Ci sono stati tempi in cui sembrava che tutto dovesse cambiare. Erano tempi, quelli degli anni settanta, in cui il vento del '68 non si era ancora (dis)perso e tutto era in discussione. Rapporti, modi di pensare, autorità... niente era immune da questa voglia di ri-pensare le cose, c'era, ed era difusissima, una voglia e allo stesso tempo una necessità di rinnovamento che investiva tutti i campi, anche l'alpinismo.
Questo racconta il libro che ho appena finito di leggere.
La poesia di Gian Piero Motti traspare in ogni pagina, molto autoironico, duro contro certi modi di vedere e vivere la montagna: dall'approccio di massa alla mitizzazione del gesto di certi personaggi dello sport.
Le pagine più belle le dedica ai suoi monti, a Torino, alla sconfitta di un certo modo di intendere la natura e le montagne che rappresentano ancora l'avventura.
Le pagine più belle le dedica ai suoi monti, a Torino, alla sconfitta di un certo modo di intendere la natura e le montagne che rappresentano ancora l'avventura.

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