lunedì 2 febbraio 2026

No time to die


come uccidere una leggenda (letteralmente)

Dopo venticinque film e sessant'anni di martini shakerati, donne conquistate e villain sconfitti, la saga di James Bond ha finalmente fatto qualcosa che nemmeno Blofeld era riuscito a fare: ha ammazzato 007. E non in senso metaforico, eh. Proprio morto. Kaputt. Defunto. Il franchise ha deciso che Daniel Craig meritava un'uscita di scena memorabile e, beh, bisogna ammettere che i matti fanno sempre le cose alla grande.

La trama (senza troppi spoiler, ma insomma...)

Bond si è ritirato in Giamaica a godersi la pensione - cosa che dura esattamente il tempo di un mojito, perché un agente della CIA (il sempre simpatico Jeffrey Wright) viene a bussare alla porta. C'è un nuovo cattivo, Safin (Rami Malek), che ha rubato un'arma biologica programmabile più pericolosa di un gruppo WhatsApp di complottisti. E naturalmente c'è Madeleine (Léa Seydoux), l'amore della vita di Bond, che nasconde più segreti di un hard disk di un politico.

Il buono, il brutto e il morto

Daniel Craig chiude la sua era bondiana con una performance che oscilla tra lo stoicismo britannico e l'espressività di un uomo che sa di dover ancora girare altre sei ore di inseguimenti. Ma funziona. Il suo Bond è stanco, incazzato, emotivamente disponibile (che shock!), e persino capace di fare il padre - ruolo per cui è preparato quanto un pescatore per scalare l'Everest.

Le scene d'azione sono spettacolari: Cuba regala una sequenza degna dei migliori 007, con Ana de Armas che ruba la scena in quindici minuti facendo più danni di un elefante in una cristalleria. Peccato sparisca subito dopo, probabilmente perché il film durava già quasi tre ore e qualcuno doveva pur essere sacrificato.

Rami Malek interpreta il villain con l'intensità di chi ha studiato recitazione al metodo Hannibal Lecter, ma la maschera sul viso gli dà l'aspetto di uno che ha esagerato con i peeling. Il suo piano malvagio è complesso quanto un manuale IKEA in giapponese, ma in sostanza vuole sterminare milioni di persone perché... ha avuto un'infanzia difficile. Originale come un reboot di Spider-Man.

E poi Bond muore. Davvero.

Sì, avete letto bene. Dopo sessant'anni di proiettili schivati, esplosioni sopravvissute e cadute da altezze impossibili, 007 tira le cuoia. Muore in un'esplosione di missili mentre salva il mondo dall'arma biologica. Niente fuga last-minute, niente falsa morte, niente "ah ma era tutto un piano". Proprio morto.

È una scelta coraggiosa o masochista? Probabilmente entrambe. Ma bisogna riconoscere che i matti fanno sempre le cose alla grande, e chiudere una saga facendo letteralmente esplodere il protagonista è certamente... grande. Craig ha ottenuto quello che voleva: un'uscita definitiva, irreversibile, emotivamente devastante.

Il finale ti lascia lì, davanti allo schermo, con la scritta "James Bond will return" che appare mentre tu pensi: "Sì, ma come? Lo clonano? È un multiverso? Arriva Bond zombie?"

Verdetto finale

"No Time to Die" è un film ambizioso, emotivo, a tratti troppo lungo (168 minuti sembrano un'eternità quando sai come va a finire), ma indubbiamente memorabile. Cary Joji Fukunaga dirige con stile, la fotografia è magnifica, la colonna sonora di Hans Zimmer fa il suo lavoro.

È il miglior film di Bond? No. È il più coraggioso? Probabilmente sì. È strano vedere 007 morire? Stranissimo. Ma almeno se ne va in grande stile, fedele al motto che i matti fanno sempre le cose alla grande.

Voto: 7.5/10

Tre martini shakerati su quattro. Uno in meno perché Bond non si meritava di morire, si meritava di ritirarsi a fare il sommelier in Giamaica.

Consigliato a: Fan della saga pronti a dire addio a Craig, amanti delle spy-story epiche, e chiunque voglia vedere come si ammazza un'icona cinematografica con classe.

Sconsigliato a: Chi pensa che Bond sia immortale, chi odia i finali tristi, e Pierce Brosnan (che probabilmente ha urlato "IO SONO VIVO!" guardando i titoli di coda).


 

domenica 1 febbraio 2026

i luoghi del 2025

 


Molti i luoghi visitati quest'anno... ecco i più belli.. non necessariamente in ordine di gradimento..

1) Dogliani 

Per molti versi, nel tempo, Dogliani è diventato un luogo in cui torno volentieri. Vuoi per gli amici. Vuoi per le gare di soccorso. Vuoi il bellissimo paesaggio. Un posto in cui mi ci ritrovo con piacere. Fosse anche solo per un giro nel borgo, un buon bicchiere di vino o per l'ottimo cibo.

2) Cernobbio - Villa Erba

A Villa Erba non ero mai stato. Eccola, in occasione di un evento nazionale. Merita il luogo. Merita l'ambiente e quanto riesce ad evocare. Giornata bellissima con tanti bei ricordi.

3) Strasburgo - Parlamento Europeo

Non è la prima volta che arrivo al Parlamento Europeo. Questa volta assisto ad una audizione. Mi viene offerto il viaggio, albergo e la cena.. Sento e colgo lo spirito del tempo.. alcune cose mi fanno riflettere.. altre fanno parte del mood che porta uno Stato a fare delle scelte.. a cedere sovranità per qualcosa di superiore.. non è mai un esercizio semplice ma il risultato pare positivo.

4) Asti - Gare di Soccorso

Per il secondo anno partecipo alle gare di Asti. Quest'anno solo come spettatore.. il che è un peccato perché toglie molto del fascino all'evento.. resta il divertimento, l'incontro con gli amici piemontesi e una giornata all'insegna della novità.

5) Rimini - CEU 2025

Rimini merita sempre un giro. Il CEU è interessante. ma più di tutto sono le corse mattutine con una spiaggia assolutamente vuota in cui si gode una serenità incredibile.

6) Gromo Campo di Protezione Civile

Due giornate bellissime. Un campo divertentissimo. Una stanza davvero speciale. Luoghi ben tenuti. Tantissimi amici. Super evento e tanti bei ricordi. 

7) Senigallia - Congresso Nazionale Anpas

A Senigallia mi godo davvero la notorietà. Qualche momento top e molto relax. Giornate in cui si vede l'impegno, la voglia, la progettualità.. la possibilità. Anche qui al mattino si corre.. sulle colline.

8) Torre Bormida - Vacanza

Non accadeva da anni. Una vera vacanza. Luoghi ove mangiare e bere bene. E correre al mattino in mezzo alla natura. E poi la piscina. Gli amici. 

9) Roma - Human Foundation - Corso

Il corso di Human Foundation mi ha regalato una Roma speciale, vicina vicina alla stazione Termini, in un'area magari poco archeologica ma che dona la visione di una città stupenda.. la camera mi regala relax e comodità nel raggiungere ogni luogo. La cena serale è super ed in linea con le aspettative. Bellissimo ricordo.

10) Riccione - Sismax

Oltre a seguire un fantastico corso. Riccione fuori stagione regala corse al buio in solitaria, e vista mare garantita.. freddo si.. ma quando corri passa tutto e si sta subito bene.

11) Lazise - il Contest

A Lazise portiamo a casa un incredibile risultato. E' la celebrazione del nostro lavoro. Un premio meritatissimo. Ora si lavora.. ma intanto.. che soddisfazione.

 

venerdì 30 gennaio 2026

Wake up dead man


Se vi aspettate il solito Knives Out tutto sole, cocktail e miliardari ridicoli, “Wake Up Dead Man: A Knives Out Mystery” vi prende per mano… e vi porta in chiesa. Di notte. Con le vetrate che sembrano giudicarvi. Rian Johnson vira su un giallo più cupo e “gotico”, senza rinunciare a quel gusto da meccanismo a orologeria che ama far ticchettare davanti ai nostri occhi finché non scatta la molla.

Il caso è, in apparenza, un classico “impossibile”: un omicidio durante una funzione del Venerdì Santo, in una comunità religiosa dove tutti hanno fede… tranne quando arriva la polizia. E ovviamente quando arriva Benoit Blanc (Daniel Craig), la fede vacilla ancora di più, perché l’uomo tratta la verità come un rosario: grano dopo grano, stringe finché non fa male.

L’episodio che fa scattare il film (e non è quello che pensate)

In mezzo a confessioni, simbolismi e colpi di scena, la scena che resta addosso è… una telefonata. Sì: una telefonata con Josh O’Connor (Padre Jud) che, esasperato e lucidissimo, parla con una receptionist di un’impresa edile. È un momento “piccolo” che Johnson filma come fosse un esorcismo amministrativo: la burocrazia come purgatorio, la calma che si incrina, e sotto, un’idea chiarissima—la verità non sempre arriva con una rivelazione, a volte arriva con un “mi passi l’ufficio tecnico?”. Questa scena è diventata abbastanza discussa da meritarsi articoli dedicati e perfino commenti entusiasti online.

Attori “fuori canone”: quando le star accettano di sporcarsi le mani (e l’aureola)

Il bello, qui, è anche vedere quanto il cast giochi contro il proprio “marchio”:

  • Daniel Craig, volto da blockbuster e (per molti) ancora “Bond”, si diverte a essere l’opposto del controllo glaciale: Blanc è brillante, teatrale, e sorprendentemente umano—un detective che inciampa nel sacro con scarpe non adatte, e proprio per questo funziona.

  • Josh O’Connor, spesso associato a ruoli intensi e introspettivi, qui è un prete pieno di crepe: idealista e insieme vulnerabile, con un’energia nervosa che buca lo schermo (e ruba parecchie scene).

  • Glenn Close, monumento vivente del cinema, si presta a un ruolo che gioca sul confine tra devozione e controllo sociale: è una presenza che fa paura senza alzare la voce (la specialità della casa).

  • E attorno orbitano Josh Brolin, Mila Kunis, Jeremy Renner, Kerry Washington, Andrew Scott e compagnia: nomi che non hanno nulla da dimostrare e proprio per questo si concedono il lusso di entrare nel giocattolo di Johnson, accettando registri più grotteschi, più “da comunità” e meno da star vehicle.

Il cuore tematico: un whodunit che flirta con redenzione e colpa

Sotto la macchina del mistero, Johnson infila una domanda quasi impertinente per il genere: che differenza c’è tra scoprire la verità e meritarsela? Ed è per questo che il finale punta dritto su una confessione/resa dei conti emotiva che trasforma la classica “spiegazione del delitto” in qualcosa di più amaro (e, per una volta, meno compiaciuto).

Verdetto da critico con un sorriso (ma in penombra): Wake Up Dead Man è un Knives Out che spegne le luci, alza l’organo e vi ricorda che il giallo, quando vuole, può parlare di cose serie senza perdere il gusto del gioco. E se vi sembra strano ridere durante un’indagine in chiesa, tranquilli: è esattamente l’effetto Johnson—un “amen” detto con l’occhio che strizza.

Voto (con stellette): ⭐⭐⭐⭐☆ (4/5)

Un giallo che cambia registro senza perdere ritmo: più cupo, più “gotico”, ma sempre con quel piacere da macchinario perfetto che scatta al momento giusto. Mezzo punto in più solo per la “telefonata purgatoriale” di Josh O’Connor: una scena talmente assurda e rivelatrice che riesce a essere comica, tragica e spiritualmente irritante nello stesso minuto.

 

domenica 25 gennaio 2026

il Regista


Los Angeles, anni trenta.
Con l'avvento del nazismo il regista Georg Wilhelm Pabst lascia la Francia dove sta lavorando e si trasferisce negli Stati Uniti.
E' uno dei grandi maestri del cinema tedesco di avanguardia, ha diretto le più importanti star del muto e portato al successo Greta Garbo rendendola immortale, ma in America è solo uno dei tanti.
Incapace di adattarsi ai meccanismi dello studio system, dopo aver girato un film che si rileva un fiasco, non crede più in un futuro a Hollywood e abbandona il sole della California per tornare in Europa.
Mentre fa visita alla madre in Austria  ormai annessa alla Germania, scoppia la guerra e ripartire diventa impossibile.
Bloccato nel Terzo Reich, G.W. Past si confronta con la natura brutale del regime.
Goebbels, il ministro della Propaganda a Berlino, vuole il genio del cinema, non accetta un no come risposta e fa grandi promesse.
Anche su Pabst crede ancora che saprà resistere a queste avance, che non si sottometterà ad alcuna dittatura diversa da quella artistica, si è già cacciato in un guaio irrimediabile.
Arte e potere, bellezza e barbarie, il Regista mostra di cosa è capace la letteratura.


 

The RIP - Soldi Sporchi


Un thriller che conta dollari — e deviazioni morali — con lo stesso entusiasmo con cui Matt Damon conta… Beh, non i fatti della trama.

Quando Netflix annuncia un film con Matt Damon e Ben Affleck come protagonisti, non si aspetta che The Rip – Soldi sporchi sia un semplice crime da divano. Però, sorpresa: è proprio quello — e con una certa dignità.

Il volo del titolo

Il titolo originale The Rip è slang da sbirro di Miami: significa “spiattellare via la roba sequestrata”. In soldoni: prendi i soldi, contali, e spera di non pentirtene. Già da qui capiamo che l’etica nel film è un po’ come un budino: sembra solida, ma cede al primo urto.

Trama (guidata dalla sospettosissima curiosità)

In una Miami calda e sudata, il comandante Lieutenant Dane Dumars (Matt Damon) guida la sua squadra della Tactical Narcotics Team in un raid che si trasforma in una caccia al tesoro: 20 milioni di dollari in contanti nascosti in una casa abbandonata. In teoria, è un successo; nella pratica, è una notte di sguardi torvi, telefonate proibite e tradimenti sussurrati dietro camionette che sembrano dire “non fidarti nemmeno del tuo ombra”.

Le performance: Damon & Affleck, più amici che mai

La chimica tra Damon e Affleck è il vero motore emotivo della pellicola — è come vedere due fratelli litigiosi contare soldi invece di partecipare a un quiz: sempre divertente, spesso serio, quasi mai noioso. Il resto del cast, da Steven Yeun a Teyana Taylor, aggiunge colore e sospetto alla notte che si allunga come una serie di conti bancari mal gestiti.

Stile e ritmo: solido, con picchi di tensione

Regia e montaggio lavorano bene per far percepire il tempo come un conto alla rovescia: più soldi ci sono sul tavolo, più i rapporti si tendono. The Rip sa costruire suspense, rallentando nei momenti giusti e accelerando quando servono micro-scatti di paranoia da “chi ha preso il mio caffè?”.

Il difetto? Prevedibilità e qualche cliché

Come tutti i buoni thriller, The Rip gioca con sospetti e tradimenti. Ma a un certo punto sembra che ogni personaggio abbia letto lo stesso manuale intitolato Come Essere Ambiguamente Colpevoli in Tre Semplici Mosse. Il finale — pur avendo le sue deviazioni — non sorprende quanto vorrebbe.

Umorismo involontario (ma presente)

Quando il film tenta di spiegare troppo le dinamiche morali, si rischia l’effetto “voce narrante da manualetto di autoaiuto per poliziotti stanchi”: serio, sì — ma anche vagamente auto-consapevole nel modo peggiore. A tratti viene da sorridere non perché il film sia comico, ma perché prende così sul serio ogni sospetto che è quasi generoso con chi vuole riderci su.

Conclusione

Voto onesto: un thriller ben costruito e ben interpretato che però non reinventa il genere. The Rip – Soldi sporchi è come una serata di poker con amici: la posta in gioco è alta, le facce sono tese, e alla fine ti diverti — anche se nessuno vince davvero una rivoluzione.

Voto finale

★★★☆☆ (3 su 5)

The Rip – Soldi sporchi ottiene un 3 su 5 pieno e consapevole: un thriller solido, ben recitato e tecnicamente curato, che mantiene alta la tensione ma gioca in un campo narrativo già ampiamente esplorato. Non delude, non entusiasma fino in fondo, ma fa esattamente ciò che promette — e lo fa con mestiere.

È un film che si guarda con piacere, si discute volentieri subito dopo e si dimentica con una certa rapidità. Come i soldi sporchi che racconta: fanno gola, scaldano le mani per un po’, ma non cambiano davvero la vita di nessuno.

martedì 20 gennaio 2026

The Housemaid


Ah, eccoci di nuovo. Un'altra casa enorme, un'altra famiglia ricca e disfunzionale, un'altra domestica che entra in un mondo che non le appartiene. Se avete visto Parasite, The Handmaiden o praticamente qualsiasi thriller psicologico coreano dell'ultimo decennio, sapete già dove stiamo andando. Ma hey, almeno questa volta abbiamo Sydney Sweeney che cerca di sembrare invisibile in una magione dove probabilmente il bagno degli ospiti è più grande del mio appartamento.

La Trama (Senza Spoiler, Promesso)

Millie (Sydney Sweeney) è una giovane donna che ha bisogno di soldi – e quando dico "bisogno" intendo quel tipo di bisogno cinematografico che ti fa accettare un lavoro in una casa dove le bandiere rosse sono così grandi che potrebbero organizzarci una parata sovietica. Viene assunta dai coniugi Winchester (sì, proprio come il fucile, sottile) per fare da governante e badare alla loro figlioletta in una villa che sembra uscita da un catalogo "Come Spendere Troppi Soldi".

Naturalmente, la signora della casa è fredda quanto il marmo delle sue scale a chiocciola, il marito è ambiguo in quel modo che urla "problemi in arrivo", e la tensione sessuale nell'aria è più densa della polvere che Millie dovrebbe teoricamente spolverare (ma che stranamente non si vede mai, perché nelle case dei ricchi cinematografici la polvere è troppo di classe bassa per esistere).

I Cliché, Benedetti Siano

Il film segue fedelmente il manuale del thriller domestico:

  • ✓ Primi piani inquietanti attraverso porte socchiuse
  • ✓ La telecamera che indugia su oggetti apparentemente innocui che SICURAMENTE non saranno importanti dopo
  • ✓ Conversazioni sussurrate che si interrompono quando entra il personaggio sbagliato
  • ✓ Almeno tre scene di "qualcuno sta guardando dalle finestre al buio"
  • ✓ Una bambina che dice cose vagamente disturbanti con voce da cherubino

C'è un momento in cui Millie trova una stanza chiusa a chiave e io ho letteralmente detto ad alta voce "Non aprirla". Indovinate? L'ha aperta. Certo che l'ha aperta. È nel contratto degli attori, evidentemente.

Le Performance

Sydney Sweeney fa del suo meglio con un personaggio scritto come "giovane donna vulnerabile ma anche determinata. Ci sono momenti in cui i suoi occhi comunicano più del dialogo, il che è positivo perché alcune battute sembrano scritte da ChatGPT in una giornata no.

Gli attori che interpretano i Winchester (non farò nomi per evitare spoiler su chi fa cosa) masticano lo scenario con quella particolare intensità che dice "sono ricco, sono malvagio, e probabilmente ho un segreto oscuro nel seminterrato". Uno di loro è così ovviamente sinistro che mi sorprende che Millie non sia scappata durante il colloquio di lavoro.

Il Lato Positivo

Detto questo, The Housemaid ha i suoi momenti. La cinematografia è splendida – quella villa è fotografata con una cura quasi pornografica, ogni angolo perfettamente illuminato per massimizzare il disagio. La colonna sonora sa quando tacere, il che nel genere thriller è già mezzo miracolo.

E ci sono un paio di colpi di scena nel terzo atto che, se non proprio rivoluzionari, almeno hanno il merito di non essere completamente telefonati. Uno in particolare mi ha fatto alzare un sopracciglio, il che per gli standard del 2025 è praticamente un'ovazione.

Verdetto

The Housemaid è come quel piatto al ristorante che ordini sapendo esattamente che sapore avrà, ma lo ordini comunque perché, dannazione, a volte hai voglia proprio di quello. È competente, occasionalmente teso, ben girato, e ti intratterrà per le sue due ore abbondanti senza mai veramente sorprenderti.

Se vi piacciono i thriller domestici, probabilmente vi piacerà. Se ne avete già visti troppi, be', questo non vi convertirà. È il comfort food del cinema – non cambierà la vostra vita, ma per una sera può tenervi compagnia.

Voto finale: 3/5 spolverini

Consigliato se: amate le case che sembrano musei, i segreti familiari più prevedibili di un orologio svizzero, e Sydney Sweeney che cerca di sembrare invisibile mentre è letteralmente Sydney Sweeney.


 

lunedì 12 gennaio 2026

The Fall Guy


 

The Fall Guy: L'Autofagia Hollywoodiana come Strategia di Sopravvivenza

C'è qualcosa di profondamente sintomatico nel vedere Hollywood che, nell'era dello streaming e della crisi identitaria del cinema blockbuster, decide di fare un film su se stessa. The Fall Guy di David Leitch non è semplicemente un action-comedy nostalgico basato su una serie TV degli anni '80 – è un oggetto culturale che merita un'analisi più spessa di quanto la sua apparente leggerezza suggerirebbe.

Il Meta-Cinema come Rifugio

Leitch, ex stuntman diventato regista, confeziona quello che potremmo definire un "cinema del dietro le quinte" che si muove su un crinale pericoloso: celebrare l'artigianalità hollywoodiana (gli stuntman, le maestranze) mentre simultaneamente produce un prodotto che è esso stesso parte del sistema industriale che pretende di smitizzare. È come guardare un documentario sulla produzione della salsiccia mentre si mangia un hot dog da stadio.

La scelta di Ryan Gosling – icona del cinema d'autore che flirta con il mainstream – è tutt'altro che casuale. Il suo Colt Seavers è l'ennesima variazione del personaggio-che-sa-di-essere-in-un-film, portando avanti quella linea di autoironia post-moderna che da The Nice Guys in poi sembra essere diventata il suo territorio di comfort. Emily Blunt fa quello che può con un personaggio-funzione, la regista emergente che deve bilanciare visione artistica e pressioni produttive – un meta-commento talmente evidente da risultare quasi imbarazzante.

La Nostalgia come Commodity

Ma ecco il punto sociologicamente interessante: The Fall Guy vende nostalgia per un'epoca (gli anni '80) a un pubblico che in gran parte non l'ha vissuta, attraverso una proprietà intellettuale (la serie TV) che pochissimi oggi ricordano. È nostalgia sintetica, prefabbricata, una simulazione di secondo grado. Baudrillard avrebbe fatto i salti di gioia.

Il film glorifica il lavoro fisico, concreto, rischioso dello stuntman in un'era in cui la CGI sta rendendo quella figura sempre più marginale. C'è una disperazione quasi patetica in questa celebrazione – è come fare un film sugli ultimi artigiani che producono pellicola proprio mentre tutti passano al digitale.

L'Ironia come Scudo Deflettivo

La struttura è quella della commedia action autoriflessiva: inseguimenti, esplosioni, una trama gialla risibile che serve solo come pretesto. Tutto condito con strizzate d'occhio continue allo spettatore. "Lo sappiamo che è ridicolo," sembra dire il film, "ma se lo diciamo noi per primi, non potete criticarci." È la strategia difensiva del bullo che ride di se stesso prima che lo facciano gli altri.

Le scene d'azione sono tecnicamente competenti – Leitch viene dallo stunt work, dopotutto – ma mancano di quella urgenza viscerale che caratterizzava, per dire, Mad Max: Fury Road. Sono set pieces ben coreografati ma emotivamente inerti, come guardare un campionario di tecniche invece che un'esperienza cinematografica.

Il Vuoto al Centro

Quello che manca a The Fall Guy è un autentico punto di vista. Vuole essere contemporaneamente una satira di Hollywood e una lettera d'amore al cinema, una riflessione sulla mascolinità fragile e un action spensierato, un romanticismo sincero e una parodia delle convenzioni romantiche. Il risultato è un prodotto che non riesce a essere veramente nulla di tutto questo, dissolvendosi in una serie di momenti gradevoli ma effimeri.

Dal punto di vista sociologico, rappresenta perfettamente il cinema hollywoodiano contemporaneo: consapevole delle proprie contraddizioni ma incapace (o non disposto) a risolverle, rifugiato nell'ironia come strategia di neutralizzazione della critica, nostalgico di un passato mitico mentre produce un presente sempre più omologato.

Verdetto

The Fall Guy è cinema comfort food per un'industria (e un pubblico) che ha paura di impegnarsi emotivamente. È competente, occasionalmente divertente, completamente dimenticabile. Un film che parla di fare film per non dover veramente dire nulla.

Voto: 6/10 – Tecnicamente solido, intellettualmente inerte. Come una pubblicità di due ore per un prodotto che non esiste più.

No time to die