mercoledì 19 giugno 2013

La lucina



Dopo averlo terminato ho letto alcuni commenti su questo libro e li ho trovati di una profondità tale da gettare nuova luce sulla mia ignoranza.

Avevo pensato di non scrivere nulla. Tuttavia, poiché al cospetto di un’opera d’arte non può mancare qualcuno che ammetta di non comprenderla, eccomi qua.

Le poche certezze:

Parte come un inno alla vita, straripante e inarrestabile nella sua manifestazione naturale, ma non lo è. Le descrizioni della natura, frenetica e soffocante, suggeriscono che vita e morte sono indissolubili, con una netta predilezione per la seconda. Dal loro furioso alternarsi non uscirà un vincitore, tantomeno l’uomo (impossibile non cogliere il parallelo tra il marciume vegetale e il disfacimento della carne).

L’assenza di nomi e date conferisce alla vicenda un che di irreale, non collocabile nello spazio e nel tempo. Sebbene la narrazione sembri suggerire che il protagonista viva in quel luogo già da tempo, tanto da riconoscerne i minimi cambiamenti stagionali, col procedere della vicenda appare chiaro che si tratta di un solo arco temporale, un solo viaggio verso l’inverno.

Fin qui tutto bene.

I primi dubbi assalgono di fronte all’atteggiamento con cui il protagonista vive alcune situazioni spiazzanti - inspiegabili per i più - portandoci a sospettare che non si tratti di semplice accettazione, bensì di condivisione di una certa condizione.

I dubbi divengono certezze quando altri personaggi parlano a chiare lettere di vita e morte, facendo affermazioni inequivocabili sul conto proprio e altrui.

Tutte le (poche) certezze crollano nelle ultimissime pagine, con un cambio di io narrante così sottile da non essere subito riconoscibile, ed un finale che – fustigatemi – non ho capito.

Leggerò altri libri di Moresco, ma non ora.



Questo post è un contributo di Ezia, ospite del mio Blog.


Referendum? no, grazie.