domenica 21 ottobre 2018

Ma l'amore no.


"Sembra di vederlo davanti a noi, lo straordinario cronista di questo libro.
Lunghetto, magro, due gambe smilze, orecchie a sventola, capelli corti colo ciuffo, occhi curiosi che scrutano il mondo dei grandi, allegro, un po' timido e un po' prepotente.
Ha sette anni Giovanni.
E ha cinque donne: la madre, la nonna e tre zie.
Vive in una piccola città piemontese, lungo il Po, un puntolino dentro l'Italia devastata prima dalla Guerra e poi dalla Guerra Civile, un incubo, una maledizione che sembra non finire mai.
Con lo sguardo in apparenza neutrale dei bambini, Giovanni fotografa eventi, personaggi, emozioni, paesaggi e dialoghi di tre anni cruciali della nostra Storia, dal febbraio 1943 al dicembre 1945, anni ancora vicinissimi alla vita di oggi come provano le passioni che continuano a dividere gli italiani.
Giovanni vede molte cose: la sua città dilaniata dal fascismo di Salò, la caccia all'uomo tra le milizie nere e le bande partigiane, l'agonia della Repubblica di Mussolini, la violenza dei vincitori, il tormentato ritorno alla democrazia.
Quando tutto sembra finito, una terribile profezia dettata dai tarocchi che la mamma aveva cancellato dalla memoria, si avvera all'improvviso.
E' un delitto politico che devasta la normalità famigliare di Giovanni.
E fa irrompere nel racconto una vicenda vera, un fatto di sangue scomodo e dimenticato perché testimonia l'esistenza di una brutale resa dei conti anche dentro la sinistra, un mistero che qui viene sottratto al buio che l'ha coperto per cinquant'anni e finalmente risolto.
Ma l'amore no è la prima opera narrativa di Giampaolo Pansa dopo tanti saggi di ricerca storica e di polemica politica, diventa così un romanzo verità sorprendente". (tratto dal libro). 

 
 
Un ragazzino di 6 anni si fa testimone di un periodo storico tra i più travagliati della Penisola.
Dal 1943, quando il Fascismo comincia a perdere colpi, sino al 1945 con il crollo della Repubblica Sociale e la vendetta dei comunisti. In mezzo, la quotidianità, la fame, il freddo, i bombardamenti e la guerra, il mercato nero, la disperazione delle donne e la lontananza degli uomini.
Un romanzo ben scritto che ricalca tanti testi di Pansa, scritti però in chiave documentaristica.
 

martedì 16 ottobre 2018

Gita autunnale al Veglia

 
Fedele al sottotitolo postmoderno, che apre la pagina di questo blog, ho provato a scrivere un racconto di montagna in modo diverso dal solito. Lo faccio con uno spunto riscontrato sulla recensione di un libro di prossima pubblicazione, ove si afferma che "è sempre molto difficile essere reali quando si racconta la realtà".
E' difficile innanzitutto nei propri confronti. La mente è una brutta bestia. Non vuole deluderci e riesce così a farci ricordare ciò che ci valorizza, dimenticando, banalizzando o semplicemente nascondendo sotto il tappeto della memoria ciò che provoca disagio, dispiacere, o semplicemente non ci rende (dal nostro punto di vista) adeguata giustizia.
Ancora più banalmente, la stessa vicenda verrà ricordata, raccontata e vissuta in modi totalmente diversi a seconda dell'interlocutore.
 
Prendiamo il caso di questa gita autunnale all'Alpe Veglia.
 
Racconto numero 1: E' quello pubblicato sul sito Hikr.org spazio dedicato all'alpinismo, alle cime, a chi, come me, ha questa passione. Qui la retorica alpina appare fuori luogo. Descrizione del percorso, della meteo, delle difficoltà e di come superarle, dell'esito della gita. Suggerimenti tecnici, a volte pensieri personali (pochi).

 
 
Racconto n. 2 - Facebook: Questo è uno spazio di non addetti ai lavori. E' il bar, il posto di lavoro, il luogo del cazzeggio… qui molti guardano le foto, altri vogliono solo sapere dove sei andato, altri hanno una scusa per divagare o per salutarti... che stai a raccontare? Occorre sintesi, oppure una piccola poesia? (troppo sdolcinato), oppure descrivi il senso del bello… insomma, mica facile lasciarsi andare… almeno per me.
 

 
 Racconto n. 3 - Questo blog: Qui le cose si fanno complicate. Il racconto è filtrato dalle sensazioni. Quindi non troverete mai la verità, troverete la mia verità, quella che emerge dall'aver goduto appieno delle aspettative oppure delle delusioni… verità che saranno di conforto a quanto visto e sentito. Viene quindi da chiedersi ancora una volta: esistono fatti? no. Esistono interpretazioni. In ossequio a Nietzsche ed al pensiero post moderno. Non è un caso che la fenomenologia, l'affermare che i fatti accadono in nostra assenza mentre noi ne diamo conto alla nostra mente, in un rimando continuo per niente semplice e per nulla scontato, con il risultato di ottenerne mere interpretazioni, non è cosa priva di fondamento.

 
 Arriviamo alla gita di sabato scorso. Cosa ho realmente vissuto? un momento di relax? un momento di sport? una fuga dal quotidiano? l'essere insieme a chi voglio bene? A seconda dei casi, tutte queste cose insieme… e poi ancora, il colmare il desiderio di scoprire cose nuove, la necessità di confermare certezze (la montagna, l'autunno, la forma fisica, la passione per la vita all'aria aperta)… e potrei continuare così per ancora molte righe.
 
 
Domanda. Ma dove andiamo a parare? Una bella giornata lo è anche in nostra assenza. Sta a noi riempirla. il come ed il perché è tutto a nostro carico. Un suggerimento? Non esageriamo mai con le aspettative… quelle fregano.


 
Sarebbe oltremodo ingiusto, dopo questo pippotto, non parlare della gita fatta. Poche ore in cui mi sono sentito in pace con me stesso e con il mondo, immerso in un ambiente che adoro. Lascio a voi ed alle immagini proposte ogni commento. Mi limito a donarvi questa passione sperando di tirarvi dalla mia parte.
 

Ad esempio: la maestosità della montagna di fronte alla piccolezza dell'azione umana. Riesco a farla cogliere con questa foto? Spero di si.

Cosa è un bivacco, se non un riparo in un ambiente ostile, un piccolo spazio chiuso, quasi materno, ove rifugiarsi? Non è forse un ritorno al grembo originario di tutto? Alla culla? Non è la certezza (piccola) di fronte all'immenso... certo meno storto sarebbe meglio :)



venerdì 12 ottobre 2018

Smoke - Fumo

Un uomo morto forse ammazzato. Il giudice che deve decidere sul suo testamento morto pure lui. Chi li ha uccisi e perché? Con un piccolo trucco, che ha a che fare con il fumo (smoke) reale e fatto di finzione… seguiamo un ragionamento capace di svelare la verità e far emergere nel contempo piccole meschinità e grandi azioni di coraggio e amore. Bellissimo breve racconto di una realtà americana ora scomparsa.
 
"L'immaginaria contea di Yoknapatawpha, con la sua capitale Jefferson, è per William Faulkner un universo totale e insieme disperso, nato da uno scatto sentimentale della memoria, ma subito profondamente segnato dai fantasmi molto inquietanti dell'inconscio.
Plasmata sulla natia contea di Oxford, Missisipi, in essa lo scrittore rivive quasi per una condanna gli esiti della tragica epopea di disfacimento degli Stati del Sud dopo la Guerra di Secessione, con quella miscela di nostalgia e disprezzo, esecrazione e torbida attrazione, amore e odio, tipica di chi non riesce a divellere le proprie radici, e le avverte come un peso insopportabile , in cui tuttavia si annidano le sue più profonde ragioni di vita.
Se Gabriele d'Annunzio era riuscito a trasformare il suo Abruzzo selvaggio in motivo e palcoscenico di una debordante gratificazione estetica, Faulkner non poté mai altrettanto col suo Mississipi: troppo evidenti e dolorose erano le piaghe inferte dalla storia a quel popolo, e troppo difficile non ritrovarle pressoché intatte in sé stesso.
Fu forse cos^ che quest'uomo profondamente e nevroticamente sudista  si reinventò come scrittore volontaristicamente europeo, affidando alla letteratura il compito di stabilire quelle distanze che la vita non sapeva istituire.
E' a questa reinvenzione, concepita e consumata in un breve giro di anni, che si devono i suoi capolavori, frutto di un limitato periodo di straordinaria creatività.
Qui infatti la violenza cieca, le disuguaglianze sociali, le lotte razziali, il disfacimento delle grandi famiglie, il vacuo vagheggiamento di un'età dell'oro brutalmente spezzata dalle divise blu dei nordisti, tutte stimmate realissime di quel che restava della civiltà del Sud, si incarnano in una scrittura fatta di salti e deragliamenti continui, innervata da un "flusso di coscienza" di evidente provenienza joyciana, salsata nei piani temporali e nei registri espressivi.
Ed è proprio dal contrasto fra la brutalità ora esternata ora primordiale dei contenuti e il raffinato quanto disperato straniamento delle forme, che si sprigiona  la suggestione particolarissima e irripetibile di queste opere, garanzia certa della preminenza di Faulkner nella letteratura americana del Novecento". (tratto dal libro).

il nuovo che avanza

"La grande città come trionfo dell'inessenziale sull'essenziale, dell'artificiale sul naturale, del superfluo sul necessario.
E' il sottile filo (di divertimento angoscioso, di stralunato humor) che attraversa il libro di Michele Serra, qui alla sua prima prova di narratore.
Una serie di racconti sugli inganni del moderno visto come luogo degli equivoci, come continua sottrazione di senso alla vita quotidiana, che conferma, come ha scritto Tullio De Mauro, la sua felice capacità di catturare in anteprima quelli che solo molto tempo dopo altri avvertono come intollerabili luoghi comuni". (tratto dal libro).
 

Quando apparve questo libro, non ero ancora tante cose.
Non ero sposato. Non avevo un lavoro vero e proprio. Ero ancora molto a sinistra (poi questa cosa mi sarebbe passata) andavo ancora - seppur a singhiozzo - a scuola, ero andato al Festival di Cuore e girato in Emilia e dintorni quasi come Kerouac…
Letto oggi, Michele Serra, non riesce a dirmi le stesse cose, o meglio non riesce a farmele assaporare come allora. Ma d'altronde è noto che, non si attraversa due volte lo stesso fiume. La seconda volta si passa dal ponte… almeno non ci si bagna i vestiti.

sabato 6 ottobre 2018

Affreschi della Chiesa San Giorgio

Appassionato di arte, di storia, della mia terra, di religione… in passato avevo indagato la Chiesa di San Giorgio a Varzo, qui e qui oramai oltre vent'anni or sono… a distanza di tempo, le cose cambiano e in particolare gli affreschi illustrati in questo post sono stati oggetto di un bellissimo restauro che li ha riportati alla loro condizione originale. Approfittando di una visita, ed avutone notizia, faccio un giro per ammirarli. Ve li rappresento.
 

 
 

mercoledì 3 ottobre 2018

Joel e Ethan Coen

Che dire dei due folli fratelli del cinema americano? Questo piccolo libro, edizione "il Castoro Cinema" ce ne dona alcuni spunti. Da Arizona Junior, Barton Fink, Fargo, Mister Hula Hop, il grande Lebowski, Fratello dove sei?, L'uomo che non c'era… sino ai più recenti, anche se non citati nel testo: Non è un paese per vecchi, Ave Cesare, A proposito di Davis, Burn After Reading… e via discorrendo… se non conoscete lo sguardo dissacratore dei Coen, vi manca certamente un pezzetto di storia americana ed uno della più recente storia del cinema. 
 
 
"Joel e Ethan Coen nascono a Minneapolis rispettivamente nel 1954 e nel 1957.
Sono i fratelli terribili del nuovo cinema americano: freddi e razionali ma con una sotterranea vena di follia, fanno un cinema - pastiche che gioca con gioca con i generi classici, dissacrando miti e icone della cultura americana e regalandoci acute riflessioni sulle immagini, la finzione, l'umana stupidità e l'illusorietà del mondo". 

domenica 30 settembre 2018

The Nun

 
Non si sa se ridere o piangere, per descrivere questo nuovo episodio della serie horror capitanata dai coniugi Warren e che, dopo le bambole (Annabelle), entra in convento per svelare i retroscena delle visioni di Lorraine già viste nei precedenti racconti.
Siamo in Romania, 1952 dopo la Guerra, un convento maledetto, suore terrorizzate che si tolgono la vita, un demone risvegliato, un prete accompagnato da una novizia e da un bellimbusto franco-canadese indaga.
Cosa funziona? Cosa non funziona affatto?
La trama è risibile, vecchia, stantia, puzza di muffa peggio del monastero.
Gli effetti speciali… ancora e sempre quelli… muffi, vecchi, peggio dei morti nel cimitero.
Il demone... vecchio, muffo, penoso. Già visto, della peggiore iconografia, lento, inutile, rabbioso senza motivo… in una parola: noioso.
Quindi? Cosa ci rimane? L'ambientazione all'esterno è notevole. Il monastero è bello. Gli interni sono bui, incomprensibili, non creano suspense, non hanno appeal… Insomma, non ci si aspetta niente che non sia già evidente.
Ecco, si, un commento mi pare appropriato, e non è il mio: "Film brutto. Pare la mummia".
Spendiamo due righe per la trama. Semmai ce ne fosse una.
Interno del convento: due suore scendono nei sotterranei con una chiave, aprono una porta, si ode un terribile verso, una dice all'altra o così o pomì… una viene trascinata nel buio, l'altra si impicca e si butta dalla finestra.
Esterno del convento: un giovane si avvicina al convento, con lui il carretto trascinato a mano (porta i viveri alle suore), vicino all'ingresso vede la suora impiccata… la corda si rompe e la povera morta cade sui gradini…
Vaticano: Pare Burke, demonologo, viene incaricato di indagare l'evento… non si sa mai, magari ci si può fare dei soldi tipo Disneyland! Con lui una novizia che conosce la strada…
Romania: i due arrivano e incontrano il giovane (francese o franco-canadese) che li accompagnerà al convento. Eccoli nei pressi del… nemmeno il cavallo ci vuole andare! Eccoli ora a piedi sul posto, il sangue sulle scale è ancora fresco… minchia che paura! entrano nella dispensa, dove è conservata la morta… si è mossa dall'ultima volta… minchia, due paure! entrano nella chiesa e incontrano la badessa… voce profonda, abito scuro, viso invisibile… minchia, tre paure! durante la notte, suoni terribili, voci, morti che inseguono i vivi, il prete che finisce in una cassa sottoterra e suona il campanello per essere ritrovato… minchia, per favore basta!
Se non vi siete ancora addormentati vengo al dunque: il demone che si è impossessato del convento è Valak, è passato da un varco spazio-temporale posto nel pavimento della cantina, per rinchiuderlo occorre un incredibile talismano: "il sangue di Cristo". Quindi che fare?  Cerca il talismano, cerca il varco, cerca il mostro, spingi il mostro nel varco, versaci sopra il "sangue di Cristo" manco fosse una resina adesiva della Mapelastik e tutto si risolve… nel mezzo ovviamente, trattandosi di cose religiose, qualche preghiera ci vuole, qualche crocifisso che cade, si incendia, si capovolge, ti cade in testa, ci vuole… aggiungi apparizioni, incantesimi, serpenti, mostri, suore con la faccia di Marilyn Manson, rumori sinistri e destri, soffi di vento, morti che si risvegliano, voci strane… eccheccavolo! era un posto così silenzioso, ed ora? manco ci avessero dirottato il traffico di Malpensa. Non vi dirò come va a finire.. ci potete arrivare da soli.
Morale: Valak, il demone vestito da suora, forse perché altri abiti in giro non c'erano, non fa paura. Fa girare i crocifissi, ed anche un poco i maroni a chi ha speso i soldi del biglietto.