Ripensando la vita
Non esistono fatti, solo interpretazioni
domenica 3 maggio 2026
Sacro Monte Calvario
L'A.I. Generativa in Comune
Ai posteri l'ardua sentenza.. tenendo conto che negli Enti Locali vi sono dipendenti che non sanno gestire un foglio excel...
La Cina ha vinto - libro
Il titolo del libro di Alessandro Aresu è una dichiarazione volutamente provocatoria, più che una tesi da dimostrare in senso stretto. “La Cina ha vinto” non descrive uno stato di fatto consolidato, ma costruisce una cornice interpretativa che costringe il lettore a ribaltare il proprio punto di vista. Aresu invita implicitamente ad abbandonare le categorie occidentali e a osservare il sistema globale attraverso una lente in cui la Cina non è più l’eccezione da spiegare, ma il centro da cui partire. In questo senso, il titolo funziona come dispositivo retorico, ma introduce anche un’ambiguità di fondo: il rischio è che la provocazione venga letta come una conclusione.
Dal punto di vista formale, il libro si colloca in una zona intermedia tra il saggio geopolitico e la narrazione. La figura di Wang Huning — teorico del Partito comunista cinese — viene trattata quasi come un personaggio letterario, un osservatore che attraversa il sistema americano e ne registra le contraddizioni. Questo espediente consente ad Aresu di costruire una narrazione fluida, capace di rendere accessibili temi complessi come la competizione tecnologica, le élite globali e le strategie di lungo periodo. Tuttavia, questa stessa scelta introduce una tensione tra analisi e costruzione narrativa: il lettore non ha sempre strumenti chiari per distinguere ciò che è documentazione da ciò che è interpretazione.
Il nucleo del libro è la ridefinizione della competizione globale in termini di “tecnopolitica”. Non si tratta più di uno scontro ideologico tra sistemi, ma di una competizione per il controllo delle filiere tecnologiche, del capitale umano e della capacità industriale. In questa prospettiva, la Cina appare come un sistema coerente, in cui Stato, industria e tecnologia operano in modo integrato, mentre l’Occidente emerge come frammentato, incapace di pianificare e spesso prigioniero di narrazioni autoreferenziali. Aresu non celebra la Cina in modo esplicito, ma ne mette in evidenza la capacità di pensarsi nel lungo periodo, contrapponendola a un Occidente che fatica a mantenere coerenza strategica.
In realtà, il bersaglio principale del libro non è la Cina, ma l’Occidente. La Cina diventa uno specchio attraverso cui leggere le fragilità occidentali: disuguaglianze interne, crisi politica, perdita di capacità industriale, dipendenza tecnologica. Questa operazione è uno degli aspetti più solidi del testo, perché evita la retorica semplicistica dello scontro tra modelli e si concentra invece sulle dinamiche strutturali. Tuttavia, proprio qui emerge uno squilibrio: l’analisi delle debolezze occidentali è più approfondita e critica rispetto a quella delle vulnerabilità cinesi.
Le criticità del modello cinese — crisi demografica, rigidità politica, problemi finanziari — restano sullo sfondo, trattate in modo meno sistematico. Questo produce un effetto di asimmetria che, pur non trasformandosi in una celebrazione esplicita, contribuisce a rafforzare implicitamente l’idea di una traiettoria cinese più solida e lineare di quanto probabilmente sia. Ne deriva una forma di determinismo attenuato: pur senza affermarlo apertamente, il libro lascia intravedere una direzione quasi inevitabile del sistema globale, in cui l’Occidente appare in declino relativo e la Cina in ascesa strutturale.
La forza del libro sta nella capacità di modificare il quadro mentale del lettore. Non fornisce una dimostrazione conclusiva, ma costruisce un’ipotesi plausibile e ben argomentata, costringendo a riconsiderare presupposti spesso dati per scontati. La debolezza, invece, è legata proprio alla sua natura ibrida: la componente narrativa, se da un lato rende il testo più incisivo, dall’altro attenua la precisione analitica e rischia di trasformare l’interpretazione in suggestione.
Nel complesso, La Cina ha vinto è un libro che funziona meglio come strumento critico che come analisi definitiva. Non dimostra che la Cina abbia già vinto, ma rende difficile liquidare questa ipotesi come infondata. Il suo contributo più rilevante non è stabilire un verdetto, ma spostare il terreno della discussione, mettendo in crisi la sicurezza con cui l’Occidente ha a lungo interpretato la propria posizione nel mondo.
domenica 19 aprile 2026
Nella carne — David Szalay
I
· Il numero
Partiamo
dal nove, perché è l'unica cosa davvero interessante del libro. Non è un numero
scelto a caso, né con quella vaghezza estetizzante con cui certi romanzieri
decidono il numero dei capitoli in base a quanto spazio resta sulla pagina. Il
nove ha una logica precisa: tre fasi della vita — giovinezza, mezza età,
vecchiaia — per tre episodi ciascuna. Una griglia quasi shakespeariana,
compatta, che permette a David Szalay di coprire l'arco completo dell'esistenza
maschile senza sobbarcarsi il peso di un romanzo di formazione tradizionale. Il
primo protagonista ha diciassette anni, l'ultimo ne ha settanta. E il libro
scorre anche attraverso il calendario: da aprile a dicembre, primavera della
vita in primavera dell'anno, inverno in inverno. Elegante. Molto elegante.
Forse
un po' troppo.
II ·
La crisi del romanziere
Ma c'è
di più. Szalay ha dichiarato di aver cominciato il libro in uno stato di
autentica crisi formale — si chiedeva se avesse senso continuare a scrivere
romanzi. "Cos'è un romanzo? Inventi una storia e poi la racconti." La
struttura a nove non è quindi solo una scelta estetica: è una risposta
difensiva alla domanda su cosa sia ancora possibile fare con la narrativa.
Invece di un protagonista unico che percorre il tempo, nove frammenti che
insieme simulano una vita intera senza mai pretendere di
esserne una. Un romanzo che si difende dall'accusa di essere un romanzo — come
un funzionario pubblico che lascia tutto scritto in modo da non poter essere
accusato di niente.
"Con
un protagonista solo avresti un caso. Con nove, hai una tesi. Il numero è un
trucco retorico più che narrativo — ma almeno è un trucco consapevole."
Questo,
bisogna riconoscerlo, è un gesto intellettualmente onesto. Szalay ha dichiarato
esplicitamente che lo scopo della narrativa non è avere idee originali, ma
esprimere luoghi comuni — cioè idee che quasi tutti
accetterebbero come vere — in modo immaginativamente convincente. Ha scritto un
libro di luoghi comuni e lo ha annunciato. Il che è coraggioso come
dichiarazione programmatica, e irritante come programma.
III ·
L'architettura e gli inquilini
Ed
eccoci al problema centrale, quello che nessuna eleganza strutturale riesce a
dissolvere. Szalay ha costruito un'architettura genuinamente raffinata — la
griglia dei nove, il doppio scorrere del tempo biografico e calendari, la
scelta di tenere i personaggi sempre fuori casa, in una Europa
globalizzata che è allo stesso tempo scenografia e metafora — e poi ci ha
collocato dentro, con metodica coerenza, uomini che non la meritano.
Non
uomini cattivi. Non uomini tragici. Non uomini interessanti. Uomini neutri.
Tutti la stessa persona: maschio occidentale, istruito, moderatamente
insoddisfatto, incapace di amare con precisione, dotato di desideri sessuali
descritti con abbondanza inversamente proporzionale alla loro intensità
emotiva. Szalay li osserva con lo sguardo piatto di un entomologo che ha smesso
di trovare interessanti gli insetti. I nove episodi sono ricorrenza, non
variazione: le stesse pressioni che ritornano sotto condizioni diverse — la
stessa incapacità di lasciare qualcosa dietro di sé, la stessa inerzia
mascherata da vita. È una tesi sulla mascolinità contemporanea. Il guaio è che
la tesi è corretta e il libro è noioso.
IV ·
Il problema della carne
Il
romanzo si propone di esplorare la vita interiore degli uomini europei del XXI
secolo. I suoi uomini non ne hanno una — o meglio: ne hanno una talmente grigia
che la pagina bianca intorno alle loro riflessioni sembra più eloquente. Il
protagonista del quarto episodio trascorre decine di pagine in un albergo di
lusso a pensare a donne con cui ha dormito. Questa, per Szalay, è
introspezione. Per il lettore, è un lungo pomeriggio di domenica senza
possibilità di uscire.
La
prosa è lavorata. Elegante, a tratti. Ma un'eleganza che non rischia mai nulla,
che preferisce la perifrasi all'emozione, che abita la superficie con la cura
di chi sa benissimo di stare evitando il centro. Il ritmo dilata ogni episodio
ben oltre il suo baricentro narrativo: scene che avrebbero la forza di un
racconto breve vengono annacquate da digressioni geografiche, da osservazioni
meteorologiche, da dettagli architettonici che sembrano inseriti per
certificare che l'autore ci è stato davvero. Cento pagine in più del necessario
— stima generosa, potrebbero essere centocinquanta.
"Il
nove è la cosa più riuscita del libro. Peccato che il libro sia dentro."
V · Il
paradosso del Booker
Il
vero mistero che Nella carne propone non è quello esistenziale
sulla condizione maschile europea, ma quello sociologico sul funzionamento
della macchina letteraria contemporanea: come si trasforma la neutralità in
profondità, l'assenza di sentimento in stile, il luogo comune dichiarato in
shortlist al Booker. Szalay è borghese non nel senso politico del termine — non
gli si chiede un pamphlet — ma nel senso in cui lo è un divano in pelle beige
in un appartamento di Kensington: confortevole, costoso, perfettamente
inoffensivo, incapace di sorprendere chiunque lo guardi.
La
carne del titolo è quella degli altri. Szalay la osserva. La descrive con
competenza. Non ci entra mai. E questo, forse, è il più preciso ritratto
possibile dei suoi protagonisti: un romanziere che scrive di uomini che non
sentono, con la stessa equanime lontananza con cui loro attraversano le proprie
vite.
Il
cerchio si chiude. Purtroppo, non basta per giustificare le trecento pagine.
venerdì 17 aprile 2026
Sul non sottovalutarsi. Una nota sul tempo e sul peso delle cose.
C'è un paradosso nel modo in cui viviamo i momenti di conflitto istituzionale: li viviamo come se fossero definitivi. Come se la mappa del mondo si disegnasse proprio lì, in quell'aula, in quell'assemblea, in quel voto. Come se chi vince oggi avesse vinto per sempre, e chi perde — o viene accompagnato fuori — avesse perso anche la misura di se stesso.
Non è così. E capirlo non è consolazione: è geometria.
La vendetta è sempre una dichiarazione di paura. Chi agisce per ritorsione lo fa perché, dentro di sé, sa che il confronto a lungo termine non gli è favorevole. Ha bisogno di agire adesso, nell'immediato, prima che il tempo faccia il suo lavoro. La vendetta è la scorciatoia di chi non può aspettare — ed è, spesso involontariamente, la prova più chiara che l'altro era davvero pericoloso.
Sottovalutarsi significa cedere a questa logica: accettare che il giudizio di chi ci ha allontanati valga più della propria misura reale. Significa ragionare sulla scala sbagliata.
Perché il problema, quasi sempre, non è cosa è successo. È su quale scala temporale lo stiamo leggendo.
Nella scala breve — quella dell'impulso, della reazione, del torto da compensare — tutto brucia in fretta e con forza. Chi agisce per ritorsione ottiene visibilità immediata, rumore, apparenza di controllo. Sembra vincere.
Nella scala lunga, le cose hanno un peso diverso. La sostanza torna a pesare. I legami che resistono si distinguono da quelli che erano solo funzionali alla posizione. La reputazione vera — quella fatta di coerenza e non di prossimità al potere — affiora. Lentamente, ma affiora.
Seneca lo sapeva, e lo scrisse con la precisione di chi non aveva bisogno di metafore: Omnia, Lucili, aliena sunt, tempus tantum nostrum est. Tutto il resto è altrui — la carica, il titolo, il consenso momentaneo. Il tempo è nostro. Ed è su quella moneta che si misura chi siamo davvero.
Non sottovalutarsi non significa sopravvalutarsi. Non è arroganza, non è rivincita differita. È qualcosa di più sobrio: la capacità di non lasciare che un episodio — anche doloroso, anche ingiusto — riscriva la propria storia. Di sapere che la propria misura non dipende dal giudizio di chi ci ha esclusi.
Chi ha radici non teme il vento stagionale. Aspetta. Non per indifferenza, ma perché conosce la differenza tra una tempesta e il clima.
Il resto, il tempo lo dice. Lo dice sempre.
martedì 7 aprile 2026
Erotica dei sentimenti
Erotica dei sentimenti di Chiara Gancitano si muove in uno spazio insidioso, quello in cui il rischio di cadere nella retorica sentimentale o, al contrario, nell’astrazione teorica è sempre dietro l’angolo, eppure riesce nella maggior parte dei casi a mantenere un equilibrio credibile tra riflessione filosofica, osservazione sociologica e analisi psicologica delle relazioni contemporanee, partendo da un’intuizione di fondo che attraversa tutto il libro, cioè che il desiderio sia stato progressivamente svuotato e trasformato in qualcosa di performativo, esibito e consumabile, più che vissuto, e che i sentimenti abbiano perso profondità nel momento in cui sono stati inglobati dentro logiche di mercato e dinamiche di validazione sociale, un’idea che non è nuova ma che qui viene rielaborata con un linguaggio accessibile e con una capacità narrativa che rende il testo fruibile anche fuori da un contesto accademico
Dal punto di vista psicologico il libro funziona soprattutto quando mette a fuoco la frattura tra desiderio autentico e desiderio costruito per essere riconosciuto dagli altri, mostrando come molte dinamiche relazionali contemporanee siano guidate più dal bisogno di conferma che da una reale apertura all’intimità, anche se talvolta questa analisi tende a semplificare e a generalizzare comportamenti che in realtà sono molto più differenziati e situati, e soprattutto quando lascia intravedere una certa idealizzazione dell’autenticità che rischia di diventare più una prescrizione implicita che una categoria analitica, come se esistesse una forma “giusta” di sentire che tutti dovrebbero recuperare, mentre sul piano sociologico il testo intercetta con maggiore precisione alcune tensioni tipiche del presente, come la mercificazione delle relazioni, l’estetizzazione del desiderio e la proliferazione delle possibilità che invece di ampliare la libertà producono spesso paralisi decisionale e insoddisfazione cronica, restituendo l’immagine di un contesto in cui l’eros è meno represso ma anche meno significativo, più accessibile ma meno denso
Il titolo potrebbe indurre in errore chi si aspetta una riflessione sulla sessualità in senso più concreto, perché l’erotica di cui parla Gancitano è soprattutto simbolica e relazionale, più vicina a una riflessione filosofica sul desiderio che a un’esplorazione della dimensione corporea, e questo scarto tra aspettativa e contenuto è uno degli elementi più ambigui del libro, anche se coerente con l’impianto generale, e in questo senso si potrebbe dire che si tratta di un’erotica senza corpo, o forse di un tentativo di restituire al corpo una profondità che non passa necessariamente dalla descrizione del sesso ma dalla qualità della relazione, il che è un’operazione interessante ma non del tutto risolta
Leggendo emerge anche un paradosso difficilmente ignorabile, cioè che viviamo in un’epoca in cui le opportunità di incontro, di espressione e di sperimentazione sono teoricamente amplissime, e tuttavia la complessità delle relazioni sembra aumentare invece di ridursi, come se l’abbondanza di possibilità producesse più ansia che libertà e più strategia che spontaneità, e viene quasi da pensare che, se l’evoluzione avesse avuto come obiettivo semplificare le dinamiche dell’accoppiamento umano, l’esito attuale rappresenti una deviazione piuttosto creativa ma poco efficiente
Nel complesso il libro non è particolarmente radicale né introduce categorie completamente nuove, ma funziona come uno specchio efficace delle contraddizioni contemporanee, capace di rendere visibili dinamiche spesso percepite ma non sempre nominate, e il suo valore principale sta proprio in questa capacità di chiarificazione più che di innovazione, lasciando il lettore con una sensazione ambivalente, da un lato quella di aver riconosciuto qualcosa di vero nella descrizione proposta e dall’altro quella di non aver trovato strumenti del tutto convincenti per uscire da ciò che viene descritto, ma forse è proprio questo il punto, perché più che offrire soluzioni il libro invita a riconsiderare il modo in cui costruiamo il desiderio e viviamo i sentimenti, suggerendo che non siano semplicemente dati naturali ma pratiche culturali e relazionali che richiedono attenzione, tempo e una certa disponibilità a sottrarsi alle logiche dominanti, il che oggi, più che difficile, appare quasi controintuitivo
domenica 5 aprile 2026
War Machine
C'è una domanda che ogni spettatore dovrebbe porsi prima di premere "Play" su War Machine: ho voglia di pensare stasera? Se la risposta è sì, cambia titolo. Se la risposta è no, benvenuto — sei nel posto giusto.
Il film del 2026, diretto da Patrick Hughes, racconta di un gruppo di reclute durante l'ultima, estenuante fase di addestramento per le operazioni speciali, che si imbattono in una misteriosa macchina da guerra pronta a eliminarli uno per uno. Wikipedia Fin qui, tutto normale. Poi arrivano gli alieni. Come sempre, senza preavviso e senza portare nemmeno una bottiglia di vino.
Il regista Hughes ha confessato che l'idea è nata da un incubo ricorrente, dopo aver visto, alle due di notte in una cittadina rurale australiana, una squadra di soldati delle SAS che correva per la strada principale. Movieplayer Chapeau: molti di noi alle due di notte vedono solo il frigorifero, lui ci ricava un film. La creatività è distribuita in modo profondamente ingiusto in questo mondo.
Un titolo, due film
Vale la pena precisarlo subito, perché la confusione è dietro l'angolo: questo War Machine non ha nulla a che vedere con l'omonimo film del 2017 con Brad Pitt, anch'esso su Netflix. Nessun legame tra le due opere. Movieplayer Si tratta di un semplice caso di omonimia — come due persone diverse che si chiamano entrambe Mario Rossi, con la differenza che uno era una satira politica sull'Afghanistan e l'altro è un robot alieno che insegue dei ranger nel deserto australiano. Difficile confonderli, a meno che non si guardi lo schermo con un occhio solo.
Alan Ritchson: muscoli con un'anima (a noleggio)
Il protagonista è Alan Ritchson, già Jack Reacher nella celebre serie Prime Video, attore ormai stabilmente inquadrato nel cinema muscolare e nei personaggi fisicamente dominanti. LocchiodelCineasta Qui interpreta il soldato noto solo come "81" — perché dare un nome ai personaggi, evidentemente, avrebbe richiesto un budget extra. Il film insiste su un contrasto preciso: il corpo al limite, la mente costretta a restare fredda. 81 non è presentato come un eroe invincibile, ma come uno che guida perché qualcuno deve farlo. FilmTV È una sfumatura sottile, ma apprezzabile in un genere che di solito preferisce i protagonisti indistruttibili come i Nokia 3310.
Il cast si completa con Dennis Quaid, veterano di Hollywood con decenni di carriera, Esai Morales, Jai Courtney, Stephan James, Keiynan Lonsdale e Daniel Webber. BadTaste I vertici militari, come da tradizione del genere, osservano, decidono e restano fisicamente distanti dal fango e dal sangue — una distanza che emerge dal contrasto tra chi combatte sul campo e chi mantiene la divisa pulita. FilmTV Alcune cose non cambiano mai, né nei film né nella vita reale.
La macchina: poche parole, molta determinazione
Il vero antagonista è la macchina aliena, e bisogna darle atto di una coerenza ammirevole: non parla, non negozia, non esita. Studia, calcola, elimina. Ogni decisione dei Ranger diventa una variabile che l'avversario rielabora in tempo reale. FilmTV In pratica, il sogno di ogni capo ufficio. La macchina è realizzata con grande cura nei dettagli, risultando credibile e minacciosa. Ravengami Peccato che, ad occhio critico, ricordi in maniera evidente i robot del b-movie Robot Riot del 2020, seppur arricchita da qualche dettaglio tecnologico più raffinato. LocchiodelCineasta Insomma: un robot di qualità superiore, ma con chiari antenati di bassa estrazione.
Cosa funziona — e perché funziona
Diciamolo senza ipocrisie: War Machine non possiede una sceneggiatura particolarmente interessante né originale, e non approfondisce quasi nulla di ciò che mette in campo. LocchiodelCineasta Eppure funziona. Come? Grazie al ritmo. Il montaggio efficace e la regia solida sono ciò che permette alla pellicola di non annoiare lo spettatore: sia nella prima parte, immersa in un immaginario prettamente militaresco, sia nella seconda, dove il film si trasforma in un action fantascientifico dal sapore bellico. LocchiodelCineasta
Il film sembra uscito direttamente dagli anni Ottanta gloriosi, ma con tutta la potenza visiva del 2026: fantascienza, azione e intrattenimento puro. IMDb Hughes, d'altronde, si è ispirato dichiaratamente al filone dei "soldati d'élite contro minacce ignote" inaugurato da Predator nel 1987, modernizzando il concetto con temi di ansia tecnologica e intelligenza artificiale senziente. Movieplayer Nostalgia calcolata, insomma — ma la nostalgia, quando è ben confezionata, vende ancora benissimo.
Il verdetto
War Machine è un film che non chiede nulla al proprio spettatore, se non la disponibilità a sedersi e farsi sparare addosso adrenalina per 106 minuti. Offre una buona dose di azione adrenalinica, un protagonista che incarna l'archetipo dell'eroe americano, e un elemento fantascientifico che, pur semplice, riesce a intrattenere — senza cadere in buchi di trama evidenti. LocchiodelCineasta Non è cinema d'autore, non aspira a esserlo, e sarebbe disonesto giudicarlo con quel metro.
La pellicola sta registrando visualizzazioni da record sulla piattaforma Movieplayer — il che, nel 2026, dice qualcosa sul tipo di intrattenimento che il pubblico cerca dopo una settimana di lavoro. Non sempre vogliamo Bergman. A volte vogliamo un ranger muscoloso che mena un robot alieno in mezzo al deserto australiano. E va bene così.
★★★☆☆ — Divertimento onesto, ambizioni modeste, nessuna promessa infranta.

































