venerdì 30 gennaio 2026

Wake up dead man


Se vi aspettate il solito Knives Out tutto sole, cocktail e miliardari ridicoli, “Wake Up Dead Man: A Knives Out Mystery” vi prende per mano… e vi porta in chiesa. Di notte. Con le vetrate che sembrano giudicarvi. Rian Johnson vira su un giallo più cupo e “gotico”, senza rinunciare a quel gusto da meccanismo a orologeria che ama far ticchettare davanti ai nostri occhi finché non scatta la molla.

Il caso è, in apparenza, un classico “impossibile”: un omicidio durante una funzione del Venerdì Santo, in una comunità religiosa dove tutti hanno fede… tranne quando arriva la polizia. E ovviamente quando arriva Benoit Blanc (Daniel Craig), la fede vacilla ancora di più, perché l’uomo tratta la verità come un rosario: grano dopo grano, stringe finché non fa male.

L’episodio che fa scattare il film (e non è quello che pensate)

In mezzo a confessioni, simbolismi e colpi di scena, la scena che resta addosso è… una telefonata. Sì: una telefonata con Josh O’Connor (Padre Jud) che, esasperato e lucidissimo, parla con una receptionist di un’impresa edile. È un momento “piccolo” che Johnson filma come fosse un esorcismo amministrativo: la burocrazia come purgatorio, la calma che si incrina, e sotto, un’idea chiarissima—la verità non sempre arriva con una rivelazione, a volte arriva con un “mi passi l’ufficio tecnico?”. Questa scena è diventata abbastanza discussa da meritarsi articoli dedicati e perfino commenti entusiasti online.

Attori “fuori canone”: quando le star accettano di sporcarsi le mani (e l’aureola)

Il bello, qui, è anche vedere quanto il cast giochi contro il proprio “marchio”:

  • Daniel Craig, volto da blockbuster e (per molti) ancora “Bond”, si diverte a essere l’opposto del controllo glaciale: Blanc è brillante, teatrale, e sorprendentemente umano—un detective che inciampa nel sacro con scarpe non adatte, e proprio per questo funziona.

  • Josh O’Connor, spesso associato a ruoli intensi e introspettivi, qui è un prete pieno di crepe: idealista e insieme vulnerabile, con un’energia nervosa che buca lo schermo (e ruba parecchie scene).

  • Glenn Close, monumento vivente del cinema, si presta a un ruolo che gioca sul confine tra devozione e controllo sociale: è una presenza che fa paura senza alzare la voce (la specialità della casa).

  • E attorno orbitano Josh Brolin, Mila Kunis, Jeremy Renner, Kerry Washington, Andrew Scott e compagnia: nomi che non hanno nulla da dimostrare e proprio per questo si concedono il lusso di entrare nel giocattolo di Johnson, accettando registri più grotteschi, più “da comunità” e meno da star vehicle.

Il cuore tematico: un whodunit che flirta con redenzione e colpa

Sotto la macchina del mistero, Johnson infila una domanda quasi impertinente per il genere: che differenza c’è tra scoprire la verità e meritarsela? Ed è per questo che il finale punta dritto su una confessione/resa dei conti emotiva che trasforma la classica “spiegazione del delitto” in qualcosa di più amaro (e, per una volta, meno compiaciuto).

Verdetto da critico con un sorriso (ma in penombra): Wake Up Dead Man è un Knives Out che spegne le luci, alza l’organo e vi ricorda che il giallo, quando vuole, può parlare di cose serie senza perdere il gusto del gioco. E se vi sembra strano ridere durante un’indagine in chiesa, tranquilli: è esattamente l’effetto Johnson—un “amen” detto con l’occhio che strizza.

Voto (con stellette): ⭐⭐⭐⭐☆ (4/5)

Un giallo che cambia registro senza perdere ritmo: più cupo, più “gotico”, ma sempre con quel piacere da macchinario perfetto che scatta al momento giusto. Mezzo punto in più solo per la “telefonata purgatoriale” di Josh O’Connor: una scena talmente assurda e rivelatrice che riesce a essere comica, tragica e spiritualmente irritante nello stesso minuto.

 

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