venerdì 3 novembre 2017

La guerra di Spartaco

"Nel 73 a.C. l'Italia romana era una foresta secca nel pieno della canicola estiva. Spartaco accese un fiammifero... Questa è una storia di guerra. Un caso di insurrezione condotta da un genio della guerriglia e della reazione del potere regolare che imparò, con fatica e dolorosamente, come battere il nemico giocando al suo stesso gioco.
Ma questa è anche la storia di un conflitto etnico, una storia d'amore, una crociata. C'era una moglie o un'amante di cui non resta il nome, sacerdotessa di Dioniso, che predicava n messaggio trascinante: Spartaco aveva una missione divina.
Non solo. Questa è una storia sulla complessità delle rivolte di schiavi e di politica dell'identità. Pur ribellandosi contro Roma, Spartaco era più romano di quanto volesse ammettere. Li terrorizzò non solo perché era straniero, ma perché era familiare.
Spartaco era un soldato che aveva servito Roma, e il suo comportamento forse ricordò ai Romani i loro eroi. Come il generale Marcello, bramava di uccidere. Come Cicerone, era un oratore. Come Catone, era un uomo di gusti semplici. Come i Gracchi, credeva nell'idea di dividere la ricchezza. Come Bruto, lottava per la libertà. Roma era grande, potente e lenta; Spartaco era piccolo, indomabile e veloce. Roma era vecchia e attaccata alle proprie tradizioni; Spartaco era un innovatore. Roma era pesante, Spartaco era agile. Ci volle la fame per prenderlo".
 
Riporto inoltre un bellissimo commento - su il Sole 24 Ore - firmato da Giuseppe Zanetto.
 
"C'é una scena del film Spartacus (1960) di Stanley Kubrik, che è entrata ormai nella storia del cinema. Siamo alle sequenze finali, gli schiavi ribelli sono stati sconfitti nello scontro decisivo e i superstiti attendono di conoscere la loro sorte.
Il portavoce del vincitore Crasso, comunica la decisione: tutti i prigionieri avranno salva la vita (schiavi eravate e schiavi tornerete ad essere), purché consegnino ai Romani Spartaco, che si nasconde in mezzo alla folla dei vinti.
Il ricercato si alza in piedi prontamente e si autodenuncia: "sono io Spartaco"; ma dopo un attimo di silenzio anche gli altri si alzano, a uno a uno, e ripetono la stessa frase: "sono io Spartaco, sono io Spartaco, sono io Spartaco...".
Nella realtà, come ci dicono le fonti storiche e come spiega Barry Strauss nel suo libro, ben documentato e ben scritto, le cose andarono diversamente.
Spartaco morì combattendo: era la primavera del 71 a.C. in una località non ben identificata dell'alta Valle del Sele; il suo corpo non venne ritrovato, e finì probabilmente in una fossa comune.
Il vincitore fu tutt'altro che magnanimo con gli scampati: ne catturò vivi 6.000 e li fece crocifiggere lungo la via che da Capua portava a Roma.
Chiaro era il significato di quella apparente gratuita crudeltà.
I chiodi usati per i condannati trafiggevano, metaforicamente, tutti gli schiavi di Roma, inchiodandoli al loro destino e scoraggiando altri tentativi di ribellione.
La guerra di Spartaco fini dunque con un fallimento. Lo schiavo ribelle, fuggito con settanta compagni dalla scuola gladiatoria di Capua nell'estate del '73 a.C. era riuscito a mettere insieme un esercito di disperati, con i quali sconfisse molti generali romani, aprendosi la strada sino alle Alpi.
Ma a questo punto i suoi uomini rifiutarono di lasciare l'Italia; vollero invece ridiscendere lungo la penisola e ricominciare con le battaglie e le razzie.
Il Senato comprese che era arrivato il momento di impegnarsi al massimo livello, per evitare che la ribellione si estendesse, minando i meccanismi della Societas romana.
Roma mise in campo le sue forze migliori e un generale ambizioso e determinato: Crasso.
La sorte di Spartaco era segnata.   Ma la Storia gioca con gli uomini a suo capriccio.
I vincitori di ieri sono gli sconfitti di oggi.
Plutarco presenta Spartaco così "Un trace dotato non solo di grande coraggio e forza fisica ma anche di un'intelligenza e una sensibilità superiori alla sua condizione e più greco di quanto facesse pensare la sua origine". 
 
 

giovedì 2 novembre 2017

Cittanòva Blues

Di Francesco Guccini, apprezzato cantautore italiano, avevo già letto alcuni libri: Dizionario delle cose perdute, tanto per citarne uno.
Avevo letto questo testo nel 2014 con questo commento finale: "La Bologna degli anni 50 con riti, miti, luoghi di incontro, amori, politica, musica, naja e osterie. Chi lo ha detto che le epopee possano essere raccontate dagli americani. Anche la piccola Bologna, con i suoi portici può diventare il mediterraneo che narra vicende picaresche. Un bel "come eravamo".

Non vi è nulla di triste nel racconto, nessun rimpianto... anzi... raccontando le gesta dei nostri eroi... giovani e meno giovani... spostati dalla campagna alla città... alle loro peripezie... alle novità che arrivavano dall'estero ... scopriamo con grandi risate, il cambiamento che condiziona ancora oggi la società italiana...

 
Ora ne riprendo i contenuti e completo con la didascalia contenuta in sovra copertina.
"Cittanova blues è la Bologna della fine degli anni '50 all'inizio degli anni '70. In una prosa poetica ricca di echi, di vibrazioni e di sfumature, intarsiata di dialetto, di gergo e di preziosismi letterari eppure sempre leggibile per il ritmo rapinoso che sa creare e per gli irresistibili effetti ora espressionistici, ora lirici e comici, Guccini racconta la vita picaresca dei "musici" negli anni '60 e quella dei ragazzi e della ragazze di allora, con tutti i loro luoghi, i loro miti e i loro sogni: la prima Cinquecento (il Centoscudi), la garçonnière (il trappolo) la naja, le osterie, i primi gruppi musicali, che oggi sono le band, ma una volta si chiamavano ancora complessi...
E' un canto, quello di Guccini, su una città, un'epoca e un mondo che non ci sono più.
Ma lo spirito é tutt'altro che provinciale, il respiro è ampio, felice, liberatorio, come quello del blues dei neri d'America che evoca i grandi paesaggi della Louisiana e di New Orleans.
I lettori di Cròniche Epafaniche e Vacca di un cane riconosceranno in Cittanova Blues l'ultimo atto, il compimento di una trilogia nata sull'Appennino e passata per Modena (la città della Motta), ritroveranno le passioni antropologiche di Guccini e la sua natura di indagatore minuzioso della lingua, della cultura materiale e del panteon spirituale di genti semplici ma sapienti, cresciute al ritmo della terra e delle stagioni, modellate dal lavoro e dai riti della famiglia e della comunità, prima di essere travolta dall'onda del moderno.
Quell'occhio, capace com'é di scrutare nelle goffaggini, nelle durezze, nella inerme euforia della giovinezza, ci offre un ritratto indimenticabile di una provincia nella quale si può ormai riconoscere gran parte sia della provincia italiana degli anni '60 sia di una generazione, quella che oggi si avvia a "tirar le reti".
Si tratta di una generazione importante, che ha molto influenzato le successive, che ha molto lottato, molto sognato e molto sbagliato e che qui si ritroverà in una foto nient'affatto in posa.
In queste pagine il lettore non coglierà né esaltazioni né ritrattazioni, né invocazioni nostalgiche, né bilanci amari..."
 
 
 
 
 
 

Otto milioni di biciclette

Leggere i nomi degli innumerevoli voltagabbana che lodarono e furono lodati e ricompensati dal Fascismo... e rileggerli e ritrovarli sotto altre bandiere, lodati e lodanti, fa pena.
Ma al tempo stesso dà idea dell'italico ardore, della forza da pecora che il nostro popolo esprime (salvo rari e lodevoli casi). Un libro ben fatto e molto gradevole.
Non è un caso che il titolo di questo testo sia: "La vita degli italiani nel ventennio"... perché per una volta non si parla di grandi uomini e di potere, ma del come si barcamenava il popolino inseguendo i sogni e le idee del regime prima e durante la Guerra... Istruttivo.
 
"Che i treni fossero in orario quando c'era lui è noto a tutti. Ma chi erano gli italiani a bordo delle carrozze di prima, seconda e terza classe? In che modo vestivano, cosa mangiavano, con quali svaghi occupavano il tempo libero? E com'era l'Italia percorsa da questi puntualissimi convogli?
Romano Bracalini ci accompagna attraverso la società del Ventennio Fascista, supportato dall'attenta lettura di documenti, testimonianze e soprattutto di giornali d'epoca.
Il suo racconto prende le mosse da come il fascismo mutò faccia al Paese con un ambizioso programma di ristrutturazione: la bonifica delle paludi pontine, la costruzione di strade, autostrade, stazioni ferroviarie, porti, aeroporti, scuole, ospedali, acquedotti.
Le città furono ampliate e nuovi centri urbani arricchirono la geografia.
A Firenze vennero abbattuti interi rioni popolari definiti dal Duce un "pittoresco sudicio da affidarsi a Sua Maestà il piccone", come il quartiere di Santa Croce, e Milano vide sparire la fossa interna del Naviglio.
 
 
La velleità del Regime di "fare ordine" e rendere l'Italia più efficiente ebbe ripercussioni anche sulla vita sociale, che ne fu condizionata in tutti gli aspetti, dalla dimensione lavorativa a quella scolastica e famigliare, dalla sfera sessuale, politico - culturale a quella dei divertimenti.
Così fiorivano le associazioni, si moltiplicavano le attività del dopolavoro, si epurava la lingua dalle parole straniere, si premiavano le donne più prolifiche, madri dei "soldati di domani", mentre chi non procreava veniva ritenuto un traditore della Patria e sul lavoro non faceva carriera, al pari dei celibi impenitenti, puniti con la "Tassa sul celibato". I piccoli crescevano all'interno dell'Opera Nazionale Balilla, che li vedeva inquadrati militarmente fin dalla più tenera età. E i ritmi del vivere quotidiano erano scanditi da celebrazioni, cerimonie, anniversari che esaltavano i fasti dell'Italia autarchica e Imperiale. Ma sollevano il velo della propaganda, si scopriva un Paese ancora arretrato e in difficoltà".
 
Sull'argomento ho scritto anche qui: uno, due, tre, quattro

La scienza per tutti

Perché non abbiamo una cultura scientifica di base? e come fare a crearne una? Questi i due interrogativi che ci accompagnano durante la lettura di questo interessante testo. Dal piccolo all'immenso, ogni aspetto dedicato alla scienza viene analizzato. Per far sorgere interrogativi e per darci un minimo lessico per muoversi nel mondo moderno.
"Tanto grande è il ruolo che la scienza ha nel mondo moderno che l'esigenza di possederne i concetti (e di capire quella parte applicata della scienza che è la tecnologia) si diffonde sempre più presso i cittadini di qualsiasi livello culturale. Spesso capita di trovare su quotidiani o riviste, articoli che interessano ma che non si riesce a comprendere sino in fondo; l'ignoranza di concetti scientifici elementari é talvolta sufficiente ad escludere una persona da una conversazione o da una discussione anche in politica, persino al livello più generale dei referendum, capita di dover decidere su problemi che hanno gravi implicazioni, delle quali ci si può rendere conto soltanto se si ha una conoscenza scientifica di base.
E non si tratta di cose astratte: basti pensare all'incidente di Cernobyl e alle sue conseguenze. Una cultura scientifica di base può avere un'incidenza anche su problemi come l'effetto serra, il buco dell'ozono, le piogge acide, l'eliminazione delle scorie radioattive.
E' evidente peraltro che una cultura scientifica di base ha un inestimabile valore intrinseco, permettendo una comprensione più profonda del mondo del nostro tempo, della nostra storia intesa nel senso più ampio.
Per assolvere questo compito, Hazen e Trefil non hanno scritto una piccola enciclopedia scientifica, bensì una guida alla formazione della cultura scientifica di base.
Il principio cui si sono ispirati è che non c'é alcun bisogno di acquisire una messe di nozioni più o meno specialistiche nelle varie scienze; quello che importa é avere una conoscenza chiara dei principi.
Il concetto di fondo è che la scienza si fonda su diciotto principi generali, e la cosa più importante è che sono tutti facili da capire.
Detto questo, a aggiunto che Hazen e Trefil hanno scritto un libro unico, oltre che per chiarezza e scorrevolezza d'esposizione, per la sicurezza con cui sono state tracciate le linee generali delle varie scienze fisiche e biologiche".
 

mercoledì 1 novembre 2017

Le stagioni di Giacomo

 
"Una piccola comunità dell’Altipiano di Asiago, nel Veneto è uscita stremata dalla Grande Guerra: ovunque macerie, povertà, disoccupazione, il senso di una prostrazione mortale.
Chi non emigra all’estero ha davanti a sé come unico lavoro possibile quello del “recuperante”: battere la montagna alla ricerca dei residui bellici da rivendere ai grossisti di metalli per pochi centesimi.
E’ un lavoro ad alto rischio, che può costare la via se si incontra un ordigno inesploso; è un lavoro pietoso, perché molti corpi di soldati “dispersi” affiorano dalla terra sconvolta.
Giacomo, il protagonista del romanzo, impara il mestiere sin da bambino, quando una giornata di recupero significa un concreto aiuto al magro bilancio familiare, o un piccolo svago domenicale.
Al seguito del padre, diventa professionista esperto: nel silenzio dei monti, Giacomo impara a dialogare con i soldai scomparsi, ma anche a conoscere la natura e a decifrarne il linguaggio segreto, ad amare piante e animali.

Gli anni passano, i segnali del nuovo regime fascista, raggiungono anche le periferie più lontane.
Il paese viene scelto per ospitare una colonia nazionale di balilla e per la costruzione di un monumentale ossario per i caduti.
Si trovano così a convivere due società: quella ufficiale del nuovo potere, con la sua retorica guerriera e imperiale, e la società alpina, solida e solidale, gelosa custode dei valori in cui crede, capace di sacrifici e di entusiasmi spontanei.
Ma già si annuncia una nuova stagione di guerre, e altri giovani si apprestano a ripercorrere, ingigantita, la tragedia di cui i “recuperanti” sono stati testimoni.
Quello che Mario Rigoni Stern racconta in questo romanzo è un mondo ancora integro, dominato da un forte senso della comunità, sapiente nella sua conoscenza (e nel rispetto) della natura e dei suoi ritmi: una civiltà armoniosa che oggi ci appare come travolta da un degrado irreversibile, i cui primi sintomi sono appunto da cercare negli anni Venti e Trenta.
Rigoni Stern ce la restituisce con poetica semplicità, memoria e profonda verità umana"
Il romanzo di Rigoni Stern inizia idealmente dove finisce “L’anno della Vittoria” e si innesta sull’avvio di “Quota Albania”: una congiunzione fra i due romanzi precedenti, che completa l’affresco storico dell’Italia, raccontando il periodo fra il 1918 e il 1940. E’ la storia di un mutamento antropologico, prima ancora che politico e sociale: in quegli anni cambiano profondamente i comportamenti, i rapporti umani e quelli con la natura anche fra la gene appartata in provincia che tanto lo scrittore amava e sapeva descrivere.

Breve storia del mondo


“Mi sono laureato dopo cinque anni di studi, com’era più o meno normale a Vienna; in quel momento, senza troppo sorprendermi, mi sono accorto di non essere in grado di guadagnarmi da vivere.
Ho fatto qualche conferenza e sono andato incontro a disillusioni non indifferenti cercando lavoro.
Proprio allora, un editore che conoscevo stava lanciando una collana intitolata IL SAPERE PER BAMBINI e mi ha chiesto di tradurre dall’inglese, una storia del mondo dei bambini.
Ho dato uno sguardo al libro e l’ho trovato talmente brutto che ho preferito scriverne uno io stesso piuttosto che tradurre quel campionario di stupidaggini
Naturalmente l’editore ha voluto che facessi un capitolo di prova e ho scelto il periodo della cavalleria.
Ho scritto un racconto molto vivace.
Sapevo quello che volevo fare perché qualche tempo prima, mi ero divertito a scrivere lunghe lettere a una bambina, figlia di cari amici, in cui le raccontavo la mia tesi di dottorato sotto la forma di una fiaba su un principe che si è costruito un bellissimo castello.
Il capitolo di prova è piaciuto all’editore … quando fu pubblicato, il libro ricevette un’accoglienza entusiasta e fu quasi subito tradotto in polacco, in olandese e nelle tre lingue scandinave.
Penso che dovesse le sue attrattive a quel po' di follia che c’era nella faccenda e alla convinzione che avevo (e ho tuttora) che si possa esprimere qualsiasi concetto con un linguaggio semplice e comprensibile anche da un bambino.
Del Gombrich si può solo dire un gran bene! Divulgazione allo stato puro... Storia, Arte, praticamente di tutto lo scibile umano! Sa, tutto!!! Grande scrittore e saggista... leggere per credere, da 9 a 99 anni...
 
 

American Assassin

Appare doveroso iniziare la recensione di questo film, con uno speciale ringraziamento a tutti i "Jason Bourne", questo vulcanico agente segreto, che ha dato il via (non si sa, se per partenogenesi o per metamorfismo di contatto) ad una lunga fila di fallimentari imitazioni... e tra queste la qui presente che andiamo ora a narrare...
Lui (Mitch), bamboccione innamorato, in vacanza esotica, al mare con la morosa, ci promette amore eterno... ci regala l'anello della mamma (tirchio, comprarne uno nuovo, costava troppo?) lei abbozza, accetta, ci casca insomma (tanto dice, poi l'anello bello me lo faccio comprare a cose fatte...), lui va a prenderle da bere, ed ecco che dal mare arrivano i terroristi che iniziano a sparare a tutti i bagnanti... (titolo della scena "spari nel resort" o giù di li) ce la ammazzano di fronte a lui (nemmeno dietro, che uno non se ne accorge subito e magari non si spaventa, no, proprio davanti) e pure a lui ci sparano e mica una sola volta, no! due, tre volte... alla gamba, alla spalla, al fianco... mancava solo un colpo al bucuduculu e poi veramente era la sfiga in persona. Ma avendoci risparmiato il bucuduculu, lui può sedersi sul bordo del fiume ed attendere che passino i cadaveri dei suoi nemici... che aspettarli in piedi è faticoso... ma dopo un poco che aspetta, si rende conto che questi non passano e che, se Maometto non va alla montagna, allora è andato al resort e quindi è meglio fare lui il primo passo e andare a cercarlo... così metti che arriva al resort un'altra volta e non sa che fare...
Decide così di vendicarsi sul serio, non per finta seduto sulla riva del fiume (o del mare, che la prima volta gli ha portato male) ed allora comincia a farsi crescere la barba, a picchiare la gente in palestra, a tirare i coltelli contro l'anta dell'armadio (su cui c'é la foto della Fornero) a prendere a pugni un sacco e poi... a scrivere agli arabi con una tastiera speciale... del tipo ciao fratello, ciao fratello, sei arabo? no, allora che minchia vuoi? voglio fare il foregno fighter, anzi no il forest fighter, anzi no... cazzo come si scrive in arabo? ah eccolo si insomma voglio venire a combattere con voi. Quelli allora ci dicono, ma si dai vieni, che a noi ci piacciono quelli con la barba che tirano i pugni in palestra e i coltelli contro la Fornero e hanno il sacco da boxe in casa e ci scrivono per venire da noi... insomma! questo ragazzo ha tutti i requisiti per diventare forest fighter, forte fighter, forse fighter... dai vieni pirla, che così smettiamo di scriverci.
Lui (sempre Mitch) parte convintissimo... andrà con gli arabi che ci hanno ucciso la tipa e gli farà un culo così! Non importa se lui muore... lui avrà la sua vendetta, che ha faticato tanto per averla: ha tirato i pugni a dei tizi in palestra, ha tirato i coltelli alla foto della Fornero, ha dato i pugni persino al sacco che ha in casa (a volte anche al sacco della spazzatura, ed ha pure rotto il chip della Econord) e poi ha imparato a scrivere in arabo sulla tastiera, tutto per essere lì in quel momento. Ed eccolo, incontra gli arabi, che subito lo salutano in arabo (insomma ci fanno tante feste, ci fanno capire che è capitato nel posto giusto, che loro sono gli arabi giusti, mica quegli altri che sono sfigati, che poi te li ritrovi fuori dal supermercato a chiederti il carrello per piluccarti la moneta...) e poi ci mettono il cappuccio in testa e ci fanno tutte le domande arabe di religione (lui si era preparato in serie TV, in scienza poco, qualcosa sulla musica anni '70) tipo: come si chiamava la sorella racchia di Maometto? Perché beveva il latte dalla stessa madre? Cosa vuol dire andare alla Mecca? E lui, cazzo, nonostante non abbia studiato tantissimo, le risposte le da... alla fine ci tolgono il cappuccio. Lui ha di fronte quello che ha ordinato l'attentato sulla spiaggia... ah che bello, ora mi libero e ci faccio un culo tanto... e invece no! Un'incursione di americani ci uccidono il nemico e lo portano via... eccheccavolo! non si fa così però! tutta la sua fatica, i pugni, il sacco, la Fornero... nulla... Gli americani, che non buttano mai via niente, ci propongono un accordo: "lavora per noi. diventa agente segreto o secreto, vedi tu"...
Lui non vuole, poi vuole, che ci appare una negra con i controcoglioni che è la sua capa dell'intelligence... lei capisce che lui ha un potenziale, che è tosto... e così lo convince e lo manda nei boschi da uno ex marine che lo deve preparare... (Michael Keaton... quello di Birdman, quello di The Founder, mica un picio qualsiasi).. che non l'ha ancora visto ma già pensa che sarà una potente rotura di maroni... Vabbè, questo Mitch arriva comunque e comincia l'allenamento (che è lo stesso di Hunger Games, pure quello della Strega e il Cacciatore, pure quello del Signore degli Anelli, peraltro molto simile al Lupo e i tre porcellini ed ogni altra puttanata che Hollywood ci ha rifilato negli ultimi 100 anni) e diventa "agente segreto"... nel frattempo cominciano i casini ingarbugliati... un furto di plutonio, qualcuno che vuol fare un'atomica - caspita che storia nuova, che geniale trovata! sono basito, sono senza parole, sono ammutolito da tanta genialità... è dai tempi del primo James Bond che i cattivi fanno le bombe! - si scende in campo (come diceva Silvio ai bei tempi) si va ad Istambul (rapida vista su Santa Sofia ed il ponte sui Dardanelli giusto per non confondersi con quello di N.Y.) e si segue il solito riccone che deve incontrare una spia nemica che ha il puttonio (un nuovo plutonio molto equivoco) ma le cose non vanno bene ed un collega di Mitch ci lascia le corna... Lui no, lui è figo, lui riesce a fare un sacco di cose... e gli affiancano una bella topona, che però è anche una spia di Israele... ora ci si sposta a Roma dove la bomba verrà assemblata... i mafiosi locali sembrano dei tamarri incredibili (e qui la mitologia hollywoodiana si spreca nel rappresentare gli italiani come dei messicani solo più alti) e dove sta il nascondiglio? Al Corviale, il quartiere più merdoso (dal punto di vista urbanistico, architettonico e ambientale) del pianeta... ma cazzarola! Ancora che non facevano un bell'inseguimento sul GRA...
Come si conclude questa boiata? solito finale all'ultimo secondo utile... una bomba atomica che viene fatta esplodere al largo di Roma contro la flotta statunitense... gran boato, grandi onde... poche radiazioni... i mafiosi, drogati e zingari di Ostia lido possono dormire sonni tranquilli... e la vendetta? Vabbè dai... non esageriamo... alla prossima puntata! Ovvio!