come uccidere una leggenda (letteralmente)
Dopo venticinque film e sessant'anni di martini shakerati, donne conquistate e villain sconfitti, la saga di James Bond ha finalmente fatto qualcosa che nemmeno Blofeld era riuscito a fare: ha ammazzato 007. E non in senso metaforico, eh. Proprio morto. Kaputt. Defunto. Il franchise ha deciso che Daniel Craig meritava un'uscita di scena memorabile e, beh, bisogna ammettere che i matti fanno sempre le cose alla grande.
La trama (senza troppi spoiler, ma insomma...)
Bond si è ritirato in Giamaica a godersi la pensione - cosa che dura esattamente il tempo di un mojito, perché un agente della CIA (il sempre simpatico Jeffrey Wright) viene a bussare alla porta. C'è un nuovo cattivo, Safin (Rami Malek), che ha rubato un'arma biologica programmabile più pericolosa di un gruppo WhatsApp di complottisti. E naturalmente c'è Madeleine (Léa Seydoux), l'amore della vita di Bond, che nasconde più segreti di un hard disk di un politico.
Il buono, il brutto e il morto
Daniel Craig chiude la sua era bondiana con una performance che oscilla tra lo stoicismo britannico e l'espressività di un uomo che sa di dover ancora girare altre sei ore di inseguimenti. Ma funziona. Il suo Bond è stanco, incazzato, emotivamente disponibile (che shock!), e persino capace di fare il padre - ruolo per cui è preparato quanto un pescatore per scalare l'Everest.
Le scene d'azione sono spettacolari: Cuba regala una sequenza degna dei migliori 007, con Ana de Armas che ruba la scena in quindici minuti facendo più danni di un elefante in una cristalleria. Peccato sparisca subito dopo, probabilmente perché il film durava già quasi tre ore e qualcuno doveva pur essere sacrificato.
Rami Malek interpreta il villain con l'intensità di chi ha studiato recitazione al metodo Hannibal Lecter, ma la maschera sul viso gli dà l'aspetto di uno che ha esagerato con i peeling. Il suo piano malvagio è complesso quanto un manuale IKEA in giapponese, ma in sostanza vuole sterminare milioni di persone perché... ha avuto un'infanzia difficile. Originale come un reboot di Spider-Man.
E poi Bond muore. Davvero.
Sì, avete letto bene. Dopo sessant'anni di proiettili schivati, esplosioni sopravvissute e cadute da altezze impossibili, 007 tira le cuoia. Muore in un'esplosione di missili mentre salva il mondo dall'arma biologica. Niente fuga last-minute, niente falsa morte, niente "ah ma era tutto un piano". Proprio morto.
È una scelta coraggiosa o masochista? Probabilmente entrambe. Ma bisogna riconoscere che i matti fanno sempre le cose alla grande, e chiudere una saga facendo letteralmente esplodere il protagonista è certamente... grande. Craig ha ottenuto quello che voleva: un'uscita definitiva, irreversibile, emotivamente devastante.
Il finale ti lascia lì, davanti allo schermo, con la scritta "James Bond will return" che appare mentre tu pensi: "Sì, ma come? Lo clonano? È un multiverso? Arriva Bond zombie?"
Verdetto finale
"No Time to Die" è un film ambizioso, emotivo, a tratti troppo lungo (168 minuti sembrano un'eternità quando sai come va a finire), ma indubbiamente memorabile. Cary Joji Fukunaga dirige con stile, la fotografia è magnifica, la colonna sonora di Hans Zimmer fa il suo lavoro.
È il miglior film di Bond? No. È il più coraggioso? Probabilmente sì. È strano vedere 007 morire? Stranissimo. Ma almeno se ne va in grande stile, fedele al motto che i matti fanno sempre le cose alla grande.
Voto: 7.5/10
Tre martini shakerati su quattro. Uno in meno perché Bond non si meritava di morire, si meritava di ritirarsi a fare il sommelier in Giamaica.
Consigliato a: Fan della saga pronti a dire addio a Craig, amanti delle spy-story epiche, e chiunque voglia vedere come si ammazza un'icona cinematografica con classe.
Sconsigliato a: Chi pensa che Bond sia immortale, chi odia i finali tristi, e Pierce Brosnan (che probabilmente ha urlato "IO SONO VIVO!" guardando i titoli di coda).

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