venerdì 4 maggio 2018

L'arte di costruire le città

Ci sono molti modi per leggere la citta. Quello de "La città nella storia" del Mumford. Oppure quello de "La città e le mura" dell'accoppiata De Seta, Le Goff.... C'è "il paesaggio urbano" del Cullen... ci sono le "Smart City"... o ancora "la città bella" di Cervellati... per concludere questa piccola, breve e incompleta lista con gli apocalittici ne "La fine della città" del Benevolo...
Quindi, cosa mai potrà aggiungere questo testo, scritto a cavallo tra Otto e Novecento, in tema di urbano, di bello, di nuovo?
Per dare una risposta, occorre prima di tutto interrogarsi su che cosa si intenda per città. Data la risposta, che non deve essere necessariamente univoca, ci renderemo conto che, tutte le altre voci scartate, ne sono l'obbligatorio complemento.
Perché se è pur vero che, città é un ambiente costruito; é indubbio anche che città é i suoi abitanti, i suoi mercati, la sua cultura, il suo passato, il suo futuro, le aspirazioni... Città è vedere nel corpaccione dell'insieme edificato, i segni del tempo, delle crisi economiche - come le dimensioni degli anelli del tronco degli alberi denotano anni migliori di altri - vedere quindi qualcosa in continua evoluzioni...
Città è ancora le sue strade, i suoi monumenti, il rapporto tra questi e la percezione dell'abitare, del condividere lo spazio pubblico in rapporto a quello privato... Per questo Parigi - con i suoi viali pensati da Hausmann - è così diversa da Londra o New York da Hong Kong...
 

 
"Considerato classico a dieci anni dalla pubblicazione, soggetto poi a polemiche e dimenticanze, riproponiamo un testo pioniere del XIX secolo.
Oggi che un nuovo interesse si è acceso attorno a quella cerniera tra Ottocento e Novecento in cui per tanta parte ancora affondano le nostre radici, Camillo Sitte accanto a Semper e Viollet - Le - Duc occupa nel campo che gli è proprio, una posizione di rilievo".
 

"La questione dei piani regolatori delle città è una delle più scottanti della nostra epoca.
Ma come avviene anche per altri problemi di attualità, le opinioni, a volte, sono assai contrastanti.
Così, se si esprime unanime compiacimento per le buone realizzazioni della tecnica, in fatto di traffico, di utilizzazione dei terreni fabbricabili, e soprattutto, di igiene nello stesso tempo si manifesta riprovazione spesso con tono di disprezzo e di derisione, per gli insuccessi dell'Urbanistica moderna in fatto di arte.
Infatti vediamo che spesso alla monumentale grandiosità degli edifici moderni corrisponde una brutta sistemazione delle piazze e delle zone limitrofe.
Perciò ci è sembrato opportuno tentare lo studio di alcune piazze e sistemazioni urbane del passato, al fine di individuare le ragioni della loro bellezza.
Determinate con precisione queste ragioni si potranno poi enunciare alcune regole, la cui applicazione dovrebbe permettere di ottenere dei risultati soddisfacenti non molto diversi da quelli della antichità.
Gli studi proposti, si limitano a Italia, Germania, Austria e Francia, perché l'autore si è prefisso di parlare unicamente dei luoghi che ha visto e di cui ha potuto apprezzare personalmente il valore estetico".

 
 
 

giovedì 3 maggio 2018

I Breithorn

Si perché si tratta dei due Breithorn, non uno solo. Due cime collegate da una cresta bellissima, ad oltre 4.000 metri di quota. Una salita faticosa, per via della quota, ma che regala emozioni uniche, di una bellezza esaltante ed indimenticabile.
Con il solito Max e Beppe, saliamo a Cervinia e da lì, complice l'ottimo impianto di risalita, diviso in tre tronconi diversi, ci troviamo sulle piste del Plateau Rosa, un immenso bacino bianco, abbagliante per la bellissima giornata, un filo di vento ed una temperatura quasi estiva...
Da lì, in parte sulle piste, poi sul ghiacciaio ed infine sulla rampa finale, raggiungiamo il primo dei due Breithorn, tanti gli alpinisti giunti sin qui... ma nessuno che ci segue e, percorrendo l'immacolata cresta, ci portiamo sulla seconda cima... da qui si scende, su neve sempre più molle (ottima l'idea di Max di portare con noi le ciaspole) e si torna, colmi di luci, colori, silenzi ed emozioni, sino alla funivia...
 








 

Tex - Sangue sul Colorado

Si svolge in una mine-Town, una cittadina di minatori, l'ennesima avventura ripara-torti del nostro Tex. Una delle tante cittadine, nate in una notte, e morte con il venire meno di una vena aurifera o di una miniera d'argento... Un edificato provvisorio, come la vita dei suoi cittadini, destinato a perire per il freddo e gli stenti, per una pallottola o a fuggire inseguiti dai debiti o inseguendo a sua volta una nuova speranza.
In un "selvaggio mondo" quale era il vecchio West, i primi ad arrivare e gli ultimi ad andarsene, erano ovviamente i più cattivi, quelli capaci, per risorse e per forza bruta, di far valere le proprie ragioni a scapito del prossimo... Da qui parte la nostra avventura... il voler accaparrarsi le licenze minerarie dei più deboli crea un clima di terrore e morte che richiede l'intervento di Tex....
E intervento sarà, con tutti i metodi che la situazione richiede...
 

 
Chi ha dimenticato un singolare film western, quale "il cavaliere pallido" - vera rappresentazione iconografica della morte? Rappresentata per giunta da quel viso, che da "per un pugno di dollari" è segno di inflessibilità... il grande Clint Eastwood? Qui, i cavalieri sono quattro (guarda caso, come quelli dell'Apocalisse) e combinano abbastanza danni da far cambiare idea ai soliti cattivoni... leggere per credere!

 
"L'Hotel Empire, definito pomposamente "uno dei migliori alberghi di tutta l'alta California" non era altro che una baracca a due piani, costruita con grosse tavole di legno e con il tetto coperto da un semplice telone.
Ma aveva ben tre finestre a vetri che si affacciavano sulla main streat, la polverosa strada principale della cittadina mineraria di Rich Bar, e questo dettaglio veniva considerato dai cercatori del luogo come il massimo della sciccheria.
La città era del tutto simile alle tante altre cresciute intorno ai fiumi dell'oro e alle miniere d'argento un po' in tutto l'ovest degli Stati Uniti, dalla California al Montana, dal Colorado al New Mexico.
Dalle sabbie aurifere nascevano città, un mucchio selvaggio di abitazioni usa e getta, edificate in tutta fretta dai cercatori attratti dal miraggio di una rapida e facile ricchezza.
Bastava, infatti, che si spargesse la voce della scoperta di un nuovo giacimento e subito, a volte nell'arco di una sola notte, là dove c'era l'erba germogliava e prosperava una "istant town", una città istantanea che presto brulicava di cercatori, avventurieri, bestie da soma, strozzini, creduloni idealisti e semplici rifiuti della società, tutta gente data per dispersa dal mondo civile che cercava una via d'uscita dallo squallore e dalle miserie della vita quotidiana, attraverso quella rischiosa scorciatoia dell'esistenza che passava attraverso il greto sassoso di un fiume o nella galleria pericolante di una miniera.
A volte diventavano delle metropoli; ma il più delle volte, quelle città figlie del "boom" della corsa all'oro, al rame, all'argento, ai giacimenti di quarzo, non si rivelavano altro che un pugno di sgangherate baracche edificate in tutta fretta con tende e assi tirate su alla meglio come ripari di fortuna.
Con il tempo, l'ingenuo entusiasmo dei primi intraprendenti cercatori fu sostituita gradatamente dalla potente tecnocrazia delle grandi aziende industriali e dall'avidità degli azionisti...".

mercoledì 2 maggio 2018

Thank you for your service

Dopo aver letto "I bravi soldati" - storia dei militari americani in Iraq, pareva quasi logico, in continuità con le storie dei singoli, leggerne, vederne e assistere al ritorno in patria dei medesimi, per coglierne innanzitutto, la vita nel quotidiano.
Visto in inglese, sottotitolato, oltre ad essere un buon esercizio di lingua, permette di cogliere molte sfumature, compresi i silenzi, le paure, i tic dei reduci.
Ognuno porta con sé il proprio bagaglio di brutti momenti, che si manifesta con incubi, violenza, disperazione... mancanze... trovando dall'altra parte un mondo impreparato ad accoglierli.
Ognuno, appunto, dovrà fare i conti con quanto ha lasciato e con quanto ha di fronte.
Ci sarà chi si toglierà la vita, chi la toglierà agli altri, chi si adatterà con fatica, chi mai...
Quello dello stress post-traumatico è una delle più gravi e più diffuse forme di malattia, che i soldati portano a casa... ricordate "American Sniper" ? Anche allora, il ritorno dalla guerra, era fonte di disturbi, che ponevano il protagonista di fronte a scelte difficili e alla fine, purtroppo, lo punivano.
Giocato sui silenzi, sull'incomprensione, sulla paura a lasciarsi andare, a confessare le proprie debolezze, vuole il regista, agire sull'inconscio e sulle debolezze umane, riuscendoci bene, dimostrando che la strada per tornare a vivere è in salita...
Un buon film, capitato per caso e visto volentieri. 

martedì 1 maggio 2018

Criminal

Non è la prima volta, che viene proposta l'idea del cambio di identità... lo faceva il grande Totò nei suoi bellissimi film... nel frattempo la tecnologia si è evoluta e siamo allo scambio dei cervelli, dei ricordi, del vissuto.
E' appunto il caso di Criminal. Dove un agente segreto, tutto casa, famiglia e lavoro, viene ucciso in missione e diventa necessario recuperarne i ricordi per sapere come va a finire...
L'impianto dei ricordi finisce nella zucca di un disgraziato, scelto perché la sua è vuota... nel caso specifico Kevin Costner, che con il passare gli anni è diventato un manzo d'antologia, e anche se non ha ancora imparato a recitare, fa la sua bella figura...
Ma torniamo sull'argomento.
Muore la spia inglese, che doveva portare in salvo il solito hacker imbesuito, che possiede il solito codice per lanciare i soliti missili americani (come vedete la trama è nuovissima, si sono ammazzati di fatica per scriverla, magari usando il cervello di un altro)... ecco entrare in azione il solito scienziato (un imbalsamato Tommy Lee Jones, lui si che avrebbe bisogno di un trapianto) che, messo sotto pressione dai servizi segreti inglesi/americani (con a capo il grande Gary Oldman, che ancora indossa gli abiti di Churchill) tenta l'esperimento... funziona? non funziona? A chi vorrebbe una risposta immediata la cosa pare non andare per il verso giusto.. e invece si, piano piano ecco riaffiorare i ricordi... Così il brutto anatroccolo (scusate, il criminale deficiente, da deficere, mancare di qualcosa) si appropria dei ricordi del defunto e ingarbuglia tutto... anche se mantiene certe brutte abitudini del suo essere originario...
Come andrà a finire? Ma bene! Ovvio! Preso il cattivo che vuole acquistare i codici, morto l'hacker (così impara ad hackerare i codici degli altri), salva la famiglia della spia, il buon/cattivo può addirittura rifarsi una vita... ed essendo cotanto manzo, ci riesce benissimo.

il giornalista hacker, hacker e altri testi

Diamo tutto per scontato. Certo diamo per scontata la nostra democrazia, il poter esprimere liberamente e nostre opinioni, il poter manifestare in una piazza, il dare il proprio like su una piattaforma a favore o contro qualcosa... Ma non è così dappertutto... Ed è a coloro che non possono godere dei nostri stessi diritti, che è destinato questo libro... ma anche a noi, a capire le dinamiche che si muovono in rete, a rendersi conto che la realtà virtuale ha un costo che si riversa sul reale, a volte con estreme conseguenze.
 
 
Ma quali sono le Dieci Regole da conoscere e rispettare per potersi dire attenti, quasi hacker?
1. La crittografia;
2. L'anonimato. Navigare anonimi con Tor e aggirare filtri e blocchi;
3. Cancellare. Cancellare i file in maniera sicura e recuperare file cancellati;
4. Utilizzare applicazioni portable e crearsi il proprio kit;
5. Usare una distribuzione live anche per l'anonimato;
6. Usare una macchina virtuale;
7. Humanware: una gestione umana intelligente dei propri dati ed account;
8. Distruggere. Cancellare o distruggere un intero hard disk o un altro supporto;
9. Identità. Creare un'identità in rete o un blog che abbia un buon livello di anonimato;
10. Firewall. Tenere sempre con sé un piccolo firewall hardware;
 
 
E veniamo ora a spendere due parole su questo secondo libro, letto tempo or sono e ripreso in larga parte in sequenza al "giornalista hacker" del medesimo autore.
Perché hacker? E perché una lode nei loro confronti?
L'autore si spende, e non poco, per cercare di dare una diversa fisionomia ed immagine, rispetto al sentire comune, che vuole l'hacker come un delinquente, intento a derubare il prossimo, danneggiare le pubbliche istituzioni o mettere zeppe nel buon funzionamento della società.
Beninteso, l'hacker è anche questo, forse in passato, ora è mutato. E' tornato - secondo Ziccardi - alle origini... al gioco, che dovrebbe essere alla base di questa scelta di vita... una scelta che, con il progredire della tecnologia e di una sempre maggiore oppressione, controllo, onnipresenza del digitale, vuole in questi personaggi, degli anarchici, intenzionati a fare in modo che potenti di turno - Stati o Corporazioni Commerciali - non approfittino della nostra libertà. Persone che, in certe realtà del mondo, rischiano la vita per svelare le illegalità diffuse o i segreti di Stato.... Liberi di crederci oppure no.

domenica 29 aprile 2018

Tex - Apache Kid

Ogni tanto, l'Editore Bonelli sente l'esigenza di collegare il nostro Tex ad eventi realmente accaduti nella storia e nella mitologia del West.
Nel farlo ovviamente ha due strade, rispettare gli eventi, facendo incontrare il fumetto con la realtà, oppure virare per una realtà virtuale, una retrotopia che falsifica gli eventi per meglio giustificare la presenza dell'eroe e la piega degli eventi...
L'episodio che abbiamo tra le mani, rispetta gli eventi, facendo in modo che Tex incontri, senza influenzare quanto accaduto, personaggi realmente esistiti, e che anzi, hanno segnato in modo indelebile il mito della Frontiera...
Facciamo così la conoscenza di Apache Kid, guida scout apache, vittima dell'ingiustizia dei bianchi ed a causa di ciò diventato un feroce guerrigliero e di Albert Sieber, il più famoso capo degli scouts indiani a servizio dell'esercito degli Stati Uniti...
Lascio a voi giudicare la vicenda, ottimamente disegnata da Erio Nicolò.
 

 
"Questo volume è particolarmente speciale perché riguarda un tragico episodio realmente accaduto nella storia del West: la tragica fuga di Apache Kid, che molti libri avevano liquidato con poche righe. La correttezza di Bonelli nel rispettare i dati cronologici fu tale da non attribuire a Tex il merito di aver messo la parola fine alle sanguinose scorribande del ribelle indiano, la cui morte non è mai stata chiaramente spiegata. Parimenti incontriamo Albert Sieber, il più grande capo scout di tutti i tempi e la sua storia avventurosa, tragicamente conclusasi nel 1907".
 

Elegia americana - il libro