venerdì 7 maggio 2021
La settimana bianca
giovedì 6 maggio 2021
Una terra promessa
In questo libro attesissimo, Barack Obama racconta in prima persona la propria incredibile odissea, da giovane alla ricerca di un’identità a leader del mondo libero, e descrive con sorprendente ricchezza di particolari la propria educazione politica e i momenti più significativi del primo mandato della sua storica presidenza, un periodo di profonde trasformazioni e sconvolgimenti. Obama accompagna i lettori in un viaggio appassionante, dalle iniziali aspirazioni politiche fino alla decisiva vittoria nel caucus dell’Iowa – che ha dimostrato la forza dell’attivismo civile – e alla memorabile notte del 4 novembre 2008, quando è stato eletto 44° presidente degli Stati Uniti, diventando il primo afroamericano a ricoprire la più alta carica della nazione. Riflettendo sulla presidenza, Obama propone una acuta e inedita esplorazione delle grandi possibilità ma anche dei limiti del potere, e apre nuovi scorci sulle dinamiche del conflitto politico americano e della diplomazia internazionale. Ci conduce fin dentro lo Studio ovale e la Sala operativa della Casa Bianca, e poi a Mosca, Il Cairo, Pechino, e oltre. I lettori scopriranno ciò che Obama pensava mentre nominava i suoi ministri, fronteggiava la crisi finanziaria globale, si confrontava con Vladimir Putin, superava difficoltà all’apparenza insormontabili per ottenere l’approvazione della riforma sanitaria, si scontrava con i generali sulla strategia militare in Afghanistan, intraprendeva la riforma di Wall Street, rispondeva al disastro ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, e autorizzava l’operazione Neptune’s Spear, che ha portato alla morte di Osama bin Laden. Una terra promessa è un libro straordinariamente intimo e introspettivo. È il racconto della scommessa di un uomo con la Storia, della fede di un coordinatore di comunità messa alla prova della ribalta mondiale. L’autore si esprime con franchezza sulla difficoltà di far convivere il ruolo di candidato nero alla presidenza, il peso delle aspettative di un’intera generazione mobilitata da messaggi di «speranza e cambiamento», e la necessità di essere moralmente all’altezza delle decisioni cruciali da prendere. Descrive apertamente le forze che si sono opposte a lui negli Stati Uniti e nel mondo; spiega come la vita alla Casa Bianca abbia condizionato la moglie e le figlie; non esita a rivelare dubbi e delusioni. Eppure non smette mai di credere che, all’interno del grande e ininterrotto esperimento americano, il progresso è sempre possibile. Con grande efficacia ed eleganza di stile, questo libro sottolinea la strenua convinzione di Barack Obama che la democrazia non è un dono ricevuto dall’alto, ma si fonda sull’empatia e sulla comprensione reciproca, ed è un bene da costruire insieme, giorno dopo giorno.
Sono pagine fitte fitte, quelle proposte da questa autobiografia del 44° Presidente degli Stati Uniti, nonché primo di colore, nonché Premio Nobel per la Pace, nonché tante altre cose. Un momento storico quello vissuto dagli States, cosa che faceva ben sperare, sino a che non si è manifestato il ciclone Trump... con la sua vergognosa gestione, con la altrettanto e ancor peggio conclusione, degna di un regime fascistoide... a dimostrazione che il genere umano, per quanto possa andare avanti, appena si distrae, credendosi immune a certi eventi, ci ricasca dentro in pieno... Ma leggiamoci le bellissime pagine di questo lungo testo (a cui probabilmente ne seguirà un altro) e godiamoci da vicino la politica, i suoi retroscena... viviamo direttamente sul più alto scranno del potere mondiale tutti gli avvenimenti. Ottima lettura.
"La maggior parte di questi leader manteneva il potere attraverso una vecchia formula: limitata partecipazione ed espressione politica, intimidazione pervasiva e sorveglianza da parte della polizia o dei servizi di sicurezza, un sistema giudiziario malfunzionante e insufficiente tutela del giusto processo, elezioni truccate (o inesistenti), un esercito radicato nella vita civile, una pesante censura della stampa e una corruzione inarrestabile".
"Per almeno mezzo secolo la politica statunitense in Medio Oriente si era concentrata rigorosamente sul mantenere la stabilità, evitare interruzioni ai nostri rifornimenti di petrolio e impedire a potenze nemiche (i sovietici prima, gli iraniani poi) di estendere la loro influenza. Dopo l'11 settembre, aveva avuto la priorità la lotta al terrorismo. Nel perseguire ognuno di questi obiettivi avevamo fatto degli autocrati i nostri alleati. Erano prevedibili, dopotutto, e impegnati a tenere sotto controllo la situazione, Ospitavano le nostre basi militari e collaboravano con noi nella lotta al terrorismo. E, ovviamente facevano un sacco di affari con le nostre multinazionali".
Racconti di caccia
La caccia che viene narrata da Rigoni Stern in questi quattordici racconti non è un hobby o uno sport, è una passione. È una lotta contro se stessi, contro la fame, la stanchezza, il sonno, il freddo, sapendo che bisogna essere giusti al momento giusto, perché alla base c’è un rapporto non tanto con l’animale, quanto con il selvatico, la preda.
venerdì 30 aprile 2021
Tre storie extravaganti
Sono tre storie curiose, fuori dal comune, ma tutte rigorosamente vere. La prima storia è ambientata nel '300 e riguarda una famiglia fiorentina potentissima dall'intensa attività finanziaria. Andati a picco per insolvenza della corona inglese cui avevano prestato somme ingentissime, ne combinano di tutti i colori: si danno a intrighi politici, al brigantaggio, agli omicidi, all'attività di falsari. La seconda storia riguarda una truffa clamorosa che, intorno alla metà del '600, ebbe come protagonisti alcuni nobili liguri. Nell'ultima storia Cipolla si sofferma su un'opera apparsa nella seconda metà del '600 in Francia, "Le parfait négociant", una sorta di Bibbia del commercio e delle frodi relativa ai vari paesi d'Europa.
Sulla collina nera
Questo romanzo è la storia della lunga
vita di due gemelli identici. Lewis e Benjamin Jones per ottant’anni mangiano
lo stesso cibo, indossano gli stessi vestiti, dormono nello stesso letto,
roteano l’ascia con lo stesso gesto. Vivono in una fattoria chiamata «La
Visione», posta sulla linea che separa il Galles dall’Inghilterra, in una
natura aspra e scarsamente abitata. Se osservata da vicino, la loro esistenza è
folta di avvenimenti, spesso crudeli e violenti, ma tutto si svolge entro un
raggio di dieci miglia dalla fattoria. I due gemelli non possono abbandonare
quella casa e quei luoghi come non potrebbero separarsi fra loro. Un cerchio
magico stringe le loro vite, e all’interno di esso si ripercuotono, in un’eco
stravolta, gli eventi del mondo. Tutto ciò che viene da fuori – siano le due
guerre mondiali o anche i nomi di Buddha o di Gheddafi – appare come sulle
lastre di una arcaica lanterna magica. All’«era moderna», di cui talvolta
percepiscono i segni, Lewis e Benjamin volgono testardamente le spalle. Chiusi
in una loro primordiale innocenza, legati alla terra e al proprio doppio da un
vincolo biologico, posano sulla vita uno sguardo stupefatto e malinconico, ma
non lo sanno neppure, tanto sono occupati dal ciclo delle faccende della
fattoria.
Bruce Chatwin ha scelto di questo suo
terzo libro una via opposta a quella di In Patagonia e
del Viceré di Ouidah. Al centro, ancora una volta, è un effetto di
lontananza: ma non più evocato dall’esotismo, dalla distanza nello spazio; qui
è uno scarto temporale, forse ancora più imponente, che si manifesta entro i
confini di un piccolo spazio immutabile. Leggiamo questo romanzo, più vicino a
Hardy che a Hudson, con uno sconcerto che diventa fascinazione: ogni dettaglio ha
una vivezza allucinatoria e, a mano a mano che procediamo, ci sentiamo
inghiottiti dalla vita circoscritta dei due gemelli come fosse un buco nel
tempo che sbocca lontanissimo, forse in un luogo oscuro e silenzioso dove si
dividono come due valve di una conchiglia le identità di Lewis e Benjamin,
destinate a specchiarsi per sempre una nell’altra.
Sulla collina nera è apparso per la prima volta nel 1982.
Quanto siamo maledettamente lontani dalla prosa a cui
Chatwin, ci aveva abituati... penso a "In Patagonia" naturalmente, o
a "Che ci faccio qui?"... testi che
ognuno di noi conosce, testi di formazione, di viaggio, di introspezione di
fronte al diverso, al nuovo, all'incompreso...
Cosa che ahimè non riesce in questa occasione...
l'idea, peraltro già usata da altri, di non far muovere il/i personaggio/i ma
di farli viaggiare nel tempo mentre il loro spazio resta immutabile qui non
decolla... forse perché i gemelli (i due protagonisti) fondamentalmente non si
parlano, non si capiscono, si ostacolano, svolgono due vite parallele che nulla
permea... certo si vogliono bene, ma è un bene che non permette di far volgere
al bello la loro vita... piuttosto a renderla stabile, economicamente, senza
trambusti... come quei matrimoni senza sale e pepe, che resistono a tutto e
tutti forse per autentica mancanza di fantasia, di voglia di alternativa, di
comodità... siamo così agli antipodi rispetto a capolavori quali "Stoner" di John Williams, ed è un
peccato, perché da Chatwin, vero viaggiatore ci si aspetta molto di
più...






