domenica 19 aprile 2026

Nella carne — David Szalay


 

I · Il numero

Partiamo dal nove, perché è l'unica cosa davvero interessante del libro. Non è un numero scelto a caso, né con quella vaghezza estetizzante con cui certi romanzieri decidono il numero dei capitoli in base a quanto spazio resta sulla pagina. Il nove ha una logica precisa: tre fasi della vita — giovinezza, mezza età, vecchiaia — per tre episodi ciascuna. Una griglia quasi shakespeariana, compatta, che permette a David Szalay di coprire l'arco completo dell'esistenza maschile senza sobbarcarsi il peso di un romanzo di formazione tradizionale. Il primo protagonista ha diciassette anni, l'ultimo ne ha settanta. E il libro scorre anche attraverso il calendario: da aprile a dicembre, primavera della vita in primavera dell'anno, inverno in inverno. Elegante. Molto elegante.

Forse un po' troppo.

II · La crisi del romanziere

Ma c'è di più. Szalay ha dichiarato di aver cominciato il libro in uno stato di autentica crisi formale — si chiedeva se avesse senso continuare a scrivere romanzi. "Cos'è un romanzo? Inventi una storia e poi la racconti." La struttura a nove non è quindi solo una scelta estetica: è una risposta difensiva alla domanda su cosa sia ancora possibile fare con la narrativa. Invece di un protagonista unico che percorre il tempo, nove frammenti che insieme simulano una vita intera senza mai pretendere di esserne una. Un romanzo che si difende dall'accusa di essere un romanzo — come un funzionario pubblico che lascia tutto scritto in modo da non poter essere accusato di niente.

"Con un protagonista solo avresti un caso. Con nove, hai una tesi. Il numero è un trucco retorico più che narrativo — ma almeno è un trucco consapevole."

Questo, bisogna riconoscerlo, è un gesto intellettualmente onesto. Szalay ha dichiarato esplicitamente che lo scopo della narrativa non è avere idee originali, ma esprimere luoghi comuni — cioè idee che quasi tutti accetterebbero come vere — in modo immaginativamente convincente. Ha scritto un libro di luoghi comuni e lo ha annunciato. Il che è coraggioso come dichiarazione programmatica, e irritante come programma.

III · L'architettura e gli inquilini

Ed eccoci al problema centrale, quello che nessuna eleganza strutturale riesce a dissolvere. Szalay ha costruito un'architettura genuinamente raffinata — la griglia dei nove, il doppio scorrere del tempo biografico e calendari, la scelta di tenere i personaggi sempre fuori casa, in una Europa globalizzata che è allo stesso tempo scenografia e metafora — e poi ci ha collocato dentro, con metodica coerenza, uomini che non la meritano.

Non uomini cattivi. Non uomini tragici. Non uomini interessanti. Uomini neutri. Tutti la stessa persona: maschio occidentale, istruito, moderatamente insoddisfatto, incapace di amare con precisione, dotato di desideri sessuali descritti con abbondanza inversamente proporzionale alla loro intensità emotiva. Szalay li osserva con lo sguardo piatto di un entomologo che ha smesso di trovare interessanti gli insetti. I nove episodi sono ricorrenza, non variazione: le stesse pressioni che ritornano sotto condizioni diverse — la stessa incapacità di lasciare qualcosa dietro di sé, la stessa inerzia mascherata da vita. È una tesi sulla mascolinità contemporanea. Il guaio è che la tesi è corretta e il libro è noioso.

IV · Il problema della carne

Il romanzo si propone di esplorare la vita interiore degli uomini europei del XXI secolo. I suoi uomini non ne hanno una — o meglio: ne hanno una talmente grigia che la pagina bianca intorno alle loro riflessioni sembra più eloquente. Il protagonista del quarto episodio trascorre decine di pagine in un albergo di lusso a pensare a donne con cui ha dormito. Questa, per Szalay, è introspezione. Per il lettore, è un lungo pomeriggio di domenica senza possibilità di uscire.

La prosa è lavorata. Elegante, a tratti. Ma un'eleganza che non rischia mai nulla, che preferisce la perifrasi all'emozione, che abita la superficie con la cura di chi sa benissimo di stare evitando il centro. Il ritmo dilata ogni episodio ben oltre il suo baricentro narrativo: scene che avrebbero la forza di un racconto breve vengono annacquate da digressioni geografiche, da osservazioni meteorologiche, da dettagli architettonici che sembrano inseriti per certificare che l'autore ci è stato davvero. Cento pagine in più del necessario — stima generosa, potrebbero essere centocinquanta.

"Il nove è la cosa più riuscita del libro. Peccato che il libro sia dentro."

V · Il paradosso del Booker

Il vero mistero che Nella carne propone non è quello esistenziale sulla condizione maschile europea, ma quello sociologico sul funzionamento della macchina letteraria contemporanea: come si trasforma la neutralità in profondità, l'assenza di sentimento in stile, il luogo comune dichiarato in shortlist al Booker. Szalay è borghese non nel senso politico del termine — non gli si chiede un pamphlet — ma nel senso in cui lo è un divano in pelle beige in un appartamento di Kensington: confortevole, costoso, perfettamente inoffensivo, incapace di sorprendere chiunque lo guardi.

La carne del titolo è quella degli altri. Szalay la osserva. La descrive con competenza. Non ci entra mai. E questo, forse, è il più preciso ritratto possibile dei suoi protagonisti: un romanziere che scrive di uomini che non sentono, con la stessa equanime lontananza con cui loro attraversano le proprie vite.

Il cerchio si chiude. Purtroppo, non basta per giustificare le trecento pagine.


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