martedì 23 giugno 2026

il Gladiatore 2


Ciò che facciamo in vita riecheggia (un po' troppo) nell'eternità

Su "Il Gladiatore II" di Ridley Scott

C'è una frase del primo film che tutti ricordiamo, scolpita nella memoria come sul marmo: ciò che facciamo in vita riecheggia nell'eternità. Il problema del Gladiatore II è che ha preso l'aforisma alla lettera. Riecheggia, sì. Riecheggia talmente tanto che, a un certo punto, ti accorgi di star guardando l'eco di un film invece del film — la fotocopia di un capolavoro, stampata bene, su carta buona, ma pur sempre fotocopia.

Facciamo subito la cosa che, è d'obbligo: il confronto. Nel 2000 Ridley Scott aveva resuscitato un genere morto, il peplum, e ci aveva infilato dentro un eroe — Massimo Decimo Meridio — che era insieme generale, schiavo, padre in lutto e nemesi. Russell Crowe non recitava la vendetta: la portava, come si porta un peso sulle spalle. Hans Zimmer ci metteva sopra quella colonna sonora che ancora oggi, se parte in un centro commerciale, ti viene voglia di sfidare a duello il cassiere. Era cinema che credeva in qualcosa — negli dèi, in Roma, nella famiglia — anche solo per il gusto di vederlo crollare.

Ventiquattro anni dopo, Scott torna con Lucio Vero — Paul Mescal — e qui casca il primo asino. Mescal è bravo, è bello, ha il sorriso disarmante: ma gli manca la pietra. Il suo Annone-Lucio rifà il percorso di Massimo (la moglie uccisa, la cattura, l'arena, la vendetta "in questa vita o nell'altra") con la diligenza di un bravo studente che ha studiato il compito del primo della classe. Tutto giusto, tutto al posto suo, e proprio per questo tutto già visto. Dov'era il carisma greve di Crowe c'è una gentilezza che non spaventa nessuno, men che meno gli imperatori.

E poi ci sono loro, gli eccessi. Perché Scott, ottantasettenne irriducibile, ha deciso che se devi rifare il Colosseo allora ci metti dentro pure i babbuini inferociti, i rinoceronti cavalcati e — apice del delirio — una battaglia navale con gli squali che sguazzano nell'arena allagata. Storicamente improbabile? Certo. Ma il bello è che non te ne importa, perché a quel punto hai capito che il film non vuole convincerti, vuole travolgerti. È peplum diventato luna park. E come al luna park, esci stordito e vagamente felice, senza ricordare bene cosa hai visto.

Allora, cosa salviamo? Una cosa, e basta, ma maiuscola: Denzel Washington. Il suo Macrino — schiavo diventato schiavista, mercante che organizza i giochi mentre trama di rovesciare i due imperatori-bambini Geta e Caracalla — è l'unico personaggio vivo del film. Ed è interessante notare perché funziona. Macrino non vuole semplicemente il potere: vuole Roma. La odia e la brama insieme, la vuole distruggere e possedere nello stesso gesto. È desiderio mimetico allo stato puro — Girard sorriderebbe — l'uomo che diventa ossessionato esattamente da ciò che lo ha umiliato, fino a volerne prendere il posto. Washington recita questa ambivalenza con un piacere felino, sornione, da vecchio leone che sa di essere l'unico predatore sul set. Ogni volta che entra in scena, il film smette di essere una fotocopia e torna a respirare.

C'è poi un secondo motivo per cui qualcosa si salva, ed è più sottile. Il primo Gladiatore parlava di virtù: la nostalgia di una Roma ideale, gli dèi, l'onore. Questo parla di soldi, ambizione e folla — di una città già marcia che applaude chiunque la sappia intrattenere. E qui, sotto la patina pop, c'è un nervo scoperto. Canetti, in Massa e potere, aveva spiegato che la folla non vuole giustizia: vuole scarica, vuole sangue, vuole il momento in cui può ruggire all'unisono. L'arena del Gladiatore II è esattamente quella massa — e gli imperatori, e Macrino, sono solo tecnici dell'applauso. Non so quanto Scott lo abbia voluto consapevolmente. Ma il ritratto della politica come spettacolo per spettatori distratti è, ahimè, l'unica cosa del film che parli davvero del nostro presente.

Verdetto del buontempone: due spade e mezzo su cinque. Una intera è di Denzel. Mezza è per il coraggio senile di Scott, che a ottantasette anni butta gli squali nell'arena perché può. Il resto si perde nell'eco — e l'eco, si sa, è il modo che ha un suono di sopravvivere quando non ha più niente di nuovo da dire.

P.S. — Se proprio dovete, rivedete prima il primo. Non per cattiveria: per misericordia verso il secondo.


 

La grazia


 La grazia del dubbio (e delle cuffiette)

Su "La Grazia" di Paolo Sorrentino

Ci sono registi che invecchiano e registi che si sciolgono. Sorrentino, da qualche film a questa parte, appartiene alla seconda categoria: ha smesso di posare davanti allo specchio del proprio talento e ha cominciato, finalmente, a guardarci dentro. La Grazia è il film di un uomo che ha capito una cosa semplice e terribile — che alla fine non c'è fretta di arrivare al finale, perché il finale lo conosciamo già tutti.

La premessa è di quelle che potrebbero stare in una tragedia di Seneca o in una barzelletta di paese, dipende da come la racconti. Mariano De Santis, Presidente della Repubblica a sei mesi dalla scadenza del mandato, vedovo, cattolico, giurista, soprannominato "Cemento Armato" per la sua inflessibilità. Toni Servillo lo interpreta con la maestà di un monumento equestre a cui, ogni tanto, qualcuno infila nelle orecchie le cuffiette con il rap a tutto volume. Perché sì: il Capo dello Stato ascolta la trap. È il dettaglio che da solo vale il biglietto, ed è anche — se ci si pensa — la più onesta delle confessioni che un potente possa fare sul vuoto che gli ronza dentro.

La trama avanza con la calma di una processione di paese. Due richieste di grazia da firmare, due dilemmi morali che si intrecciano con la vita privata fino a diventare la stessa cosa. E poi il vero motore segreto del film: la moglie defunta, amata e infedele, di cui De Santis sa tutto tranne l'essenziale — con chi. Sente di dover sapere. Non saprà mai. E qui, lettori affezionati, mi tocca sorridere: perché un film intero costruito sull'assenza del fatto e sull'ossessione dell'interpretazione è esattamente il film che questo blog aspettava da diciotto anni. Non esistono fatti, solo interpretazioni. Nietzsche al Quirinale, con la scorta.

Ci sono naturalmente i sorrentinismi, quelli che i detrattori contano come un farmacista conta le pillole: il cavallo morente, l'astronauta con la lacrima che galleggia in assenza di gravità, i corridoi del potere fotografati come pale d'altare, il carrello lento e meditabondo. La differenza, stavolta, è che Sorrentino lo sa. Ci gioca. Fa l'autoironico. Sorride mentre ti commuove e ti frega due volte — prima con la battuta, poi con l'abisso che la battuta nascondeva.

Attorno al monumento Servillo si muove Anna Ferzetti, figlia e capo di gabinetto, la vera centralina elettrica del film: è lei che pensa la vita al padre, ed è in lei che il film trova i suoi momenti di carne più vera. De Santis, in fondo, è un uomo che ha delegato il pensiero a chi gli vuole bene, e che si ritrova, alla fine, costretto a decidere da solo proprio sull'unica cosa che conta — non chi graziare, ma se la grazia esista.

Perché è di questo che parla il film, fingendo di parlare d'altro. Parla di potere fingendo di parlare di leggi, parla di morte fingendo di parlare d'amore, e parla del dubbio fingendo di chiamarlo grazia. La grazia, nel senso giuridico, è un atto di clemenza. Nel senso teologico, è un dono immeritato che precede ogni nostro merito. De Santis la aspetta senza essere sicuro di crederci — e in questa sospensione, in questo restare impigliati tra il gesto e il senso del gesto, c'è qualcosa di più camusiano che cattolico. L'uomo assurdo che firma comunque, che sceglie comunque, sapendo che non c'è garanzia di aver scelto bene.

Lento? Lentissimo. La storia non comincia davvero prima della mezz'ora, e chi cerca il colpo di scena resterà a bocca asciutta. Ma è la lentezza giusta, quella di chi ha smesso di avere fretta perché ha cominciato a fare i conti con il tempo che resta. Si esce dalla sala con una malinconia leggera, di quelle che non pesano: la sensazione di aver passato due ore in compagnia di un uomo intelligente che, per una volta, ha avuto il coraggio di mostrarsi confuso.

Voto del buontempone: quattro grazie su cinque. La quinta gliel'avrei concessa volentieri, se solo avesse salvato il cavallo Elvis. Ma forse è proprio per quello che si chiama grazia: perché non sempre arriva.

Vintebbio - Zegna - Oropa - Gita in moto

Bellissimo itinerario motociclistico in territorio piemontese.. le Alpi che sovrastano il Biellese regalano scorci stupendi.. anche se la giornata, complice il caldo ha risentito dell'afa e della foschia che ha tolto visibilità... Dopo Vintebbio e il suo castello (un borgo che conserva il fascino medievale e mura a spina di pesce ben conservate), si sale verso la panoramica Zegna e si giunge per strade perigliose sino ad Oropa, sempre più simile ad un centro commerciale e sempre meno ad una basilica... che dire.. merita davvero una domenica di svago.












 

lunedì 22 giugno 2026

Cavalierato

E arrivò anche il giorno del Cavalierato. Pensieri? Tanti.. Soddisfazioni? Tante.. sassolini che escono dalle scarpe? qualcuno si. Orgoglio? Tantissimo. Ricarica per ripartire? Assolutamente si.
La cerimonia risente molto delle difficoltà organizzative ma. alla fine tutto va al meglio. Poi si festeggia. Questo traguardo è una ripartenza, per nuove idee, attività, sogni.. sempre con l'idea che fare del bene al prossimo alla fine paga.












    




 

sabato 20 giugno 2026

Palestre di innovazione


Quanto ho desiderato questa pubblicazione? Parecchio.
E quanta fatica? che lavoro per arrivare al dunque? E che soddisfazioni mi ha dato? Tanta fatica, tanta rabbia e dilemmi, ma alla fine tanta tanta soddisfazione.
E' il mio primo vero libro e per quanto sia una indagine, in un certo modo parla di me e del mio modo di vedere non solo Anpas ma anche l'azione che compie sul territorio, ciò che è e ciò che dovrebbe, potrebbe essere.
Quindi mi godo il mio piccolo momento di gloria per questo lavoro, senza dimenticare di ringraziare chi mi ha aiutato nella genesi del testo e che spero possa condividere con me questo piccolo lavoro.

venerdì 19 giugno 2026

L'arco dell'impero - Libro


 L'arco dell'impero, ovvero la guerra continuata con altri capitali

Vent'anni dopo Guerra senza limiti — il testo del 1999 con cui Qiao Liang e Wang Xiangsui anticiparono l'idea che il conflitto avrebbe sfondato i confini del campo di battaglia per invadere l'economia, l'informazione, il diritto — l'ex generale dell'aeronautica cinese torna sul luogo del delitto. E lo fa colmando, dichiaratamente, la lacuna del primo libro: il raggio economico della guerra. La tesi è limpida fino alla brutalità: il prossimo campo di battaglia non sarà geografico ma finanziario, e chi non capisce la finanza non può capire le intenzioni strategiche di una potenza.

Il bersaglio è l'egemonia del dollaro, descritta come la vera forma contemporanea dell'impero. Gli Stati Uniti, nella lettura di Qiao, sono un impero coloniale finanziario: stampano dollari, il resto del mondo produce merci, le guerre servono a tenere alto il prestigio della valuta e a punire chi osa sottrarsi al sistema. Iraq e Kosovo diventano gli esempi-chiave di una potenza che non tollera monete rivali — euro compreso. È un libro, come è stato giustamente osservato, più riconducibile a Marx che a Clausewitz: la guerra letta attraverso le leggi del capitale prima che attraverso quelle delle armi.

Qui sta il pregio maggiore. Scritto prima del 2015, il libro ha oggi un'aria quasi divinatoria: la dedollarizzazione, l'ascesa dei BRICS, la sfiducia crescente verso l'unilateralismo del biglietto verde sono esattamente i temi che riempiono le cronache geopolitiche del 2026. Leggere Qiao adesso significa vederlo indovinare la partita con anni di anticipo. Non è "complottismo", come precisa lui stesso: è la descrizione fredda di un meccanismo finanziario. Ed è in questo che il libro entra di diritto nella cassetta degli attrezzi di chi voglia capire il presente.

Ma una recensione critica deve anche maneggiare il rovescio della medaglia, e qui ce n'è parecchio.

Il primo limite è strutturale: è una raccolta, e si sente. Le ripetizioni sono molte, i concetti tornano a ondate, le appendici appesantiscono. Chi cerca un'architettura argomentativa coerente trova invece la sedimentazione di un decennio di interventi — interessante come documento, faticoso come libro.

Il secondo è più sottile, ed è di metodo. Qiao è lucidissimo, quasi spietato, nel dissezionare l'impero americano; diventa improvvisamente lirico e indulgente quando descrive la Cina come "paese di pace", potenza che cerca le fonti e non il prodotto finale, custode di armonia e tranquillità. È l'asimmetria classica dell'intellettuale organico — categoria gramsciana che gli si attaglia bene: l'occhio analitico è affilatissimo verso l'avversario e curiosamente miope verso casa propria. Le contraddizioni cinesi (corruzione, lotte tra clan, ambizioni dei vertici) vengono nominate, ma mai con la stessa pressione critica riservata a Washington. Il lettore avvertito tiene quindi una mano sul portafoglio epistemologico: non esistono fatti, solo interpretazioni, e questa è un'interpretazione che ha una bandiera.

Il terzo elemento è il libro-nel-libro di Fabio Mini. Il saggio del generale è tutt'altro che un'introduzione di servizio: è un contrappunto così sostanzioso da averlo elevato al rango di coautore dell'edizione italiana. Funziona da bussola e da contrappeso, ma rende anche più difficile distinguere dove finisce Qiao e dove comincia la cornice occidentale che lo presenta. È un valore aggiunto, ma anche un filtro di cui essere consapevoli.

In definitiva: non è un manuale tecnico, non è propaganda, e — nonostante l'impianto — non è nemmeno un libro antiamericano nel senso pamphlettistico. È qualcosa di più utile e più scomodo: uno specchio strategico, che mostra come l'altra grande potenza vede noi, vede sé stessa, e vede l'arco discendente di un impero che crede di essere ancora al suo apogeo. Lo si legge meglio non per scoprire "la verità" sulla guerra finanziaria, ma per imparare a riconoscere lo sguardo da cui quella verità viene formulata.

Tre stelle e mezzo su cinque: indispensabile per i contenuti, irregolare nella forma, prezioso proprio perché parziale.

Dogliani - AVSD 2026


Dogliani e le sue gare sono oramai un appuntamento fisso durante l'anno... e non potrei farne a meno davvero. Rivedere gli amici, seguire la competizione, pranzare e cenare in compagnia, condividere le difficoltà della competizione, ecco.. tutte queste attività messe insieme in una cornice così bella come le Langhe sono impagabili. Ancora e sempre viva Anpas, ma più di tutto le persone che la animano.













 

il Gladiatore 2