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venerdì 17 aprile 2026

Sul non sottovalutarsi. Una nota sul tempo e sul peso delle cose.

C'è un paradosso nel modo in cui viviamo i momenti di conflitto istituzionale: li viviamo come se fossero definitivi. Come se la mappa del mondo si disegnasse proprio lì, in quell'aula, in quell'assemblea, in quel voto. Come se chi vince oggi avesse vinto per sempre, e chi perde — o viene accompagnato fuori — avesse perso anche la misura di se stesso.

Non è così. E capirlo non è consolazione: è geometria.

La vendetta è sempre una dichiarazione di paura. Chi agisce per ritorsione lo fa perché, dentro di sé, sa che il confronto a lungo termine non gli è favorevole. Ha bisogno di agire adesso, nell'immediato, prima che il tempo faccia il suo lavoro. La vendetta è la scorciatoia di chi non può aspettare — ed è, spesso involontariamente, la prova più chiara che l'altro era davvero pericoloso.

Sottovalutarsi significa cedere a questa logica: accettare che il giudizio di chi ci ha allontanati valga più della propria misura reale. Significa ragionare sulla scala sbagliata.

Perché il problema, quasi sempre, non è cosa è successo. È su quale scala temporale lo stiamo leggendo.

Nella scala breve — quella dell'impulso, della reazione, del torto da compensare — tutto brucia in fretta e con forza. Chi agisce per ritorsione ottiene visibilità immediata, rumore, apparenza di controllo. Sembra vincere.

Nella scala lunga, le cose hanno un peso diverso. La sostanza torna a pesare. I legami che resistono si distinguono da quelli che erano solo funzionali alla posizione. La reputazione vera — quella fatta di coerenza e non di prossimità al potere — affiora. Lentamente, ma affiora.

Seneca lo sapeva, e lo scrisse con la precisione di chi non aveva bisogno di metafore: Omnia, Lucili, aliena sunt, tempus tantum nostrum est. Tutto il resto è altrui — la carica, il titolo, il consenso momentaneo. Il tempo è nostro. Ed è su quella moneta che si misura chi siamo davvero.

Non sottovalutarsi non significa sopravvalutarsi. Non è arroganza, non è rivincita differita. È qualcosa di più sobrio: la capacità di non lasciare che un episodio — anche doloroso, anche ingiusto — riscriva la propria storia. Di sapere che la propria misura non dipende dal giudizio di chi ci ha esclusi.

Chi ha radici non teme il vento stagionale. Aspetta. Non per indifferenza, ma perché conosce la differenza tra una tempesta e il clima.

Il resto, il tempo lo dice. Lo dice sempre.

martedì 7 aprile 2026

Erotica dei sentimenti


Erotica dei sentimenti di Chiara Gancitano si muove in uno spazio insidioso, quello in cui il rischio di cadere nella retorica sentimentale o, al contrario, nell’astrazione teorica è sempre dietro l’angolo, eppure riesce nella maggior parte dei casi a mantenere un equilibrio credibile tra riflessione filosofica, osservazione sociologica e analisi psicologica delle relazioni contemporanee, partendo da un’intuizione di fondo che attraversa tutto il libro, cioè che il desiderio sia stato progressivamente svuotato e trasformato in qualcosa di performativo, esibito e consumabile, più che vissuto, e che i sentimenti abbiano perso profondità nel momento in cui sono stati inglobati dentro logiche di mercato e dinamiche di validazione sociale, un’idea che non è nuova ma che qui viene rielaborata con un linguaggio accessibile e con una capacità narrativa che rende il testo fruibile anche fuori da un contesto accademico

Dal punto di vista psicologico il libro funziona soprattutto quando mette a fuoco la frattura tra desiderio autentico e desiderio costruito per essere riconosciuto dagli altri, mostrando come molte dinamiche relazionali contemporanee siano guidate più dal bisogno di conferma che da una reale apertura all’intimità, anche se talvolta questa analisi tende a semplificare e a generalizzare comportamenti che in realtà sono molto più differenziati e situati, e soprattutto quando lascia intravedere una certa idealizzazione dell’autenticità che rischia di diventare più una prescrizione implicita che una categoria analitica, come se esistesse una forma “giusta” di sentire che tutti dovrebbero recuperare, mentre sul piano sociologico il testo intercetta con maggiore precisione alcune tensioni tipiche del presente, come la mercificazione delle relazioni, l’estetizzazione del desiderio e la proliferazione delle possibilità che invece di ampliare la libertà producono spesso paralisi decisionale e insoddisfazione cronica, restituendo l’immagine di un contesto in cui l’eros è meno represso ma anche meno significativo, più accessibile ma meno denso

Il titolo potrebbe indurre in errore chi si aspetta una riflessione sulla sessualità in senso più concreto, perché l’erotica di cui parla Gancitano è soprattutto simbolica e relazionale, più vicina a una riflessione filosofica sul desiderio che a un’esplorazione della dimensione corporea, e questo scarto tra aspettativa e contenuto è uno degli elementi più ambigui del libro, anche se coerente con l’impianto generale, e in questo senso si potrebbe dire che si tratta di un’erotica senza corpo, o forse di un tentativo di restituire al corpo una profondità che non passa necessariamente dalla descrizione del sesso ma dalla qualità della relazione, il che è un’operazione interessante ma non del tutto risolta

Leggendo emerge anche un paradosso difficilmente ignorabile, cioè che viviamo in un’epoca in cui le opportunità di incontro, di espressione e di sperimentazione sono teoricamente amplissime, e tuttavia la complessità delle relazioni sembra aumentare invece di ridursi, come se l’abbondanza di possibilità producesse più ansia che libertà e più strategia che spontaneità, e viene quasi da pensare che, se l’evoluzione avesse avuto come obiettivo semplificare le dinamiche dell’accoppiamento umano, l’esito attuale rappresenti una deviazione piuttosto creativa ma poco efficiente

Nel complesso il libro non è particolarmente radicale né introduce categorie completamente nuove, ma funziona come uno specchio efficace delle contraddizioni contemporanee, capace di rendere visibili dinamiche spesso percepite ma non sempre nominate, e il suo valore principale sta proprio in questa capacità di chiarificazione più che di innovazione, lasciando il lettore con una sensazione ambivalente, da un lato quella di aver riconosciuto qualcosa di vero nella descrizione proposta e dall’altro quella di non aver trovato strumenti del tutto convincenti per uscire da ciò che viene descritto, ma forse è proprio questo il punto, perché più che offrire soluzioni il libro invita a riconsiderare il modo in cui costruiamo il desiderio e viviamo i sentimenti, suggerendo che non siano semplicemente dati naturali ma pratiche culturali e relazionali che richiedono attenzione, tempo e una certa disponibilità a sottrarsi alle logiche dominanti, il che oggi, più che difficile, appare quasi controintuitivo

martedì 9 dicembre 2025

Umano, poco umano


"Umano, poco umano" di Mauro Crippa e Giuseppe Girgenti è un saggio elegante e accessibile che rilegge l'eredità di Nietzsche alla luce delle inquietudini contemporanee.
Gli autori intrecciano con equilibrio il rigore dell'analisi filosofica - affidato alla competenza di Girgenti - con una scrittura narrativa e immediata, sostenuta dalla voce giornalistica di Crippa.
Ne esce un dialogo a due in cui il pensiero nietzschiano non è semplice oggetto di studio, ma una compagno critico e necessario per comprendere ciò che é, oggi, rischia di diventare "troppo poco umano": la perdita di profondità, la rinuncia alla complessità, l'appiattimento dell'esperienza.
Il libro attraversa i temi classici del filosofo - il superamento di sé, il coraggio del dubbio, la critica alle illusioni rassicuranti - ma li restituisce in una forma vicina al lettore di oggi.
Gli autori mostrano come la tensione tra la nostra grandezza e la nostra vulnerabilità sia ancora il nodo essenziale dell'esistenza: "un poco umano" che ci mette alla prova, rivelando quanto facilmente cediamo alla superficialità e quanto sia urgente recuperare un pensiero più autentico.
Crippa e Girgenti invitano a sostare nella complessità, a diffidare degli slogan che invadono il dibattito contemporaneo, e a riscoprire il valore di una filosofia che non consola, ma apre possibilità.
Il risultato è un testo terso, breve e stimolante, perfetto per chi vuole avvicinarsi a Nietzsche senza filtri e, al tempo stesso, interrogare sé stesso.
Un libro che non fornisce soluzioni, ma accende domande capaci di restituirci - almeno un po' - alla nostra umanità.

Nota 1 - Il cervello è anche la sede della parte razionale dell'anima e quindi non soffriamo solo di un mal di testa, ma anche di un male dell'anima, una psicopatologia; e quindi ci vuole anche una cura dell'anima, quello che Socrate chiama l'incantesimo della filosofia, da affiancare al farmaco di composizione chimica.

Nota 2 - E' una pedagogia inaudita: non verso un pais da tirar su, ma verso una macchina da aiutare a crescere. Diamo cultura e nozioni a un'intelligenza aliena e riserviamo a noi stessi il ruolo di pigmalioni digitali, nell'aspettativa di non essere del tutto sopraffatti e di mantenere qualche possibilità di intervento di controllo. Questo suona come una dichiarazione di resa anticipata. 

Nota 3 - Dobbiamo fare di necessità virtù. Il progresso non si ferma, ma l'impatto dell'IA sulla nostra intelligenza cu chiede uno sforzo di introspezione: dobbiamo capire chi siamo per difendere la nostra identità.

Nota 4 - Le sacre mura della cittadella interiore che dobbiamo difendere proteggono il turbinio di passioni, il disordine di affetti che ci agitano e ci fanno gioire e soffrire. L'umano é qui. Dove sono i difensori  di questo perimetro sacro?

Nota 5 - Tuttavia, ormai non siamo più sull'orlo del precipizio, perché siamo già precipitati.

Nota 6 - Socrate diceva che la cosa più importante che ogni uomo può fare è prendersi cura della propria anima, prendersi cura della propria anima, prendersi cura di sé della propria anima, prendersi cura di sé, perché la psyche é il centro stesso dell'Io cosciente, la capacità di pensare e di ragionare, e poi anche di prendere decisioni libere.

Nota 7 - Scienza, politica e religione tendono necessariamente a irrigidirsi e a sclerotizzarsi, la scienza in scientismo, la politica in totalitarismo, la religione in dogmatismo; a questo punto, la possibile terapia è proprio il ritorno all'impulso originario che pure le aveva generate: il dubbio, la domanda, il non sapere, l'ironia, la ricerca sincera, il porsi in ascolto, il vivere nella verità.

Nota 8 - Vincere è convincere. così dice ripetutamente il Socrate Platonico.

Nota 9 - L'ironia prepara la maieutica, cioè il parto della verità, mentre la parrhesia finisce con un aborto della verità, che viene sbattuta in faccia all'interlocutore, senza che questi possa accoglierla positivamente in alcun modo.

Nota 10 - La mitologia antica ci ha trasmesso la leggenda secondo cui Dedalo era in grado di costruire macchine semoventi, autentici robot ante litteram per il re Minosse.

Nota 11 - La mediazione della tecnologia toglie la carnalità del convivio e la personalità dell'incontro.

Nota 12 - Del resto, anche Platone nel Simposio sosteneva che quando due amanti giacciono insieme non è tanto il piacere che deriva dall'unità dei due corpi, quello a cui aspirano - e nemmeno vogliono quella fusione totale che il dio Efesto potrebbe loro donare fondendoli nelle sue fornaci  - bensì aspirano a qualcos'altro, che sentono ma che non riescono ad esprimere a parole, poiché si tratta di qualcosa di enigmatico e oscuro.

Nota 13 - La sessualità é il luogo dello stupore. Ci lasciamo sorprendere dall'Altro e dal nostro desiderio senza sapere esattamente come potrà svilupparsi l'incontro, e questo grazie alla presenza irriducibile dell'Altro che ci rivela ciò che ci manca.

Note 14 - L'Aristos, termine greco che significa "il migliore", ha solide fondamenta per Eraclito: o è il migliore sul campo di battaglia, e quindi é un'aristocrazia guerriera, o è il migliore per intelligenzxa e quindi è una nobiltà d'animo.

Note 15 - Aristotele diceva che dell'educazione le radici sono amare, il frutto è dolce.

Note 16 - J.M. Keynes - "Nel lungo periodo siamo tutti morti".




















 

giovedì 7 agosto 2025

Dove sono?


Partendo dalla pandemia, Bruno Latour, il più importante filosofo francese contemporaneo, ci indica il disegno più ampio, sotteso a ciò che sta accadendo intorno a noi: il nuovo regime climatico.
Il suo è un appello appassionato e poetico a ripensare il piccolo spazio in cui viviamo, a percepirne la bellezza e l'unicità.

Dove sono? di Bruno Latour é un'opera di filosofia della scienza che esplora la crisi dell'orientamento del mondo contemporaneo. Latour, uno dei pensatori più influenti degli studi sociali della scienza, affronta il problema di come ritrovare coordinate stabili in un'epoca segnata da crisi climatica, politica e epistemologica.
Il libro sviluppa la tesi che abbiamo perso i nostri punti di riferimento tradizionali - geografici, politici e concettuali - e che questa perdita di orientamento non è casuale ma strutturale.
Latour propone di ripensare radicalmente il nostro rapporto con il territorio e con la Terra, suggerendo che la modernità ci ha fatto credere di poter vivere "da nessuna parte" mentre invece siamo sempre situati in reti di relazioni complesse.
La scrittura di Latour combina rigore filosofico e accessibilità, utilizzando esempi concreti per illustrare concetti complessi. Il testo si muove tra geografia, antropologia e filosofia politica, offrendo una diagnosi lucia dei nostri tempi e abbozzando possibili vie d'uscita dalla disorientazione contemporanea.
E' un libro impegnativo ma stimolante, particolarmente rilevante per chi si interessa di ecologia politica, filosofia della scienza e critica della modernità. Latour ci invita a "atterrare" - a riconoscere la nostra dipendenza materiale dalla Terra e a costruire nuove forme di orientamento politico e esistenziale.

Mi trovo allora tra due mondi: quello che vivo come cittadino a pieno titolo, tutelato da diritti, e un altro ambiente molto più vasto, più o meno facile da circoscrive, ma sempre più affollato e più lontano: il mondo in cui vivo.
Due ambienti vicini eppure scollegati. Allora per me la questione politica, morale, affettiva, diventa: che fare di questo secondo mondo? Che cosa significa estendere le frontiere del mio Paese, del mio popolo, della mia nazione per includere questo secondo mondo cos^ come mi si svela poco a poco? Divento forse l'abitante di un altro corpo politico? Ogni porzione del mio corpo, della mia nicchia, del mio territorio è occupata da altri, a mio vantaggio o a mio svantaggio.



 

domenica 27 aprile 2025

Senza eredi - libro


La nostra è la prima epoca senza eredi.
Non riconosciamo eredità da trasmettere.
Nessuno continuerà l'opera, nessuno salverà quel che poteva e doveva essere salvato.
Il tempo non è galantuomo ma smemorato: non renderà giustizia.
Viviamo tra contemporanei senza antenati né posteri, uniti solo dal vago domicilio della stessa epoca; non consorti, al più coinquilini occasionali.
E' l'epilogo coerente di una società senza padri divenuta società senza figli.
E ciò vale a partire dagli autori e dalle loro opere.
Per reagire a questa amnesia, cancellazione ed emorragia, Marcello Veneziani ha composto una raccolta di settanta miniature di saggi, succinte biografie, profili non convenzionali, in vari casi sconvenienti.
Da Pascal a Vico, da Leopardi a Manzoni, da Baudelaire a Proust e a Kafka, da Vattimo a Ratzinger, fino ai pensatori e agli scrittori più vicini a noi e viventi.
Prima di loro, a essere senza eredi sono i classici, i grandi del passato, cancellati o abbandonati, quando non maledetti.
Siamo scesi dalle spalle dei giganti senza eredi non è possibile nemmeno un pensiero nuovo, rivolto al futuro e all'essenziale, in grado di superare la nostra società dell'oblio che tende a perdere il senso critico, la cultura e l'umanità.
La vera sciagura del presente non é l'avanzata dell'intelligenza artificiale ma la ritirata della intelligenza umana.
Non resta che ribellarsi a questa china riscoprendo un diverso destino.

Posizione 11 - L'iperconnessione tecnologica e l'ipoconnessione umana sono un tratto saliente della condizione umana in cui la tecnologia fa compagnia a chi è solo e isola chi è in compagnia.

Posizione 414 - La solitudine è una sovranità senza regno. L'amicizia è un legame senza sovranità.

Posizione 429 - Ogni discepolo porta via qualcosa al suo maestro, spiega Oscar Wild nel "Ritratto di Dorian Gray", in cui teorizza: "influenzare un individuo significa dagli la propria anima... egli diventa un'eco della musica di qualcun altro, uno che recita una parte che non è stata scritta per lui".

Posizione 507 - L'amore non corrisposto è una morte in vita.

Posizione 514 - Nella ricerca proustiana del tempo perduto, la morte di chi ti è caro o lo svanire del passato, tra i dolori che arreca, dona però un piacere: quel che resta nella memoria degli affetti é un ricordo selettivo, il meglio, ciò che davvero merita di essere salvato, la sintesi squisita di quel che fu.

Posizione 1602 - Kafka riconosceva la superiorità del male sul bene, anche sul piano della conoscenza: "il male conosce il bene, ma il bene non conosce il male". L'asimmetria malefica della vita. I due peccati capitali dell'uomo, per Kafka, sono l'impazienza e l'inerzia. Tutti gli altri discendono da questi; a causa dell'impazienza gli uomini furono cacciati dal paradiso, a causa dell'inerzia non possono tornarci.

Posizione 1786 - Giovanni Gentile. In "Genesi e struttura" si profila il suo pensiero comunitario: la comunità non accomuna solo i viventi, ma anche chi ci ha preceduto e chi ci seguirà. E' il filo della "tradizione". La filosofia ne é la sua coscienza: in fondo all'Io c'é un Noi; che è la comunità a cui egli appartiene, e che é la base della sua spirituale esistenza, e parla per sua bocca, sente col suo cuore, pensa col suo cervello. La comunità è presente come legge interna all'individuo.

Posizione 2562 - La poesia è una forma di preghiera; abita in un posto segreto dell'uomo e gli dona altri occhi, altre orecchie.

Posizione 2674 - Quando penso che non m'innamorerò, ormai, più / che non soffrirò, ormai, più per amore / mi sento un morto a cui batte il cuore.

Posizione 3457 - Oggi gli scenari sono globali e individuali, ma le classi sociali non servono più: sono fluttuanti, indefinibili, magmatiche. Si è proletari rispetto ai benestanti, però si diventa ceto medio rispetto ai migranti.

Posizione 4253 - A un narratore chiediamo di portarci via di qui, di farci vedere un'altra vita, o comunque con altri occhi sotto altra luce.
A un pensatore, invece, chiediamo di portarci nel cuore delle cose, di farci capire chi siamo e dove siamo, di darci le chiavi per entrare nell'essenziale o per ricercarlo, tra libertà e destino.

Gli eventi sono soltanto la schiuma delle cose. 

Eppure è una bestia cattiva, l'uomo, a volte brutale, vive tra rabbia e dolore, è mortale, e sfoga la sua mortalità infliggendola agli altri. Pensa di scaricare il male sul prossimo. E così lo moltiplica.





 

venerdì 17 novembre 2023

La scomparsa dei riti


L'odierna ossessione per un'autenticità fondata sul narcisismo dell'io, la costante ricerca del nuovo e dell'inedito, la bulimia consumistica dell'usa e getta che pervade ogni ambito determinano nei rapporti e nelle pratiche che caratterizzano la società contemporanea, una sempre più evidente e sintomatica scomparsa delle forme rituali.
Tuttavia, la struttura inimitabile e ripetitiva, così come la teatralità dei gesti e l'attenzione riservata alla bella apparenza, conferiscono ai riti un potere simbolico profondamente unificante.
Il silenzio, il raccoglimento, il senso di sacralità necessari allo svolgimento del rito fondano un legame tra il sé e l'esterno, tra il sé e l'altro, i riti oggettivano il mondo, strutturano un rapporto con il mondo, creando una comunità anche senza comunicazione, propria della società rituale.
Han, contrappone la comunicazione senza comunità, quel "baccano" in cui una società sempre più atomizzante, il soggetto si esprime e si produce ritrovandosi a girare a vuoto su sé stesso, privo di un mondo di reali interazioni.
Per infrangere questo corto circuito, e all'interno di una più ampia critica delle patologie del contemporaneo, Byung-Chul Han propone un recupero del simbolismo dei riti come pratica potenzialmente in grado di liberare la società dal senso di una vera connessione con l'altro e rincantando il mondo.

Libretto da centellinare. Contiene passaggi che aiutano a capire la società odierna e il suo evidente declino, cosa abbiamo perso e cosa ancora possiamo recuperare. 

I riti sono azioni simboliche. Tramandano e rappresentano quei valori e quegli ordinamenti che sorreggono una comunità.
Creano una comunità senza comunicazione, mentre oggi domina una comunicazione senza comunità.
A costituire i riti è la percezione simbolica. Il simbolo (dal greco Symbolon) indica originariamente il segno di riconoscimento tra ospiti (tessera hospitalis). L'ospite spezza a metà una tavoletta d'argilla e ne dà un pezzo all'altra persona in segno di ospitalità. In tal modo il simbolo serve per il riconoscimento.

Le cose sono il punto fermo, stabilizzante della vita. I riti hanno la medesima funzione: stabilizzano la vita per mezzo della propria medesimezza (Selbigkeit), della loro ripetizione (Wiederholung).
La ripetizione come riconoscimento é quindi una forma compattante; il passato e il futuro vengono compattati in un presente vivo.

Nell'era postindustriale il baccano delle macchine cede il passo al baccano della comunicazione. Più informazioni, più comunicazione promettono più produzione, così la coazione a produrre si esprime come coazione a comunicare.

La cerimonia protegge come una casa: rende il sentimento abitabile, Un esempio é il lutto. La cerimonia funebre si stende come una vernice protettiva sulla pelle e isola dalle tremende bruciature del lutto dinanzi alla morte di una persona amata.

La religione cristiana é spiccatamente narrativa. Festività come la Pasqua, la Pentecoste e il Natale sono vertici narrativi all'interno di un racconto più ampio che offre senso e orientamento.

La poesia è l'insurrezione del linguaggio contro le sue stesse leggi.

Lo spirito arguto non è un'affermazione che si lascia ridurre a un significato univoco. E' un lusso quindi lussa, devia, recede dall'affare della produzione di senso.

Bisogna prendere le distanze dall'idea comune che il potere sia sottomissione, qualcosa di negativo o crudele. Il potere non è solo repressivo, ma anche seduttivo, erotico.
E' la reciprocità a caratterizzare il gioco col potere. Così Foucault interpreta il potere da una prospettiva di economia del piacere. "Il potere non è il male. il potere significa giochi strategici. Sappiamo bene che il potere non è il male".


 

sabato 12 agosto 2023

L'era dell'intelligenza artificiale


Alla fine del 2017 un algoritmo di intelligenza artificiale ha collezionato una serie di vittorie schiaccianti a scacchi scegliendo mosse che la mente umana non è nemmeno in grado di assimilare o utilizzare.
Qualche anno più tardi, i ricercatori del MIT hanno annunciato la scoperta di un nuovo antibiotico ottenuto grazie all'intelligenza artificiale che era riuscita ad individuare proprietà molecolari sfuggite alla concettualizzazione e alla classificazione degli scienziati.
L'intelligenza artificiale sta conquistando sempre più terreno nella ricerca, nella medicina, nell'istruzione e in molti altri campi.
Ma con quali conseguenze? Secondo l'ex segretario di Stato americano Henry Kissinger, l'ex amministratore delegato di Google Eric Schmidt e l'informatico e decano del MIT Daniel Huttenlocher, presto l'umanità si ritroverà ad imboccare un sentiero molto pericoloso, poiché l'IA sta cambiando il pensiero, la conoscenza , la percezione, la realtà e di conseguenza il corso della storia.
Nonostante la velocità con cui avanza e progredisce, l'IA non è infatti governata da principi e concetti morali che la contengano e le diano dei limiti, sicché la sua rivoluzione può assumere pieghe inaspettate e condurre a esiti imprevedibili.
Interrogandosi sui prossimi scenari possibili, tre fra i pensatori più autorevoli e lucidi di oggi, riflettono così sull'intelligenza artificiale e su come stia trasformando il nostro modo di sperimentare la realtà. la politica e la società in cui viviamo.
In queste pagine Kissinger, Schmidt e Huttenlocher non spiegano soltanto cos'é l'intelligenza artificiale, ma cosa rappresenta: un terreno di gioco fondamentale che determinerà gli assetti geopolitici futuri.

Quanti sconvolgimenti comporta l'applicazione dell'IA? Sicuramente innumerevoli. Ma come al solito la domanda è una sola: siamo pronti ad affrontare, gestire, convivere ed accettare questa novità?
Credo che siano necessarie tre cose: conoscenza, limiti e regole. 
Senza di quelle non si va lontano. Soprattutto con un interlocutore nuovo come l'IA.

Seguono alcuni spunti:

Lo storico settecentesco Edward Gibbon descrisse un mondo in cui le divinità pagane servivano per spiegare i fenomeni naturali fondamentalmente misteriosi che erano ritenuti importanti o minacciosi.

Quando è contestualizzata l'informazione diventa conoscenza.
Quando la conoscenza impone convinzioni diventa saggezza.
Ma internet sommerge gli utenti con le opinioni di migliaia e persino milioni di altri utenti, privandoli della solitudine necessaria per una prolungata riflessione che, storicamente, ha condotto allo sviluppo delle convinzioni.
Come diminuisce la solitudine, così diminuisce anche la fermezza, non soltanto per sviluppare convinzioni ma anche per rimanervi fedeli, specialmente quando esse richiedono di percorrere strade nuove e quindi spesso solitarie.
Soltanto le convinzioni - unite alla saggezza - permettono alle persone di accedere a nuovi orizzonti ed esplorarli.
Il mondo digitale è poco indulgente nei confronti della saggezza: i suoi valori sono plasmati dall'approvazione, non dall'introspezione. Questo mondo pone necessariamente in dubbio il presupposto fondamentale dell'illuminismo, ossia che la ragione è l'elemento più importante della coscienza.

L'umanità ha sempre sognato di avere un aiutante, una macchina capace di svolgere diversi compiti con la stessa competenza di un essere umano. Nella mitologia greca il fabbro divino Efesto forgiava automi capaci di svolgere compiti umani, come il gigante di bronzo Talos che pattugliava le coste di Creta e la proteggeva da eventuali invasioni.

L'intelligenza artificiale non ha coscienza di sé, Non sa ciò che non sa.

In questo processo ordine e legittimità sono collegati; l'ordine senza la legittimità equivale semplicemente alla forza.
 

sabato 25 marzo 2023

Kant


Kant é l'autore di una "rivoluzione copernicana" nella storia del pensiero dell'Occidente, avendolo fatto transitare dall'Evo Moderno ancora erede del Medioevo - a quello contemporaneo.
Spazzò via il convincimento che esista un ordine fisso d'origine divina che appartiene tanto al discorso, alle nostre rappresentazioni, quanto al mondo.
E ha insegnato che il fondamento dell'universalità e della necessità delle nostre conoscenze ha sede nella ragione, vista non più come una facoltà di pensiero, guidata dall'esperienza e legata ad essa, ma come quel riferimento che prescrive norme e condizioni per valutare i dati dell'esperienza stessa.

Incappare in Kant, pur avendo una modesta cultura filosofica è illuminante. Ti apre la mente di fronte alla possibilità dell'intelletto e della scelta di vivere. Una scelta morale, completa ed al tempo stesso che responsabilizza. Forse per la prima volta, l'uomo non ha più scuse, liberarsi di Dio, degli Dei, dei Demoni, di qualsiasi forza esterna a cui si attribuisce il nostro agire, ci pone di fronte a responsabilità nuove. "Ogni interessa della mia ragione (tanto quello speculativo quanto quello pratico) si concentra nelle tre domande seguenti; che cosa posso sapere? che cosa devo fare? Che cosa ho diritto di sperare?" A noi e solo a noi il compito di rispondervi.

 

domenica 19 marzo 2023

Guida filosofica per tipi intelligenti


Verità, tempo, Dio, libertà, ma anche musica, sesso, educazione... è almeno dai tempi di Socrate che il filosofo non conosce tabù.
E proprio dove la sua impresa è più rischiosa, rivela orizzonti nuovi e inaspettati.
Ma, sostiene Roger Scruton, come disciplina accademica la filosofia ha troppo spesso tradito le proprie origini, oscillando tra gli estremi di uno specialismo esasperato o di una vaghezza mascherata da un linguaggio apparentemente profondo ed evocativo.
Scruton invece, non ama le chiusure accademiche, gli atteggiamenti oracolari, le censure del politicamente corretto.
L'audacia intellettuale dovrebbe sempre andare di pari passo con la chiarezza espositiva e con l'attenzione ai problemi della gente comune.
A lungo la filosofia é stata tenuta separata dai desideri, dalle paure e dalle speranze degli uomini e delle donne in carne ed ossa.
Lo scopo di questo libro è di riconciliarla con la vita.

Scruton riesce a cogliere il punto. Lo fa su ogni singolo argomento trattato. E non si può fare altro che condividere il risultato oppure confutarlo con forza, riconoscendone l'analisi e il percorso per giungere alla definizione di un singolo argomento. Si tratti di Sessualità o di Tempo... stessa serietà espositiva e stesso impegno nel tradurre in materia riconoscibile e raffrontabile con il nostro vissuto. Grande divulgatore. 
 

domenica 25 dicembre 2022

Manifesto dei conservatori

"Questo è il messaggio conservatore per la nostra epoca, un messaggio che va oltre la politica e che deve essere recepito se si vuole che una politica a misura d'uomo rimanga una possibilità".
Scruton nulla concede alle mode intellettuali e dichiara in modo schietto in cosa crede e perché.
Le sue provocazioni restano comunque feconde occasioni di riflessione.
Vale ancora l'idea di Stato _ Nazione?
Che legame c'é tra la nostra finitezza e le nostre scelte di vita o magari di morte?
Come possiamo ripensare oggi matrimonio e morale?
E perché dovremmo salvaguardare l'ambiente a beneficio delle future generazioni?
Tali ineludibili questioni per Scruton possono essere affrontate e risolte solo da una società decisa a non gettare al vento tradizioni e consuetudini.

E' certamente una mano potente, quella che ha scritto questo testo. Con termini pacati (a volte assolutamente condivisibili, altre no) pone questioni a cui non ci si può sottrarre. Occorre riflettere se non si vuole vivere in un presente privo di memoria e di prospettive... guardarsi indietro e cogliere le cose in cui crediamo ed al tempo stesso cogliere cosa avverrà domani e le cose che realmente vogliamo.
Passare da questo giogo è necessario per dare una risposta, non importa quale, ma una che abbia un senso e dia un senso alla nostra esistenza. Provate a leggerlo, ne uscirete senz'altro cambiati.


 

lunedì 14 novembre 2022

Le non cose


Sottotitolo: Come abbiamo smesso di vivere il reale.
Non abitiamo più la Terra e il cielo, bensì Google Heart e il Cloud.
Il mondo si fa sempre più inafferrabile, nuvoloso e spettrale. Abbiamo perso il contatto con il reale.
E' necessario tornare a coinvolgere lo sguardo alle cose concrete, modeste e quotidiane. Le sole capaci di starci a cuore e stabilizzare la vita umana. 
Una massa di informazioni ci investe ogni giorno. Come ogni inondazione, anche questa agisce sulle nostre esistenze, spazza via confini, rimodella geografie. Ormai sono i dati e non più le cose concrete a influenzare le nostre vite.
Le Non Cose stanno prendendo il sopravvento sul reale, sui fatti e la biologia.
E così la realtà ci appare sempre più sfuggente e confusa, piena di stimoli che non vanno oltre la superficie.
Con la consueta lucidità e veemenza Byung-Chul Han critico severo ma acuto della contemporaneità, ci offre una peculiare e sferzante riflessione sulla comunicazione, la Rete e il futuro che stiamo costruendo.

Un libro fortemente condizionato dalla filosofia tedesca, da cui l'autore attinge a piene mani.
Alcuni spunti sono necessariamente forzati per dare vento alle vele del suo ragionamento.. tuttavia alcuni passaggi non possono che essere condivisi.
Mi viene da trarne due nozioni importanti: La prima è che non tutto quello che arriva dalla Rete sia da buttare. La conditio sine qua non è necessariamente saper usare lo strumento per ampliare la nostra conoscenza del mondo reale.
La seconda è che, fortunatamente dopo un primo approccio entusiasta, anche la Rete perde feeling. Si riduce a rumore di fondo... certo, fastidioso. Ma sempre di fondo. Sta a noi trovare i motivi per vivere una vita piena e consapevole. 

Colti qua e là...
Pagina 92 - I riti sono tecniche temporali di accasamento. Fanno dell'essere nel mondo un essere a casa.
Sono nel tempo ciò che le cose sono nello spazio. Essi stabilizzano la vita strutturando il tempo.
Sono architetture di tempo: rendono il tempo abitabile, calpestabile come una casa. Il tempo che precipita in avanti non è abitabile.
Pagina 117 - Se ogni cosa è preventivabile, la felicità scompare. La felicità è un evento che si sottrae a qualsiasi calcolo. Vi è un legame interiore tra magia e felicità. La vita prevedibile e ottimizzata è priva di magia, quindi di felicità.

 

martedì 21 settembre 2021

Sulla corsa


Un nuovo testo che parla di corsa? Un altro? Nella realtà i testi che si occupano di sport tendono a seguire due filoni: l'aspetto fisico o quello interiore. "Sulla corsa" di Covacich li esprime entrambi... a modo suo, con qualche salto temporale, non dicendo tutto, lasciando cioè che sia il lettore ad intendere, a riempire le parti mancanti... forse lo fa per pudicizia, forse perché in effetti certe cose saranno pur cavoli suoi, o forse teme di apparire noioso... o ancora, amante del rasoio di Occam toglie tutto ciò che non reputa essenziale... (o ancora, essendo triestino, ha un modo riservato di porsi) morale, queste 159 pagine... frammiste a spazi bianchi, molto dicono, si.. ma non tutto... e gli altrettanti capitoli, legati dal filo rosso del tempo, dei libri scritti, di quelli letti (Umberto Eco, grande maestro dei rimandi) ci mostra un uomo divorato dalla passione per la corsa, che al tempo stesso letteralmente lo divora...
Se è giusto che ognuno parli solo di ciò che conosce, allora Mauro Covacich può farlo, avendo inseguito, affiancato e spesso superato la propria passione pagandone poi il fio.

"1976. Mauro ha undici anni e, insieme a un'altra cinquantina di bambini, partecipa a una gara organizzata dalla azienda del padre.
E' in quest'occasione che sperimenta per la prima volta le sensazioni che lo faranno innamorare della corsa, spingendolo a gareggiare per tutta la vita.
Accanto al racconto sul corpo, l'impatto sugli allenamenti, la scoperta dei propri limiti, c'é la riflessione sul gesto; sulla sensazione di straordinaria libertà che si prova correndo sul bordo strada, sulla dimensione introspettiva della corsa, sulla maratona come disciplina interiore, su cosa succede quando la corsa ti punge e diventa la tua malattia,
Questo libro non rivela i dieci consigli per correre meglio, ma è il racconto di chi ha trovato nella corsa una forma privata di raccoglimento, il metronomo che scandisce il ritmo delle propria quotidianità".

Colti qua e la ...
Pag. 11 - In effetti anche io provo uno sbalordimento. Più che stravolto, mi sento sbalordito dai segnali che mi invia il corpo, messaggeri contraddittori, un misto di euforia e sgomento, come se dentro mi succedessero delle cose bellissime e bruttissime insieme. L'impulso è quello di liberarsi da questo stato, fuggirlo, uscirne il prima possibile. Ecco a cosa bisogna resistere, all'istinto di fuga.

Pag. 16 - La corsa assomiglia più a un'arte marziale che a uno sport. Chi la ama compie una scelta estetica, accede a una disciplina interiore che c'entra pochissimo con l'attività sportiva. Resistere alla più alta velocità possibile per una strada così lunga è la cosa più bella che una mente umana possa produrre. La mente non è il cervello, la mente è il sistema del corpo che pensa...

Pag. 21 - E' la scoperta del bordo strada, una striscia di mondo pressoché infinita, sempre uguale, eppure sempre diversa, che trasmette una sensazione immediata di sradicamento e libertà. Sul bordo strada sei fuori da tutto, smetti di appartenere al consorzio umano, ti muovi in una dimensione parallela abitata da piccoli animali, rifiuti e viandanti alla deriva. Non a caso l'apparizione più insignificante crea sconcerto, che ci fa lì quello? Sulle zebre sei un pedone, in macchina sei un automobilista, ma lì sei una presenza anomala, destabilizzante. Correre a bordo strada è una espressione di dissenso, una temporanea evasione dall'uniforme civile. Dare voce a un teppismo timido e interiore.

Pag. 31 - Il maratoneta trova dentro di sé il proprio avversario. I limiti del corpo, i limiti della mente, é questo che intende forzare, qualunque sia il suo livello professionistico, semiprofessionistico, del tutto amatoriale. Una corsa lunga 42.195 metri, richiede una preparazione che non si esaurisce nella tabella di allenamento, ma comporta anche l'acquisizione graduale di una familiarità con la sofferenza. Ecco cosa seduce le persone, 

sabato 21 agosto 2021

Hagakure


Il libro segreto non del culto della morte, ma della leggerezza del vivere e della bellezza del vivere con onore. Aneddoti, consigli, ricordi, storie, aforismi che per secoli hanno formato l'anima, e affilato la spada dei samurai.
Non è la prima volta che in Occidente si sente parlare della Hagakure, il "codice", o la "via" del samurai, il guerriero giapponese legato da un patto indissolubile di obbedienza al suo signore feudale.
Circolava almeno la versione di Yukio Mishima, lo scrittore che si uccise secondo il rituale samurai.
Si parla sempre di "versioni" della Hagakure, perché i diversi testi in circolazione sono sintesi degli undici volumi originali nei quali l'allievo Tsuramoto Tashiro raccolse l'insegnamento di Yamamoto Tsunetomo, il guerriero divenuto monaco, che aveva deciso di divulgare il codice segreto dei samurai.
Si tratta di un atto esemplare di trasgressione, perché Tsunetomo in punto di morte ordinò che tutto venisse bruciato, e l'allievo disobbedì salvando quello che sarebbe diventato uno dei fondamenti culturali del Giappone moderno.
Attraverso la Hagakure l'etica del Samurai passò infatti dalla casta guerriera all'intera società.
I brani qui tradotti, che costituiscono la migliore e più accessibile tra le varie sintesi moderne, permettono di capire come, dietro l'apparente e paradossale culto della morte, ci siano anche una invidiabile fermezza morale e una "morte dell'io" non priva di possibile compassione.
Carlo Lucarelli, nella presentazione, ci svela poi che l'etica samurai ha molto a che fare con il gusto tutto contemporaneo per il noir.



 

sabato 17 luglio 2021

La mente del Samurai


L'etica del Samurai, il Bushido, o Via del Guerriero, è caratterizzata da un misto di onore, calma, coraggio, pensiero strategico e azione decisa.
Un codice morale che Thomas Cleary ci presenta in questa antologia che raccoglie testi di vari guerrieri, studiosi, insegnanti e consiglieri politici dal XV al XIX secolo: un'ampia panoramica sulla vita e la filosofia dei Samurai, i loro modelli etici, l'addestramento militare e spirituale, la profonda influenza delle tradizioni shintoiste, buddiste e confuciane nella creazione dei loro ideali.
Ma anche una raccolta di testi particolarmente profondi su diversa materie, dalla strategia per ottenere i propri obiettivi, allo sviluppo della personalità, dalla disciplina di vita alla crescita interiore.

Lontanissimo da noi è il mondo dei Samurai... ma è attraverso di essi che riusciamo a penetrare una società chiusa come quella giapponese, capirne le dinamiche e far luce su aspetti esteriori a noi ignoti. A questo si aggiunge un mondo filosofico che approccio ai difetti umani in modo tanto diverso dal nostro ma che deve affrontare mali e rimediare a limiti che sono in tutto e per tutto uguali ai nostri... notevole.

 

domenica 7 febbraio 2021

Gli Spietati


Clint Eastwood regista ed attore principale di un western niente male... ove ovviamente, la morale si nasconde nelle pieghe dell'animo umano... e va cercata con molta attenzione, togliendo di mezzo la tentazione di parteggiare per l'una o per l'altra parte... 
Ma partiamo dal principio.
Due mandriani vanno in un piccolo villaggio di frontiera per divertirsi e uno di loro sfregia una prostituta... le altre, prima chiedono giustizia, ottenendola ma riconoscendo nella stessa un loro valore residuo (Marx parlerebbe di presa di coscienza della lotta di classe), le prostitute capiscono che agli occhi degli uomini loro valgono meno delle vacche da allevamento... così raccolgono una colletta e lanciano una taglia... i due vaccari nella realtà non sono ne peggio ne meglio di tanti altri... ma una taglia è una taglia.... e così lo sceriffo del paese di Big Whiskey (un grande Gene Hackman) che vorrebbe solo mantenere la pace, si trova a dover fronteggiare l'arrivo di balordi che vogliono riscuotere... tra questi, il raccogliticcio trio formato da un pistolero alle prime armi (e pure miope), un afroamericano Ned e il suo amico William Munny un feroce ex pistolero, famoso per la sua efferatezza... quest'ultimo, da anni ha smesso di bere e di delinquere, ma morta la moglie e dovendo crescere i piccoli figli ha bisogno di soldi...
Dopo un primo scontro con lo sceriffo, dove Munny ha la peggio, i tre riescono ad uccidere il primo dei due vaccari, ma Ned, che non riesce a calarsi nel ruolo dell'omicida lascia... verrà catturato, torturato ed ucciso dallo sceriffo... questa azione scatena la rabbia di Munny... il quale ripresosi, torna al villaggio e ... 
Un western ove la violenza è regola, l'occhio per occhio il metro, dove il perdono non esiste ed anzi la morte è l'unico giudizio accoglibile... ove le persone ottengono una presunta e temporanea giustizia, salvo accorgersi che la loro vita di stenti non è cambiata di un millimetro... forse da questi film Hume, Hobbes e gli altri filosofi del 1600-1700 avrebbero trovato linfa vitale per ribadire che l'uomo è lupo dell'uomo e che solo uno Stato forte, con regole certe, da garanzia di una vita, se non proprio felice, almeno dignitosa... e che dire poi delle prostitute? La loro presa di coscienza, il loro riconoscere come necessaria una sorta di proto-lotta di classe, come argomentato da Marx, l'esistenza di un lumpen-proletariat che vuole giustizia...tutte cose su cui riflettere... e dopo questo pippotto filosofico-politico-sociale vi lascio al trailer.



sabato 3 ottobre 2020

Gli otto peccati capitali della nostra civiltà


 In questo limpido libretto del 1973, che ha già avuto un successo strepitoso in Germania e lo sta avendo ora in tutto il mondo, Konrad Lorenz, premio Nobel per la medicina, affronta, nella prospettiva della biologia e dell'etologia alcuni problemi capitali che si pongono al mondo di oggi.
Tali problemi, secondo Lorenz, corrispondono ad altrettanti "peccati capitali", che la civiltà occidentale ha accumulato nella sua evoluzione e che minacciano oggi di ucciderla.
La sovrappopolazione, la devastazione della Terra, l'indottrinamento coatto, le armi nucleari, l'ostilità e l'indifferenza che si annidano nel corpo della società sono tutti anelli di una stessa catena fatale, prodotta da un atteggiamento incurante e rapace verso la vita.
Distesamente e acutamente, con l'occhio lucido dello scienziato e insieme con appassionata partecipazione, Lorenz analizza le cause e i meccanismi di questi e altri peccati, la cui gravità è spesso tanto maggiore in quanto non vengono riconosciuti come tali - e le sue pagine daranno una prova convincente di quale aiuto prezioso possano offrire antiche e nuove scienze, come la biologia e l'etologia, nel tentativo di comprendere processi che coinvolgono oggi la vita di tutti.

Ricade nel solco dei "moralisti classici" questo libretto, oramai datato (45 anni sono trascorsi) che vuole in qualche modo ricondurre ad una chiave di lettura "scientifica" una serie di dinamiche, a mio giudizio non inquadrabili se non nella logica del qui, ora, tutto, subito... quella logica, tipica di gran parte del capitalismo, e di converso dell'allora alternativa comunista... (poi spirata di morte naturale, amen)...
Se le problematiche sono evidenti e ben individuate, le ragioni che sottendono certi atteggiamenti mi risultano veramente fuori asse... voler dare un volto "scientifico" finisce spesso per essere stucchevole... Grande Lorenz nel riconoscere gli animali nei loro comportamenti e saperceli descrivere.. meno grande nel voler dare un nome ad un solo elemento insito nell'essere umano... "la cupidigia"... 
Suggerisco la lettura di pagina 76, e l'attualità della situazione descritta di un'America preda di frenesie che contrappongono sinistra estrema contro destra reazionaria... tutto uguale ad oggi? pare di si...
Interessante poi il capitolo sull'indottrinamento e su "certa" fede... a pagina 113 la descrizione del castello di imprecisioni che sostiene come una precaria impalcatura un insieme di credenze che noi chiamiamo "fede" è ottimamente raccontata... qualche perla di saggezza alla fine salta fuori e noi ne facciamo tesoro. 

martedì 14 luglio 2020

Il lavoro dello spirito

Per chi non lo sapesse (già mi vedo il coro dei "chissenefrega") ricorrono i 100 anni dalla morte di Max Weber, a mio giudizio una delle più grandi menti del '900 europeo, se non mondiale…
Richiamo alla lettura il suo principale lavoro, "Etica protestante e capitalismo" testo fondamentale per capire non solo la sociologia, ma tutto il nostro tempo, la società e le pulsioni che muovono uno Stato.
Di recente pubblicazione, questo piccolo testo di Massimo Cacciari, "Il lavoro dello spirito"... un richiamo alle conferenze tenute da Weber a tema il rapporto tra intellettuale e politico…

Tra il 1917 e il 1919 Max Weber tenne due conferenze dal titolo "Die Geistige arbeit als beruf", che potremmo tradurre in "il lavoro dello spirito come professione".
Formulazione quanto mai pregnante, perché rappresentava l'idea regolativa, il progetto, e la speranza che avevano animato il mondo della grande cultura borghese tra Kant e Goethe, tra Romanticismo e Schiller, tra Fitche e Hegel, e avrebbero costituito il filo conduttore dello stesso pensiero rivoluzionario successivo, da Feuerbach a Marx.
Il "lavoro dello spirito" è il lavoro creativo, autonomo, il lavoro umano, considerato in tutta la sua attuosa potenza, e volgersi alla sua affermazione significa liberazione di ogni attività dalla condizione di lavoro comandato, dipendente, e cioè alienato.
Ma il suo dissolversi nella forma capitalistica di produzione, nell'universale Macchinismo, che fagocita quella scienza che pure è l'autentico motore dello sviluppo, finisce col delegittimare la stessa autorità politica, che nella "promessa di liberazione" trova il proprio fondamentale.
La "gabbia di acciaio" è destinata dunque a imprigionare quel "lavoro dello spirito" che è la prassi politica?
Lo spirito del capitalismo finirà con destrutturare completamente lo spazio del politico, riducendolo alla forma del contratto? O tra scienza e politica sono ancora pensabili e possibili relazioni che ci affranchino dal nostro "debito" nei confronti del procedere senza meta né fini del sistema tecnico - economico?
Sono le attuali domande che, un secolo fa, nessuno ha posto con la drammatica chiarezza di Max Weber - e con le quali, oggi, Massimo Cacciari si confronta.

Richiamo una serie di interessanti spunti. A pagina 16 "Per poter indefinitamente procedere, il sistema della rivoluzione permanente non può fondarsi che sulla illimitata produttività del lavoro vivo. L'energia che lo muove non è materiale. La sua produzione fondamentale consiste nell'auto-riprodursi attraverso le diverse forme in cui si manifesta. La merce prodotta, nella sua determinatezza, non é che un momento, una manifestazione dell'Assoluto, qualcosa di astratto proprio nella sua materialità; essa non vale per sé, ma in quanto contenente la necessità del suo superamento. il suo apparire deve dileguare al più presto, essa non deve insistere a essere"...
A pagina 18 "Anche la compassione, per valere oggi effettivamente, richiede di essere contrattualizzata"...
A pagina 20 "La potenza dello Stato è subordinata al contratto… e cioè vale nella misura in cui garantisce il processo di contrattualizzazione di ogni relazione sociale e politica".
A pagina 55 "La finalità del Regno della libertà pretendeva di fondarsi sui presupposti stessi della intellettualizzazione del mondo, sul principio millenario che regge il pensiero dell'Occidente; e cioè che tutte le cose siano conoscibili e in quanto conoscibili dominabili che la ragione possa ciò che vuole, ovvero che non abbia altro limite se non quello che di volta in volta, storicamente raggiunge e definisce nel proprio sviluppo".
A pagina 57 "il valore del politico, oggi, è valore che assume il progresso tecnico - scientifico e l'aumento della ricchezza prodotta che è esso essenzialmente a determinare ciò che costituisce il fondamento della stessa Auctoritas politica"...
A pagina 60, quanto mai attuali queste parole "La scienza aiuta a prevedere a non a prendere decisioni"... (il concetto di responsabilità)… fare politica è un sapere entrare nel Male, non certo un semplice esserne complice.
Ed infine a pagina 90, parole profetiche "Più si erode la capacità effettuale del Politico di essere autenticamente responsabile, in grado cioè di rispondere alla complessità di interessi e domande della società civile, più la tendenza alla corruzione aumenterà… e il conseguente rischio è l'irrompere sulla scena del Politico di una moltitudine incompetente che copre con una vernice di identità politica vaghe, nebulose passioni, odi, desideri, frustrazioni e risentimenti…." vi ricorda qualcuno… ?

giovedì 18 giugno 2020

Che cos'é un intellettuale

L'indagine sul ruolo degli intellettuali è apparsa sempre legata, pere motivi più che ovvi, alle questioni attinenti ai rapporti tra sapere e potere, tra pensiero e azione, tra teoria e pratica, tra utopia e realtà…
E' giusto affermare, come accade sempre più spesso, che l'intellettuale, genericamente inteso, debba essere giudicato ormai un Attore Sociale senza futuro, soltanto un vestigio del passato?
Mi sembra una conclusione troppo sbrigativa per essere attendibile…
La dinamica della storia delle idee al di fuori della storia degli intellettuali che hanno reso possibile la dinamica del Mutamento e dell'Innovazione.
E' impensabile senza ricollegarsi a quegli intellettuali che, con il loro pensiero indocile, anzi spesso sovversivo, hanno contribuito a mettere in crisi i valori fondanti dei dogmi, delle credenze, dei costrutti ideologici vigenti nelle società e culture di appartenenza.
Benché la vocazione di questi uomini sia stata, in sostanza, la stessa, ossia la vocazione a dissentire, a pensare diversamente, lo stendardo ideale che innalzavano non è stato sempre il medesimo.
Neppure il bersaglio del loro dissenso.
Per rendersene conto basta percorrere l'elenco delle qualifiche che, nel corso della storia, sono state loro attribuite: cinici, stoici, eretici, mistici, gnostici, scismatici, millenaristi, goliardi, protestanti, melanconici, utopisti, illuministi, anarchici, socialisti.
Ma non è una forzatura in un'unica famiglia uomini che esprimono correnti di pensiero nate in contesti tanto differenti: essi hanno in comune la loro Eterodossia.
Fino a prova contraria, non vedo alcunché di ardito nel supporre che essi personifichino, ognuno a suo modo, una qualche forma di eterodossia.
Rilevo un altro aspetto della questione dell'eterodossia. E' indubbio che c'é un elemento che accomuna, sul piano concettuale, tutti gli eterodossi di tutte le epoche e in tutti i contesti sociali e culturali.
Esso è facilmente intuibile ricorrendo all'etimologia greca della parola: héteros: altro, diverso; dòksa: opinione.
In breve, gente con un'altra opinione. Il che ci fornisce una chiave interpretativa giusta, ma ancora troppo vaga.
Cerchiamo di precisarla: per eterodossi si devono intendere qui tutti coloro che, in un modo o nell'altro, agiscono in contrapposizione ai dogmi, ai corpi dottrinali, ai modelli di comportamento, agli ordinamenti simbolici e anche gli assetti di potere esistenti.
Tutta gente che, come Guglielmo Lunga Barba nella Londra del 1196, voleva "fare cose nuove" (moliri nova). Ribelli, oppugnatori, antagonisti, trasgressivi, insomma dissidenti per vocazione, e in certi casi apertamente eversivi, rivoluzionari. La tradizione degli eterodossi é sicuramente la tradizione degli intellettuali.
Ancora un libro sugli intellettuali? Non rischieranno, e noi con loro, di guardarsi l'ombelico e di non vedere più il mondo? Oppure, di intellettuali c'é e ci sarà sempre bisogno?
E se invece servisse (di fronte al mutare dei media) ripensare questa figura? Dare un nuovo ruolo a questi grilli parlanti? E se invece scoprissimo che intellettuale è chiunque si pone domande per gli altri scontate o inutili? E come ovviare al rumore (web, social, televisione…) che ha sommerso le voci critiche rendendo tutto illeggibile, digerito e masticato, pronto e semplice… togliendo sapore alla ricerca, alla riflessione, al testo scritto… ?
La libertà dell'individuo non è il privilegio di un intellettuale di scrivere ciò che gli piace scrivere, ma di essere una voce che può parlare a quelli che sono zitti (those who are silent). La libertà però di far sentire la propria voce è inseparabile dalla libertà di ascolto di "quelli che sono zitti".
Pensiamo a quanto accaduto in questi tempi con il virus. Ci si aspettavano risposte serie, è arrivato il caos: "L'esperto non è altro che un ruolo, e come ogni ruolo presuppone un'aspettativa"...
E come cancellare l'aura negativa dedicata a chi pensa contro corrente? "Questo modo di intendere il pensiero di Machiavelli è ormai tanto radicato tra la gente che, per esempio, l'espressione Old Nick (Satana) allude, in angloamericano, appunto a Niccolò Machiavelli, anche se questo originario nesso semantico è andato perso e nessuno ne è più consapevole.
Agli inizi del Settecento, Daniel Defoe aveva intravisto una nuova prospettiva occupazionale per gli "uomini di scrittura": il giornalismo. Non a caso egli viene considerato il fondatore del giornalismo moderno.

Forse ripartendo dal principio… dal poco di certi parti del mondo ove ad esempio: "Soltanto in alcuni paesi del Terzo Mondo, così almeno sembra, il tradizionale ruolo dell'intellettuale sacerdote regge ancora. La verità é che il ruolo oracolare degli intellettuali non viene più richiesto e, quando accade, non è in buona fede, ma soltanto per ragioni palesemente contingenti.
Fatto sta che il ruolo oracolare dell'intellettuale è diventato superfluo perché tutta la società é diventata a suo modo oracolare…
E che dire dei politici che hanno sottratto il ruolo di oracolo, divenendo tutt'uno con il verbo? Forse perché in un quadro di assenza di idee, di progetti, di sogni, di futuro, tutto è spiegabile e non serve più questo ruolo?  
"Leopold scriveva: "Gli uomini di cui sappiamo tutto ciò che vogliamo sapere non hanno prestigio".
Ciò vale sino ad una certa soglia critica, dopodiché la sua fisionomia, i suoi gesti, le sue parole, ogni giorno sempre gli stessi, mai presi sul serio dal telespettatore, diventano solo rumore di fondo".
A meno che, l'intellettuale accetti di scendere nell'arena usando le stesse armi dei suoi nuovi avversari, battere il pudore, abbandonare riti e procedure antiche… "Si può dire che questo intellettuale è afflitto dalla sindrome Stentore. Come si ricorderà nell'Iliade, Stentore era quel guerriero acheo in cui si impersonava la dea Hera, e che durante il combattimento "tanto forte gridava quanto cinquanta degli altri". Occorre che venga individuata una nuova figura sociale capace di continuare a stimolare il pensiero ossia di continuare a problematizzare il nostro sapere sugli uomini e sul mondo…
Maldonado non dice tutto, ma qualche spiraglio c'é, qualche idea arriva… riflettiamo, diventiamo intellettuali.
 
 
 
 
 

venerdì 22 maggio 2020

Elogio della Follia

Costui, più brutto di una scimmia, si vede bello come Nireo; Quell'altro si crede un Euclide perché traccia tre linee con il compasso.
Follia è la grande parata della presunzione umana, una stravagante e affollata esibizione delle debolezze, delle perversioni, dei sogni, delle illusioni dell'umanità.
Questo "Elogio", scritto da Erasmo nel 1509, dopo un lungo viaggio in Italia, rappresenta ancora oggi un eccezionale tesoro.
In esso è la follia in persona che tesse le sue lodi, smascherando falsi sapienti ed eccentrici illusionisti, tutti presi in una rete di discussioni oziose e inutili.
Un'opera moderna, che invita gli uomini a togliersi maschere e orpelli e a mostrarsi così come sono: splendidi nella loro follia. (tratto dal libro).
 
Perché scrivere un elogio alla Follia? Semplicemente per parlare di tutto ciò che è il suo opposto e scoprire così che, semplicemente non esiste. Che Follia è tutto l'agire umano e che, un testo scritto all'inizio del 1500 è attuale, anzi attualissimo!
Le piccole e grandi follie umane ci vengono illustrate, quasi un secondo viaggio di Dante in una triade, Inferno, Purgatorio, Paradiso… tutto però sulla Terra, tutto molto reale… e, alla fine del racconto, non possiamo che provare tenerezza per questo imperfetto essere umano…
 
 

sabato 16 maggio 2020

Aspetti del nuovo radicalismo di Destra

Il 6 aprile 1967 Theodor Adorno tenne una conferenza all’Università di Vienna il cui valore va ben oltre l’aspetto puramente storico e che può aiutarci a comprendere il tempo che stiamo vivendo. Risalendo alle origini del consenso ottenuto dai movimenti radicali di destra, il filosofo intendeva chiarire le ragioni dell’ascesa dell’NPD, formazione di destra che all’epoca stava registrando un certo successo nella Repubblica Federale Tedesca. Adorno mette in luce e collega tra loro in modo inedito vari elementi: il congegno sofisticato della propaganda e l’antisemitismo, il connubio tra perfezione tecnologica e un «sistema folle», l’individuazione di un capro espiatorio e l’odio ostentato verso gli intellettuali di sinistra e la cultura in generale, la tendenza del capitale alla concentrazione e la paura diffusa di perdere il proprio status sociale. Oggi lo «spettro» a cui la conferenza è dedicata non solo non si è dissolto, ma assume nuove e inquietanti sembianze. Diventa dunque ancora più importante prendere coscienza dei meccanismi dell’agitazione fascista e dei fondamenti psicologici e sociali su cui poggia. Nella consapevolezza che «se si vogliono affrontare sul serio queste cose, bisogna richiamare in modo perentorio gli interessi di coloro ai quali la propaganda si rivolge. Ciò vale soprattutto per i giovani che devono essere messi in guardia»
La postfazione dello storico Volker Veiss contestualizza il testo e lo inquadra in una prospettiva attuale.
  (tratto dal libro)

Dopo aver letto "Che cos'é un intellettuale",  un libro di Maldonado  che non ho ancora recensito, mi è parso quasi naturale proseguire la serie di testi dedicati alla politica, alla cultura, ed in fondo ai mali che albergano nel fondo della nostra società.
Mi capita così tra le mani questo testo, trascrizione di un intervento di Theodor Adorno datato 1967... un tempo lunghissimo? Io non credo, così come non lo crede Volker Veiss che firma la postfazione e riallaccia i fili di quel dialogo.
Bisogna leggere lentamente, sbocconcellare, ritornare sui singoli passaggi. Cogliere l'essenza del discorso di Adorno. Solo così è possibile afferrare i punti chiave di un discorso che cinquant'anni dopo appare attuale.
Leggiamo insieme alcuni passaggi: "Penso in primis alla tendenza del capitale alla concentrazione, dominante oggi come allora, della quale non si può affatto dubitare, per quanto la statistica, con tutti i suoi artifici, tenti di farla scomparire dalla faccia della Terra. Questa tendenza alla concentrazione significa, d'altro canto, oggi come allora, che resta sempre possibile il declassamento di strati sociali che dal punto di vista della loro coscienza di classe soggettiva risultano del tutto borghesi, i quali intendono mantenere i loro privilegi e il loro status sociale e, ove possibile rafforzarli. Questi gruppi hanno sempre la tendenza ad odiare il socialismo o ciò che loro chiamano socialismo, ossia danno la colpa del loro declassamento potenziale non agli apparati che lo producono, ma a coloro che si sono contrapposti in chiave critica al sistema nel quale avevano potuto godere di quello status…" illuminante vero?
E che dire dei fascismi? "Si sente spesso avanzare la tesi che in ogni democrazia ci sia un nucleo di incorreggibili o folli, la cosiddetta lunatic fringe come viene chiamata in America. E qui si cela qualcosa di consolatorio in senso quietistico e borghese, se tale lo si vuole considerare. Io credo che si possa rispondere soltanto: é certo che nel mondo, in ciascuna delle cosiddette democrazie, è possibile osservare con intensità variabili qualcosa di simile, ma solo in quanto espressione del fatto che, fino ad oggi, da nessuna parte la democrazia si è concretizzata in modo effettivo e completo dal punto di vista del contenuto economico-sociale, ma è rimasta sul piano formale. E, in questo senso, i movimenti fascisti potrebbero essere indicati come le piaghe, le cicatrici di una democrazia che non è ancora pienamente all'altezza del proprio concetto.
Ma quali sono i contenuti ideologici di certi movimenti di destra? "Ciò che caratterizza questi movimenti é, viceversa, una straordinaria perfezione dei mezzi, innanzitutto quelli propagandistici in senso lato, combinati con una certa cecità, addirittura un'astrusità degli scopi che vengono perseguiti".
Ed è a pagina 36 che troviamo un richiamo all'avversione per gli intellettuali (che descriverò meglio nel testo di Maldonado) definiti "Luftmenschen" persone prive di reddito, poco pratica ed estranea alle questioni materiali…. uomini con la testa tra le nuvole. Chi non trova posto nella divisione del lavoro, chi non è vincolato dalla propria professione a una posizione determinata e con essa a idee ben precise, chi, quindi, ha conservato la libertà di spirito, per questa ideologia è una sorta di farabutto che va sottoposto al più duro trattamento.
E ancora: "Si continua a ripetere che questi movimenti promettono a tutti qualcosa: é vero e rientra tra le prerogative dell'assenza di teoria. La stessa che - a pagina 48 - fa dire: "C'é un altro stratagemma del quale vorrei occuparmi, perché non è solo un trucco, e di frequente si presenza con una certa gravità. Si esprime nell'affermazione: "Bisognerà pur avere un'idea" A significare che un'idea non deve esserci perché é vera, né per il suo contenuto oggettivo, ma solo per la ragione pragmatica che non si dovrebbe poter vivere senza idee e che sarebbe un bene avere delle idee. Adorno lo chiama "Idealismo Volgare".
Si parla poi di risentimento, a pagina 74: "Come sempre, per la costruzione del risentimento risulta centrale la questione di quanto controllo si crede di avere sulla propria vita. Nonostante il richiamo alla sovranità abbia sempre avuto qualcosa di finzionale nel complesso sistema di riferimenti della modernità, appellarsi ad essa può diventare anche oggi una delle parole d'ordine principali di coloro che da destra si oppongono all'Europa"..... "Sapere che si potrebbe essere qualcosa di più, ma non lo si è, continua a spingere gli esseri umani ad atti di narcisismo collettivo"...
Ed infine, illuminante la tesi dell'intero testo, quella che potrebbe smontare i movimenti di Destra: "Spesso chi si sente minacciato dal declassamento dà la colpa alla miseria, non agli apparati che la producono, ma a coloro che si sono contrapposti in chiave critica al sistema nel quale avevano potuto godere di quello status".
 

Elegia americana - il libro