Il libro in breve
Centosettantasei pagine, edizione tascabile, pensate per un pubblico che va ben oltre lo psicoterapeuta: manager, insegnanti, allenatori, e — recita il risvolto — "il problem solver che c'è in ognuno di noi". Nardone condensa qui il nucleo duro del suo modello, sviluppato in oltre vent'anni a partire dalla lezione della scuola di Palo Alto (Watzlawick su tutti): definire con rigore il problema, mappare le "tentate soluzioni disfunzionali" che lo mantengono in vita, e introdurre il cambiamento attraverso stratagemmi non ordinari piuttosto che attraverso l'insight razionale.
È, in sostanza, un breviario. Non un trattato, non un manuale clinico — quelli Nardone li ha già scritti altrove, per un pubblico specialistico — ma una sintesi divulgativa che vuole essere immediatamente spendibile.
I meriti
Il punto di forza del libro è anche il tratto distintivo di tutta l'opera di Nardone: il ribaltamento epistemologico rispetto al senso comune terapeutico e manageriale. L'idea che la comprensione profonda di un problema non sia precondizione per risolverlo, ma spesso ne sia l'ostacolo — che si debba "cambiare per conoscere" e non il contrario — è una provocazione filosoficamente seria, non uno slogan da coaching aziendale. Chi ha una minima familiarità con la cibernetica di secondo ordine o con l'epistemologia costruttivista di von Foerster e Watzlawick riconoscerà qui un'applicazione pratica di quelle premesse, e non semplice aneddotica.
Il secondo merito è la concretezza: il concetto di "tentata soluzione disfunzionale" è uno strumento diagnostico genuinamente utile, applicabile ben oltre la clinica — funziona altrettanto bene per capire perché un'organizzazione continua a rispondere a un problema cronico sempre con la stessa mossa fallimentare, magnificandola invece di abbandonarla.
I limiti
Qui però comincia la parte critica, ed è la parte che conta. Il formato "da tasca" — nato per allargare il pubblico — è anche il suo principale limite: la sintesi rischia di scivolare in una sequenza di massime aforistiche che, private dell'apparato clinico e casistico che le sorregge nei testi maggiori (penso a L'arte del cambiamento o a Psicosoluzioni), suonano più assertive di quanto la loro base empirica giustifichi. Il lettore che arriva da questo libro senza aver letto altro di Nardone rischia di scambiare per "tecnologia" comprovata quello che è, più onestamente, un repertorio di stratagemmi retorici raffinatissimi ma non sempre falsificabili nel senso popperiano del termine.
C'è poi un problema di genere letterario che è anche un problema filosofico: la retorica del "risolvere" — mutuata dall'arte della guerra e dagli stratagemmi cinesi che Nardone esplicitamente cita come fonte — presuppone un soggetto stratega, quasi un ingegnere della propria vita, che decide dall'esterno come intervenire su un sistema. È un'impostazione efficace nella pratica clinica breve, dove funziona, ma quando trasferita tale e quale al coaching individuale e aziendale (come il libro esplicitamente propone) lascia in ombra la domanda su chi stabilisca cosa sia davvero "il problema" — domanda che un'epistemologia costruttivista dovrebbe, per coerenza interna, non poter eludere. Il libro non la elude: semplicemente non se la pone, perché il formato divulgativo non glielo consente.
Infine, va detto: la trasposizione dal contesto terapeutico (dove il "paziente" ha un disagio conclamato e un contratto chiaro con il terapeuta) al contesto manageriale e scolastico è meno lineare di quanto il libro lasci intendere. Gli stratagemmi che funzionano per disinnescare un attacco di panico non si trasferiscono automaticamente, senza perdita, alla gestione di un conflitto organizzativo strutturale.
A chi consigliarlo
Ha senso come porta d'ingresso, non come destinazione. Bene per chi non ha mai incontrato il paradigma strategico e vuole capire se la logica di Nardone gli interessa prima di affrontare i testi più corposi. Meno indicato per chi cerca un fondamento teorico solido: per quello servono altri titoli dello stesso autore, letti con più pazienza e un occhio più critico di quanto il tono aforistico di questo tascabile inviti a fare.
Giudizio
Un libro onesto nei suoi limiti dichiarati — è "da tasca", non promette di essere altro — ma che va letto con la consapevolezza che la sua forza retorica (gli stratagemmi, la scorrevolezza, l'aforisma che resta impresso) è anche il suo rischio principale: la seduzione della soluzione elegante può far dimenticare che un buon problem solving comincia sempre con la domanda su chi ha deciso, e perché, che quello fosse "il problema".
Voto: 3/5 — utile come manifesto, insufficiente come manuale.

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