Ripensando la vita
Non esistono fatti, solo interpretazioni
sabato 27 giugno 2026
Fare posto, dare spazio. Toolkit operativo.
venerdì 26 giugno 2026
Fermare il cantiere. Magnifica Humanitas
Magnifica Humanitas, ovvero un'enciclica sull'intelligenza artificiale letta dalla provincia
Confesso il pregiudizio, così almeno avrò il piacere di tradirlo. Quando ho saputo che il Papa aveva scritto un'enciclica sull'intelligenza artificiale, ho temuto il consueto: il documento un po' spaventato, di quelli che alternano l'entusiasmo del dépliant alla diffidenza del nonno davanti al telecomando. Mi ero già preparato l'aria comprensiva.
Mi sbagliavo, e lo dico con il sollievo di chi ama essere smentito. Magnifica Humanitas ha il buon gusto di non parlare di macchine. Parla di potere — che è tutt'altra faccenda, e assai più scomoda. La tesi, sfrondata dei velluti, è di un realismo quasi brutale: la tecnica non è neutra, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola e la usa; e quel volto, oggi, non è più quello degli Stati ma quello di una manciata di soggetti privati più ricchi di molti governi. Mentre tutti discutono se la macchina sia intelligente, qui si domanda — con garbo curiale ma senza giri — di chi sia. Domanda che, ammettiamolo, in provincia ci facciamo da sempre, ogni volta che una decisione presa altrove arriva già confezionata.
Il cuore del testo sono due immagini bibliche, e qui l'ho trovato perfino elegante. Da una parte Babele: la torre costruita per "farsi un nome", l'opera grandiosa e autosufficiente che, a forza di volere un'unica lingua, finisce per non capirsi più. Dall'altra Neemia, che ricostruisce le mura di Gerusalemme senza calare soluzioni dall'alto — convoca le famiglie, assegna a ciascuno il suo tratto di muro, ascolta le paure. Confesso che Neemia, funzionario di un re straniero che torna a casa a rimettere insieme i cocci, mi è parso un collega. Il messaggio è che la scelta vera non è fra dire sì o no alla tecnologia — falsa alternativa da convegno — ma fra due modi di stare insieme. È una mossa filosofica travestita da omelia, e funziona.
Poi, certo, c'è il punto in cui l'ho amata e non le ho creduto nello stesso istante. L'enciclica arriva a dire che i dati, gli algoritmi, le piattaforme andrebbero considerati beni a destinazione universale, come l'acqua e l'aria. Magnifico in linea di principio, e lo penso davvero. Solo che il dato non è la terra: non sta lì da prima di noi, lo produciamo mentre viviamo, e vale solo dentro una relazione. "Destinazione universale" rischia di restare una bellissima parola in cerca di un meccanismo. Ma forse è il bello del genere: l'enciclica è fatta per indicare il nord, non per disegnare la strada. La diagnosi è chirurgica; la terapia, diciamolo, è un gesto. «Fermare il cantiere dell'ennesima Babele» commuove e non obbliga nessuno — e va bene così, purché non si confonda la profezia con il regolamento attuativo.
Resta una crepa, ed è quella che mi tiene compagnia da qualche sera. Il documento traccia attorno all'umano una linea metafisica nettissima — la dignità come dono che precede ogni merito, lo splendore che nessuna macchina potrà mai sostituire — e risolve per decreto una domanda che a me pare tutt'altro che chiusa: dove finisce la persona e comincia l'artefatto. Trovo che la sua sicurezza, lì, corra un po' più veloce della domanda. E però — ecco la finezza — le sue conclusioni pratiche restano giuste comunque: l'essere umano al centro delle decisioni che lo riguardano, il rifiuto di ridurre chiunque a profilo. Si possono accogliere senza firmarne la metafisica. Capita, con i testi seri.
Chiudo dove dovrei: in dubbio. L'ho letto da qui, da una provincia che le rivoluzioni le vede arrivare sempre con un certo ritardo e una certa diffidenza — e che proprio per questo, a volte, le vede meglio. Mi resta l'impressione di un documento più riuscito nel descrivere il male che nel prescrivere il rimedio, e va benissimo: i medici onesti sono quelli che almeno la diagnosi non te la addolciscono. Sul resto, come sapete, non esistono fatti. Solo interpretazioni — e l'unico modo per scoprire chi sta interpretando chi è continuare a leggere.
martedì 23 giugno 2026
il Gladiatore 2
Ciò che facciamo in vita riecheggia (un po' troppo) nell'eternità
Su "Il Gladiatore II" di Ridley Scott
C'è una frase del primo film che tutti ricordiamo, scolpita nella memoria come sul marmo: ciò che facciamo in vita riecheggia nell'eternità. Il problema del Gladiatore II è che ha preso l'aforisma alla lettera. Riecheggia, sì. Riecheggia talmente tanto che, a un certo punto, ti accorgi di star guardando l'eco di un film invece del film — la fotocopia di un capolavoro, stampata bene, su carta buona, ma pur sempre fotocopia.
Facciamo subito la cosa che, è d'obbligo: il confronto. Nel 2000 Ridley Scott aveva resuscitato un genere morto, il peplum, e ci aveva infilato dentro un eroe — Massimo Decimo Meridio — che era insieme generale, schiavo, padre in lutto e nemesi. Russell Crowe non recitava la vendetta: la portava, come si porta un peso sulle spalle. Hans Zimmer ci metteva sopra quella colonna sonora che ancora oggi, se parte in un centro commerciale, ti viene voglia di sfidare a duello il cassiere. Era cinema che credeva in qualcosa — negli dèi, in Roma, nella famiglia — anche solo per il gusto di vederlo crollare.
Ventiquattro anni dopo, Scott torna con Lucio Vero — Paul Mescal — e qui casca il primo asino. Mescal è bravo, è bello, ha il sorriso disarmante: ma gli manca la pietra. Il suo Annone-Lucio rifà il percorso di Massimo (la moglie uccisa, la cattura, l'arena, la vendetta "in questa vita o nell'altra") con la diligenza di un bravo studente che ha studiato il compito del primo della classe. Tutto giusto, tutto al posto suo, e proprio per questo tutto già visto. Dov'era il carisma greve di Crowe c'è una gentilezza che non spaventa nessuno, men che meno gli imperatori.
E poi ci sono loro, gli eccessi. Perché Scott, ottantasettenne irriducibile, ha deciso che se devi rifare il Colosseo allora ci metti dentro pure i babbuini inferociti, i rinoceronti cavalcati e — apice del delirio — una battaglia navale con gli squali che sguazzano nell'arena allagata. Storicamente improbabile? Certo. Ma il bello è che non te ne importa, perché a quel punto hai capito che il film non vuole convincerti, vuole travolgerti. È peplum diventato luna park. E come al luna park, esci stordito e vagamente felice, senza ricordare bene cosa hai visto.
Allora, cosa salviamo? Una cosa, e basta, ma maiuscola: Denzel Washington. Il suo Macrino — schiavo diventato schiavista, mercante che organizza i giochi mentre trama di rovesciare i due imperatori-bambini Geta e Caracalla — è l'unico personaggio vivo del film. Ed è interessante notare perché funziona. Macrino non vuole semplicemente il potere: vuole Roma. La odia e la brama insieme, la vuole distruggere e possedere nello stesso gesto. È desiderio mimetico allo stato puro — Girard sorriderebbe — l'uomo che diventa ossessionato esattamente da ciò che lo ha umiliato, fino a volerne prendere il posto. Washington recita questa ambivalenza con un piacere felino, sornione, da vecchio leone che sa di essere l'unico predatore sul set. Ogni volta che entra in scena, il film smette di essere una fotocopia e torna a respirare.
C'è poi un secondo motivo per cui qualcosa si salva, ed è più sottile. Il primo Gladiatore parlava di virtù: la nostalgia di una Roma ideale, gli dèi, l'onore. Questo parla di soldi, ambizione e folla — di una città già marcia che applaude chiunque la sappia intrattenere. E qui, sotto la patina pop, c'è un nervo scoperto. Canetti, in Massa e potere, aveva spiegato che la folla non vuole giustizia: vuole scarica, vuole sangue, vuole il momento in cui può ruggire all'unisono. L'arena del Gladiatore II è esattamente quella massa — e gli imperatori, e Macrino, sono solo tecnici dell'applauso. Non so quanto Scott lo abbia voluto consapevolmente. Ma il ritratto della politica come spettacolo per spettatori distratti è, ahimè, l'unica cosa del film che parli davvero del nostro presente.
Verdetto del buontempone: due spade e mezzo su cinque. Una intera è di Denzel. Mezza è per il coraggio senile di Scott, che a ottantasette anni butta gli squali nell'arena perché può. Il resto si perde nell'eco — e l'eco, si sa, è il modo che ha un suono di sopravvivere quando non ha più niente di nuovo da dire.
P.S. — Se proprio dovete, rivedete prima il primo. Non per cattiveria: per misericordia verso il secondo.
La grazia
La grazia del dubbio (e delle cuffiette)
Su "La Grazia" di Paolo Sorrentino
Ci sono registi che invecchiano e registi che si sciolgono. Sorrentino, da qualche film a questa parte, appartiene alla seconda categoria: ha smesso di posare davanti allo specchio del proprio talento e ha cominciato, finalmente, a guardarci dentro. La Grazia è il film di un uomo che ha capito una cosa semplice e terribile — che alla fine non c'è fretta di arrivare al finale, perché il finale lo conosciamo già tutti.
La premessa è di quelle che potrebbero stare in una tragedia di Seneca o in una barzelletta di paese, dipende da come la racconti. Mariano De Santis, Presidente della Repubblica a sei mesi dalla scadenza del mandato, vedovo, cattolico, giurista, soprannominato "Cemento Armato" per la sua inflessibilità. Toni Servillo lo interpreta con la maestà di un monumento equestre a cui, ogni tanto, qualcuno infila nelle orecchie le cuffiette con il rap a tutto volume. Perché sì: il Capo dello Stato ascolta la trap. È il dettaglio che da solo vale il biglietto, ed è anche — se ci si pensa — la più onesta delle confessioni che un potente possa fare sul vuoto che gli ronza dentro.
La trama avanza con la calma di una processione di paese. Due richieste di grazia da firmare, due dilemmi morali che si intrecciano con la vita privata fino a diventare la stessa cosa. E poi il vero motore segreto del film: la moglie defunta, amata e infedele, di cui De Santis sa tutto tranne l'essenziale — con chi. Sente di dover sapere. Non saprà mai. E qui, lettori affezionati, mi tocca sorridere: perché un film intero costruito sull'assenza del fatto e sull'ossessione dell'interpretazione è esattamente il film che questo blog aspettava da diciotto anni. Non esistono fatti, solo interpretazioni. Nietzsche al Quirinale, con la scorta.
Ci sono naturalmente i sorrentinismi, quelli che i detrattori contano come un farmacista conta le pillole: il cavallo morente, l'astronauta con la lacrima che galleggia in assenza di gravità, i corridoi del potere fotografati come pale d'altare, il carrello lento e meditabondo. La differenza, stavolta, è che Sorrentino lo sa. Ci gioca. Fa l'autoironico. Sorride mentre ti commuove e ti frega due volte — prima con la battuta, poi con l'abisso che la battuta nascondeva.
Attorno al monumento Servillo si muove Anna Ferzetti, figlia e capo di gabinetto, la vera centralina elettrica del film: è lei che pensa la vita al padre, ed è in lei che il film trova i suoi momenti di carne più vera. De Santis, in fondo, è un uomo che ha delegato il pensiero a chi gli vuole bene, e che si ritrova, alla fine, costretto a decidere da solo proprio sull'unica cosa che conta — non chi graziare, ma se la grazia esista.
Perché è di questo che parla il film, fingendo di parlare d'altro. Parla di potere fingendo di parlare di leggi, parla di morte fingendo di parlare d'amore, e parla del dubbio fingendo di chiamarlo grazia. La grazia, nel senso giuridico, è un atto di clemenza. Nel senso teologico, è un dono immeritato che precede ogni nostro merito. De Santis la aspetta senza essere sicuro di crederci — e in questa sospensione, in questo restare impigliati tra il gesto e il senso del gesto, c'è qualcosa di più camusiano che cattolico. L'uomo assurdo che firma comunque, che sceglie comunque, sapendo che non c'è garanzia di aver scelto bene.
Lento? Lentissimo. La storia non comincia davvero prima della mezz'ora, e chi cerca il colpo di scena resterà a bocca asciutta. Ma è la lentezza giusta, quella di chi ha smesso di avere fretta perché ha cominciato a fare i conti con il tempo che resta. Si esce dalla sala con una malinconia leggera, di quelle che non pesano: la sensazione di aver passato due ore in compagnia di un uomo intelligente che, per una volta, ha avuto il coraggio di mostrarsi confuso.
Voto del buontempone: quattro grazie su cinque. La quinta gliel'avrei concessa volentieri, se solo avesse salvato il cavallo Elvis. Ma forse è proprio per quello che si chiama grazia: perché non sempre arriva.
Vintebbio - Zegna - Oropa - Gita in moto
lunedì 22 giugno 2026
Cavalierato
sabato 20 giugno 2026
Palestre di innovazione
E quanta fatica? che lavoro per arrivare al dunque? E che soddisfazioni mi ha dato? Tanta fatica, tanta rabbia e dilemmi, ma alla fine tanta tanta soddisfazione.




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