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sabato 12 settembre 2026

Elegia americana - il libro


I nonni di J.D. Vance sono sporchi, poveri e innamorati quando emigrano giovanissimi dalle regioni dei monti Appalachi vero l'Ohio nella speranza di una vita migliore.
Ma quel sogno di benessere e riscatto é solo sfiorato, perché prima di diventare uomo il loro nipote lotterà a lungo con la miseria e la violenza domestica: una madre tossicodipendente, patrigni nullafacenti che si susseguono uno dopo l'altro, vicini di casa alcolisti capaci solamente di sopravvivere con i sussidi e lamentarsi del governo, in una regione in cui i tassi di disoccupazione sono sempre più alti e l'abbandono scolastico é alle stelle.
Eppure, quella che J.D: Vance racconta senza indulgenza ma con un amorevole orgoglio di appartenenza non è l'eccezione ma è la storia in filigrana di un Paese intero di quel proletariato bianco degli Stati Uniti che ha espresso la sua frustrazione portando Donald Trump alla presidenza.
Elegia Americana celebra un'America silenziosa e dà voce a quella classe operaia dei bianchi degli Stati Uniti più profondi che un tempo riempiva la chiesa, coltivava la terra e faceva funzionare le industrie.
Quel mondo non c'é più, al suo posto solo ruggine e rabbia.
E J,D, Vance diventa così il cantore, brutale e appassionato dell'implosione di un modello di un'idea.
Di un sogno che è stato a lungo anche il nostro.


domenica 5 aprile 2026

War Machine


C'è una domanda che ogni spettatore dovrebbe porsi prima di premere "Play" su War Machine: ho voglia di pensare stasera? Se la risposta è sì, cambia titolo. Se la risposta è no, benvenuto — sei nel posto giusto.

Il film del 2026, diretto da Patrick Hughes, racconta di un gruppo di reclute durante l'ultima, estenuante fase di addestramento per le operazioni speciali, che si imbattono in una misteriosa macchina da guerra pronta a eliminarli uno per uno. Wikipedia Fin qui, tutto normale. Poi arrivano gli alieni. Come sempre, senza preavviso e senza portare nemmeno una bottiglia di vino.

Il regista Hughes ha confessato che l'idea è nata da un incubo ricorrente, dopo aver visto, alle due di notte in una cittadina rurale australiana, una squadra di soldati delle SAS che correva per la strada principale. Movieplayer Chapeau: molti di noi alle due di notte vedono solo il frigorifero, lui ci ricava un film. La creatività è distribuita in modo profondamente ingiusto in questo mondo.

Un titolo, due film

Vale la pena precisarlo subito, perché la confusione è dietro l'angolo: questo War Machine non ha nulla a che vedere con l'omonimo film del 2017 con Brad Pitt, anch'esso su Netflix. Nessun legame tra le due opere. Movieplayer Si tratta di un semplice caso di omonimia — come due persone diverse che si chiamano entrambe Mario Rossi, con la differenza che uno era una satira politica sull'Afghanistan e l'altro è un robot alieno che insegue dei ranger nel deserto australiano. Difficile confonderli, a meno che non si guardi lo schermo con un occhio solo.

Alan Ritchson: muscoli con un'anima (a noleggio)

Il protagonista è Alan Ritchson, già Jack Reacher nella celebre serie Prime Video, attore ormai stabilmente inquadrato nel cinema muscolare e nei personaggi fisicamente dominanti. LocchiodelCineasta Qui interpreta il soldato noto solo come "81" — perché dare un nome ai personaggi, evidentemente, avrebbe richiesto un budget extra. Il film insiste su un contrasto preciso: il corpo al limite, la mente costretta a restare fredda. 81 non è presentato come un eroe invincibile, ma come uno che guida perché qualcuno deve farlo. FilmTV È una sfumatura sottile, ma apprezzabile in un genere che di solito preferisce i protagonisti indistruttibili come i Nokia 3310.

Il cast si completa con Dennis Quaid, veterano di Hollywood con decenni di carriera, Esai Morales, Jai Courtney, Stephan James, Keiynan Lonsdale e Daniel Webber. BadTaste I vertici militari, come da tradizione del genere, osservano, decidono e restano fisicamente distanti dal fango e dal sangue — una distanza che emerge dal contrasto tra chi combatte sul campo e chi mantiene la divisa pulita. FilmTV Alcune cose non cambiano mai, né nei film né nella vita reale.

La macchina: poche parole, molta determinazione

Il vero antagonista è la macchina aliena, e bisogna darle atto di una coerenza ammirevole: non parla, non negozia, non esita. Studia, calcola, elimina. Ogni decisione dei Ranger diventa una variabile che l'avversario rielabora in tempo reale. FilmTV In pratica, il sogno di ogni capo ufficio. La macchina è realizzata con grande cura nei dettagli, risultando credibile e minacciosa. Ravengami Peccato che, ad occhio critico, ricordi in maniera evidente i robot del b-movie Robot Riot del 2020, seppur arricchita da qualche dettaglio tecnologico più raffinato. LocchiodelCineasta Insomma: un robot di qualità superiore, ma con chiari antenati di bassa estrazione.

Cosa funziona — e perché funziona

Diciamolo senza ipocrisie: War Machine non possiede una sceneggiatura particolarmente interessante né originale, e non approfondisce quasi nulla di ciò che mette in campo. LocchiodelCineasta Eppure funziona. Come? Grazie al ritmo. Il montaggio efficace e la regia solida sono ciò che permette alla pellicola di non annoiare lo spettatore: sia nella prima parte, immersa in un immaginario prettamente militaresco, sia nella seconda, dove il film si trasforma in un action fantascientifico dal sapore bellico. LocchiodelCineasta

Il film sembra uscito direttamente dagli anni Ottanta gloriosi, ma con tutta la potenza visiva del 2026: fantascienza, azione e intrattenimento puro. IMDb Hughes, d'altronde, si è ispirato dichiaratamente al filone dei "soldati d'élite contro minacce ignote" inaugurato da Predator nel 1987, modernizzando il concetto con temi di ansia tecnologica e intelligenza artificiale senziente. Movieplayer Nostalgia calcolata, insomma — ma la nostalgia, quando è ben confezionata, vende ancora benissimo.

Il verdetto

War Machine è un film che non chiede nulla al proprio spettatore, se non la disponibilità a sedersi e farsi sparare addosso adrenalina per 106 minuti. Offre una buona dose di azione adrenalinica, un protagonista che incarna l'archetipo dell'eroe americano, e un elemento fantascientifico che, pur semplice, riesce a intrattenere — senza cadere in buchi di trama evidenti. LocchiodelCineasta Non è cinema d'autore, non aspira a esserlo, e sarebbe disonesto giudicarlo con quel metro.

La pellicola sta registrando visualizzazioni da record sulla piattaforma Movieplayer — il che, nel 2026, dice qualcosa sul tipo di intrattenimento che il pubblico cerca dopo una settimana di lavoro. Non sempre vogliamo Bergman. A volte vogliamo un ranger muscoloso che mena un robot alieno in mezzo al deserto australiano. E va bene così.

★★★☆☆Divertimento onesto, ambizioni modeste, nessuna promessa infranta.



 

martedì 24 marzo 2026

Patrie


Timothy Garton Ash, con Patrie, si cimenta in un’operazione che potrebbe facilmente scivolare nel didascalico o nel retorico: raccontare l’Europa attraverso la lente della memoria personale e della storia politica. E invece riesce — quasi con nonchalance — a trasformare un potenziale manuale di storia contemporanea in un ibrido narrativo sorprendentemente leggibile.

Il titolo, già di per sé ambiguo, tradisce la tesi di fondo: non esiste una sola patria, ma una pluralità di appartenenze che si sovrappongono, si contraddicono e, talvolta, si ignorano reciprocamente. Garton Ash gioca su questo pluralismo con l’aria di chi ha attraversato davvero quei confini — geografici e ideologici — e non si limita a descriverli da una cattedra accademica.

Il suo è uno sguardo che potremmo definire “storicamente coinvolto”: non neutrale (e meno male), ma nemmeno militante in senso stretto. Piuttosto, è il punto di vista di un testimone informato, che ha frequentato dissidenti, politici e intellettuali dell’Europa centrale e orientale con una familiarità che oggi appare quasi irripetibile. E qui emerge un primo elemento ironico: il lettore contemporaneo, abituato a un’Europa data per scontata, si ritrova a leggere di un continente che era tutt’altro che inevitabile.

La struttura del libro alterna episodi autobiografici e riflessioni storico-politiche, con un ritmo che a tratti ricorda più il reportage che il saggio. Questa scelta funziona, ma non senza qualche oscillazione: in alcuni passaggi l’autore sembra indulgere nel piacere del ricordo personale, rischiando di diluire la tensione analitica. Tuttavia, è proprio in queste digressioni che affiora una delle qualità più interessanti del testo: la capacità di mostrare la storia non come sequenza di eventi, ma come intreccio di vite.

Sul piano interpretativo, Garton Ash evita accuratamente le grandi narrazioni consolatorie. L’Europa che emerge non è un progetto lineare né tantomeno compiuto, ma un cantiere permanente, attraversato da ritorni di nazionalismo, fratture culturali e amnesie selettive. L’ironia qui è sottile ma costante: l’idea stessa di “unità europea” viene trattata con una certa diffidenza, come un concetto utile ma intrinsecamente fragile.

Particolarmente efficace è il modo in cui l’autore mette in dialogo Est e Ovest, smontando implicitamente la presunta superiorità narrativa dell’Europa occidentale. Non lo fa con toni polemici, ma attraverso un accumulo di esempi che rendono evidente quanto quella distinzione sia storicamente contingente e culturalmente miope.

Se si volesse individuare un limite, si potrebbe osservare che il libro richiede al lettore una certa familiarità con il contesto storico: non è un’introduzione, ma una riflessione avanzata. Chi cerca una sintesi ordinata rischia di perdersi; chi accetta la complessità, invece, trova un testo che stimola più domande di quante ne risolva — e probabilmente è proprio questo il suo merito principale.

In definitiva, Patrie è un libro che si muove con eleganza tra memoria e analisi, evitando sia la nostalgia facile sia il tecnicismo sterile. Garton Ash non offre certezze, ma una prospettiva: e, in tempi di semplificazioni aggressive, è già una forma di resistenza intellettuale.


 

giovedì 5 febbraio 2026

James di Percival Everett: quando il silenzio diventa voce


C'è un momento in letteratura in cui il margine diventa centro, quando ciò che per generazioni è stato sussurrato nelle note a piè di pagina irrompe sulla scena principale con la forza di un tuono sul Mississippi. James di Percival Everett è precisamente questo: un terremoto letterario che scuote le fondamenta di uno dei più celebrati romanzi americani.

Il dialogo con Twain: appropriazione o completamento?

Riscrivere Le avventure di Huckleberry Finn nel 2024 potrebbe sembrare l'ennesima operazione di "politically correct revanchism", l'ultimo capitolo di quella tendenza contemporanea – già vista nel cinema con i vari prequel, sequel e spin-off che danno voce ai personaggi secondari – a rileggere i classici attraverso lenti contemporanee. Ma Everett non sta semplicemente riverniciando Twain: sta compiendo un atto di archeologia letteraria, disseppellendo quello che era sempre stato lì, visibile eppure invisibile.

Dove Twain ci dava Jim – lo schiavo fuggitivo visto attraverso gli occhi ingenui di Huck, figura nobile ma essenzialmente passiva, definita più da ciò che subisce che da ciò che pensa – Everett ci restituisce James, un uomo di straordinaria intelligenza, autodidatta in filosofia e letteratura, che recita il ruolo dello schiavo stupido per sopravvivere. È una svolta narrativa devastante nella sua semplicità: e se Jim avesse sempre compreso tutto, e avesse semplicemente scelto di fingere ignoranza?

Il gioco delle maschere e il doppio linguaggio

La maestria di Everett sta nel modo in cui orchestra il "code-switching" linguistico di James. Quando è solo o con altri neri, il protagonista parla un inglese perfetto, cita Locke e Voltaire, discute di epistemologia. In presenza dei bianchi, scivola nel dialetto esagerato, nella grammatica spezzata che ci si aspetta da lui. Non è mera strategia di sopravvivenza: è una performance dolorosa e brillante, un commento feroce su come l'oppressione costringa gli oppressi a collaborare alla propria invisibilità intellettuale.

Questo espediente narrativo – che potrebbe sembrare schematico – diventa invece il cuore pulsante del romanzo, perché Everett non lo usa mai meccanicamente. Ci sono momenti in cui la maschera scivola inavvertitamente, attimi di terrore in cui James quasi si dimentica di "suonare stupido", e quei momenti sono tra i più tesi dell'intera narrazione.

Oltre il revisionismo: la questione della paternità narrativa

Qui tocchiamo il nervo scoperto della letteratura contemporanea. Viviamo nell'era del "re-telling", dove Circe racconta la sua versione dell'Odissea (Madeline Miller), dove le streghe di Wicked rivendicano la loro storia. Il cinema Marvel ci ha abituati a universi che si espandono lateralmente, dove ogni personaggio secondario può diventare protagonista del proprio franchise.

Ma James non è semplice fan-fiction letteraria. Everett – scrittore afroamericano di straordinaria cultura e talento – non sta semplicemente invertendo prospettive per seguire una moda. Sta facendo qualcosa di più radicale: sta chiedendo chi ha il diritto di raccontare quali storie. Twain, bianco e geniale, scrisse con sincera compassione sulla schiavitù, ma scrisse comunque da fuori. Everett scrive da dentro, o meglio, scrive ciò che è sempre stato dentro ma non ha mai avuto voce propria.

La letteratura come atto politico (senza essere panfletto)

Il pericolo di questi progetti revisionisti è la didascalia, il sermone mascherato da narrativa. Everett lo evita con eleganza chirurgica. Il suo James soffre, pensa, ama sua moglie e sua figlia con disperazione tangibile, ma non è mai ridotto a simbolo. È particolare prima di essere universale, uomo prima di essere rappresentante.

Ci sono scene – come quella in cui James insegna a leggere ad altri schiavi nascondendosi nei boschi, o quando deve scegliere tra la propria libertà e la salvezza di altri – che vibrano di urgenza morale senza mai scadere nella retorica. Everett confida nell'intelligenza del lettore, non sottolinea, non evidenzia. Mostra.

Twain rimane, arricchito

La domanda che molti si pongono è: questo romanzo "cancella" o sostituisce Twain? La risposta è no, e sarebbe intellettualmente disonesto sostenerlo. Le avventure di Huckleberry Finn rimane un capolavoro della letteratura americana, fondamentale per comprendere come l'America del XIX secolo guardava a se stessa. Ma era – ed è – un romanzo parziale, come lo sono tutti i romanzi.

James non sostituisce Twain: lo completa, lo interroga, a volte lo contesta. È come vedere lo stesso fiume da entrambe le sponde. Il Mississippi non cambia, ma la nostra comprensione della sua corrente si approfondisce immensamente.

Un classico immediato?

Forse è presto per proclamarlo, ma James possiede quella qualità rara che distingue la grande letteratura: cambia il modo in cui leggiamo ciò che è venuto prima. Dopo Everett, non potremo mai più leggere Twain con la stessa innocenza. E questa, probabilmente, è la più alta forma di omaggio che un'opera letteraria possa rendere a un'altra: non sostituirla, ma renderla più ricca, più complessa, più necessaria.

In un'epoca di polarizzazioni facili e battaglie culturali da social media, Everett ci ricorda che la grande letteratura non distrugge: stratifica, complica, arricchisce. James è un dono alla letteratura americana – e a noi lettori, chiamati a vedere finalmente ciò che era sempre stato lì, sulla zattera, aspettando di essere riconosciuto.

 

martedì 20 gennaio 2026

The Housemaid


Ah, eccoci di nuovo. Un'altra casa enorme, un'altra famiglia ricca e disfunzionale, un'altra domestica che entra in un mondo che non le appartiene. Se avete visto Parasite, The Handmaiden o praticamente qualsiasi thriller psicologico coreano dell'ultimo decennio, sapete già dove stiamo andando. Ma hey, almeno questa volta abbiamo Sydney Sweeney che cerca di sembrare invisibile in una magione dove probabilmente il bagno degli ospiti è più grande del mio appartamento.

La Trama (Senza Spoiler, Promesso)

Millie (Sydney Sweeney) è una giovane donna che ha bisogno di soldi – e quando dico "bisogno" intendo quel tipo di bisogno cinematografico che ti fa accettare un lavoro in una casa dove le bandiere rosse sono così grandi che potrebbero organizzarci una parata sovietica. Viene assunta dai coniugi Winchester (sì, proprio come il fucile, sottile) per fare da governante e badare alla loro figlioletta in una villa che sembra uscita da un catalogo "Come Spendere Troppi Soldi".

Naturalmente, la signora della casa è fredda quanto il marmo delle sue scale a chiocciola, il marito è ambiguo in quel modo che urla "problemi in arrivo", e la tensione sessuale nell'aria è più densa della polvere che Millie dovrebbe teoricamente spolverare (ma che stranamente non si vede mai, perché nelle case dei ricchi cinematografici la polvere è troppo di classe bassa per esistere).

I Cliché, Benedetti Siano

Il film segue fedelmente il manuale del thriller domestico:

  • ✓ Primi piani inquietanti attraverso porte socchiuse
  • ✓ La telecamera che indugia su oggetti apparentemente innocui che SICURAMENTE non saranno importanti dopo
  • ✓ Conversazioni sussurrate che si interrompono quando entra il personaggio sbagliato
  • ✓ Almeno tre scene di "qualcuno sta guardando dalle finestre al buio"
  • ✓ Una bambina che dice cose vagamente disturbanti con voce da cherubino

C'è un momento in cui Millie trova una stanza chiusa a chiave e io ho letteralmente detto ad alta voce "Non aprirla". Indovinate? L'ha aperta. Certo che l'ha aperta. È nel contratto degli attori, evidentemente.

Le Performance

Sydney Sweeney fa del suo meglio con un personaggio scritto come "giovane donna vulnerabile ma anche determinata. Ci sono momenti in cui i suoi occhi comunicano più del dialogo, il che è positivo perché alcune battute sembrano scritte da ChatGPT in una giornata no.

Gli attori che interpretano i Winchester (non farò nomi per evitare spoiler su chi fa cosa) masticano lo scenario con quella particolare intensità che dice "sono ricco, sono malvagio, e probabilmente ho un segreto oscuro nel seminterrato". Uno di loro è così ovviamente sinistro che mi sorprende che Millie non sia scappata durante il colloquio di lavoro.

Il Lato Positivo

Detto questo, The Housemaid ha i suoi momenti. La cinematografia è splendida – quella villa è fotografata con una cura quasi pornografica, ogni angolo perfettamente illuminato per massimizzare il disagio. La colonna sonora sa quando tacere, il che nel genere thriller è già mezzo miracolo.

E ci sono un paio di colpi di scena nel terzo atto che, se non proprio rivoluzionari, almeno hanno il merito di non essere completamente telefonati. Uno in particolare mi ha fatto alzare un sopracciglio, il che per gli standard del 2025 è praticamente un'ovazione.

Verdetto

The Housemaid è come quel piatto al ristorante che ordini sapendo esattamente che sapore avrà, ma lo ordini comunque perché, dannazione, a volte hai voglia proprio di quello. È competente, occasionalmente teso, ben girato, e ti intratterrà per le sue due ore abbondanti senza mai veramente sorprenderti.

Se vi piacciono i thriller domestici, probabilmente vi piacerà. Se ne avete già visti troppi, be', questo non vi convertirà. È il comfort food del cinema – non cambierà la vostra vita, ma per una sera può tenervi compagnia.

Voto finale: 3/5 spolverini

Consigliato se: amate le case che sembrano musei, i segreti familiari più prevedibili di un orologio svizzero, e Sydney Sweeney che cerca di sembrare invisibile mentre è letteralmente Sydney Sweeney.


 

sabato 30 agosto 2025

Benvenuti a Chernobyl - Libro


Benvenuti a Chernobyl è un viaggio fuori dal comune e Andrew Blackwell una guida che non si può fare a meno di seguire.
La sua meta sono i luoghi più orrendamente inquinati della Terra, in cerca del peggio che il mondo ha da offrirci: da Chernobyl a Kanpur, nell'India disastrata delle discariche industriali e delle concerie tossiche, dall'Amazzonia sfigurata dalla coltivazione di soia alle miniere di carbone in Cina.
Quale è la loro attrattiva?
Qualcosa di primitivo e molto umano.
Una traccia del futuro, e anche del presente.
E di qualcos'altro, qualcosa di bello in un mondo inafferrabile e misterioso.
Lettere d'amore agli ecosistemi più contaminati, diario di viaggio denuncia, saggio sull'ambiente e parodia delle guide turistiche, Benvenuti a Chernobyl é una avventura tossica mozzafiato.


 

sabato 2 agosto 2025

Havoc


Un crime crudo, a tratti eccessivo, ove violenza, onore, cupidigia e amore si mescolano senza tregua.
Un film da accettare in tutte le sue sfaccettature sospendendo per un istante la realtà per come la concepiamo.. se cerchiamo un contro eroe, eccolo qui.. errori, corruzione, compromessi al ribasso... il riscatto e la redenzione... insomma tutti gli ingredienti per trasformare il nostro in una figura maledetta in cerca di rimedi..

Tanto per darvi un'idea ho chiesto a ChatGPT di fare un commento del film.. mi ci ritrovo appieno:

"Havoc (2005): quando i ricchi annoiati giocano a fare i gangster"
Anne Hathaway lascia il castello della Disney per tuffarsi in un mondo di bandane, slang forzato e drammi da quartiere... benestante. Un film che voleva essere un grido di ribellione, ma finisce per sembrare la gita scolastica più imbarazzante dell'anno. Guardalo se vuoi vedere cosa succede quando Beverly Hills tenta di fare il Bronx. Spoiler: non finisce bene (ma almeno è un po’ divertente, involontariamente).


 

domenica 20 luglio 2025

The accountant 2


Secondo episodio.. (e secondo me non sarà l'ultimo) dove ritroviamo il nostro eroe alle prese con un bel pasticcio e, affiancato dal di lui fratello, impegnato a sconfiggere il male..
Inutile chiedersi quale sarà l'esito... della vicenda... tutto è bene quel che finisce bene e noi torniamo a divertirci.. anche se.. qualche scricchiolio della trama si comincia a sentire.

 

martedì 3 giugno 2025

Geopolitica dell'intelligenza artificiale


L'intelligenza artificiale è l'invenzione definitiva dell'umanità.
La sua comparsa sulla scena evoca il rischio della estinzione del suo creatore, poiché la sua diffusione porterà, forse, al suo superamento.
Queste visioni apocalittiche pervadono ormai il discorso pubblico sulla tecnologia, in un mondo dove la stessa espressione "intelligenza artificiale" è divenuta ormai presente e ossessiva.
Sono temi tutt'altro che nuovi per le loro profonde radici filosofiche e per i pionieri che, in vari ambiti, li hanno alimentati nel corso del Novecento; eppure qualcosa di significativo è già accaduto e siamo spettatori di connessioni di cui non cogliamo pienamente il significato.
Il dibattito sull'intelligenza artificiale chiama poi in causa alcuni concetti chiave, tra cui l'origine dell'intelligenza stessa, ciò che sappiamo e ciò che ignoriamo del cervello e del pensiero; l'idea di un'intelligenza "generale" applicata alle macchine; i limiti quantitativi e qualitativi del calcolo; il problema dell'allineamento della tecnologia ai nostri bisogni e ai nostri valori.
Ma quali aziende alimentano questi processi? 
E quali sono le loro implicazioni in un mondo radicalmente diviso, dilaniato dalla guerra tecnologica tra Stati Uniti e Cina, che attraversa l'infrastruttura e gli usi dell'intelligenza artificiale, e la loro corsa alle risorse economiche e materiali necessarie al suo continuo sviluppo?
Alessandro Aresu ci racconta l'intreccio di relazioni tra filosofi, scienziati e imprenditori che stanno plasmando questo mondo, come Jensen Huang, fondatore di Nvidia e protagonista assoluto della rivoluzione tecnologica intorno all'AI; Bill Dally, informatico e mente scientifica dietro ai portentosi microchip che rendono possibile la evoluzione dell'AU, ma anche il rapporto tra il Cynar e i pionieri di Deep Mind oltre che le storie dei manager meno conosciuti che operano in AI.

 Nota 1 -  Da un lato, la caduta, una ad una, da Detroit a Torino di quelle fortezze che erano le città-fabbrica, come castelli medioevali in rovina. Dall'altro, la concretezza delle fabbriche che nascono in Malesia e Vietnam ogni giorno, delle centinaia di milioni di persone che in questo secolo entrano nella classe media in Asia orientale.

Nota 2 - Bacone scrive che non è "un metodo legittimo, ma un metodo di impostura; esso consiste nel comunicare conoscenza in forma tale che, chi non abbia cultura, può rapidamente mettersi in condizione di fare mostra di averne.

Nota 3 - Gli impostori come Lullo, che utilizzano l'arte della memoria, fanno credere di avere cultura senza possederla. Ciò che possiedono é l'arte della griglia, dell'organizzazione delle forme nello spazio senza sapere il senso delle forme.

Nota 4 - Le macchine che apprendono sono, portate all'estremo, macchine che auto-apprendono. Non solo riescono ad eseguire compiti o risolvere problemi in base a un set di istruzioni predefinite, ma anche a cambiare quelle istruzioni se scoprono che esiste un modo migliore per raggiungere i loro obiettivi: la massimizzazione di una specifica funzione di utilità.

Nota 5 - In una civiltà compiutamente tecnologica, la materia del mondo tende sempre a sfuggirci, e vale ancora l'osservazione di Lowitch; in generale non abbiamo nemmeno la pallida idea dell'elemento in cui viviamo: di come si fabbrica e si manovra un aereo, di come si telefona a New York, di come si può ascoltare un concerto da Londra, di quello che avviene in una moneta quando compriamo qualcosa.
Se la conoscenza dettagliata ci è preclusa, perché troppo specialistica o perché nascosta, ci troviamo comunque in un contesto di razionalizzazione se accettiamo il sapere o il credere che qualcosa, se si vuole, si può sempre sapere; che non ci sono quindi, in linea di principio, potenze misteriose e incalcolabili che entrano in gioco, ma che mediante il calcolo possiamo dominare, in linea di principio, tutte le cose.

Nota 6 - OpenAI senza più Musk, non può che bussare alla porta di uno degli altri giganti: Amazon, che pur essendo tra i donatori iniziali perde quest'occasione storica nel 2018 e Microsoft, con cui si concretizza nel 2019 l'accordo decisivo che cambia la natura stessa di OpenAI, da impresa non profit a impresa che deve continuare a raccontarsi come non profit ma è costretta, ovviamente, a garantire ritorni dell'investimento a Microsoft, che rende possibile il suo sviluppo infrastrutturale. La conseguenza è l'inevitabile cambio di un'identità ambigua.

Nota 7 - Come anno detto una volta per tutte Max Weber e Werner Sombart, nei primi anni del Novecento, la danza delle streghe del capitalismo potrà arrestarsi solo quando l'ultima tonnellata di ferro sarà fusa con l'ultima tonnellata di carbone.

Nota 8 - Gandalf ammonisce: E' pericoloso per chiunque servirsi degli artifizi di un'arte di cui non sappiamo scandagliare gli abissi. Chi cerca negli abissi vuole vedere il tutto. Chi vuole conoscere qualcosa troverà sempre un occhio che lo guarda, e che lo mette a nudo. Prima il Palantir ha corrotto uno stregone. In questo caso la pietra colpisce le sue vittime preferite; gli umani. A essi mostra la magia che non possiedono per natura, ma che cercano di ottenere attraverso le loro tecniche, i loro artifici.

Nota 9 - Gli uomini come Denethor, grazie al Palantir, fanno invece esperienza di una conoscenza di cui sono sempre assetati: l'accorciamento delle distanze, l'illusione di prevedere il futuro. Irretiti da quelle immagini non capiscono che quel futuro non è l'unico possibile, e cadono nella disperazione.

Nota 10 - L'accelerazione può alimentare l'idea astratta che il software possa mangiare il mondo da solo. Invece il software ha comunque bisogno dell'hardware, che costruisce, in ogni fabbrica o "mulino satanico" la materia del mondo.

Nota 11 - il futuro può uccidere il presente. La decisione del futuro si compie nel presente, che, in termini agostiniani è il tempo che mi chiama. E' questo tempo che ci riguarda, non un tempo indistinto, per sua natura dilatato, che tende a mangiare il presente e a indebolirlo, erodendo la propria stesse condizione di possibilità.

Nota 12 - In quale mondo? Noi viviamo nello scenario costruito da tre tendenze strutturali: lo spostamento della manifattura verso l'Asia orientale, la digitalizzazione dell'economia e della società, la pressione politica attraverso la sicurezza nazionale. E allora, qual è il ruolo dell'Europa? quale volete che sia? siamo morti che camminano. Per darci un tono, ci definiamo sonnambuli. Il divario rispetto agli Stati Uniti era vasto dieci anni fa: ora è cresciuto, e non c'é alcuna ragione per pensare che non aumenti ancora.






domenica 26 gennaio 2025

Ghosted


Ghosted" (2023) è il classico film che ti fa rivalutare le tue scelte... tipo perché hai deciso di guardarlo. Immagina una commedia romantica che tenta disperatamente di travestirsi da action movie, ma inciampa nei suoi stessi cliché. Chris Evans interpreta il "bravo ragazzo" di turno, talmente appiccicoso che pure una mosca sulla carta moschicida sembra più discreta. Ana de Armas, invece, è la spia tosta e misteriosa, ma più che misteriosa, sembra chiedersi perché abbia accettato questa sceneggiatura.

La trama? Lui si innamora follemente di lei dopo un appuntamento (classico, no?), ma lei sparisce. Ovviamente, cosa fai in questi casi? La insegui in un altro continente e scopri che è un’agente segreto! Da lì in poi, ci sono inseguimenti, battute che vorrebbero essere divertenti, e azione che sembra girata in modalità risparmio energetico.

Prendiamo una scena simbolica: Cole (Evans), l’uomo medio con la tenacia di un ex fidanzato che non sa accettare un ghosting, si ritrova in mezzo a una sparatoria su un autobus in corsa. Mentre Ana de Armas affronta i cattivi con mosse da manuale delle "spie cool", lui si nasconde dietro un sedile, urlando come se avesse visto una blatta in cucina. E quando finalmente prova a partecipare all’azione, brandendo un'arma improvvisata – uno zainetto! – riesce solo a peggiorare la situazione, tipo inciampare e quasi farsi prendere in ostaggio.
Il tutto condito da battute che dovrebbero essere ironiche ma finiscono per sembrare scritte da qualcuno che ha visto troppi video su YouTube e ha detto: "Lo posso fare anch’io".

Il vero fantasma qui? La chimica tra i protagonisti. Ah, e il buon senso. Se cercavi un mix tra Mr. & Mrs. Smith e una rom-comedy, beh... continua a cercare.

Scritto con un piccolo aiuto di Chat-GPT




 

lunedì 20 gennaio 2025

Fly mt to the moon

Un film che celebra l'inganno dell'allunaggio facendo vedere il fake del fake. Geniale!
Se poi a questo si aggancia una romantica e bellissima storia... due primi attori di eccezione, per non parlar del terzo... spezzoni di storia vera e gag continue... beh allora davvero non ci si può lamentare.
Si ride, ci si diverte, si assiste all'inganno con cui si realizza l'allunaggio in uno studio.. poi qualcosa va storto e vediamo il vero (finto) allunaggio... il primato americano del capitalismo sul comunismo prevale e siamo tutti contenti.
Nel mezzo tutta la storia - davvero ben ricostruita - della preparazione dello sbarco sulla Luna da parte della NASA.
Film che merita di essere visto.. 


 

domenica 19 gennaio 2025

Wolfman


Nell'immaginario collettivo l'uomo lupo non è orrore in quanto tale.. ma lo è in funzione della sua trasformazione da uomo (la civiltà, il raziocinio) a bestia (la natura selvaggia, l'istinto) ed in questa mutazione, spesso non voluta che sta lo sconvolgimento... quel cedere quotidiano ai bassi istinti che qui diviene evidenza.
Così, l'ennesimo film che vede un uomo, un padre di famiglia con tutti i suoi limiti e difetti ma armato di tanto amore, dover fare i conti prima di tutto con sé stesso, è fonte di paura.. perché tocca nervi scoperti, spazi lasciati liberi e non indagati con cui noi, prima o poi, finiamo per dover fare i conti.
La volta che ci siamo arrabbiati senza motivo, la volta in cui abbiamo fatto del male, la volta in cui abbiamo ecceduto e così via.. è la dualità dell'essere umano di fronte al dover fare delle scelte.
La trasformazione, trattata molto bene in questo caso, è ancora una volta legata al rapporto padre figlio (banner) evidenziando il peso delle scelte tra loro e come invece viene declinato dal personaggio principale che si piega all'amore per la propria famiglia e si lascia uccidere.
Bello? A tratti certamente si. Certo capace di spaventare a sufficienza senza cadere nell'ovvietà.


 

venerdì 23 agosto 2024

TRAP


Perché parteggiare per il mostro? Perché improvvisamente ci troviamo dalla sua parte e i suoi crimini passano in secondo piano? Cosa ci porta dal lato cattivo della strada?
Siamo chiusi in un locale ove si tiene uno spettacolo musicale... e da cui non si può uscire.. pena il passaggio davanti ad un cordone di poliziotti che vogliono prenderci... ed ecco che l'uomo diventa lupo... diventa cioè capace di osservare, annusare, capire ciò che gli altri non vedono... per molti motivi.. l'essere parte di un evento mediatico, l'essere preda dei rispettivi device, il credere di essere in un evento collettivo condiviso ove tutti si devono mescolare accettando l'altro per "provare" qualcosa... la cosiddetta sintonia che si trova in un evento religioso ad esempio..
Così, mentre tutti credono di vivere qualcosa... qualcuno vive realmente il presente.. coglie ogni variazione dell'intorno e usa ogni mezzo per sfuggire alla cattura.
Certamente tanto fa il protagonista principale.. capace di sguardi, mimica ed inventiva senza pari... a fronte di personaggi che faticano a stargli alla pari... una buona regia.. uno spettacolo divertente.. poco cruento e tutto diventa possibile. Shyamalan ogni tanto l'azzecca.

 

giovedì 2 maggio 2024

Cocaine


Tipica devastata famiglia americana. Se il padre non trasmette alcun valore, se non quello di fare i soldi, i figli non possono evolvere e piuttosto la loro evoluzione sarà nel peggiorare un modus operandi che già puzza di marcio. Droga, armi, spaccio e quant'altro li porteranno verso l'inferno.. o forse verso la redenzione e la riscoperta dei valori che uniscono: una figlia, nata in modo rocambolesco, una sorella, recuperata dalla droga, un padre, ripulito dei suoi errori ed un figlio, in carcere ma non per sempre.
Dostoevskij ci ricorda che tutte le famiglie sono felici allo stesso modo ma ognuna e triste a modo suo. Questo film conferma la regola, lo fa in un tempo moderno, in una terra moderna (ma selvaggia a suo modo, la Detroit operaia degli States) ma con tematiche antiche (riscatto, ricchezza, caduta, redenzione). Guardare per credere.

martedì 27 febbraio 2024

Hustle


Storia di riscatto attraverso lo sport. Ma soprattutto attraverso il ritrovare il padre perso in un'altra persona. Il tutto passando attraverso il bellissimo ma feroce mondo della competizione sportiva.
Stanley, ex giocatore di basket, ora procuratore, gira il mondo alla ricerca di promesse per la squadra per cui lavora, i Philadelphia. L'operazione di scouting lo tiene lontano da casa e gli fa vivere una vita senza la famiglia. Sino a quando trova un incredibile campione... una persona fortissima nello sport ma fragile, per la provenienza ed origine... ci vorrà tutta la sua perseveranza per vincere le incredibili difficoltà per portare Bo Crux (la promessa) a diventare una stella e per lui diventare Coach riconosciuto e rispettato.
Pur tra molti stereotipi, resta sicuramente un bel film da godere sino in fondo.

 

giovedì 28 dicembre 2023

The Batman


Ci sarà sempre un Batman a cercare di porre rimedio ai torti subiti, non importa se è una città sfigata come Gotham dove, guarda caso, piove sempre, i malvagi girano imperterriti, rispettati come Dei (mi sembra assomigli a qualcosa di già visto) e le strade sono tutto meno che sicure.
Aggiungi la brutta scoperta che il padre non è poi quello stinco di santo per cui abbiamo dedicato la nostra vita alla vendetta e redenzione... ed ecco che il film è fatto... con tutti i limiti del caso, ovvio.
Nel complesso, derivando da un fumetto, la trama regge e gli attori sono piacevoli nella loro apparente follia, il finale latita e oltre due ore di visione sono davvero troppo per una trama che riprende un Edipo un poco stantio e privo di vervè.

domenica 17 dicembre 2023

Maniac


 Quando alla fine della seconda guerra mondiale John Von Neumann concepisce il MANIAC, un calcolatore universale che doveva, nelle intenzioni del suo creatore, "afferrare la scienza per la gola scatenando un potere di calcolo illimitato" sono in pochi a rendersi conto che il mondo sta per cambiare per sempre.
Perché quel congegno rivoluzionario - parto di una mente ordinatrice a un tempo cinica e visionaria, infantile e "inesorabilmente logica" - non solo schiude dinanzi al genere umano le sterminate praterie dell'informatica e dell'intelligenza artificiale ma lo conduce sull'orlo dell'estinzione, liberando i fantasmi della guerra termonucleare.
Che "nell'anima della fisica" si fosse annidato un demone lo aveva del resto già intuito Paul Ehrenfest, sin dalla scoperta della realtà quantistica e delle nuove leggi che governavano l'atomo prima di darsi tragicamente la morte.
Sono sogni grandiosi ed insieme incubi tremendi quelli scaturiti dal genio di Von Neumann, dentro i quali Labatut ci sprofonda, lasciando la parola a un coro di voci; delle grandi menti matematiche del tempo, ma anche di familiari e amici che furono testimoni della sua inarrestabile ascesa.
Ci ritroveremo a Los Alamos nel quartier generale di Oppenheimer, fra i "marziani ungheresi" che costruirono la prima bomba atomica; e ancora a Princenton, nelle stanze dove vennero gettate le basi delle tecnologie digitali che oggi plasmano la nostra vita.
Infine, assisteremo ipnotizzati alla sconfitta del campione mondiale di Go, Lee Sedol, che soccombe di fronte allo strapotere della nuova divinità di Google, AlphaGo.
Una divinità ancora ibrida e capricciosa, che sbaglia, delira, agisce per pura ispirazione - a cui altre seguiranno, sempre più potenti, sempre più terrificanti - con questo nuovo libro, che prosegue idealmente "Quando abbiamo smesso di capire il mondo", Labatut si conferma uno straordinario tessitore di storie, capace di trascinare il lettore nei labirinti della Scienza moderna, lasciandogli intravedere l'oscurità che la nutre.
"A questo mondo ci sono due tipi di persone, Jancsi Von Neuman e il resto di noi. Quel ragazzo luciferino ci colpì come una cometa, quasi fosse il presagio di qualcosa di grandioso e terribile, proprio come quei messaggi celesti che vagano nelle tenebre del nostro Sistema Solare".

Come nel precedente testo, scienza, storia, biografia, pensieri reconditi che perseguitano anche le menti più illustri.. un mix capace di incollare il lettore dalla prima all'ultima pagina ed a chiederne ancora e poi ancora... un perfetto coinvolgimento tra storia, cronaca, gossip e rivelazioni del futuro che verrà.

La nostra conoscenza tecnica in continua espansione era l'unica cosa che ci distinguesse dai nostri progenitori, dato che, in fatto di etica, filosofia e pensiero generale non eravamo meglio (anzi eravamo molto molto peggio) dei greci, delle popolazioni vediche o delle piccole tribù nomadi che ancora si aggrappavano alla natura quale unica dispensatrice di grazie e vera misura dell'esistenza.
In ogni altro campo non avevamo fatto nessun passo in avanti.

lunedì 4 dicembre 2023

Army of the dead

Ed eccolo qui, quello guardato prima, poi abbandonato, poi ripreso, per essere concluso e poter affermare senza ombra di smentita che me lo potevo tranquillamente risparmiare perché, se nel primo, un minimo di storia c'era, una parvenza di trama e anche avvincente ci poteva stare... ora no, mi spiace proprio.
La solita vecchia e ritrita storia di quelli che entrano nella città invasa dagli zombie, dove ce ne sono di più cattivi che comandano (una sorta di gerarchia) alla ricerca dell'ultima cassaforte, che viene aperta in men che non si dica.. una pena di proporzioni inaudite.
Il finale, se volete ve lo rovino. li vede tutti morti e senza rimedio (più o meno) perché è noto che, chi troppo vuole zombie stringe. 
 

giovedì 23 novembre 2023

The Killer


Di questo thriller si apprezza certamente l'intelligente mix tra azione e noiose pause. Tutti credono che l'assassino abbia una vita movimentata... certo si, ma dimentica i tempi in cui deve (se vuole sopravvivere all'evento) prepararsi, studiare ogni possibile rischio e risolverlo..
Tutto bene, fino a che non commette un errore e il suo datore di lavoro pensa di risolvere facendolo eliminare... peccato che a pagarne le conseguenze sia la sua donna... seguirà la vendetta e non rispetterà più alcuna regola... un ottimo film che tiene incollati alla poltrona.

 

sabato 28 ottobre 2023

La tempesta è qui


Specchiarsi nell'America, tentando a seconda dei casi di somigliarle il più o il meno possibile, é un esercizio cui gli occidentali si dedicano quasi da quando l'America esiste.
Ma da qualche tempo, quello specchio é diventato scuro, rimanda immagini sempre più confuse e allarmanti.
Luke Mogelson, uno dei grandi reporter dell'ultima generazione, è stato fra i primi ad accorgersene e a mettersi in strada, cominciando un lungo viaggio che da Ossowo in Michigan - dalla bottega di Karl Manke, il barbiere no-mask diventato un incrocio fra un eroe popolare e un guru dell'alt-right - lo ha portato fin dentro il Campidoglio saccheggiato il 6 gennaio 2021.
E alla fine Mogelson ha steso un rapporto - questo - che in alcuni momenti sembra la cronaca di un'allucinazione collettiva, in altri un romanzo americano di un genere nuovo, senza ancora un nome: mentre é soprattutto la prima, sinistra descrzione di un evento meteorologico estremo e fin qui sconosciuto.
Nient'affatto locale, e, ci convinciamo una pagina dopo l'altra, destinato a ripetersi.

Credo che il paragone con un potenziale temporale, tempesta, uragano, fatto da Mogelson nel suo libro, sia quanto di più calzante potesse scrivere per narrare i fatti che hanno e che stanno trascinando l'America in una vera e propria guerra civile.
Così come la tempesta ha bisogno di elementi per nascere, crescere e spostarsi... così, gli avvenimenti narrati hanno un substrato che, rimasto inascoltato nel tempo, coglie dal peggio del passato per, veicolato dai recenti terribili eventi legati al Covid19, riesplodere, trascinando con sé ogni genere di ricerca di vendetta, giustizia, odio... un libro davvero potente, in grado di capire la nazione più potente al Mondo.
 

Elegia americana - il libro