sabato 13 aprile 2019

Ferrata Picasass

 
Quante volte Max mi aveva parlato della Ferrata Picasass? Parecchie si. E quante volte mi aveva proposto di andarci insieme? Altrettante… Arriva così l'occasione… una giornata grigia e coperta… un mattino libero ed eccoci qua, terzo complice con Giorgio.
Parecchia gente sulla stradina che porta all'attacco della via… con un casco recuperato a prestito, il mio imbrago, una fettuccia lunga e moschettoni manco dovessi salire una "big wall" arrivo alla partenza della salita.
La pioggia della notte rende scomoda la salita in alcuni punti, ma questo non toglie nulla alla bellezza della roccia (un rosa e grattugiante granito) a me ben nota.. anche se abituato alla liscia morbidezza dello gneiss.. Oltre la cima bellissimi boschi ed un sentiero che attraversa zone basse ma selvatiche.. ove è facile trovare fauna e nessun umano.
Facile e divertente ritorno su roccia, la mia antica passione. Voglia di arrampicata libera, di scarpette e magnesite, di libertà assoluta… mia giovinezza… basta, sennò mi commuovo! :)
 








 

Spartak Mosca

Lo Spartak Mosca era l'unica squadra di calcio sovietica a godere di un autentico e profondo seguito popolare, non limitato alla capitale ma diffuso capillarmente in tutto il territorio dell'immenso paese, escluse forse l'Ucraina e la Georgia, dove il tifo per le Dinamo rispettivamente di Kiev e di Tbilisi era anche espressione di orgoglio nazionale, del desiderio di differenziarsi in qualche modo dalla Russia.
Con la fine dell'URSS la situazione non è sostanzialmente mutata, anzi la passione per lo Spartak Mosca è diventata un elemento unificante per le popolazioni di etnia russa al di là dei confini nazionali oggi (in URSS la loro costituzione era vietata dalla legge) esistono fan club dello Spartak Mosca da Kalinigrad e Vladivostock a Bajkonur (Kazachistan) e anche in Israele, dove si è dotata tra l'altro di un interessante sito internet.
Per comprendere i motivi di tale popolarità occorre risalire alle origini, ai primi anni venti, quanto in un rione operaio della città Mosca, un gruppo di giovani fanaticamente appassionati di calcio creò una propria squadra
Creò nel senso più completo del termine, perché, oltre a fondare la società costruì con le proprie mani, e a proprie spese, gli impianti sportivi (campo, tribune).
A questa squadra di quartiere, tenacemente cresciuta, a dispetto di mille avversità, a partire dalla metà degli anni trenta toccò l'ingrato compito di contrastare lo strapotere dei club militari, Dinamo (Commissariato agli Interni) e CDKA (Armata Rossa) in testa.
Difficile stabilire quanto tale ruolo antagonista fu deliberatamente scelto, di sicuro costò molto caro allo Spartak e soprattutto ai suoi fondatori, che non passarono indenni attraverso l'epoca delle grandi repressioni staliniane.
Ma furono proprio i drammi (talvolta tragedie) personali, uniti ai trionfi sul campo, a creare la leggenda dello Spartak Mosca, l'epopea della "squadra del popolo". (tratto dal libro).
 
 
Bellissimi questo breve (159 pagine) e minuto libretto, che parla si di sport, ma soprattutto di politica, di Russia, di storia di un mondo a noi poco noto, di potere e di repressione... senza dimenticare lo spirito del racconto: quello di narrare di passione sfrenata, quasi una fede, per il calcio… pagata ad un prezzo altissimo e quasi incomprensibile per chi ha vissuto dall'altra parte della Cortina di Ferro.

martedì 9 aprile 2019

Free solo

 
L'arrampicata sportiva ha accompagnato un lungo tratto della mia giovinezza, mi ha formato, mi ha forgiato, mi ha fatto amare lo sport, la montagna, mi ha reso socievole, mi ha fatto crescere e conoscere i miei limiti, mi ha messo in competizione, mi ha fatto soffrire e godere…
Dunque, non posso non sentirmi partecipe delle emozioni (anche se i miei traguardi non sono nemmeno lontanamente paragonabili a quelli di Alex Honnold) provate da questo incredibile e fortissimo sportivo.
Non posso non gioire con lui e disperarmi, quando non si trova l'idea giusta, la giusta ispirazione per completare la via. Tanto più che la sua via, oltre ad essere difficilissima, lunga e perigliosa, non concede alternative. Se sbagli… muori.
A qualcuno potrà apparire follia, esagerazione. Personalmente, anche se il free solo mi ha sempre fatto paura e l'ho praticato raramente, lo capisco e ne accetto le regole, la scelta di vita e l'accettazione delle conseguenze.
Uno può morire, ma tutti prima o poi moriamo. Uno muore facendo quello che più ama… e questo non tutti lo possono fare. Al netto di queste più o meno folli divagazioni, resta l'impresa sportiva, studiata, ragionata, preparata con cura maniacale. E l'esito è superlativo. Guardare per credere.
 

La montagna in chiaroscuro

Alberto Bregnani (1962), è un fotografo di montagna professionista, considerato tra i più validi interpreti del bianco e nero.
Cresciuto a Cortina d'Ampezzo, figlio d'arte - il padre Giancarlo fu alpinista e premiato autore di film e libri di montagna - si forma fotograficamente alla severa scuola del medio e grande formato in pellicola, ispirandosi ai grandi Maestri del genere.
Atleta di discesa libera negli anni '70, maestro di sci, socio accademico del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna, prima di dedicarsi totalmente alla fotografia, si è occupato a lungo di turismo montano per poi iniziare un importante percorso professionale nel settore della comunicazione digitale. (tratto dal libro).
 

Prosegue la mia lettura di questi piccoli volumetti della collana "Piccola Filosofia di viaggio".
Dopo "L'estasi della corsa selvaggia" e "La vocazione di perdersi", eccomi alle prese con 91 pagine di un diverso approccio alla montagna, una lentezza dovuta alla ricerca del momento perfetto, da tradursi in fotografia, quasi a suggellare - al netto dell'azione economica sottesa alla realizzazione della stessa - la realizzazione della bellezza, del paradiso in Terra.
Tempo addietro lessi da qualche parte che non bisognerebbe fare delle foto dei momenti belli, perché portano solo tristezza e rimpianto… oppure non rendono giustizia al momenti.. non che io creda a questo punto di vista, certo è che, se da un lato, imprigionare il sublime in uno scatto può apparire il migliore dei doni, dall'altro è pur vero che poi superarsi diviene di volta in volta sempre più difficile.
Questo è il cruccio di Alberto Bregnani… lo si legge tra le righe… il resto è pura passione… come quella che dedica alla preparazione dello zaino… da leggersi e rileggersi più volte… perché "lo zaino è un po' la tua casa, portatile giornaliera: un mini guardaroba, una mini cucina, un mini punto di primo soccorso…" ecco, prendete spunti.

domenica 7 aprile 2019

La ruga del cretino


La terza figlia di Serpe e Arcadio si chiama Birce, ed è nata storta.
Ha una macchia sulla guancia sinistra e ogni tanto si perde via e dice e fa cose strane.
Chi la vuole una così? Chi la prende anche solo come servetta di casa?
E' l'agosto del 1893 e per i due coniugi, lavoranti presso il rettorato del Santuario di Lezzeno, poco sopra Bellano, é arrivata l'occasione giusta.
Perché una devota, Giuditta Carvasana, venuta ad abitare da poco a Villa Alba, é intenzionata a fare del bene, per esempio aiutare una giovane senza futuro.
Per Birce non sarebbe cosa da poco, perché la vita non pare riservarle un destino felice.
Come a quella povera fioraia di Torino, massacrata per strada.
Che, a dire il vero, in quell'estate lontana, non è la prima vittima.
I corpi sono a disposizione della sala anatomica dell'università torinese, dove il dottor Ottolenghi, assistente del noto alienista Cesare Lombroso, li analizza con cura, convinto che dalla medicina possa venire un aiuto alle indagini.
Oltre tutto, dalle tasche delle sventurate salta fuori un biglietto con incomprensibili segni matematici.
Indicano un collegamento tra quelle morti?
E nel mirino dell'omicida può essere finito lo stesso Lombroso, che già aveva ricevuto un analogo foglietto insidiosamente anonimo?
Ne "La ruga del cretino", il mondo di Andrea Vitali, esilarante e pittoresco, si colora con le tinte del giallo, portando le lancette del tempo all'epoca degli albori della psichiatria e della nascente criminologia moderna.
Una prova letteraria che alla felicità narrativa unisce un desiderio di esplorazione. (tratto dal libro).
 

 
Quanta della verve di Vitali, viene sacrificata per dare spazio alla crime story di Picozzi?
Quanto ne guadagna il testo e quanto ne perde? Certi ibridi, a volte riescono (vedi l'accoppiata vincente Guccini - Machiavelli) altre volte generano sgorbi.. o semplicemente polpettoni, che, se non indigesti, certamente risultano insipidi… La ruga del cretino - a mio giudizio, sia ben chiaro - finiscono in questa seconda grey zone…
Privati dell'umorismo del Vitali, rimontati con la presenza del personaggio storico (Cesare Lombroso tra tutti), innestati di mistero, spiritismo, cronaca nera… il trasporto sul lago di Como, in quella Bellano e dintorni, vero ombelico del mondo, non paga…
E dire che i presupposti per farne un buon romanzo c'erano tutti… peccato che le aspettative si perdano in strada, come quei piatti a lungo nominati, di cui si sente il profumo uscire dalla cucina, portati in tavola sotto il classico copri piatto in metallo, di cinematografica memoria, quando li portiamo alla bocca, ci appaiono assolutamente al di sotto delle aspettative.
Ecco. La ruga del cretino è proprio questo.
Il pluriomicida, la seduta spiritica, la ragazza invasata, il biglietto con le formulette matematiche... e poi? e poi niente… abbiamo scherzato… anzi, forse ci si prospetta un secondo episodio.. per dire cosa, temo nulla.

venerdì 5 aprile 2019

Verso l'ignoto

 
Il film documenta tre anni di ossessione. La ricerca della via invernale in prima assoluta sul Nanga Parbat raccontati da Daniele Nardi, il fortissimo scalatore italiano, recentemente scomparso proprio su questo 8.000 bello e terribile.
Faccia la conoscenza di un uomo normale nelle sue legittime preoccupazioni, paure, anche angosce, freddo, fame, fatica, incertezze, ma anche grande gioia di fronte alla bellezza della natura, una natura feroce, che non lascia scampo… certamente per pochi.
Una passione, una bramosia di fare quella salita, da quella via Kinshofer che lo aveva portato sulla cima senza ossigeno e poi dallo sperone Mummery che lo aveva respinto a 6.400 metri… Come sia andata a finire é cronaca di questo 2019... Nardi muore probabilmente sotto una scarica di ghiaccio…. restando sulla sua amata/odiata montagna. Questo film è il suo testamento.
 


martedì 2 aprile 2019

Dal Mazzoccone al Turlo

 
Altro prezioso mercoledì, rubato al quotidiano per regalarmi una pausa tra le adorate montagne.
Un momento in cui, senza nulla togliere a tutte le cose belle che lascio a valle, ritrovo un poco me stesso, grazie a quella combinazione geniale e ineguagliabile fatta di più addendi. fatica, sudore, fiato, paesaggi, cammino, amici, selvatico, colori, balia degli elementi naturali e dell'imprevedibile, un pizzico di rischio… ecco, è questa la montagna per me.
Il luogo, lontano ed alto, ove poesia e concretezza si mescolano irrimediabilmente, struggendomi senza rimedio.
Il luogo, altrove, ove si ritorna umani, nel bene e nel male… ove ogni cima raggiunta ci appare traguardo meritato… ineffabile ma sudata, limite estremo della salita e subito persa, verso altra meta.
Per questo momento prezioso. Perché non si può che tornarne impreziositi… appagati e turbati…
Ne parlo perché riesco a leggerlo negli occhi dei miei soci di escursione… ed è questo che ci accomuna, molto più di mille parole… meglio il silenzio, il sorriso e la fascinazione dei luoghi.
 
Ma veniamo brevemente al giro di oggi. Da Quarna si sale sino a dove l'auto consente… parcheggio comodo e da lì facile ed evidente tracciato… il panorama è speciale e sia all'andata che al ritorno godiamo di un'aria fresca e di un cielo terso… anche se le nuvole in lontananza sottraggono la vista del Rosa… intorno a noi, montagne note e salite.
il Massone...
il lago d'Orta...
il Capio...

la cima del Mazzoccone...

il Leone... 
 
 

Elegia americana - il libro