I
· Il numero
Partiamo
dal nove, perché è l'unica cosa davvero interessante del libro. Non è un numero
scelto a caso, né con quella vaghezza estetizzante con cui certi romanzieri
decidono il numero dei capitoli in base a quanto spazio resta sulla pagina. Il
nove ha una logica precisa: tre fasi della vita — giovinezza, mezza età,
vecchiaia — per tre episodi ciascuna. Una griglia quasi shakespeariana,
compatta, che permette a David Szalay di coprire l'arco completo dell'esistenza
maschile senza sobbarcarsi il peso di un romanzo di formazione tradizionale. Il
primo protagonista ha diciassette anni, l'ultimo ne ha settanta. E il libro
scorre anche attraverso il calendario: da aprile a dicembre, primavera della
vita in primavera dell'anno, inverno in inverno. Elegante. Molto elegante.
Forse
un po' troppo.
II ·
La crisi del romanziere
Ma c'è
di più. Szalay ha dichiarato di aver cominciato il libro in uno stato di
autentica crisi formale — si chiedeva se avesse senso continuare a scrivere
romanzi. "Cos'è un romanzo? Inventi una storia e poi la racconti." La
struttura a nove non è quindi solo una scelta estetica: è una risposta
difensiva alla domanda su cosa sia ancora possibile fare con la narrativa.
Invece di un protagonista unico che percorre il tempo, nove frammenti che
insieme simulano una vita intera senza mai pretendere di
esserne una. Un romanzo che si difende dall'accusa di essere un romanzo — come
un funzionario pubblico che lascia tutto scritto in modo da non poter essere
accusato di niente.
"Con
un protagonista solo avresti un caso. Con nove, hai una tesi. Il numero è un
trucco retorico più che narrativo — ma almeno è un trucco consapevole."
Questo,
bisogna riconoscerlo, è un gesto intellettualmente onesto. Szalay ha dichiarato
esplicitamente che lo scopo della narrativa non è avere idee originali, ma
esprimere luoghi comuni — cioè idee che quasi tutti
accetterebbero come vere — in modo immaginativamente convincente. Ha scritto un
libro di luoghi comuni e lo ha annunciato. Il che è coraggioso come
dichiarazione programmatica, e irritante come programma.
III ·
L'architettura e gli inquilini
Ed
eccoci al problema centrale, quello che nessuna eleganza strutturale riesce a
dissolvere. Szalay ha costruito un'architettura genuinamente raffinata — la
griglia dei nove, il doppio scorrere del tempo biografico e calendari, la
scelta di tenere i personaggi sempre fuori casa, in una Europa
globalizzata che è allo stesso tempo scenografia e metafora — e poi ci ha
collocato dentro, con metodica coerenza, uomini che non la meritano.
Non
uomini cattivi. Non uomini tragici. Non uomini interessanti. Uomini neutri.
Tutti la stessa persona: maschio occidentale, istruito, moderatamente
insoddisfatto, incapace di amare con precisione, dotato di desideri sessuali
descritti con abbondanza inversamente proporzionale alla loro intensità
emotiva. Szalay li osserva con lo sguardo piatto di un entomologo che ha smesso
di trovare interessanti gli insetti. I nove episodi sono ricorrenza, non
variazione: le stesse pressioni che ritornano sotto condizioni diverse — la
stessa incapacità di lasciare qualcosa dietro di sé, la stessa inerzia
mascherata da vita. È una tesi sulla mascolinità contemporanea. Il guaio è che
la tesi è corretta e il libro è noioso.
IV ·
Il problema della carne
Il
romanzo si propone di esplorare la vita interiore degli uomini europei del XXI
secolo. I suoi uomini non ne hanno una — o meglio: ne hanno una talmente grigia
che la pagina bianca intorno alle loro riflessioni sembra più eloquente. Il
protagonista del quarto episodio trascorre decine di pagine in un albergo di
lusso a pensare a donne con cui ha dormito. Questa, per Szalay, è
introspezione. Per il lettore, è un lungo pomeriggio di domenica senza
possibilità di uscire.
La
prosa è lavorata. Elegante, a tratti. Ma un'eleganza che non rischia mai nulla,
che preferisce la perifrasi all'emozione, che abita la superficie con la cura
di chi sa benissimo di stare evitando il centro. Il ritmo dilata ogni episodio
ben oltre il suo baricentro narrativo: scene che avrebbero la forza di un
racconto breve vengono annacquate da digressioni geografiche, da osservazioni
meteorologiche, da dettagli architettonici che sembrano inseriti per
certificare che l'autore ci è stato davvero. Cento pagine in più del necessario
— stima generosa, potrebbero essere centocinquanta.
"Il
nove è la cosa più riuscita del libro. Peccato che il libro sia dentro."
V · Il
paradosso del Booker
Il
vero mistero che Nella carne propone non è quello esistenziale
sulla condizione maschile europea, ma quello sociologico sul funzionamento
della macchina letteraria contemporanea: come si trasforma la neutralità in
profondità, l'assenza di sentimento in stile, il luogo comune dichiarato in
shortlist al Booker. Szalay è borghese non nel senso politico del termine — non
gli si chiede un pamphlet — ma nel senso in cui lo è un divano in pelle beige
in un appartamento di Kensington: confortevole, costoso, perfettamente
inoffensivo, incapace di sorprendere chiunque lo guardi.
La
carne del titolo è quella degli altri. Szalay la osserva. La descrive con
competenza. Non ci entra mai. E questo, forse, è il più preciso ritratto
possibile dei suoi protagonisti: un romanziere che scrive di uomini che non
sentono, con la stessa equanime lontananza con cui loro attraversano le proprie
vite.
Il
cerchio si chiude. Purtroppo, non basta per giustificare le trecento pagine.

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