura di bronzo rilucente nel sole.
I cantori ricordano ciò che é accaduto, il bello e il brutto insieme.
E ricordano il Re Agamennone.

La guerra di Troia (e non solo) vista da un altro eccezionale interprete: Re Agamennone. Meno eroico per certi versi, ma non meno coraggioso e valente. La narrazione e le gesta sono altrettanto entusiasmanti e il percorso di vita (e di morte) di ogni interprete è ben tracciato donandoci grande emozione.

"La mente di Achille diventa nera, come se una nube di tempesta gli fosse caduta sugli oggi. Impossibile, impossibile, impossibile, Patroclo non c'é più! Afferra una manciata di cenere dal focolare e se la sparge sul capo urlando, rovescia altre manciate su tutto il corpo, si getta tra la polvere, rotolandosi e singhiozzando, stracciandosi le vesti sinché non rimane quasi nudo. Gli scudieri lo guardano sconvolti, ma così deve essere perché ciò che é orribile nell'anima deve essere reso orribile agli occhi di tutti, in modo che chi assiste allo strazio possa capire quanto profondo è l'abisso di male in cui un uomo é precipitato, perché nono si può provare sino in fondo il lutto se non rendendolo evidente".

lunedì 13 febbraio 2023

L'ultimo uomo bianco

Un mattino Gregor Samsa, commesso viaggiatore, si sveglia da sogni inquieti e si ritrova trasformato in un immane insetto; anni dopo Anders, personal trainer in una anonima palestra di una città indefinita, si sveglia e scopre di essere diventato di un innegabile marrone scuro. L'incredulità presto cede il passo alla furia omicida: Anders si sente vittima di un crimine. "Un crimine che gli aveva portato via ogni cosa, che gli aveva portato via sé stesso".

Si scaglia contro la propria immagine allo specchio, si rimetta a letto sperando che quell'uomo scuro se ne vada, chiama al lavoro per dire che é malato, molto malato, più di quanto immaginasse, si aggira per la città e scopre che le persone che lo conoscevano, non lo conoscono più, e infine telefona a Oona.

Oona, giovane insegnante di yoga, sta provando a prendersi cura di sua madre e di sé stessa, dopo la morte del fratello gemello: fra lei e Anders si è da poco riaccesa un'attrazione nata tra i banchi di scuola, ma quando Oona passa da lui dopo il lavoro rimane di stucco di fronte all'uomo che apre alla porta, e sulle prima fatica a riconoscerlo.

Ciò che Oona e Anders ancora non sanno é che la trasformazione sta prendendo piede ovunque: tutte le persone bianche stanno diventando scure, e la tensione sociale continuerà a crescere, sfociando in risse, sparatorie, suicidi e sommosse, finché l'ultimo uomo bianco verrà sepolto e la bianchezza non sarà che un ricordo.

Hamid in un vortice di frasi che, come i personaggi che le abitano, sembrano sorrette da un disperato bisogno di stabilità identitaria, confeziona un romanzo di commovente lucidità sulla perdita del privilegio, un'opera in cui frustrazione e violenza si trasformano nelle promesse di futuro "a volte sembrava che la città fosse una città in lutto e il Paese un Paese in lutto, e questo si addiceva a Anders, e si addiceva a Oona, dato che collimava con i loro sentimenti, ma altre volte sembrava il contrario, che stesse nascendo qualcosa di nuovo, e abbastanza stranamente anche questo si addiceva a loro.

Come nella trasformazione del povero Samsa di Kafka, qui gli uomini bianchi, si risvegliano ad uno ad uno di un bel color caffelatte... con annessi e connessi... come fare ora i conti con questa nuova condizione? Vi sarà da impazzire, da uccidere ed uccidersi o, passato lo straniamento iniziale, cogliere l'occasione?

Con sottile ironia e una narrativa avvincente, Mohsin Hamid riesce a trascinarci in una vicenda che può apparire incredibile all'inizio, ma ha risvolti e aspetti con cui prima o poi occorre fare i conti... vi ricordate "Le intermittenze della morte"? Ecco, se la gente smettesse di morire, le società starebbero meglio o peggio? La religione? l'intera struttura su cui si reggono le principali regole che ci governano andrebbero all'aria! Ecco, immaginate una società (forse quella Statunitense più della nostra) ove, il diverso, il nero, diventi la normalità... e i bianchi destinati a sparire... un bel dilemma.


martedì 31 gennaio 2023

il settimo sigillo


 Sulle rive di un inquieto mare incolore, il Cavaliere gioca a scacchi con la Morte.
L'ha incontrata al ritorno dalla crociata in Terra Santa, dove aveva creduto di poter trovare uno scopo alla sua vita nell'azione eroica al servizio di Dio.
E' tornato amaro e disilluso, con il cuore vuoto, abitato dai fantasmi della solitudine, tormentato dalle stesse domande con cui era partito.
Per questo ha chiesto una dilazione sfidando la Morte a una partita che sa di perdere, ma che gli lascerà forse ancora un'occasione per capire, per trovare risposte, per compiere almeno un'unica azione che abbia un senso.
E' la sospensione il tempo di questa sorta di "leggenda di ognuno", la stessa di quel "silenzio di circa mezz'ora" che avvolge il cielo nell'Apocalisse alla apertura del settimo sigillo; l'attesa di una rivelazione.
I vari personaggi, il Cavaliere, il quasi falstaffiano scudiero Jons, l'attore Skatt, il fabbro Plog e la moglie Lisa, il farabutto Raval, la strega bambina condannata al rogo, vanno incontro al loro destino sullo sfondo di quello scontro fra bianco e nero, luce e tenebre, bene e male, da sempre simbolo della storia umana.
Soli superstiti Mia e Jof, la felice coppia di giocolieri, e il loro bambino che incarnano quell'amore, quella semplicità delle piccole cose, quel frammento di serenità e di speranza che il Cavaliere riesce a sottrarre alla Morte.
Scrivendo una sceneggiatura dice Bergman, si vorrebbe avere a che fare, invece che con le parole, con qualcosa che somigli a delle note, si sogna una partitura che possa conservare il ritmo, il tono, ogni minima sfumatura di quelle visioni che sono la vera sostanza da cui nascono i film.
Ed è proprio l'inadeguatezza delle parole, la resistenza che offrono a tradursi in immagini, la loro provvisorietà rispetto alle soluzioni poi adottate che rendono la sceneggiatura del Settimo Sigillo indipendente dalla realizzazione scenica, restituendoci quella parte delle visioni che il cinema non può dare, i profumi, gli odori, i sapori o la malinconia del soldato che rotola sul mare nebbioso come un pesce gonfio d'acqua.

Da tempo desideravo leggere questo testo, preso, poi abbandonato, poi ripreso ed infine, in un pomeriggio divorato. Non risponde alle mie aspettative solo perché cercavo altro. Mi è chiara la logica e la finalità della narrazione, il dare un significato alla propria vita grazie ad una "bella morte"... una morte che serve a qualcosa, a qualcuno...

venerdì 27 gennaio 2023

L'arcangelo degli scacchi


 Sessantaquattro caselle. Trentadue figure. E una possibilità combinatoria pressoché infinita. Nessuna partita di scacchi è uguale a un'altra. Ognuna è una sfida unica, giocata su quel quadrato magico che è la scacchiera: quasi un mondo fuori dal mondo.
Paul Morphy é stato un autentico artista della scacchiera, forse il più grande. Nella sua brevissima parabola, sospesa sull'esile filo che separa la genialità dalla follia, ha incarnato alla perfezione l'essenza del "nobile gioco".
Paul nasce a New Orleans, da una famiglia facoltosa, nel 1837. Ha solo quattro anni quando rivela il proprio straordinario talento. A dodici anni è già il più forte giocatore della Louisiana e, non ancora maggiorenne, si laurea campione degli Stati Uniti con una facilità disarmante.
A quel punto non gli resta che affrontare i più famosi campioni europei, e soprattutto quello che molti considerano il migliore al mondo: Howard Staunton.
A nulla valgono le suppliche della madre, e neppure della sua amata Adele.
L'ambizione di Paul non conosce ostacoli. Come un cavaliere, sprezzante di qualunque premio che non sia la gloria. Morphy parte per la sua missione accompagnato da un ambiguo scudiero, il giornalista Frederick Milnes Edge, lasciando la solatia città natale per smarrirsi nelle nebbie londinesi.
Chi era in realtà Paul Morphy? Quali accadimenti spensero la fiamma del suo genio, inducendolo ad abbandonare per sempre gli scacchi all'apice della carriera, e a ritirarsi in una grigia esistenza di solitudine?  Questo romanzo è il suo memoriale perduto. 
Forse favorito da una curiosa consonanza onomastica, Paolo Maurensig si è calato nel suo personaggio come in un rito della New Orleans più profonda e misteriosa.
Il suo racconto ricostruisce fedelmente le partite, i successi, le incredibili esibizioni di Morphy, e al tempo stesso svela le pieghe più segrete della sua vita, fino al duello dei duelli, la sfida che nessuno ha mai potuto vedere.
Dopo La variante Luneburg, Maurensig firma un nuovo appassionante romanzo che restituisce tutto il fascino del gioco più complesso ed enigmatico che l'uomo abbia inventato, quasi a specchio della vita: dalla mossa di apertura allo scacco matto.

Vi è genialità, poca sregolatezza, molte fissazioni, una vita sacrificata alla ricerca dell'avversario assoluto. Sparito il quale, ogni motivo di continuare a giocare perde di importanza. Una vita alla ricerca della perfezione. Sacrificando tutto. Questa è stata l'avventura umana di Paul Morphy. Da leggere d'un fiato.

sabato 14 gennaio 2023

il pianto delle Troiane


 All'ombra delle mura di Troia, distrutta e depredata, i Greci attendono di tornare a casa con lo sterminato bottino di guerra, donne comprese.
Ma le Troiane, dopo aver pianto i loro defunti, tenteranno di tutto pur di vendicarsi.
Dopo il successo de "Il silenzio delle ragazze", una nuova straordinaria rivisitazione di uno dei più grandi miti della storia classica.
Troia é caduta e i Greci vittoriosi, fremono per rientrare in patria. 
Per farlo hanno bisogno del buon vento per l'Egeo, che tarda ad arrivare... gli Dei si sono offesi poiché il corpo di Priamo giace insepolto e profanato.
I vincitori rimangono così in prossimità della città saccheggiata insieme alle donne che hanno rapito.
La splendida Elena contesa dai due popoli; Cassandra che ha imparato a non essere troppo fedele alle proprie profezie; la testarda Amina, con lo sguardo ancora fisso sulle torri in rovina, determinata a riscattare il proprio Re; Ecuba la ribelle che ulula sulla spiaggia silenziosa, quasi volesse risvegliare i morti; e infine Briseide, che porta in grembo il suo futuro: il figlio del defunto Achille, insieme, stringendo alleanze e facendo leva sulle rivalità degli uomini cercheranno la loro vendetta.

Il mio unico rammarico è stato non aver letto il libro che precede questo bellissimo romanzo, che ne dà significato e che permette una conclusione alla vicenda.
E' un racconto che raccoglie a piene mani, rispettandone la forma, dal mito, dall'immenso racconto di Omero... qui gli Dei sono scomparsi... gli umani restano aggrappati ad essi ma si sentono abbandonati e più di tutti sono le donne a pagare pegno. La narrazione si insinua tra i personaggi più importanti impreziosendo quanto a noi già noto. Da rileggere.

domenica 13 novembre 2022

Salvarsi a vanvera


Autunno 1943.
Secondo un'antica maledizione - inventata di sana pianta e venduta al Comando Tedesco come leggenda popolare - nelle viscere di una miniera di carbone sulla sponda del Rio Fegazza, si nasconderebbe la Salamandra Ignifera Gigante Cinese, capace di folgorare a vista qualsiasi forestiero si avvicini.
Per l'ebreo Mozenic Aràd, che giusto prima delle leggi razziali ha pensato bene di diventare Mesolari Aride, la scoperta casuale del giacimento è l'unica speranza di salvare sé stesso e la sua famiglia.
E così, mettendo insieme una squadra di persone altrimenti destinate a fine certa - una professoressa di liceo, un suonatore di clavicembalo, un fattorino e un numero imprecisato di irregolari che dal giorno alla notte si cucirono addosso il titolo di geologo, minatore, fuochista, carpentiere o artificiere - Aristide comincia a vendere carbone alle milizie, tenendole ben lontane dalla miniera con lo spauracchio della vampa infuocata. 
Finché il maggiore Aginolf Dietbrand Von Appensteiner, comandante di piazza comincia ad insospettirsi.
Dopo la "Vita dispari", Paolo Colagrande ci consegna un romanzo straripante d'intelligenza e di invenzioni.
Pagina dopo pagina, assecondando "l'impostura del destino" , costruisce una bugia grande quanto un intero paese il piano geniale di un pugno di ebrei padani per salvarsi la vita.

Prima di parlare del libro devo, necessariamente, narrare del rocambolesco incontro.
Complice la mia innata curiosità e la passione per la carta stampata, ancora una volta ci casco dentro... e il risultato non delude affatto.
Partecipo ad un corso - obbligatorio - sull'anticorruzione. E in quanto obbligatorio, può essere affrontato in molti modi. Per fortuna, non solo mia, il relatore ha la capacità di attingere da frasi ad effetto per trarne insegnamento. Un metodo difficile da usare, necessita di avere la capacità di collegare con una matita due punti sul foglio e non prendere svarioni mentre - come la matematica insegna - si va da A a B, magari non dalla via più breve e lineare... se non ci si perde in questo percorso allora è fatta.
Morale, il relatore cita un libro e questa frase: " Mio babbo Aràd viveva di sospetti più che di speranze. Le speranze hanno tutta una loro trama volatile, un fraseggio di aurore vaporose, sogni, comete e canzonette... che pretendono l'universo. I sospetti invece, camminano rasoterra, parlano stonati; e dell'universo si accontentano di una stanza, un magazzino o un ripostiglio.
Ecco, sospetti e speranze coronano l'umano condurre... ieri come oggi come... domani. 
E questo barcamenarsi nel rapporto con sé stessi e con gli altri, mediare con l'incompreso rende tutto il vivere su un piano scivoloso..
"Con così pochi elementi si può solo lavorar di fantasia o di intuito, per chi ne ha, oppure di malinteso, che diventa una specie di oracolo girato all'indietro per raddrizzare il presente ai gusti e alla convenienza.

Era come se girassero intorno a un bersaglio per prendere meglio la mira. Quale fosse il bersaglio però non si poteva capire.

... con l'idea che il passato di un uomo di quattro anni è sempre un passato prossimo,  recuperabile quasi come un presente, basta raccogliere i pezzi lasciati per strada poco fa.

L'idea era di smarcar la burocrazia e scrivere al ministro in persona, poi stare a vedere, senza aspettative perché le aspettative non si avverano, si avvera solo l'inatteso, per legge fisica.

La parola domani è stata inventata da adulti ignoranti e un po' depravati, oltre che irresponsabili, perché sappiano benissimo che in natura il domani non c'è, è solo un espediente pratico, merce dozzinale da vendere a chi ha voglia di cascarci. Infatti non lo trovi da nessuna parte. Trovi molti ieri, in giro, dove si accumula un arretrato pesante, e guardando i tuoi passi per terra c'è sempre un adesso che é meglio non considerare neanche perché l'adesso è un animale mordace e lunatico.

E il panico che riporta l'uomo alla sua stupidità d'origine, può contribuire ad una reazione a catena distruttiva.

Avrebbe potuto dire due o tre volte tanto... ma il ragionevole non persuade, sa di arrotondamento ruffiano. Moltiplicando per 50 nessuno sospetta la fandonia... mio padre era capace di trovare numeri secondo le regole della vanvera e dell'esagerazione, che si muovono su piani opposti: l'esagerazione scuote, la vanvera addormenta, ma insieme fanno una bella mescola.

Il silenzio è solo una rete mimetica, un impianto di scena con tutto un riverbero rumoroso di comunicazione superflua, Anche la felicità è merce falsa, come il silenzio, per non parlare della libertà, non presente in natura ma sintetizzabile chimicamente in una specie di surrogato di utopia.

Insomma, autentiche perle di saggezza sparse qua e là in una storia che, potrebbe apparire assurda, se la realtà non superasse la fantasia... sbaglio? Quindi occorre leggere il libro, scoprire che oltre alla trama, vi è un mondo, che è fatto di sospetti e speranze e soprattutto di parole. Su cui ognuno può costruirci ciò che vuole... a suo rischio e pericolo. Assolutamente uno dei migliori libri di quest'anno.

venerdì 23 settembre 2022

Mattatoio n. 5


 Mattatoio n. 5 é la storia semiseria di Billy Pilgrim, un americano medio, un uomo qualunque con però l'eccezionale capacità di passare da una dimensione spaziale all'altra senza essere in grado di impedire la cosa, può trovarsi ora a Dresda durante la Seconda Guerra Mondiale, ora nello zoo fantascientifico di Tralfamadore dove è esposto come esemplare della razza umana.
Ma Mattatoio n. 5 è anche uno dei più importanti libri contro la guerra che siano mai stati scritti, autentica pietra miliare della letteratura antimilitarista.
Kurt Vonnegut trae ispirazione dalla sua personale esperienza bellica quando, fatto prigioniero dai nazisti, ebbe la ventura di assistere alla distruzione di Dresda, la Firenze del Nord, da parte deli Alleati.
Fu testimone di uno dei più terribili bombardamenti della Storia, sopravvivendo grazie al suo osservatorio molto particolare: una grotta scavata nella roccia sotto un mattatoio, adibita a deposito di carni, nelle viscere della città.
Quando alla fine uscì allo scoperto al posto di una delle più belle città del mondo c'era un ondulata distesa di macerie sopra un numero incalcolabile di morti.
L'unico modo per narrare questa esperienza, di per sé assolutamente indicibile, pare allora per Vonnegut quello visionario e di una comicità paradossale che sa affiancare con maestria sorriso e dolore, grottesco e leggerezza della fantasia.

Da tempo volevo leggere questo volumetto. Certamente mi aspettavo altro, di meglio e di più... una via di mezzo tra il comico, il Candido, la fantascienza, qualche momento di follia... la storia ha una logica, ma il metodo lascia a desiderare e le ripetizioni "Così va la vita" alla lunga stancano.

martedì 9 agosto 2022

La storia seguente


Una mattina Herman Mussert, grande erudito e amante di quella letteratura classica che ha insegnato per tutta la vita, si sveglia con sua sorpresa in una camera d'albergo a Lisbona, quando la sera prima si era addormentato nel suo letto ad Amsterdam.
Come mai, cos'é accaduto, é realtà o sogno, é davvero sé stesso oppure è un altro, quell'uomo che si alza e va a guardarsi allo specchio, un altro che ha le sue fattezze e i suoi ricordi?
E' con questo allettante inizio che Nooteboom ci introduce in una di quelle storie che, come dice Borges nell'Aleph, sono riferibili solo per metafore, perché si compiono in una dimensione in cui il tempo non esiste, in quell'incommensurabile fessura in cui avviene il passaggio dalla vita alla morte in quell'attimo che separa l'essere dal non essere.
Metafore e miti che il pane quotidiano di quel professore di liceo che somiglia a Socrate, che ha per Bibbia le Metamorfosi di Ovidio e scrive guide turistiche firmandosi Strabone.
E forse non è un caso se si trova in quella stanza d'albergo: è da lì, dove vent'anni prima ha vissuto il suo unico amore, che deve cominciare il suo pellegrinaggio nei ricordi, "come un pio uomo medievale, in tutte le stazioni in cui è passato aveva un volto": la storia della sua passione per la bella Maria Zeinstra, il tentativo di salire come Fetonte, sul cocchio della vita vera, fino a vedersi fuggire dalle mani destini imbizzarriti, le lezioni appassionate, Lisa d'India, l'allieva preferita, le passeggiate per Lisbona sulle orme di Slauerhoff e Pessoa.
E non è un caso se è da lì, da quella città che è "tutta un addio" che parte la nave del suo ultimo viaggio, per solcare le scure acque dell'oceano, verso l'aldilà.
In un onirico sovrapporsi di storie, ricordi, immagini, da borgesiano "tessitore di simboli", Nooteboom ci ripropone miti che parlano di noi, si interroga sulle metamorfosi dell'io, sull'enigma del tempo, riesce a sospendere quell'impercettibile frazione di secondo che dura la morte, raccontando la vita.

Se decidete di leggere questo breve romanzo, (diviso in due parti, quasi come un film in due tempi) resterete stupiti della capacità dell'autore di portarvi dove vuole... usando sapientemente le parole, i discorsi, i bisbigli, le intuizioni, trasforma una banale storia d'amore e di corna, in qualcos'altro... in una tragedia umana, in un mito che travalica il tempo e che la morte non può comunque fermare. Poesia.