Il dialogo con Twain: appropriazione o completamento?
Riscrivere Le avventure di Huckleberry Finn nel 2024 potrebbe sembrare l'ennesima operazione di "politically correct revanchism", l'ultimo capitolo di quella tendenza contemporanea – già vista nel cinema con i vari prequel, sequel e spin-off che danno voce ai personaggi secondari – a rileggere i classici attraverso lenti contemporanee. Ma Everett non sta semplicemente riverniciando Twain: sta compiendo un atto di archeologia letteraria, disseppellendo quello che era sempre stato lì, visibile eppure invisibile.
Dove Twain ci dava Jim – lo schiavo fuggitivo visto attraverso gli occhi ingenui di Huck, figura nobile ma essenzialmente passiva, definita più da ciò che subisce che da ciò che pensa – Everett ci restituisce James, un uomo di straordinaria intelligenza, autodidatta in filosofia e letteratura, che recita il ruolo dello schiavo stupido per sopravvivere. È una svolta narrativa devastante nella sua semplicità: e se Jim avesse sempre compreso tutto, e avesse semplicemente scelto di fingere ignoranza?
Il gioco delle maschere e il doppio linguaggio
La maestria di Everett sta nel modo in cui orchestra il "code-switching" linguistico di James. Quando è solo o con altri neri, il protagonista parla un inglese perfetto, cita Locke e Voltaire, discute di epistemologia. In presenza dei bianchi, scivola nel dialetto esagerato, nella grammatica spezzata che ci si aspetta da lui. Non è mera strategia di sopravvivenza: è una performance dolorosa e brillante, un commento feroce su come l'oppressione costringa gli oppressi a collaborare alla propria invisibilità intellettuale.
Questo espediente narrativo – che potrebbe sembrare schematico – diventa invece il cuore pulsante del romanzo, perché Everett non lo usa mai meccanicamente. Ci sono momenti in cui la maschera scivola inavvertitamente, attimi di terrore in cui James quasi si dimentica di "suonare stupido", e quei momenti sono tra i più tesi dell'intera narrazione.
Oltre il revisionismo: la questione della paternità narrativa
Qui tocchiamo il nervo scoperto della letteratura contemporanea. Viviamo nell'era del "re-telling", dove Circe racconta la sua versione dell'Odissea (Madeline Miller), dove le streghe di Wicked rivendicano la loro storia. Il cinema Marvel ci ha abituati a universi che si espandono lateralmente, dove ogni personaggio secondario può diventare protagonista del proprio franchise.
Ma James non è semplice fan-fiction letteraria. Everett – scrittore afroamericano di straordinaria cultura e talento – non sta semplicemente invertendo prospettive per seguire una moda. Sta facendo qualcosa di più radicale: sta chiedendo chi ha il diritto di raccontare quali storie. Twain, bianco e geniale, scrisse con sincera compassione sulla schiavitù, ma scrisse comunque da fuori. Everett scrive da dentro, o meglio, scrive ciò che è sempre stato dentro ma non ha mai avuto voce propria.
La letteratura come atto politico (senza essere panfletto)
Il pericolo di questi progetti revisionisti è la didascalia, il sermone mascherato da narrativa. Everett lo evita con eleganza chirurgica. Il suo James soffre, pensa, ama sua moglie e sua figlia con disperazione tangibile, ma non è mai ridotto a simbolo. È particolare prima di essere universale, uomo prima di essere rappresentante.
Ci sono scene – come quella in cui James insegna a leggere ad altri schiavi nascondendosi nei boschi, o quando deve scegliere tra la propria libertà e la salvezza di altri – che vibrano di urgenza morale senza mai scadere nella retorica. Everett confida nell'intelligenza del lettore, non sottolinea, non evidenzia. Mostra.
Twain rimane, arricchito
La domanda che molti si pongono è: questo romanzo "cancella" o sostituisce Twain? La risposta è no, e sarebbe intellettualmente disonesto sostenerlo. Le avventure di Huckleberry Finn rimane un capolavoro della letteratura americana, fondamentale per comprendere come l'America del XIX secolo guardava a se stessa. Ma era – ed è – un romanzo parziale, come lo sono tutti i romanzi.
James non sostituisce Twain: lo completa, lo interroga, a volte lo contesta. È come vedere lo stesso fiume da entrambe le sponde. Il Mississippi non cambia, ma la nostra comprensione della sua corrente si approfondisce immensamente.
Un classico immediato?
Forse è presto per proclamarlo, ma James possiede quella qualità rara che distingue la grande letteratura: cambia il modo in cui leggiamo ciò che è venuto prima. Dopo Everett, non potremo mai più leggere Twain con la stessa innocenza. E questa, probabilmente, è la più alta forma di omaggio che un'opera letteraria possa rendere a un'altra: non sostituirla, ma renderla più ricca, più complessa, più necessaria.
In un'epoca di polarizzazioni facili e battaglie culturali da social media, Everett ci ricorda che la grande letteratura non distrugge: stratifica, complica, arricchisce. James è un dono alla letteratura americana – e a noi lettori, chiamati a vedere finalmente ciò che era sempre stato lì, sulla zattera, aspettando di essere riconosciuto.

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