martedì 28 luglio 2026

Problem Solving tascabile


Il libro in breve

Centosettantasei pagine, edizione tascabile, pensate per un pubblico che va ben oltre lo psicoterapeuta: manager, insegnanti, allenatori, e — recita il risvolto — "il problem solver che c'è in ognuno di noi". Nardone condensa qui il nucleo duro del suo modello, sviluppato in oltre vent'anni a partire dalla lezione della scuola di Palo Alto (Watzlawick su tutti): definire con rigore il problema, mappare le "tentate soluzioni disfunzionali" che lo mantengono in vita, e introdurre il cambiamento attraverso stratagemmi non ordinari piuttosto che attraverso l'insight razionale.

È, in sostanza, un breviario. Non un trattato, non un manuale clinico — quelli Nardone li ha già scritti altrove, per un pubblico specialistico — ma una sintesi divulgativa che vuole essere immediatamente spendibile.

I meriti

Il punto di forza del libro è anche il tratto distintivo di tutta l'opera di Nardone: il ribaltamento epistemologico rispetto al senso comune terapeutico e manageriale. L'idea che la comprensione profonda di un problema non sia precondizione per risolverlo, ma spesso ne sia l'ostacolo — che si debba "cambiare per conoscere" e non il contrario — è una provocazione filosoficamente seria, non uno slogan da coaching aziendale. Chi ha una minima familiarità con la cibernetica di secondo ordine o con l'epistemologia costruttivista di von Foerster e Watzlawick riconoscerà qui un'applicazione pratica di quelle premesse, e non semplice aneddotica.

Il secondo merito è la concretezza: il concetto di "tentata soluzione disfunzionale" è uno strumento diagnostico genuinamente utile, applicabile ben oltre la clinica — funziona altrettanto bene per capire perché un'organizzazione continua a rispondere a un problema cronico sempre con la stessa mossa fallimentare, magnificandola invece di abbandonarla.

I limiti

Qui però comincia la parte critica, ed è la parte che conta. Il formato "da tasca" — nato per allargare il pubblico — è anche il suo principale limite: la sintesi rischia di scivolare in una sequenza di massime aforistiche che, private dell'apparato clinico e casistico che le sorregge nei testi maggiori (penso a L'arte del cambiamento o a Psicosoluzioni), suonano più assertive di quanto la loro base empirica giustifichi. Il lettore che arriva da questo libro senza aver letto altro di Nardone rischia di scambiare per "tecnologia" comprovata quello che è, più onestamente, un repertorio di stratagemmi retorici raffinatissimi ma non sempre falsificabili nel senso popperiano del termine.

C'è poi un problema di genere letterario che è anche un problema filosofico: la retorica del "risolvere" — mutuata dall'arte della guerra e dagli stratagemmi cinesi che Nardone esplicitamente cita come fonte — presuppone un soggetto stratega, quasi un ingegnere della propria vita, che decide dall'esterno come intervenire su un sistema. È un'impostazione efficace nella pratica clinica breve, dove funziona, ma quando trasferita tale e quale al coaching individuale e aziendale (come il libro esplicitamente propone) lascia in ombra la domanda su chi stabilisca cosa sia davvero "il problema" — domanda che un'epistemologia costruttivista dovrebbe, per coerenza interna, non poter eludere. Il libro non la elude: semplicemente non se la pone, perché il formato divulgativo non glielo consente.

Infine, va detto: la trasposizione dal contesto terapeutico (dove il "paziente" ha un disagio conclamato e un contratto chiaro con il terapeuta) al contesto manageriale e scolastico è meno lineare di quanto il libro lasci intendere. Gli stratagemmi che funzionano per disinnescare un attacco di panico non si trasferiscono automaticamente, senza perdita, alla gestione di un conflitto organizzativo strutturale.

A chi consigliarlo

Ha senso come porta d'ingresso, non come destinazione. Bene per chi non ha mai incontrato il paradigma strategico e vuole capire se la logica di Nardone gli interessa prima di affrontare i testi più corposi. Meno indicato per chi cerca un fondamento teorico solido: per quello servono altri titoli dello stesso autore, letti con più pazienza e un occhio più critico di quanto il tono aforistico di questo tascabile inviti a fare.

Giudizio

Un libro onesto nei suoi limiti dichiarati — è "da tasca", non promette di essere altro — ma che va letto con la consapevolezza che la sua forza retorica (gli stratagemmi, la scorrevolezza, l'aforisma che resta impresso) è anche il suo rischio principale: la seduzione della soluzione elegante può far dimenticare che un buon problem solving comincia sempre con la domanda su chi ha deciso, e perché, che quello fosse "il problema".

Voto: 3/5 — utile come manifesto, insufficiente come manuale.


 

giovedì 9 luglio 2026

Pizzo Diei


Ed ecco la gita che devi assolutamente fare.. Pizzo Diei. Prendo però la seggiovia per godermi la giornata ed essere nel contempo a pranzo da papà alle 13.. una corsa contro il tempo che però vale davvero la pena fare. Arrivare a toccare i 3.000 e ritorno nello spazio di una mattinata. 







 

martedì 7 luglio 2026

Pian Pumper


Colpo di testa. A volte le cose vanno fatte senza riflettere troppo. Finito di lavorare venerdì mattino, prendo l'auto, porto papà a Varzo e poi mi dirigo al parcheggio sopra la diga.
Lasciata l'auto salgo (con grande fatica, causa digestione in corso) verso Albiona che, qualche ora dopo supero raggiungendo il rifugio di Pian Pumper.
Nessuno in giro e così mi godo la totale solitudine del luogo. Al mattino dopo colazione si rientra dallo stesso itinerario. Fantastico.

















 

Ai e PA. Stato dell'arte, priorità e traiettorie di sviluppo


La lettura di questo testo consente di raccogliere informazioni sull'attuale grado di coinvolgimento degli organi politici rispetto all'introduzione della IA nella Pubblica Amministrazione Italiana.
Vengono così analizzati, da parte della SDA Bocconi, il contesto, il divario digitale, il coinvolgimento dei cittadini, la comunicazione delle iniziative.
Si esamina poi management e organizzazione: cultura e propensione al cambiamento, formazione e valutazione del personale, uso dei dati nei processi decisionali, visione strategica e di innovazione. 
Si passa poi alla governance: acquisizione e fornitura, compliance, documentazione e standardizzazione, monitoraggio e manutenzione, ruoli e responsabilità.
Poi alle risorse: competenze interne, esterne, budget, partnership...
Poi alla tecnologia: accesso e gestione dei dati, infrastruttura tecnologica, budget per concludere con il valore: percezione da parte della dirigenza e del personale, identificazione dei servizi, priorità e  sostenibilità.

 

sabato 27 giugno 2026

Fare posto, dare spazio. Toolkit operativo.


 Utile "cassetta degli attrezzi" per affrontare un problema di cui tutte le associazioni parlano ma, spesso, senza dar seguito ad alcuna iniziativa concreta. Mancano le idee, mancano gli esempi, ma soprattutto manca, quella cultura necessaria a saper "governare" azioni, persone, idee che non ci appartengono e che fatichiamo a capire... salvo poi scoprire che, al netto di riti, rituali, gergo e impazienza... ciò che i giovani vogliono è la stessa cosa che desideravamo noi (no, non quella cosa lì), crescere con degli esempi, farsi strada nel mondo, essere riconosciuti, apprezzati, visti e accettati.
Questo piccolo vademecum aiuta gli educatori a navigare nel periglioso mare della giovinezza, delle aspettative e in quel non detto che permea il distacco generazionale. Non si tratta di governare ma soprattutto di ascoltare, indirizzare, far vedere senza farsi vedere. Ci si orienta così tra processi partecipativi, scelta di spazi, scelta di linguaggi, attivare la partecipazione tra cui: mangiare insieme, costruire la community, fare brainstorming, fare tabula rasa, costruire gli spazi, dare senso di appartenenza con riti di ingresso, andare in visita da altre realtà, fare questionari partecipativi costruiti dal basso.

venerdì 26 giugno 2026

Fermare il cantiere. Magnifica Humanitas

Magnifica Humanitas, ovvero un'enciclica sull'intelligenza artificiale letta dalla provincia

Confesso il pregiudizio, così almeno avrò il piacere di tradirlo. Quando ho saputo che il Papa aveva scritto un'enciclica sull'intelligenza artificiale, ho temuto il consueto: il documento un po' spaventato, di quelli che alternano l'entusiasmo del dépliant alla diffidenza del nonno davanti al telecomando. Mi ero già preparato l'aria comprensiva.

Mi sbagliavo, e lo dico con il sollievo di chi ama essere smentito. Magnifica Humanitas ha il buon gusto di non parlare di macchine. Parla di potere — che è tutt'altra faccenda, e assai più scomoda. La tesi, sfrondata dei velluti, è di un realismo quasi brutale: la tecnica non è neutra, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola e la usa; e quel volto, oggi, non è più quello degli Stati ma quello di una manciata di soggetti privati più ricchi di molti governi. Mentre tutti discutono se la macchina sia intelligente, qui si domanda — con garbo curiale ma senza giri — di chi sia. Domanda che, ammettiamolo, in provincia ci facciamo da sempre, ogni volta che una decisione presa altrove arriva già confezionata.

Il cuore del testo sono due immagini bibliche, e qui l'ho trovato perfino elegante. Da una parte Babele: la torre costruita per "farsi un nome", l'opera grandiosa e autosufficiente che, a forza di volere un'unica lingua, finisce per non capirsi più. Dall'altra Neemia, che ricostruisce le mura di Gerusalemme senza calare soluzioni dall'alto — convoca le famiglie, assegna a ciascuno il suo tratto di muro, ascolta le paure. Confesso che Neemia, funzionario di un re straniero che torna a casa a rimettere insieme i cocci, mi è parso un collega. Il messaggio è che la scelta vera non è fra dire sì o no alla tecnologia — falsa alternativa da convegno — ma fra due modi di stare insieme. È una mossa filosofica travestita da omelia, e funziona.

Poi, certo, c'è il punto in cui l'ho amata e non le ho creduto nello stesso istante. L'enciclica arriva a dire che i dati, gli algoritmi, le piattaforme andrebbero considerati beni a destinazione universale, come l'acqua e l'aria. Magnifico in linea di principio, e lo penso davvero. Solo che il dato non è la terra: non sta lì da prima di noi, lo produciamo mentre viviamo, e vale solo dentro una relazione. "Destinazione universale" rischia di restare una bellissima parola in cerca di un meccanismo. Ma forse è il bello del genere: l'enciclica è fatta per indicare il nord, non per disegnare la strada. La diagnosi è chirurgica; la terapia, diciamolo, è un gesto. «Fermare il cantiere dell'ennesima Babele» commuove e non obbliga nessuno — e va bene così, purché non si confonda la profezia con il regolamento attuativo.

Resta una crepa, ed è quella che mi tiene compagnia da qualche sera. Il documento traccia attorno all'umano una linea metafisica nettissima — la dignità come dono che precede ogni merito, lo splendore che nessuna macchina potrà mai sostituire — e risolve per decreto una domanda che a me pare tutt'altro che chiusa: dove finisce la persona e comincia l'artefatto. Trovo che la sua sicurezza, lì, corra un po' più veloce della domanda. E però — ecco la finezza — le sue conclusioni pratiche restano giuste comunque: l'essere umano al centro delle decisioni che lo riguardano, il rifiuto di ridurre chiunque a profilo. Si possono accogliere senza firmarne la metafisica. Capita, con i testi seri.

Chiudo dove dovrei: in dubbio. L'ho letto da qui, da una provincia che le rivoluzioni le vede arrivare sempre con un certo ritardo e una certa diffidenza — e che proprio per questo, a volte, le vede meglio. Mi resta l'impressione di un documento più riuscito nel descrivere il male che nel prescrivere il rimedio, e va benissimo: i medici onesti sono quelli che almeno la diagnosi non te la addolciscono. Sul resto, come sapete, non esistono fatti. Solo interpretazioni — e l'unico modo per scoprire chi sta interpretando chi è continuare a leggere.


martedì 23 giugno 2026

il Gladiatore 2


Ciò che facciamo in vita riecheggia (un po' troppo) nell'eternità

Su "Il Gladiatore II" di Ridley Scott

C'è una frase del primo film che tutti ricordiamo, scolpita nella memoria come sul marmo: ciò che facciamo in vita riecheggia nell'eternità. Il problema del Gladiatore II è che ha preso l'aforisma alla lettera. Riecheggia, sì. Riecheggia talmente tanto che, a un certo punto, ti accorgi di star guardando l'eco di un film invece del film — la fotocopia di un capolavoro, stampata bene, su carta buona, ma pur sempre fotocopia.

Facciamo subito la cosa che, è d'obbligo: il confronto. Nel 2000 Ridley Scott aveva resuscitato un genere morto, il peplum, e ci aveva infilato dentro un eroe — Massimo Decimo Meridio — che era insieme generale, schiavo, padre in lutto e nemesi. Russell Crowe non recitava la vendetta: la portava, come si porta un peso sulle spalle. Hans Zimmer ci metteva sopra quella colonna sonora che ancora oggi, se parte in un centro commerciale, ti viene voglia di sfidare a duello il cassiere. Era cinema che credeva in qualcosa — negli dèi, in Roma, nella famiglia — anche solo per il gusto di vederlo crollare.

Ventiquattro anni dopo, Scott torna con Lucio Vero — Paul Mescal — e qui casca il primo asino. Mescal è bravo, è bello, ha il sorriso disarmante: ma gli manca la pietra. Il suo Annone-Lucio rifà il percorso di Massimo (la moglie uccisa, la cattura, l'arena, la vendetta "in questa vita o nell'altra") con la diligenza di un bravo studente che ha studiato il compito del primo della classe. Tutto giusto, tutto al posto suo, e proprio per questo tutto già visto. Dov'era il carisma greve di Crowe c'è una gentilezza che non spaventa nessuno, men che meno gli imperatori.

E poi ci sono loro, gli eccessi. Perché Scott, ottantasettenne irriducibile, ha deciso che se devi rifare il Colosseo allora ci metti dentro pure i babbuini inferociti, i rinoceronti cavalcati e — apice del delirio — una battaglia navale con gli squali che sguazzano nell'arena allagata. Storicamente improbabile? Certo. Ma il bello è che non te ne importa, perché a quel punto hai capito che il film non vuole convincerti, vuole travolgerti. È peplum diventato luna park. E come al luna park, esci stordito e vagamente felice, senza ricordare bene cosa hai visto.

Allora, cosa salviamo? Una cosa, e basta, ma maiuscola: Denzel Washington. Il suo Macrino — schiavo diventato schiavista, mercante che organizza i giochi mentre trama di rovesciare i due imperatori-bambini Geta e Caracalla — è l'unico personaggio vivo del film. Ed è interessante notare perché funziona. Macrino non vuole semplicemente il potere: vuole Roma. La odia e la brama insieme, la vuole distruggere e possedere nello stesso gesto. È desiderio mimetico allo stato puro — Girard sorriderebbe — l'uomo che diventa ossessionato esattamente da ciò che lo ha umiliato, fino a volerne prendere il posto. Washington recita questa ambivalenza con un piacere felino, sornione, da vecchio leone che sa di essere l'unico predatore sul set. Ogni volta che entra in scena, il film smette di essere una fotocopia e torna a respirare.

C'è poi un secondo motivo per cui qualcosa si salva, ed è più sottile. Il primo Gladiatore parlava di virtù: la nostalgia di una Roma ideale, gli dèi, l'onore. Questo parla di soldi, ambizione e folla — di una città già marcia che applaude chiunque la sappia intrattenere. E qui, sotto la patina pop, c'è un nervo scoperto. Canetti, in Massa e potere, aveva spiegato che la folla non vuole giustizia: vuole scarica, vuole sangue, vuole il momento in cui può ruggire all'unisono. L'arena del Gladiatore II è esattamente quella massa — e gli imperatori, e Macrino, sono solo tecnici dell'applauso. Non so quanto Scott lo abbia voluto consapevolmente. Ma il ritratto della politica come spettacolo per spettatori distratti è, ahimè, l'unica cosa del film che parli davvero del nostro presente.

Verdetto del buontempone: due spade e mezzo su cinque. Una intera è di Denzel. Mezza è per il coraggio senile di Scott, che a ottantasette anni butta gli squali nell'arena perché può. Il resto si perde nell'eco — e l'eco, si sa, è il modo che ha un suono di sopravvivere quando non ha più niente di nuovo da dire.

P.S. — Se proprio dovete, rivedete prima il primo. Non per cattiveria: per misericordia verso il secondo.


 

Problem Solving tascabile