Denis Villeneuve completa qui il dittico iniziato nel 2021, e lo fa portando Herbert oltre la pagina scritta. Se il primo film era iniziazione, questo è consacrazione - e caduta. Paul Atreides diventa Muad'Dib, il messia che cavalca i vermi delle sabbie, ma Villeneuve non ci offre un eroe: ci mostra un uomo intrappolato nella propria mitologia.
Sociologicamente, è cinema raro. Il film smaschera i meccanismi del fondamentalismo religioso e del colonialismo con una lucidità che manca a gran parte della fantascienza contemporanea. I Fremen non sono il "popolo nobile" che attende la liberazione: sono un'arma che Paul affila consapevolmente, manipolando la loro fede Bene Gesserit per una jihad galattica. Chalamet interpreta questa ambiguità con sguardi che oscillano tra visione messianica e rimorso, mentre Zendaya - finalmente protagonista - incarna la coscienza critica che il film nega al suo "eroe".
Visivamente, Villeneuve raggiunge vette kubrickiane: l'arena Harkonnen in bianco e nero sotto un sole nero è puro espressionismo, le cavalcate sui vermi sono sublime comunione tra uomo e natura aliena. La fotografia di Greig Fraser trasforma Arrakis in un personaggio, ostile e sacro.
Dove il film vacilla è nel ritmo: la seconda ora perde mordente, schiacciata tra battaglie spettacolari ma prevedibili. E la complessità politica di Herbert viene talvolta sacrificata sull'altare dell'azione.
Ma Villeneuve ha compiuto l'impossibile: ha trasformato un tomo filosofico in blockbuster che pensa. Dune: Parte Due è fantascienza adulta che usa il genere per interrogarci sui pericoli del carisma, sulla violenza insita in ogni rivoluzione, sul prezzo del potere.

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