La grazia del dubbio (e delle cuffiette)
Su "La Grazia" di Paolo Sorrentino
Ci sono registi che invecchiano e registi che si sciolgono. Sorrentino, da qualche film a questa parte, appartiene alla seconda categoria: ha smesso di posare davanti allo specchio del proprio talento e ha cominciato, finalmente, a guardarci dentro. La Grazia è il film di un uomo che ha capito una cosa semplice e terribile — che alla fine non c'è fretta di arrivare al finale, perché il finale lo conosciamo già tutti.
La premessa è di quelle che potrebbero stare in una tragedia di Seneca o in una barzelletta di paese, dipende da come la racconti. Mariano De Santis, Presidente della Repubblica a sei mesi dalla scadenza del mandato, vedovo, cattolico, giurista, soprannominato "Cemento Armato" per la sua inflessibilità. Toni Servillo lo interpreta con la maestà di un monumento equestre a cui, ogni tanto, qualcuno infila nelle orecchie le cuffiette con il rap a tutto volume. Perché sì: il Capo dello Stato ascolta la trap. È il dettaglio che da solo vale il biglietto, ed è anche — se ci si pensa — la più onesta delle confessioni che un potente possa fare sul vuoto che gli ronza dentro.
La trama avanza con la calma di una processione di paese. Due richieste di grazia da firmare, due dilemmi morali che si intrecciano con la vita privata fino a diventare la stessa cosa. E poi il vero motore segreto del film: la moglie defunta, amata e infedele, di cui De Santis sa tutto tranne l'essenziale — con chi. Sente di dover sapere. Non saprà mai. E qui, lettori affezionati, mi tocca sorridere: perché un film intero costruito sull'assenza del fatto e sull'ossessione dell'interpretazione è esattamente il film che questo blog aspettava da diciotto anni. Non esistono fatti, solo interpretazioni. Nietzsche al Quirinale, con la scorta.
Ci sono naturalmente i sorrentinismi, quelli che i detrattori contano come un farmacista conta le pillole: il cavallo morente, l'astronauta con la lacrima che galleggia in assenza di gravità, i corridoi del potere fotografati come pale d'altare, il carrello lento e meditabondo. La differenza, stavolta, è che Sorrentino lo sa. Ci gioca. Fa l'autoironico. Sorride mentre ti commuove e ti frega due volte — prima con la battuta, poi con l'abisso che la battuta nascondeva.
Attorno al monumento Servillo si muove Anna Ferzetti, figlia e capo di gabinetto, la vera centralina elettrica del film: è lei che pensa la vita al padre, ed è in lei che il film trova i suoi momenti di carne più vera. De Santis, in fondo, è un uomo che ha delegato il pensiero a chi gli vuole bene, e che si ritrova, alla fine, costretto a decidere da solo proprio sull'unica cosa che conta — non chi graziare, ma se la grazia esista.
Perché è di questo che parla il film, fingendo di parlare d'altro. Parla di potere fingendo di parlare di leggi, parla di morte fingendo di parlare d'amore, e parla del dubbio fingendo di chiamarlo grazia. La grazia, nel senso giuridico, è un atto di clemenza. Nel senso teologico, è un dono immeritato che precede ogni nostro merito. De Santis la aspetta senza essere sicuro di crederci — e in questa sospensione, in questo restare impigliati tra il gesto e il senso del gesto, c'è qualcosa di più camusiano che cattolico. L'uomo assurdo che firma comunque, che sceglie comunque, sapendo che non c'è garanzia di aver scelto bene.
Lento? Lentissimo. La storia non comincia davvero prima della mezz'ora, e chi cerca il colpo di scena resterà a bocca asciutta. Ma è la lentezza giusta, quella di chi ha smesso di avere fretta perché ha cominciato a fare i conti con il tempo che resta. Si esce dalla sala con una malinconia leggera, di quelle che non pesano: la sensazione di aver passato due ore in compagnia di un uomo intelligente che, per una volta, ha avuto il coraggio di mostrarsi confuso.
Voto del buontempone: quattro grazie su cinque. La quinta gliel'avrei concessa volentieri, se solo avesse salvato il cavallo Elvis. Ma forse è proprio per quello che si chiama grazia: perché non sempre arriva.

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